giovedì 26 novembre 2009

La Fine Delle Api


Se vedete un'ape che muore, preoccupatevi.
 Albert Einstein disse:
 Se l'ape scomparisse, all'uomo resterebbero quattro anni di vita.




La Fine Delle Api

Se vedete un'ape che muore, preoccupatevi. Albert Einstein disse: Se l'ape scomparisse, all'uomo resterebbero quattro anni di vita. Le api producono miele, pere, mele, pomodori, trifoglio, erba medica, latte, carne. Trasportano il polline e trasformano il mondo in cibo. Le api, un bioindicatore dell'ambiente, sono una specie a rischio. Oggi loro, domani noi. Il Guardian nellarticolo Honeybee deaths reaching crisis point riporta che un terzo dei 240.000 alveari britannici è scomparso durante linverno e la primavera. Il ministro inglese Rooker ha dichiarato che, se non cambierà nulla, entro dieci anni non ci sarà più unape nellisola. Le api contribuiscono alleconomia britannica per 165 milioni di sterline allanno per la produzione di frutta e verdura. Oltre al miele naturalmente. La Honey Association prevede che il miele locale sarà finito in Gran Bretagna entro Natale. Riapparirà sulle tavole soltanto nellestate del 2009. La crisi è mondiale. Il maggior produttore di miele è lArgentina che ha ridotto del 27% le sue 75.000 tonnellate annue. Negli Stati Uniti (-25% degli alveari nel 2008) e nel resto del mondo le api ci stanno lasciando. In Italia è una strage. Nel 2007 sono morte il 50% delle api, persi 200.000 alveari e 250 milioni di euro nel settore agricolo. Ma non è una priorità. Gli inutili soldati nelle strade, il bavaglio alla Giustizia con la separazione delle carriere, le impronte ai bambini Rom, il lodo Alfano per la messa in sicurezza della banda dei quattro, gli inceneritori della Impregilo. Queste sono priorità! Perché le api muoiono? Per lambiente, il clima, la varoa (un acaro), i pascoli trasformati in coltivazioni di soia per i biocarburanti, per i pesticidi, linquinamento dei corsi dacqua. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder) perché la razza umana sta avvelenando il mondo. Qualcosa in Italia si può fare e subito. Vietare luso dei pesticidi nicotinoidi. In Francia lo hanno già fatto. Sulle api hanno leffetto della nicotina. Gli fanno perdere il senso dellorientamento, non riescono a ritornare nellalveare e muoiono. Chi usa o produce un pesticida nicotiniode mette a rischio, oltre alle api, anche la nostra sopravvivenza. Datemi una mano, inserite nei commenti di questo post informazioni sui produttori, sugli utilizzatori, sulle conseguenze sullambiente.

Continua l'ecatombe delle api

Più di 30 milioni trovate morte in Ontario!
Poco dopo che 50.000 api sono state trovate morte in un parcheggio dell’Oregon, l’incredibile cifra di 37 milioni di api sono state trovate morte a Elmwood, Ontario, Canada.
Dave Schuit, un apicoltore di Elmwood ha perso 600 alveari. Egli punta il dito contro gli insetticidi... continua a leggere
http://cipiri6.blogspot.it/2013/07/continua-lecatombe-delle-api.html


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martedì 24 novembre 2009

USA E CINA CONTRO COPENHAGEN. INONDIAMOLI DI MAIL!

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USA E CINA CONTRO COPENHAGEN. INONDIAMOLI DI MAIL!

Cari cyberattivisti,
i presidenti del Governo americano e cinese - Barack Obama e Hu Jintao - hanno recentemente affermato di voler ridurre il vertice di Copenaghen a un mero accordo politico senza impegni concreti. Perciò, insieme a Legambiente e Wwf, abbiamo invitato tutti cittadini a mobilitarsi contro questo accordo al ribasso sul clima per ridurre la portata delle decisioni da prendere nel prossimo vertice sul Clima. Vogliamo che Obama e Jintao cambino idea!

Il summit deve rimanere la sede di un accordo concreto sul clima, con la sottoscrizione di obiettivi quantificati e di impegni finanziari precisi. Questa occasione non può essere rimandata a data da definire, perché l’innalzamento della temperatura del pianeta ha già raggiunto il livello di guardia e molti Paesi già ne patiscono pesantemente le conseguenze.

