mercoledì 4 marzo 2009

Il ritorno dell'Italia al nucleare conviene solo alla Francia



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Wwf e Greenpeace bocciano l'accordo italo-francese. Confindustria invece appoggia la scelta governativa


L'atomo italiano ha bisogno della Francia

Le principali associazioni ambientaliste si schierano contro la decisione governativa del ritorno dell'Italia al nucleare. Secondo il Wwf, il risultato del recente accordo italo-francese è che l'Italia non sarà più dipendente soltanto dal punto di vista delle fonti energetiche, ma anche da quello tecnologico. «L'Italia non possiede miniere di uranio (perlopiù concentrate in Australia e Kazakistan) - osserva una nota del Wwf - e comunque tali riserve sono appena sufficienti ad alimentare gli attuali 440 reattori per 40-50 anni. Quindi le nuove centrali annunciate avrebbero problemi di alimentazione e arriverebbero tardi , come dimostra la vicenda dell'Epr in Finlandia (OL3), ufficialmente in ritardo di 3 anni sui tempi di costruzione e costato almeno 2 miliardi di Euro in più di quanto preventivato». Secondo gli ecologisti, il nucleare offre anche un contributo modestissimo al fabbisogno energetico mondiale (circa il 6,2%), addirittura inferiore a quello dell'idroelettrico (per la Iea nel 2006 la produzione idroelettrica ammontava a 3.121 TWh contro i 2.793 TWh del nucleare).

Dello stesso tenore le dichiarazioni di Greenpeace: «Il nucleare - ha commentato Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia - è una fonte costosa, rischiosa e basata su una risorsa, l'uranio, molto limitata. Una scelta scellerata che serve solo a pochi interessi di un settore che il mercato ha già bocciato. Un accordo a tutto vantaggio di Sarkozy, che sta cercando di tenere in piedi l'industria nucleare francese. All'Italia, invece, non offre nessuna garanzia di maggiore indipendenza energetica - tecnologia e combustibile arrivano dall'estero - ed è anzi contro gli obiettivi europei di breve termine ».

L'energia atomica - sostiene Greenpeace - non ha risolto nessuno dei suoi problemi, da quello delle scorie alla sicurezza intrinseca alla proliferazione nucleare: «Anche raddoppiando l'attuale numero di reattori (cosa che accelererebbe l'esaurimento delle risorse accertate di uranio) - denuncia l'associazione non governativa - il contributo del nucleare alla riduzione delle emissioni sarebbe marginale, non oltre il 5%. Con gli stessi investimenti in maggiore efficienza energetica negli usi finali l'effetto di riduzione delle emissioni sarebbe fino a sette volte superiore. Il nucleare sottrarrà risorse allo sviluppo delle rinnovabili, oggi ferme al 16%, e il risultato potrebbe essere una nuova procedura d'infrazione davanti alla corte Europea».


Confindustria, al contrario, ha salutato con soddisfazione l'intesa italo-francese sull'energia atomica: «Bene l'accordo Francia-Italia sul nucleare. Il Governo così anticipa i tempi, dimostra determinazione e soprattutto risparmia.» È il giudizio di Antonio Costato, vicepresidente di Confindustria per l'energia e il Mercato, che spiega: «Confindustria da tempo raccomanda che la tecnologia venga scelta al più presto, e che sia di un tipo solo, massimo due, perché le centrali saranno minimo sei e massimo dieci e perché c'e' il rischio che quello che oggi costa cinque, possa tra sette anni, alla posa effettiva della prima pietra, costare dieci, con tempi di consegna raddoppiati».

«Non possiamo più permetterci - sostiene Costato - le esitazioni e i costi aggiuntivi dettati dalle incertezze: lo Stato deve usare la sua forza nell'interesse dei cittadini e per farlo Confindustria sostiene la necessità di modificare il Titolo V della Costituzione. La scelta di garantire o meno al nucleare una sorta di 'preferenza' nella consegna (così da contenere i rischi merchant e favorire la finanzi abilità dei progetti) potrà avere effetti importanti soprattutto sui produttori marginali (in particolare le centrali alimentate a gas), il cui mercato con la partenza del nucleare e' destinato a restringersi».

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