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giovedì 4 giugno 2009

Le pratiche del buen vivir a Terra futura

Le pratiche del buen vivir a Terra futura

Gianluca Carmosino

Lo scorso fine settimana la Fortezza da Basso di Firenze ha ospitato la sesta edizione di Terra futura, la grande mostra-mercato organizzata dalla Fondazione culturale responsabilità etica. Idee ed esperienze di economia antiliberista

Forse ha ragione Francois Houtart, sociologo belga e prete cattolico fondatore del Cetri Tricontinentale: a Terra futura, la mostra-convegno internazionale sulle buone pratiche promossa lo scorso fine settimana a Firenze dalla Fondazione culturale responsabilità etica [del gruppo Banca etica], Houtart in un incontro con Saskia Sassen e altri ha spiegato che per uscire dalla crisi ci sono tre possibilità: la prima è di cambiare gli attori, a cominciare dai banchieri, perché incapaci o corrotti. La seconda, neokeynesiana, è chiedere di regolamentare il sistema divenuto troppo selvaggio. La terza, invece, mira a un cambiamento dei parametri occidentali «e soprattutto della nostra relazione con la natura, passando dallo sfruttamento al suo rispetto e a un uso sostenibile delle risorse». Si tratterebbe di privilegiare, ha spiegato Houtart, ciò che è chiamato in economia ‘valore dell’uso’, «cioè quanto è utile a tutto il genere umano e non solo al ritorno per gli azionisti. Questo comporta una nuova filosofia dell’economia e una seria critica del capitalismo».
Già, perché a Terra futura, era ormai normale, quest’anno più del solito, negli incontri, nei laboratori, negli stand ragionare di fine del capitalismo e di alternative pratiche [quello che in America latina molto chiamano «buen vivir»]. In realtà, anche in altri pezzi di società meno attenti alle buone pratiche e all’economia solidale, e persino su alcuni grandi media, è sempre più inevitabile parlare di capitalismo in crisi e capita spesso di leggere di come alcuni temi sollevati per primi dai movimenti sociali, da Seattle a Genova passando per Firenze [dove nel 2002 si è svolto il Forum sociale europeo e, non a caso, da allora anche Terra futura], siano improvvisamente al centro delle attenzioni di molti. Per questo quella del 2009 è stata un’edizione di Terra futura diversa dalle altre.
Tra quelli che nei giorni scorsi erano alla Fortezza da Basso di Firenze c’è chi ha osservato come non solo i temi ma anche il modello «Terra futura» sembra oggi replicarsi e interessare altre città, come nel caso di Fa’ la cosa giusta promossa in diverse regioni, e forse anche per questo, oltre che per il ponte del 1 giugno, il numero delle persone che ha partecipato a Terra futura quest’anno è stato un po’ inferiore alle attese [per alcuni resta anche il problema della presenza di organizzazioni che non metterebbero davvero in discussione l’economia liberista].
Di certo, quando gruppi di cittadini si incontrano tra di loro per ragionare, approfondire, raccontare storie di altra economia significa che gli anticorpi sociali alla crisi della democrazia e al turbocapitalismo ci sono e si diffondono. Questa sensazione, ad esempio, era presente tra le circa ottanta persone che hanno partecipato all’incontro promosso domenica 31 maggio a Firenze, da Rete per la decrescita, Carta, Altreconomia e Valori: la mattina in forma assembleare e nel pomeriggio attraverso due gruppi di lavoro, si è discusso di crisi e di risposte della società delle decrescita, ma soprattutto di come favorire la diffusione di principi e pratiche alternative, anche se insufficienti, ora che lo sviluppo, la crescita infinita sembrano rischiare di implodere su stessi [su Carta nelle prossime settimane racconteremo meglio di questo incontro e di come proseguire quanto avviato].
A Terra futura si è discusso molto di finanza solidale, di imprese alternative, di economia locale come risposte alla crisi [ad esempio con il lancio dell’iniziativa G(S)8, promossa dalla coalizione Help Local Trade], di crisi ambientale e migranti [saranno 135 milioni nel 2010 i «profughi ambientali»], di agricoltura sociale, di bioedilizia, di commercio equo [a Firenze, ad esempio, c’erano i prodotti della prima linea in Italia di intimo bio-equo nata da un progetto di rete tra soggetti del nord e del sud del mondo e promosso dalla cooperativa Fair] e di molti altri temi.
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