Inondiamo di e-mail le sedi delle rappresentanze statunitensi e cinesi, scriviamogli su facebook, facciamogli capire che ai cittadini l’accordo “politico” Usa-Cina non piace perché rimanderà ancora gli impegni concreti. Occorre, invece, che venga raggiunto un accordo “vincolante” su tutte le parti del nuovo trattato salva-clima che deve dare un futuro al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

Ambasciata Usa a Roma: uscitizensrome@state.gov
Ambasciata cinese a Roma: chinaemb_it@mfa.gov.cn
Facebook ufficiale Casa Bianca http://www.facebook.com/WhiteHouse

lunedì 23 novembre 2009

Civitavecchia, rifiuti tossici nella centrale a carbone

Civitavecchia, rifiuti tossici nella centrale a carbone


«Venite a vedere dove l’Enel dove tiene i rifiuti della combustione della centrale Torre Valdaliga nord. Questo è il carbone pulito», scrive il movimento No coke dell’altro Lazio alla Commissione europea. Denunciano l’ennesimo caso di rischio per il territorio e di omissione di controllo, venuto alla luce dopo la pubblicazione di alcune foto su centumcellae.it: cumuli di rifiuti della combustione del carbone abbandonati sul terreno, nell’incuria più totale, nei piazzali interni alla centrale. «Dove sono i controlli che avrebbero dovuto garantire la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini? – chiedono i No coke – Osservatorio ambientale, tavolo della salute, cosa stanno facendo se chiunque può verificare che tutte le indicazioni e prescrizioni della Via e dei vari atti autorizzativi vengono puntualmente inosservate, alla faccia della salute dell’intero comprensorio». Sono indignati i No coke, perché i problemi dello stoccaggio delle ceneri e della loro pericolosità per smaltirli erano stato fra gli argomenti [tanti] a cui Enel non ha mai dato un’esauriente risposta. «Risposta che oggi è evidente a tutti».

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No al carbone nel parco del Delta

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No al carbone nel parco del Delta

Francesco Casoni

Il ministero dell'ambiente ha detto sì, ora manca la firma del ministro Scajola. Ma a combattere il carbone dell'Enel, nel Delta del Po, con gli ambientalisti ci sono anche le categorie economiche, che insieme ricorrono al Tar. Silenzio invece dall'Emilia Romagna, patria del segretario del Pd Bersani, noto sostenitore del combustibile fossile.

