martedì 29 dicembre 2009

UN ANNO DI AZIONI‏..........

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Ciao ,
anche se l'obiettivo principale del 2009 - avere un accordo legalmente vincolante e serio a Copenhagen - non è stato raggiunto, quest'anno tante sono state le nostre battaglie e i nostri successi. Un'associazione che promuove l'attivismo deve mantenere un atteggiamento positivo e continuare a battersi per la difesa dell'ambiente. Noi lo faremo, mettendoci ancora più coraggio e passione. Questa è la nostra promessa per il 2010.
Se stiamo crescendo è grazie alle migliaia di persone che come te ci seguono e ci sostengono. Siete voi la vera garanzia di libertà e indipendenza della nostra organizzazione. Buon 2010!
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OROSCOPO
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IL FALLIMENTO STORICO

Ce l’abbiamo messa tutta per chiedere un accordo storico a Copenhagen: azioni dirette, coinvolgimento della gente e attività sul web. Quattro attivisti "in smoking" si sono persino infiltrati al Banchetto di Stato per i leader che partecipavano al Summit. L’accordo purrtroppo è stato un fallimento. I leader hanno tradito le future generazioni. Ora rimediare sarà molto più difficile.

Road to Copenhagen:
http://www.greenpeace.org/italy/copenhagen/

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NUCLEARE: INDIETRO TUTTA!

Per contrastare la folle decisione del governo di riportare il nucleare nel nostro paese, abbiamo portato avanti una forte campagna anti-nucleare. A Scanzano Jonico, in una notte, abbiamo cementato il sito dei pozzi che rischia di ospitare il deposito delle scorie nucleari. Abbiamo convinto tredici Regioni a impugnare davanti alla Corte Costituzionale la Legge sul ritorno al nucleare.
Abbiamo distribuito “bollette e pillole nucleari” per informare i cittadini sui rischi del nucleare.

Campagna Nucleare:
http://www.greenpeace.org/italy/campagne/nucleare

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BachecaWeb
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martedì 22 dicembre 2009

GreenpeaceItaly

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OROSCOPO
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GreenpeaceItaly

Grazie per il tuo sostegno!

http://www.greenpeace.org/italy/sostieni/grazie-del-sostegno

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lunedì 21 dicembre 2009

Copenhagen. Durissimo commento di Greenpeace ...

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Copenhagen. Durissimo commento di Greenpeace

“Questo presunto accordo è un fiasco totale, è anche un passo indietro rispetto al protocollo di Kyoto”. E’ durissima la reazione del direttore generale di Greenpeace, il francese Pascal Husting, alla prima lettura del testo finale dell’accordo di Copenhagen. “Se un capo di stato proverà a dire che questo accordo è un successo – ha aggiunto Husting – vincerà la Palma d’Oro per la comunicazione più menzognera dell’anno”. Nella bozza circolata spariscono gli impegni vincolanti e collettivi, al loro posto un elenco delle disponibilità di ogni singolo stato. “Non c’é un solo punto – ha continuato il responsabile di Greenpeace – in cui si parla di obbligatorietà degli accordi. Il protocollo di Kyoto era insufficiente, ma almeno era vincolante. Questo testo è la prova che gli egoismi nazionali prevalgono ed è anche la versione più debole tra quelle circolate oggi”. “I dati scientifici sono certi e non possono cambiare – ha concluso Husting – Ma se dopo tanti anni si arriva a questo significa che la politica ha fallito. Allora ci sono solo due possibilità: o si cambia la politica o si cambiano i politici”.


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OROSCOPO
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venerdì 18 dicembre 2009

Il vertice a Copenhagen rischia di fallire,APPELLO URGENTE A TUTTI E TUTTE

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APPELLO URGENTE A TUTTI E TUTTE!

Il vertice a Copenhagen rischia di fallire.

Mancano due giorni, e l’accordo ancora non c’è, nelle sale del Bella Center c’è pessimismo.

Ci chiedono una firma, per consegnare la più grande petizione mai fatta nel mondo: 15 milioni di firme in tre giorni.

Ce lo chiede Avaaz.org, che ha già dimostrato in questi anni una grande capacità di mobilitazione globale on-line e una forte efficacia politica.

La petizione verrà consegnata ai capi di stato e di governo all’interno del summit.

I nomi di tutti i firmatari verranno letti nel Bella Center in una iniziativa forte, visibile e spettacolare.

Le firme raccolte ad ora, solo in un giorno, superano i 10 milioni.

Aiutiamo Avaaz a raggiungere i 15 milioni, per chiedere un accordo.

La petizione si può firmare alla pagina:

http://www.avaaz.org/en/save_copenhagen

Ci vogliono solo dieci secondi.

Diffondiamo questa mail a tutti i nostri indirizzari.

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OROSCOPO
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BachecaWeb
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Copenhagen. Crisi ambientale, crisi democratica ....

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Copenhagen. Crisi ambientale, crisi democratica

Giuseppe De Marzo ---> A Sud

Il fallimento annunciato del vertice Onu sul clima dimostra ancora una volta l'incapacità dei governi dei paesi ricchi e inquinanti di assumere decisioni a prescindere dagli interessi dei poteri forti dell'economia.

Le posizioni di Cina e Usa, come si intuiva già da un mese, insieme all’incapacità dei governi europei, hanno di fatto chiuso gli spazi per un accordo vero e utile a Copenhagen, per raggiungere un’intesa che consentisse all’umanità ed al pianeta di provare ad uscire dalla gigantesca crisi ecologica nella quale ci siamo infilati.
La riduzione necessaria delle emissioni di CO2 richieste all’unisono da scienziati e società civile di tutto il mondo è lontanissima da essere raggiunta. Avremmo bisogno di ridurre del 90 per cento le nostre emissioni entro il 2050 e di tagliarle di circa il 40 per cento entro il 2020 per evitare un aumento della temperatura media del pianeta non superiore ai due gradi. Non più di due gradi: è questa la cifra limite considerata esiziale per i nostri destini. Oltre questa c’è il baratro e l’inferno per l’umanità e per un pianeta che andrebbe incontro a catastrofi naturali di tale portata da minacciare sistematicamente la riproduzione della vita in qualsiasi parte essa si trovi.
La novità rispetto al passato e ad assisi internazionali come Joahnnesburgh o Kyoto, sta nel fatto che questa volta tutti sanno tutto e non ci sono più dubbi o fango da gettare per confondere le idee. Vi ricordate l’era Bush? Quella in cui pagavano gli scienziati per dire che il riscaldamento del pianeta non era provocato dalle attività umane o addirittura non esisteva. Oggi persino le democrazie più retrive ad ammettere le proprie responsabilità non si sottraggono alla verità lampante che è ormai sotto gli occhi di tutti. Ed anche sopra le teste di tutti…come quelle degli africani o dei latinoamericani o degli asiatici minacciati gravemente dai cambiamenti climatici in atto che stanno già provando danni incalcolabili sia sul piano sociale che economico ed ambientale.
Davanti a questa disgrazia mondiale provocata dal modello di sviluppo e di produzione e consumo capitalista, i governanti, per lo più del nord del mondo se si esclude la Cina, non riescono a trovare soluzioni adeguate, bloccate dagli interessi economici che circondano le loro carriere politiche e che continuano a tenere in ostaggio le ragioni del bene comune.
Adesso ci gireranno un pò intorno, qualcuno farà la voce grossa, ma poi ne usciranno con una posizione generica e nelle televisioni le loro facce rassicuranti trasmetteranno il messaggio che questa volta fanno sul serio, quindi non c’è da temere. Infatti, il premio Nobel per la pace Obama ha annunciato ingenti tagli del 16 per cento. Ma i furbacchioni del Senato Usa telecomandati dalle multinazionali del settore estrattivo e dai grandi studi legali della Wto, stanno solo riducendo del 4 per cento rispetto alle emissioni del 1990 [anno base da cui partiva il calcolo della riduzione decisa a Kyoto e contestata già allora in quanto considerata troppo blanda]. La riduzione del 16 per cento made in Usa è stata invece calcolata a partire dal 2005. Una furbata che solo a pensarla bisognerebbe arrossire.
Il più grande inquinatore della storia non solo non ha riconosciuto sino ad oggi le proprie responsabilità ed il debito ecologico accumulato con l’umanità, ma dice al mondo che è disposto a ridurre il suo superinquinamento solo del 4 per cento. Una nullità, la decisione presa dal Senato Usa che certamente troverà un ottimo oratore come Obama a difenderla a Copenhagen davanti ai mainstream di tutto il mondo troppo incantati dalla sua dialettica per porre delle domande attinenti o fare valutazioni lucide e realistiche.
Davanti a decisioni che avranno come conseguenza milioni di morti e catastrofi, un altro degli aspetti che emerge da Copenhagen riguarda la crisi della democrazia europea per come l’avevamo conosciuta. Per comprenderla basta osservare la maniera con cui sono stati e vengono ancora trattati i manifestanti venuti da tutto il mondo a chiedere impegni concreti al vertice. Arresti di massa e preventivi: questa la risposta della «democratica» Europa, sempre più smarrita davanti alla crisi economica ed ambientale, così spaventata da eliminare il diritto al dissenso ed alla protesta. Un vulnus che costerà carissimo, soprattutto alle forze politiche riformiste sostenitrici di una presunta democrazia liberale che, come insegna Copenhagen, non esiste più già da un po’.
Tra gli arresti molti italiani tra cui anche un’attivista come Luca Tornatore, il fisico triestino da molto tempo impegnato nei movimenti per la difesa dei beni comuni. Ma come è possibile? I governanti dopo i loro voltafaccia davanti alle aspettative del mondo sono a piede libero, con scorta e jet privato. Noi, con mezzi nostri, al freddo, a chiedere diritti per tutti e tutte e per nostra Madre Terra. La conseguenza per aver espresso questo dissenso, per Luca come per altri manifestanti, è l’arresto ed il silenzio. Addirittura nel caso di Luca si parla di altre tre settimane.
Chiediamo per Luca come per tutti gli altri, l’immediato rilascio e l’impegno dei politici italiani affinché violazioni dei diritti umani, perchè di questo si tratta nel caso degli arresti a Copenhagen, vengano denunciate per costituire un argine all’autoritarismo che investe il continente.
Un sistema vergognoso, ipocrita e ingiusto non può che produrre mostruosità e paradossi giuridici. Copenhagen segnerà uno spartiacque tra chi è con la morte e chi con la vita. Basta finte mediazioni o giochini. Non c’è più tempo. Questo sistema, questo paradigma di civilizzazione, va cambiato e sostituito con una Nuova Democrazia della Terra per costruire per tutte e tutti un «buen vivir» e per garantire titolarità e tutela giuridica alla natura, della quale siamo parte e senza la quale non potremmo sopravvivere.
Questa è la proposta di tutti i movimenti del mondo che in questi ultimi 20 anni hanno ben capito l’importanza della posta in palio ed hanno scelto di stare dalla parte della vita e dell’armonia. Una democrazia deliberativa contro una democrazia autoritaria, separata dalla vita e svuotata della partecipazione. Questo vogliamo, ed a questo bisogna lavorare da subito per realizzare anche in Italia una accumulazione di forze e soggetti capaci di costruire questo terreno comune, un nuovo vocabolario ed un’altra narrazione della politica.

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Le balene del Gargano uccise dai rifiuti ...

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Le balene del Gargano uccise dai rifiuti

Sono morti di plastica i sette capodogli spiaggiati la scorsa settimana sulla spiaggia di Cagnano, sul Gargano, in Puglia. Gli esperti che li stanno analizzando hanno trovato buste di plastica, scatole, pezzi di corda, che le balene hanno ingerito scambiandoli evidentemente per qualcosa di commestibile.


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OROSCOPO
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mercoledì 16 dicembre 2009

Copenhagen. Il Senegal ai paesi ricchi: «Basta promesse»...