E’ l’ora dei ricorsi al Tar contro la riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle, nel cuore del parco naturale del Delta del Po, che ha ricevuto il via libera del ministero dell’ambiente e attende il decreto del ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola.
A tentare l’ultima resistenza è un manipolo di associazioni, comitati cittadini, pescatori e operatori turistici. L’idea di un camino fumante in mezzo al Delta non piace agli ambientalisti, ma preoccupa anche Rosolina, il più importante centro balneare della provincia di Rovigo. Così tra i promotori del ricorso al Tar del Lazio, depositato la settimana scorsa dall’avvocato Matteo Ceruti, ci sono l’Assagaime, associazione di agenzie immobiliari e turistiche con un migliaio di appartamenti a Rosolina, il Consorzio operatori balneari, in rappresentanza di una decina di stabilimenti, i villaggi Club Srl e Rosapineta Sud e anche i Consorzi pescatori Delta Nord e Po di Maistra, oltre ai «soliti» Greenpeace, Italia Nostra, Wwf e Comitato cittadini liberi di Porto Tolle. Insomma, ci sono anche le categorie produttive, che evidentemente sognano per il Delta uno sviluppo economico basato sulle peculiarità del territorio e non sulle dubbie ricadute economiche della centrale.
Ventisette i punti toccati dal ricorso, a partire dall’emendamento inserito dal Governo nel «decreto incentivi», una vera e propria norma ad hoc sul carbone, pensata per aggirare la legge del Parco del Delta del Po. Peccato però che lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una lettera inizialmente riservata, abbia espresso dubbi sulla legittimità costituzionale e sulla pertinenza dell’emendamento, ma anche sulla sua sostenibilità economica: se a regime la centrale emetterà oltre 10 milioni di tonnellate l’anno di anidride carbonica, per rispettare i limiti del trattato di Kyoto l’Italia dovrà comprare quote da altri paesi «virtuosi» oppure pagare multe salate. Tra i punti deboli dell’iter che ha autorizzato la riconversione, l’avvocato Ceruti rileva l’esclusione della Regione Emilia Romagna e quella ancora più clamorosa dell’Ente parco del Delta del Po. Un capitolo a parte va poi dedicato ai pareri ignorati, da quello dell’Arpa Veneto che imponeva limiti alle emissioni più rigorosi di quelli autorizzati, a quello della soprintendenza di Verona, secondo cui l’impianto non è armonizzabile in alcun modo con il paesaggio del Delta. E, ancora, la mancanza di un confronto con la soluzione a metano, la scarsa considerazione dell’impatto sull’ambiente di una zona umida unica al mondo e l’assenza di valutazioni sull’apporto di polveri e metalli pesanti nel bacino padano.
Dopo il Tar, resta ancora possibile fare ricorso al capo dello Stato entro metà dicembre, soluzione già annunciata dal Comune di Rosolina. Non si hanno notizie, invece, dal versante emiliano. La Regione Emilia Romagna avrebbe dovuto curare il ricorso di alcuni comuni del ferrarese interessati dalle ricadute e della stessa Provincia di Ferrara. Ma non se n’è fatto nulla. Scelta politica? Non è un mistero che il segretario nazionale del Pd, l’emiliano Pier Luigi Bersani, sia un sostenitore del carbone. Del resto anche nella politica rodigina pare ormai prevalere il pensiero unico sulla centrale. L’amministrazione provinciale di centrosinistra per anni ha avuto una posizione ambigua Poi, per renderla chiara, al ballottaggio di giugno ha sbattuto la porta in faccia alle liste civiche dei comitati per l’ambiente, alleandosi invece con una civica guidata da un ex Fiamma Tricolore. Vinte di nuovo le elezioni, oggi il dibattito sul carbone è solo sulle ricadute economiche. Ed è caldo. Forse perché il prossimo anno si vota per le regionali e perché molti si stanno accorgendo che per l’economia locale i guadagni saranno molto più modesti di quanto promesso.
"""":/campagne/ambiente/17305":/campagne/ambiente/17305":/campagne/ambiente/17305


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venerdì 13 novembre 2009

MISSIONE INDONESIA

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VIDEO

MISSIONE INDONESIA



nel cuore della foresta indonesiana abbiamo costruito un Campo di Resistenza per salvare il clima, dove decine di campaigner, attivisti e ricercatori stanno organizzando attività di monitoraggio, ricerca e azioni dimostrative per fermare la distruzione delle torbiere dell’Indonesia.
Domani partirò per il Campo anch’io. Abbiamo girato questo video blog per raccontarvi il perché di questa missione, a temperature che sfioreranno i 45 °, tra gli insetti, il fango, gli incendi ma soprattutto la volontà di agire per proteggere uno degli ultimi polmoni del pianeta.


http://www.greenpeace.org/italy/

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mercoledì 11 novembre 2009

Perché poi non si impiegano i soldi raccolti

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Perché poi non si impiegano i soldi raccolti nella settimana appena
trascorsa per la bonifica dei siti inquinati nel nostro paese?


si è appena conclusa la settimana per la ricerca sul cancro che ha
trovato, come ogni anno, ampio spazio in radio, tv e giornali; per un
caso certamente fortuito, tuttavia, proprio domenica sera è andata in
onda su RAI 1, alle 23.30, un’inchiesta sugli oltre 50 siti
particolarmente inquinati del nostro paese ed è apparso chiaro a tutti
che vivere a contatto con grandi impianti che emettono diossine,
metalli pesanti, amianto, cancerogeni di ogni tipo, rappresenta un
indiscutibile rischio per la salute dell’ambiente, degli animali,
dell’uomo: in questi luoghi infatti l’incidenza di malformazioni alla
nascita, aborti spontanei, cancro ed altre malattie è a livelli
stratosferici. Le due notizie mi hanno fatto pensare: da un lato si
continuano a fare iniziative volte alla “ricerca per il cancro ”
lasciando intendere che prima o poi si arriverà alla soluzione del
problema, magari con qualche farmaco miracoloso, dall’altro lato non
si fanno le necessarie bonifiche e tutt’al più si interviene
abbattendo i capi di bestiame contaminati, si permette che le persone
vivano in territori inzuppati di cancerogeni , in attesa forse che
questi facciano il loro effetto, visto che - almeno per ora - non si
abbattono le persone "inquinate"!