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Copenhagen. Il Senegal ai paesi ricchi: «Basta promesse»

«Mi pare tutta una tattica: quella di far dimenticare con vecchie promesse quelle nuove. Ho partecipato a molti G8, e se sommo tutti i soldi che ho sentito promettere ai paesi sviluppati in quelle sedi, fanno oltre 200 milioni di dollari. Ma nessuno li ha mai visti, a noi non sono mai arrivati!» E’ la denuncia del presidente del Senegal intervenuto nella plenaria del vertice Cop15 a nome dei paesi africani. «Canterò fuori dal coro – ha affermato il presidente in uno scroscio di applausi – Tagliate le vostre emissioni, fateci delle promesse serie di finanziamento. Non vi stiamo aspettando, grazie all’aiuto della Francia abbiamo già lanciato azioni interregionali per l’adattamento e la mitigazione attraverso l’agricoltura. Arriviamo a un vero accordo, il mondo vi guarda».


Fonte: http://www.fairwatch.splinder.com/
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Copenhagen. Inquietanti nuovi dati Onu sul clima ...

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Copenhagen. Inquietanti nuovi dati Onu sul clima

Tre quarti delle vittime dei disastri avvenuti quest’anno nel pianeta sono decedute durante catastrofi naturali legate ai mutamenti climatici: lo ha reso noto Margareta Wahlström, inviato speciale Onu per la riduzione dei disastri, a margine dei lavori della Conferenza internazionale sul clima in corso a Copenhagen. Su 245 eventi catastrofici segnalati nel 2009, 224 hanno una causa meteorologica e, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità e il Centro di ricerca sull’ epidemiologia delle catastrofi, hanno coinvolto circa 55 milioni di persone.
Secondo l’Onu, le morti dovute a catastrofi naturali sono comunque diminuite lo scorso anno sensibilmente in tutto il pianeta, grazie alla diffusione di sistemi di allarme rapido, rifugi e altri metodi di protezione; ma sono aumentati in modo esponenziale i danni economici derivati da uragani, inondazioni, siccità e altri eventi meteorologici estremi, passati da sette miliardi di euro registrati nel 2008 a circa 11 miliardi quest’anno. «I disastri naturali – ha detto la Wahlström – diventano sempre più numerosi e sempre più violenti: è una tendenza che abbiamo cominciato a notare negli ultimi 20 anni e che non lascia presagire niente di buono».


Fonte: www.misna.org

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OROSCOPO
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martedì 15 dicembre 2009

Copenhagen. I timori dell'Africa, polmone del mondo...

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Copenhagen. I timori dell'Africa, polmone del mondo

www.misna.org

Da Misna, un breve ma interessante articolo sul summit Onu di Copenhagen, visto però dal continente africano: responsabile di meno del 4 per cento delle emissioni mondiali di gas serra.

[da www.misna.org] «L’Africa subisce i torti fatti alla natura da altri»: le parole di Athanase Bopda, ricercatore dell’Istituto camerunense di cartografia inviato a Copenhagen come esperto dell’Unione Africana [Ua], esprimono un sentimento diffuso in un continente responsabile di meno del 4 per cento delle emissioni mondiali di gas serra.
«I grandi inquinatori – sostiene Bopda – temono di vedere emergere altre potenze, che inquinano come loro; sanno di fare un commercio di ipocriti». Insieme con decine di altri delegati, il ricercatore camerunense sostiene la posizione dell’Unione Africana sui risarcimenti, una delle questioni più complesse in discussione alla conferenza dell’Onu nella capitale danese. L’Ua chiede stanziamenti equivalenti a 46 miliardi di euro l’anno, necessari per mitigare le conseguenze dei mutamenti climatici in una delle regioni del mondo più colpite dal surriscaldamento planetario. Secondo Bopda, l’ipocrisia del Nord del mondo si manifesta anche negli appelli a difendere i «polmoni verdi» del pianeta, dall’Amazzonia al bacino del fiume Congo, una regione estesa per oltre due milioni di chilometri quadrati.
«Gli europei abbattono gli alberi dal Medioevo – sottolinea il ricercatore – ma non si sono mai chiesti se questo provochi conseguenze in Africa. Ora il nostro continente è indicato come uno dei polmoni dell’umanità per la sua foresta equatoriale: questa foresta, però, è la risorsa della quale vivono le comunità africane».
Finora, i negoziati di Copenhagen hanno prodotto solo bozze di accordi e polemiche. È possibile che qualcosa cambi da domani, quando dovrebbero concludersi le sessioni tecniche e cominciare i colloqui politici con l’arrivo di oltre cento fra capi di stato e di governo. Fonti di stampa internazionali riferiscono che i paesi a sud del Sahara chiederanno alle potenze industriali di tagliare le emissioni del 40 per cento entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990. Al di là di cifre e impegni ancora lontani, restano i dubbi dell’opinione pubblica d’Africa.
In un editoriale pubblicato dal quotidiano ugandese The Monitor, si sostiene che «finora i paesi ricchi si sono limitati a fare sulla carta promesse grandiose senza ottenere alcun risultato concreto». A titolo di esempio, il giornale ricorda gli impegni sugli aiuti allo sviluppo assunti durante il vertice del G8 nel 2005 a Gleneagles: entro il 2010 dovrebbero essere consegnati 25 miliardi di dollari l’anno, ma a oggi non è stata raggiunta neanche quota 10.


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OROSCOPO
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venerdì 11 dicembre 2009

I fatti e gli affari sul cambiamento climatico ........

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I fatti e gli affari sul cambiamento climatico

Erasmo Venosi

Mentre è in corso a Copenhagen la quindicesima Conferenza delle parti sul clima e mentre c'è chi afferma che più emissioni salveranno l'ambiente, ecco un quadro degli effetti che i cambiamenti climatici avranno in Italia.

«La Conferenza di Copenhagen, per la definizione degli impegni da assumere, per contenere le emissioni che alterano il clima, ha scatenato i negazionisti nostrani. Abbiamo letto sul Quaderno Special di una rivista di geopolitica, la straordinaria tesi che «più emissioni salveranno l’ambiente». L’autore è un direttore di un centro ricerche, collegato a società impegnate a contrastare il consenso sui cambiamenti climatici. La società collegata è il Cne [Centre New Europe] che ha ricevuto 170 mila dollari, dalla società petrolifera Exxon Mobil. Un’analisi dei modi utilizzati da questa compagnia petrolifera [la più grande del mondo], nel finanziare gli «scettici climatici» è rinvenibile cliccando, «I segreti di Exxon». Altra fonte d’informazione, il Rapporto «Smoke, Mirror & Hot Air» dell’Union Concerned Scientists.

Nessuna certezza su quanto potrà accadere agli ecosistemi a causa del clima che cambia, per la semplice ragione che la scienza climatica è di natura osservativa e non sperimentale. I modelli utilizzati nella scienza climatica per le predizioni, analizzano scenari e a ognuno di essi, associano una probabilità di realizzazione dell’evento.
Uno scenario è una traiettoria nello spazio degli eventi possibili. Il determinismo possibile in altri ambiti scintifici, viene meno nella scienza climatica, essendo il clima un sistema caotico che è sinonimo di complesso, e sintetizzato dalla nota metafora un battito di ali di farfalla in Indonesia, può determinare un uragano in California. Fatte queste premesse possiamo elencare le conseguenze che i cambiamenti climatici determineranno, nell’area mediterranea e in Italia.
L’area mediterranea a causa delle specificità dei suoi ecosistemi naturali, possiede una vulnerabilità accentuata verso gli eventi estremi: alluvioni, inondazioni, siccità, terremoti, stabilità geologica ed idrogeologica. I cambiamenti climatici aggraveranno tale vulnerabilità. L’innalzamento del mare nel Mediterraneo varierà secondo IPCC, tra i 18 e i 30 cm senza considerare i fattori di subsidenza naturale che variano da zona a zona.Il territorio italiano a rischio di inondazione sarebbe pari a 4500 chilometri quadrati di zone costiere e pianure, così ripartite: 25 per cento al nord, 63 per cento al sud e il resto al centro. Le zone maggiormente a rischio sono quelle, del golfo di Manfredonia e del golfo di Taranto. Regioni come il Veneto subiranno le invasioni del mare per decine di chilometri. L’invasione delle coste basse, congiuntamente alla ridotta capacità di
ripascimento delle spiagge per ridotto apporto di detriti solidi da parte dei fiumi [la quantità di acqua trasportata dai fiumi si è ridotta a causa delle minori precipitazioni] fa aumentare l’erosione delle coste e la salinità nei punti di immissione dei fiumi nel mari. Secondo Enea sono a rischio di inondazione e di erosione, tutta l’area veneziana e l’Alto Adriatico, compreso tra Monfalcone e Rimini. Uguale rischio per le aree costiere comprese tra la foce dei fiumi Magra, Arno, Ombrone, Tevere,
Volturno, Sele e i tratti delle coste pontine e del Tavoliere delle Puglie.

Altri effetti riguarderanno l’agricoltura: diminuzione delle precipitazioni e temperature crescenti, faranno aumentare il rischio di aridificazione. In particolare nell’Italia meridionale sono a rischio i sistemi locali. Aumenteranno in frequenza e in intensità gli eventi estremi come alluvioni e siccità. Rispetto a tali potenziali rischi, lo straordinario governo italiano non opera né per la riduzione delle emissioni e nemmeno per la meno costosa ed efficace strategia di adattamento, dei sistemi territoriali per ridurre la vulnerabilità del territorio, agli eventi climatici estremi.

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giovedì 10 dicembre 2009

Copenhagen: mobilitazione per difendere il Protocollo di Kyoto.....

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Copenhagen: mobilitazione per difendere il Protocollo di Kyoto

Alberto Zoratti Fair

Cina, India, Brasile ma anche altri paesi latinoamericani affossano la bozza di accordo preparata dal governo danese. E chiedono a Obama di portare gli Usa nella cornice del Protocollo di Kyoto, senza cercare altri accordi che non spingono al taglio delle emissioni.

Si è dovuto scomodare persino il presidente della Commissione europea Barroso per chiarire che il «Danish text», il documento girato tra le mura della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, in corso a Copenhagen, tutto era fuorché un accordo preconfezionato alle spalle dei Paesi emergenti. I colpi di obice sono arrivati in rapida successione dopo le 13, in due conferenze stampa una di seguito all’altra; la prima dei Paesi aderenti all’Alternativa Bolivariana per le Americhe [Alba], l’associazione di paesi latinoamericani spinta e sostenuta dal venezuelano Hugo Chavez, la seconda della Cina e del gruppo del G77, i pesi massimi di questo vertice assieme agli Stati Uniti. La parola d’ordine è «non si abbandona il Protocollo di Kyoto»: per Ecuador, Venezuela e Bolivia rappresenta l’unica cornice legale vincolante e condivisa su cui basare ogni altro passo per combattere il cambiamento climatico.
E secondo il Venezuela non esiste alcun documento che possa cambiare lo status quo senza che ci sia una reale volontà politica condivisa ampiamente. Ecco servita, senza tanti commenti, la risposta al presidente Barroso.
Mezz’ora dopo il portavoce del gruppo che unisce Cina più il G77, Lumumba Di-Aping, è stato ancora più chiaro: «Chiediamo al Presidente Obama, come vincitore del premio Nobel per la pace, campione del multilateralismo e orgoglioso di provenire dall’Africa, persona che ha in quel continente fratelli e sorelle, di portare gli Stati Uniti all’interno del protocollo di Kyoto. È tempo di salvare il mondo, non è tempo di rinventare quello che abbiamo già concordato». Insomma non c’è spazio per tatticismi, è l’ora che i Paesi industrializzati facciano propria la responsabilità storica dell’inquinamento che la loro crescita economica ha causato, e decidano di pagare il debito ecologico che hanno contratto con il pianeta.
«Avete erogato miliardi di dollari per salvare banche e budget – ha rilanciato Lumumba – perché volete tirarvi indietro quando si deve salvare il mondo? C’è bisogno di un cambiamento di consumi, di modello di produzione, ma anche di leadership – ha concluso – Gli Usa sono intervenuti in tutto il mondo per assicurare la pace negli ultimi decenni. Oggi sono in discussione la sicurezza e la pace del mondo. C’è bisogno degli Stati Uniti».
E’ l’offensiva diplomatica che sta intorno alla bozza di accordo finale elaborato da Paesi emergenti come la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica ed il Sudan e che è stato diffuso dalle pagine del quotidiano francese Le Monde: il documento riporta tutto sotto l’egida delle Nazioni Unite, anche il fondo di finanziamento che gli Stati Uniti vorrebbero nelle mani della Banca Mondiale, e soprattutto rilancia il Protocollo di Kyoto. Proprio il protocollo che gli Stati Uniti non hanno mai accettato e che vorrebbero «superare» con un altro accordo, meno vincolante per i Paesi industrializzati.
E a Copenhagen continuano a sbarcare delegati ed attivisti. Le attese per la manifestazione del 12 dicembre, che sarà la punta di diamante di migliaia di iniziative in tutto il mondo per chiedere che si cambi modello di sviluppo e si tuteli il pianeta, stanno superando ogni previsione. E il 16 dicembre, quando la società civile di tutto il mondo sfilerà per «reclaim the power», si sta avvicinando.