Sono decenni che si raccolgono soldi, tanti soldi, per la ricerca sul
cancro: in U.S.A fino al 2005 sono stati investiti oltre 50 miliardi
di dollari, ma, se da un lato diminuisce l’incidenza di alcuni tipi di
tumore (specie quelli correlati al tabagismo, abitudine fortunatamente
in diminuzione specie nei maschi), dall’altro ci si ammala sempre di
più per tumori a prostata, testicolo, mammella, tiroide, linfomi ,
melanoma, pancreas, fegato… e via dicendo. Certo, per alcuni tipi di
tumore, anche in stadi avanzati, qualche miglioramento nella
sopravvivenza è stato raggiunto: ma a che prezzo, sia in termini di
effetti collaterali che economici? Un articolo recente ha valutato che
a New York negli anni ’90 si poteva prolungare di 11,5 mesi la vita di
un paziente affetto da tumore al costo di 500 $, nel 2004, per lo
stesso tipo di cancro e nel medesimo stadio, erano disponibili cure in
grado di prolungare la vita di 22,5 mesi al costo di 250.000 $.
Davvero possiamo onestamente pensare di poter sostenere questi costi e
soprattutto che così facendo si apra un reale spiraglio nella guerra
contro il cancro? Siamo in tanti fra “addetti” e “non addetti” ai
lavori a ritenere che questo approccio sia perdente e vorremmo che si
invertisse al più presto la rotta, o che, per lo meno, la ricerca di
efficaci terapie fosse accompagnata da pari investimenti per la
rimozione delle cause del cancro: in U.S.A. il National Cancer
Institute investe meno del 3% per la reale prevenzione della malattia
e l’America Cancer Society addirittura meno dello 0.1 %...Non oso
immaginare quali siano le somme corrispondenti nel nostro paese.

Non si trascuri inoltre il fatto che un’altra, indispensabile azione,
è quella di fornire ai cittadini informazioni scientificamente
corrette, chiare, complete e dettagliate sui tanti agenti cancerogeni
presenti nel nostro habitat e di conseguenza spingere sempre più i
politici all’adozione di misure concrete di protezione della salute
pubblica. Secondo un recentissimo rapporto dell’OMS nel 2030 il cancro
sarà la prima causa di morte nel mondo e già oggi in Italia la
probabilità di ricevere una diagnosi di cancro nell’arco della vita
(da 0 a 84 anni) riguarda ormai il 50% di noi, quindi 1 su 2 sia fra i
maschi che fra le femmine si ammalerà di questa malattia e sempre più
saranno colpiti giovani, donne, bambini…

L’informazione che va per la maggiore circa le cause del cancro è
quella che ci si ammala di tumore a causa di scorretti stili di vita,
di fattori ereditari e soprattutto a causa dell’invecchiamento: il
risultato di questi messaggi è che oltre che ammalati ci si sente
anche colpevolizzati e si avvalora l’idea che contrarre il cancro sia
una cosa quasi ineluttabile, quasi che morire di vecchiaia fosse ormai
diventata un’ utopia!

In realtà un’ampia ricerca condotta in 7 aree del mondo ha dimostrato
che i fattori di rischio comunemente invocati danno ragione di non più
del 40% dei casi di cancro: a cosa dobbiamo quindi imputare il
restante 60%? Non sarà il caso di cominciare a guardarci intorno e
chiederci che ruolo hanno pesticidi, diossine, nichel, cadmio, cromo,
benzene, PCB…e gli altri numerosissimi veleni presenti ormai
stabilmente nell’ambiente di vita e soprattutto in aria, acqua, cibo,
sostanze che stanno minando sempre più drammaticamente la salute
nostra e soprattutto dei nostri bambini?

Sono un medico all’antica e sono sempre più convinta che il tipo di
cancro da cui certamente - nel 100% dei casi - si guarisce è quello di
cui NON ci si ammala e faccio una proposta: istituire la settimana
della CIC “/Corretta Informazione Cancro/” dando spazio ai tanti
medici, ricercatori, studiosi che anche nel nostro paese stanno
portando avanti questi concetti e che si sono dati l’obiettivo
prioritario di salvaguardare la Salute e rimanere SANI, non quello di
“inseguire” le malattie senza mai intervenire sulle loro cause.

Una informazione rigorosa, indipendente, scientificamente corretta è
il primo strumento che si deve mettere in atto se davvero si vuole
uscire dal pantano in cui anche l’Oncologia si dibatte.

Perché poi non si impiegano i soldi raccolti nella settimana appena
trascorsa per la bonifica dei siti inquinati nel nostro paese?


/Danei G.: Causes of cancer in the world: comparative risk assessment
of nine behavioural and environmental risk factors Lancet 366:
1784-1793, 2003
Clapp RW et al: Environmental and Occupational Causes of Cancer,
Lowell Center for Sustainable Production, 2007
Devra Davis: La Storia Segreta della Guerra al Cancro
Samuel S. Epstein: How to win the war against cancer, 2005
http://www.preventcancer.com/
/

//

/ /Patrizia Gentilini
Medico Oncologo ed Ematologo.
Associazione Medici per l'Ambiente ISDE Italia


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martedì 10 novembre 2009

La scuola di gomma non sarà abbattuta

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La scuola di gomma non sarà abbattuta

Maralis

La tribù beduina dei jahaleen ha vinto il primo ricorso contro l'ordine di abbattimento emesso dalle autorità israeliane. La scuola di gomma, che da settembre ospita 60 bambini, per ora rimane al suo posto tra le dune del deserto di Gerico. La vicenda però non è chiusa.