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OROSCOPO
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mercoledì 9 dicembre 2009

GREENPEACE SCALA IL COLOSSEO: FATE LA STORIA A COPENHAGEN!

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OROSCOPO
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GREENPEACE SCALA IL COLOSSEO: FATE LA STORIA A COPENHAGEN!



Questa notte abbiamo “conquistato” il Colosseo. Otto attivisti sono saliti sul monumento simbolo di Roma e hanno aperto uno striscione di 300 metri quadrati: "COPENHAGEN, ACCORDO STORICO ADESSO. Make history NOW!". Ai piedi del Colosseo cinquanta volontari hanno composto con i loro corpi la scritta umana "Act now".

A Copenhagen qualsiasi accordo genericamente politico – e non legalmente vincolante – o che voglia dilazionare nel tempo gli impegni è un modo per sprecare un'occasione storica.

A incontrare gli attivisti in azione al Colosseo è arrivato anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha appoggiato la protesta, chiedendo al Governo italiano di essere forza trainante per l’accordo sul clima. Ci auguriamo che un simile appello, in arrivo da un esponente della stessa maggioranza, sia di stimolo perché Berlusconi abbandoni l’atteggiamento di retroguardia sia in sede europea che a Copenhagen.

Non è troppo tardi! Ma è necessario che i Paesi industrializzati siano i primi a fare il primo passo impegnandosi a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40% al 2020, e garantendo risorse finanziarie pari a 110 miliardi di euro all'anno per fronteggiare i cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo.

Il nostro rapporto Energy [R]evolution mostra che ce la possiamo fare. Anche se qualcuno prova a intimidirci. Oggi, infatti, il Financial Times ha pubblicato in esclusiva la notizia che Enel ha chiesto a Greenpeace 1.600.000 euro di danni per le azioni di protesta dei nostri attivisti presso le centrali a carbone.
Se Enel pensa di imbavagliarci, otterrà il risultato opposto.
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DETTAGLI SUL SITO :
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/briefings-copenhagen
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BachecaWeb
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Copenhagen: il Mondo vi guarda .....

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Copenhagen: il Mondo vi guarda

Alberto Zoratti Fair


«Tenete in considerazione gli impatti che potrebbero avere le tempeste di sabbia che potrebbero colpire gli Stati del Nord Africa e dell’Europa meridionale». E’ la conclusione dell’intervento del delegato dell’Egitto alla prima plenaria alla Conferenza delle Parti di Copenhagen sui cambiamenti climatici: dieci giorni per cambiare rotta, per mettere in gioco seri e concreti strumenti per mitigare le emissioni e sviluppare politiche di adattamento per gli impatti di un clima oramai impazzito.
Copenhagen è oramai diventata Hopenhagen, il porto della speranza. Oltre 35mila delegati al posto dei 15mila previsti hanno mandato in tilt il giorno dell’inaugurazione il sistema di accreditamento. E’ una città oramai al centro del mondo, centinaia i giornalisti presenti, migliaia gli attivisti e le organizzazioni di base che hanno visto in questo appuntamento il «last call» per cambiare realmente il passo. Ma tutto ciò rischia di non bastare se assieme all’impegno specifico sul clima non si decide di cambiare radicalmente anche il sistema economico. Su un rapporto fatto circolare a Ginevra in occasione della ministeriale Wto, Olivier De Schutter, rapporteur delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, chiarisce come le liberalizzazioni e l’apertura dei mercati non siano lo strumento più adatto per combattere realmente la povertà, la fame del mondo e il cambiamento climatico.
Vanno modificate le regole globali, ed il sistema commerciale e finanziario deve essere riportato all’interno di una cornice regolamentare che faccia i conti con i limiti dello sviluppo ed i diritti umani e dell’ambiente.
Buona parte dei movimenti sociali qui presenti erano in prima linea pochi giorni fa a Ginevra per la ministeriale Wto. Una carovana di contadini, pescatori ed attivisti è partita dalla Svizzera per raggiungere la Danimarca, perché ora più che mai è necessario esserci.
I giochi sono ancora molto aperti. Cina e G77 saranno l’altro attore di questa Conferenza, assieme agli Stati Uniti che in seguito alla presa di posizione dell’Environmental Protection Agency di ieri, secondo cui le emissioni di gas serra sono realmente rischiose, dovrà prendere una posizione più chiara sulla volontà di chiudere un accordo. Nonostante il Congresso.
Ma anche gli altri Paesi non faranno la parte degli spettatori: i Paesi più poveri come il Bangladesh; i Paesi insulari come Grenada; i Paesi africani come il Lesotho chiedono con chiarezza una nuova politica di gestione delle foreste, che blocchi la deforestazione e la degradazione delle foreste, rispettando le comunità locali ed i popoli indigeni.
La COP15 sarà un’arena fino al 18 dicembre. Ed i movimenti sociali hanno molto da dire. A cominciare dalla strategia inside-outside, cioè quella di unire il lavoro di lobbying all’interno e a fianco delle delegazioni governative con le mobilitazioni che ogni giorno salgono di intensità, in attesa dell’appuntamento del 12 dicembre.
C’è una parola d’ordine, qui a Copenhagen, rivolta ai delegati: «The World is watching», «il mondo vi guarda». Per questo è venuto il momento per i movimenti sociali, per tutti noi, di non rimanere più alla finestra.


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OROSCOPO
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lunedì 7 dicembre 2009

Copenhagen al via. Ci sarà anche Obama


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Copenhagen al via. Ci sarà anche Obama


L'ultimo colpo di scena è quello annunciato venerdì sera dalla casa Bianca: il presidente degli Stati uniti Barack Obama parteciperà andrà il 18 dicembre a Copenhagen per partecipare al vertice dell'Onu sul clima, insieme a un centinaio di altri capi di stato e di governo. La partecipazione di Obama è senza dubbio un segnale positivo per la conferenza che comincia oggi nella capitale danese (e durerà ben due settimane, per concludersi con tre giorni di vertice dei capi di stato). «Dopo mesi di attività diplomatica ci sono reali progressi verso un accordo significativo», dichiara la Casa Bianca per spiegare la decisione di Obama di presenziare al giorno conclusivo del vertice, cioè al momento di avallare decisioni politiche (invece che cavarsela con un saluto il 9 dicembre, sulla via di Oslo dove prenderà il Nobel per la pace).
Neanche la presenza di Obama però garantisce l'accordo globale sul clima in discussione ormai da due anni. Anzi: sembra ormai scontato che la conferenza di Copenhagen non si concluderà con un accordo vincolante (come è il protocollo di Kyoto, che impone ai paesi industrializzati di tagliare le loro emissioni di gas di serra complessivamente del 5,2% rispetto al 1990 entro il 2012). Si parla invece di un primo «accordo politico», con l'impegno a riconvocarsi nel 2010 per arrivare a un vero e proprio trattato.
Il primo punto contrastato riguarda gli obiettivi: quanto è necessario diminuire la concentrazione di gas di serra nell'atmosfera (quindi le emissioni) per contenere l'ormai inevitabile aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi, soglia del disastro. Nelle ultime due settimane alcuni dei «grandi emettitori» di gas di serra hanno definito i propri impegni. Gli Usa si propongono emettere il 17% meno dell'anno 2004 entro il 2020: rispetto al nulla fatto negli anni dell'amministrazione Bush è significativo, ma è solo un taglio del 3% rispetto al 1990, anno di riferimento dei negoziati (l'Unione europea ha proposto già l'anno scorso di tagliare del 20% rispetto al 1990 entro il 2020, e offre di tagliare anche del 30% se a Copenhagen ci sarà un accordo serio). Poi c'è la Cina, primo emettitore mondiale di anidride carbonica (CO2): la scorsa settimana ha annunciato che si impegna a diminuire l'intensità di carbonio (la quantità emessa per unità di prodotto) tra il 40 e 45% entro il 2020: significa aumentare le emissioni, ma con una curva ben più bassa che se seguisse al ritmo attuale. L'India è stato l'ultimo tra i grandi paesi (per popolazione e per trend di crescita dell'economia) a farsi avanti: venerdì il ministro dell'ambiente Jairam Ramesh ha detto che si presenterà al negoziato di Copenhagen con l'impegno a diminuire l'intensità di carbonio del 20-25% entro il 2020 (rispetto al 2005). A rafforzare la posizione indiana, ieri New Delhi ha fatto sapere che il primo ministro Manmohan Singh andrà al vertice di Copenhagen.
Cina e India dunque accettano di prendere degli impegni: ma solo voliontari, dicono che non firmeranno obblighi vincolanti. Anzi, non firmeranno nulla se i paesi industrializzati, a cui spetta la prima responsabilità storica, non accetteranno di tagliare le loro emissioni almeno del 40% rispetto al '90 entro il 2020.
L'altro punto controverso sono i finanziamenti: un fondo per aiutare i paesi in via di sviluppo a diminuire le loro emissioni (adottando tecnologie più avanzate e «pulite»), e uno per aiutarli ad adattarsi agli effetti del cima che comunque cambierà. Per ora solo l'Unione europea ha fatto cifre: serviranno 100 miliardi di euro l'anno da qui al 2020, e offre per cominciare 5-7 miliardi l'anno tra il 2010 e il 2012.

Marina Forti


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BachecaWeb
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giovedì 3 dicembre 2009

Berlusconi di ghiaccio è apparso...........

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OROSCOPO
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Roma, Italia — Un Berlusconi di ghiaccio è apparso questa mattina al fianco delle statue dei grandi imperatori del passato nei Fori Imperiali a Roma. La statua di ghiaccio dovrebbe sciogliersi in circa quattro giorni, esattamente all'apertura del vertice delle Nazioni Unite sul clima di Copenhagen.

Si tratta di un omaggio al Presidente del Consiglio per la decisione di partecipare ai lavori del vertice di Copenhagen. Andare a Copenhagen è sicuramente una decisione positiva. Tuttavia, oltre a partecipare alle 'vetrine' internazionali, occorrerebbe perseguire politiche coerenti qui in Italia, politiche che al momento non ci sono.

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ROMA, FORI IMPERIALI: BERLUSCONI SI SCIOGLIE AL SOLE

Cari cyberattivisti,
un vero leader non si scioglie al sole! Eppure questo è quanto sta accadendo in questo momento a Silvio Berlusconi. Greenpeace ha posizionato stamattina una statua di ghiaccio, raffigurante il Presidente del Consiglio, al fianco delle statue dei grandi imperatori del passato nei Fori Imperiali a Roma.