Il Tribunale israeliano ha deciso di ignorare un ordine di demolizione nei confronti della «scuola di gomma» dei beduini della tribù jahaleen, di Gerico, e ha chiesto alle parti di trovare un accordo preservando il diritto allo studio dei bambini palestinesi. I campi dei jahaleen sono concentrati nel deserto di Giudea, quella parte di Cisgiordania compresa tra Gerusalemme est e Gerico. Sono spesso jahaleen i beduini che chiamano i turisti in sosta per le foto di rito con il cammello o l’asino e per vendere qualche souvenir.
La scuola elementare di realizzata con copertoni usati, terra e acqua [ne abbiamo parlato sul numero 26 del 2009 di Carta] è diventata un edificio simbolico contro l’occupazione militare israeliana: è stata progettata da un gruppo di architetti italiani assieme alla Ong Vento di terra, per far fronte ai divieti di costruzione in muratura in una zona C della Cisgiordania, quella sotto totale controllo israeliano. Da settembre di quest’anno ospita circa 60 bambini.
Eppure, nonostante la tecnica «ecologica» ed innovativa e il lavoro manuale di una squadra di volontari internazionali, il 23 giugno scorso l’amministrazione civile israeliana ha inviato un’ingiunzione scritta di stop ai lavori e il 23 luglio un vero e proprio ordine di demolizione. I beduini hanno fatto ricorso e il caso da mesi era nelle mani di un tribunale israeliano. L’ordine di demolizione nasce dall’intervento della municipalità di Ma’ale Adumim, la più popolosa colonia israeliana costruita oltre la Linea verde del 1967. Il territorio dei jahaleen ricade in quello dei piani di espansione di Ma’ale Adumim.
Il 9 novembre scorso, subito dopo la cerimonia di inaugurazione della scuola al campo di Al-Khan Al-Ahmar, finalmente la buona notizia: i giudici hanno deciso che le parti – le municipalità delle due colonie israliane circostanti, la società dell’autostrada che corre sotto il campo, e la cooperativa jahaleen – devono cercare un accordo. La scuola comunque non va abbattuta.
«La corte ha accettato la nostra tesi, ossia che dietro la richiesta di abbattimento apparentemente legata a motivi tecnici, si nascondeva in realtà una motivazione politica», spiega Massimo Annibale Rossi, il responsabile di Vento di Terra Onlus, che ha ideato il progetto.
L’amministrazione di Ma’ale Adumim non aveva infatti gradito la costruzione di una scuola elementare in un terreno «conteso», considerato zona C e soggetto all’amministrazione civile e militare di Israele. La società che gestisce l’autostrada locale lamentava poi la necessità di estendere una delle carreggiate, facendola passare, guardacaso, sopra al terreno destinato ai bambini. Solo pretesti, secondo l’avvocato che segue la causa in difesa dei jahaleen.
«Gli architetti di Vento di Terra sono pronti ad apportare delle piccole modifiche al progetto originario; – spiega ancora Rossi – tra le motivazioni che giustificavano l’ordine di demolizione c’era anche quella sollevata dalla società delle autostrade israeliana che lamentava la necessità di spazio». Il contenzioso prosegue ora privatamente e la Olus italiana ha deciso di «rimanere dietro le quinte. Il tavolo negoziale ora riguarda i coloni, i beduini e la società privata, ma seguiamo comunque la vicenda tramite l’avvocato che gestisce il caso», aggiunge Rossi.
Certamente la vicenda non è chiusa: ci sarà forse un appello alla Corte suprema e la municipalità di Ma’ale Adumim potrebbe trovare altri cavilli, ma si tratta di una prima notevole vittoria e di un precedente che fa notizia. Anche perché la scuola di gomma dei jahaleen aveva fatto il giro del mondo. Tra i media israeliani, il quotidiano Haaretz aveva dedicato alla storia un lungo articolo di Amira Hass, e le troupe di diverse televisioni internazionali avevano seguito la vicenda dell’intera tribù che si era messa a raccogliere copertoni usati per costruire una scuola.
La scuola è stata finanziata finora dalla cooperazione decentrata italiana e da alcuni comuni lombardi e sostenuta da alcune agenzie delle Nazioni Unite e da organizzazioni israeliane come Rabbi for Human Rights. Ma non è escluso che anche la Cooperazione governativa italiana possa impegnarsi per un finanziamento che copra parte delle spese.
La struttura è completamente smontabile e i 300 metri quadrati delle aule si reggono in piedi perfettamente senza cemento. Nei muri spessi e freschi delle aule si nascondono più di mille pneumatici: «Per costruire questa scuola non abbiamo usato cemento – spiega ancora Rossi – Non ci sono fondamenta. E’ fatta interamente di copertoni riciclati riempiti di terra e acqua, coperti ancora di terra ed infine intonacati con dell’olio usato per friggere i falafel».
E’ un edificio caldo d’inverno e fresco d’estate che non disperde energia e potrebbe essere un ottimo esempio di bioarchitettura da replicare anche a Gaza dove i materiali da costruzione non entrano. Forse per questo è un progetto che fa paura.



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giovedì 5 novembre 2009

Non dimenticate che la conferenza di Copenhagen è vicina

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Non dimenticate anche che la conferenza di Copenhagen è vicina: dal 7 al 18 dicembre 2009 i Governi di tutto il Mondo si riuniranno nella capitale danese per il summit sul clima, e questo sarà un momento cruciale perché è in gioco il destino di tutta l’umanità.


Vorrei invitarvi anche a lasciare un vostro personale messaggio, aggiungendo una vostra foto, alla quale con un semplice trascinamento del mouse, potrete inserire anche la rana.
Oggi la rana ha anche un nome: ORIFIEL – l’angelo della foresta.
Potrete però farlo entro il giorno 9 novembre, poi le firme di tutti gli aderenti al sito, assieme alle foto e ai video con la rana, saranno consegnate ai capi di Governo e ai ministri che hanno partecipato lo scorso mese di aprile allo storico meeting organizzato da Sua Altezza Carlo Principe di Galles, in occasione del G20 di Londra.