La statua è un omaggio a Silvio Berlusconi, per la decisione di partecipare ai lavori del vertice delle Nazioni Unite sul clima di Copenhagen. Ma il suo ghiaccio si scioglie al sole – come quello dei poli a causa del riscaldamento globale – per effetto dell’inconsistenza della posizione italiana su un tema così importante come quello dei cambiamenti climatici.

La statua di ghiaccio dovrebbe sciogliersi in circa quattro giorni, esattamente all’apertura del vertice di Copenhagen, il prossimo 7 dicembre. Andare a Copenhagen è sicuramente una decisione positiva da parte di Berlusconi: tuttavia, oltre a partecipare alle ‘vetrine’ internazionali, occorrerebbe perseguire politiche coerenti qui in Italia, politiche che al momento non vediamo. Sul clima, Berlusconi rischia di essere dunque un leader che si scioglie.

Per l’occasione Greenpeace diffonde oggi il rapporto“Energy [R]evolution – Uno scenario energetico sostenibile per l’Italia”, il primo studio che mostra i potenziali di crescita delle fonti rinnovabili in Italia.
Secondo il rapporto, le fonti rinnovabili saranno in grado di coprire circa il 60% della domanda di energia primaria del Paese, riducendo le emissioni di gas serra del 71% al 2050, rispetto ai livelli del 1990. L’Italia continua, invece, in una folle politica di ritorno al nucleare e al carbone che impedirà di centrare gli obiettivi internazionali ed europei di riduzione delle emissioni di gas serra. Cosa che esporrà il Paese a nuove sanzioni, con costi per lo Stato e per i contribuenti.

link di riferimento:

http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/energy-revolution-italia
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BachecaWeb
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giovedì 26 novembre 2009

La Fine Delle Api


Se vedete un'ape che muore, preoccupatevi.
 Albert Einstein disse:
 Se l'ape scomparisse, all'uomo resterebbero quattro anni di vita.




La Fine Delle Api

Se vedete un'ape che muore, preoccupatevi. Albert Einstein disse: Se l'ape scomparisse, all'uomo resterebbero quattro anni di vita. Le api producono miele, pere, mele, pomodori, trifoglio, erba medica, latte, carne. Trasportano il polline e trasformano il mondo in cibo. Le api, un bioindicatore dell'ambiente, sono una specie a rischio. Oggi loro, domani noi. Il Guardian nellarticolo Honeybee deaths reaching crisis point riporta che un terzo dei 240.000 alveari britannici è scomparso durante linverno e la primavera. Il ministro inglese Rooker ha dichiarato che, se non cambierà nulla, entro dieci anni non ci sarà più unape nellisola. Le api contribuiscono alleconomia britannica per 165 milioni di sterline allanno per la produzione di frutta e verdura. Oltre al miele naturalmente. La Honey Association prevede che il miele locale sarà finito in Gran Bretagna entro Natale. Riapparirà sulle tavole soltanto nellestate del 2009. La crisi è mondiale. Il maggior produttore di miele è lArgentina che ha ridotto del 27% le sue 75.000 tonnellate annue. Negli Stati Uniti (-25% degli alveari nel 2008) e nel resto del mondo le api ci stanno lasciando. In Italia è una strage. Nel 2007 sono morte il 50% delle api, persi 200.000 alveari e 250 milioni di euro nel settore agricolo. Ma non è una priorità. Gli inutili soldati nelle strade, il bavaglio alla Giustizia con la separazione delle carriere, le impronte ai bambini Rom, il lodo Alfano per la messa in sicurezza della banda dei quattro, gli inceneritori della Impregilo. Queste sono priorità! Perché le api muoiono? Per lambiente, il clima, la varoa (un acaro), i pascoli trasformati in coltivazioni di soia per i biocarburanti, per i pesticidi, linquinamento dei corsi dacqua. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder) perché la razza umana sta avvelenando il mondo. Qualcosa in Italia si può fare e subito. Vietare luso dei pesticidi nicotinoidi. In Francia lo hanno già fatto. Sulle api hanno leffetto della nicotina. Gli fanno perdere il senso dellorientamento, non riescono a ritornare nellalveare e muoiono. Chi usa o produce un pesticida nicotiniode mette a rischio, oltre alle api, anche la nostra sopravvivenza. Datemi una mano, inserite nei commenti di questo post informazioni sui produttori, sugli utilizzatori, sulle conseguenze sullambiente.

Continua l'ecatombe delle api

Più di 30 milioni trovate morte in Ontario!
Poco dopo che 50.000 api sono state trovate morte in un parcheggio dell’Oregon, l’incredibile cifra di 37 milioni di api sono state trovate morte a Elmwood, Ontario, Canada.
Dave Schuit, un apicoltore di Elmwood ha perso 600 alveari. Egli punta il dito contro gli insetticidi... continua a leggere
http://cipiri6.blogspot.it/2013/07/continua-lecatombe-delle-api.html


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martedì 24 novembre 2009

USA E CINA CONTRO COPENHAGEN. INONDIAMOLI DI MAIL!

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USA E CINA CONTRO COPENHAGEN. INONDIAMOLI DI MAIL!

Cari cyberattivisti,
i presidenti del Governo americano e cinese - Barack Obama e Hu Jintao - hanno recentemente affermato di voler ridurre il vertice di Copenaghen a un mero accordo politico senza impegni concreti. Perciò, insieme a Legambiente e Wwf, abbiamo invitato tutti cittadini a mobilitarsi contro questo accordo al ribasso sul clima per ridurre la portata delle decisioni da prendere nel prossimo vertice sul Clima. Vogliamo che Obama e Jintao cambino idea!

Il summit deve rimanere la sede di un accordo concreto sul clima, con la sottoscrizione di obiettivi quantificati e di impegni finanziari precisi. Questa occasione non può essere rimandata a data da definire, perché l’innalzamento della temperatura del pianeta ha già raggiunto il livello di guardia e molti Paesi già ne patiscono pesantemente le conseguenze.

Inondiamo di e-mail le sedi delle rappresentanze statunitensi e cinesi, scriviamogli su facebook, facciamogli capire che ai cittadini l’accordo “politico” Usa-Cina non piace perché rimanderà ancora gli impegni concreti. Occorre, invece, che venga raggiunto un accordo “vincolante” su tutte le parti del nuovo trattato salva-clima che deve dare un futuro al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

Ambasciata Usa a Roma: uscitizensrome@state.gov
Ambasciata cinese a Roma: chinaemb_it@mfa.gov.cn
Facebook ufficiale Casa Bianca http://www.facebook.com/WhiteHouse

lunedì 23 novembre 2009

Civitavecchia, rifiuti tossici nella centrale a carbone

Civitavecchia, rifiuti tossici nella centrale a carbone


«Venite a vedere dove l’Enel dove tiene i rifiuti della combustione della centrale Torre Valdaliga nord. Questo è il carbone pulito», scrive il movimento No coke dell’altro Lazio alla Commissione europea. Denunciano l’ennesimo caso di rischio per il territorio e di omissione di controllo, venuto alla luce dopo la pubblicazione di alcune foto su centumcellae.it: cumuli di rifiuti della combustione del carbone abbandonati sul terreno, nell’incuria più totale, nei piazzali interni alla centrale. «Dove sono i controlli che avrebbero dovuto garantire la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini? – chiedono i No coke – Osservatorio ambientale, tavolo della salute, cosa stanno facendo se chiunque può verificare che tutte le indicazioni e prescrizioni della Via e dei vari atti autorizzativi vengono puntualmente inosservate, alla faccia della salute dell’intero comprensorio». Sono indignati i No coke, perché i problemi dello stoccaggio delle ceneri e della loro pericolosità per smaltirli erano stato fra gli argomenti [tanti] a cui Enel non ha mai dato un’esauriente risposta. «Risposta che oggi è evidente a tutti».

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No al carbone nel parco del Delta

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No al carbone nel parco del Delta

Francesco Casoni

Il ministero dell'ambiente ha detto sì, ora manca la firma del ministro Scajola. Ma a combattere il carbone dell'Enel, nel Delta del Po, con gli ambientalisti ci sono anche le categorie economiche, che insieme ricorrono al Tar. Silenzio invece dall'Emilia Romagna, patria del segretario del Pd Bersani, noto sostenitore del combustibile fossile.

E’ l’ora dei ricorsi al Tar contro la riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle, nel cuore del parco naturale del Delta del Po, che ha ricevuto il via libera del ministero dell’ambiente e attende il decreto del ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola.
A tentare l’ultima resistenza è un manipolo di associazioni, comitati cittadini, pescatori e operatori turistici. L’idea di un camino fumante in mezzo al Delta non piace agli ambientalisti, ma preoccupa anche Rosolina, il più importante centro balneare della provincia di Rovigo. Così tra i promotori del ricorso al Tar del Lazio, depositato la settimana scorsa dall’avvocato Matteo Ceruti, ci sono l’Assagaime, associazione di agenzie immobiliari e turistiche con un migliaio di appartamenti a Rosolina, il Consorzio operatori balneari, in rappresentanza di una decina di stabilimenti, i villaggi Club Srl e Rosapineta Sud e anche i Consorzi pescatori Delta Nord e Po di Maistra, oltre ai «soliti» Greenpeace, Italia Nostra, Wwf e Comitato cittadini liberi di Porto Tolle. Insomma, ci sono anche le categorie produttive, che evidentemente sognano per il Delta uno sviluppo economico basato sulle peculiarità del territorio e non sulle dubbie ricadute economiche della centrale.
Ventisette i punti toccati dal ricorso, a partire dall’emendamento inserito dal Governo nel «decreto incentivi», una vera e propria norma ad hoc sul carbone, pensata per aggirare la legge del Parco del Delta del Po. Peccato però che lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una lettera inizialmente riservata, abbia espresso dubbi sulla legittimità costituzionale e sulla pertinenza dell’emendamento, ma anche sulla sua sostenibilità economica: se a regime la centrale emetterà oltre 10 milioni di tonnellate l’anno di anidride carbonica, per rispettare i limiti del trattato di Kyoto l’Italia dovrà comprare quote da altri paesi «virtuosi» oppure pagare multe salate. Tra i punti deboli dell’iter che ha autorizzato la riconversione, l’avvocato Ceruti rileva l’esclusione della Regione Emilia Romagna e quella ancora più clamorosa dell’Ente parco del Delta del Po. Un capitolo a parte va poi dedicato ai pareri ignorati, da quello dell’Arpa Veneto che imponeva limiti alle emissioni più rigorosi di quelli autorizzati, a quello della soprintendenza di Verona, secondo cui l’impianto non è armonizzabile in alcun modo con il paesaggio del Delta. E, ancora, la mancanza di un confronto con la soluzione a metano, la scarsa considerazione dell’impatto sull’ambiente di una zona umida unica al mondo e l’assenza di valutazioni sull’apporto di polveri e metalli pesanti nel bacino padano.
Dopo il Tar, resta ancora possibile fare ricorso al capo dello Stato entro metà dicembre, soluzione già annunciata dal Comune di Rosolina. Non si hanno notizie, invece, dal versante emiliano. La Regione Emilia Romagna avrebbe dovuto curare il ricorso di alcuni comuni del ferrarese interessati dalle ricadute e della stessa Provincia di Ferrara. Ma non se n’è fatto nulla. Scelta politica? Non è un mistero che il segretario nazionale del Pd, l’emiliano Pier Luigi Bersani, sia un sostenitore del carbone. Del resto anche nella politica rodigina pare ormai prevalere il pensiero unico sulla centrale. L’amministrazione provinciale di centrosinistra per anni ha avuto una posizione ambigua Poi, per renderla chiara, al ballottaggio di giugno ha sbattuto la porta in faccia alle liste civiche dei comitati per l’ambiente, alleandosi invece con una civica guidata da un ex Fiamma Tricolore. Vinte di nuovo le elezioni, oggi il dibattito sul carbone è solo sulle ricadute economiche. Ed è caldo. Forse perché il prossimo anno si vota per le regionali e perché molti si stanno accorgendo che per l’economia locale i guadagni saranno molto più modesti di quanto promesso.
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