Fate come me: registratevi assieme alla rana “ ORIFIEL”

http://frog.rainforestsos.org/player/?timelineGuid=fSDrObDoGS


E QUESTO E’ IL SITO UFFICIALE DOVE REGISTRARE IL VOSTRO MESSAGGIO CON LA RANA “ORIFIEL”

http://frog.rainforestsos.org/?source=20090618NL





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I relitti in Calabria sono più di uno

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I relitti in Calabria sono più di uno

Enzo Mangini

In attesa della risposta del governo alla lettera del Wwf sulle incongruenze dei rilevamenti effettuati dal ministero dell'ambiente rispetto a quelli della Regione Calabria, nuovi elementi portano a sospettare che le navi a perdere davanti le coste calabresi siano più di una.

Tutt’altro che chiuso, il caso Cetraro continua a riservare sorprese. E’ oggi il quotidiano La Repubblica a rivelare che le navi inabissate davanti le coste tirreniche calabresi potrebbero essere più di una, forse tre. Secondo il quotidano, infatti, il verbale di una riunione della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, risalente al 24 gennaio 2006, contiene la deposizione del pubblico ministero Franco Greco, allora titolare dell’inchiesta sul relitto di Cetraro. Nell’audizione, Greco rivela che i relitti sospetti sarebbero almeno tre. Secondo Greco, a 680 metri di profondità, in un punto però imprecisato – stando agli stralci del verbale della riunione della commissione – è stato rilevato un «corpo estraneo» lungo circa 126 metri. Una seconda nave, lunga tra gli 88 e i 108 metri e larga tra 15 e 20 metri, sarebbe stata individuata in un altro punto, a 380 metri di profondità. Attorno a questo secondo relitto, ci sarebbe un «alone» di alcune centinaia di metri quadrati, che farebbe pensare a una fuoriuscita del carico stivato nella nave.
Secondo i verbali pubblicati in parte da Repubblica, Greco avrebbe chiesto alla Capitaneria di Porto se ci fossero relitti in quella zona e dalla verifica dei dati sarebbe emerso che, oltre a un relitto identificato, inabissato più a nord della zona interessata alle ricerche, ci sarebbe un altro relitto, forse quello di una nave, la Federico II, affondata nel 1920. Secondo Greco, questo relitto sarebbe coperto da «segreto militare». La Federico II è stata registrata dalle mappe nautiche a partire dal 1993, un anno dopo il presunto affondamento della «Cunsky» confessato dal pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, le cui ammissioni hanno fatto sollevare il coperchio sulla vicenda delle navi a perdere dopo molti anni di silenzi ed omissioni. In quella zona, attorno al relitto della presunta Federico II, la Capitaneria di Porto di Cetraro ha vietato la pesca per un anno, dopo che le analisi condotte sul pesce avevano riscontrato concentrazioni anomale di metalli pesanti.
Questo divieto di pesca avrebbe dovuto essere accompagnato da altre analisi, di cui però, finora, si sono perse le tracce.
La deposizione di Greco davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, oltre alle notizie in sé, fa sorgere almeno un altro interrogativo: perché l’inchiesta, nel 2006, così come negli anni precedenti non è stata portata avanti?
E’ esattamente il tipo di comportamento omissivo da parte di alcuni pezzi dello stato che il Wwf e molte altre associazioni ambientaliste e sociali hanno denunciato fin dalla metà degli anni novanta, quando iniziarono ad accumularsi le prime prove dell’esistenza di un traffico di rifiuti tossici e pericolosi attorno alle coste calabresi. E’ esattamente il tipo di comportamento omissivo che il Wwf sospetta possa ripetersi. Ad alimentare il sospesto è la fretta con cui la ministra dell’ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso hanno dichiarato «chiuso» il caso Cetraro, pochi giorni fa, affermando che il relitto individuato dalle sonde inviate dalla Regione Calabria su indicazione della Procura di Paola [Cs] era quello della motonave Catania, affondata nel 1916 da un sottomarino tedesco. Lunedì il Wwf ha scritto alla ministra Prestigiacomo e al procuratore Grasso per chiedere conto di un’anomalia dei rilevamenti: il punto in cui si è immersa la sonda del ministero non è lo stesso della sonda della Regione Calabria. Tra i due punti, c’è una distanza di circa 6,5 chilometri. Il Catania, insomma, non è la nave vista dalle sonde della Regione. Il Wwf ha chiesto una perizia pubblica sui due filmati, quello registrato dalle sonde della Regione Calabria e quello del ministero, per confrontarli e capire se si riferiscano alla stessa nave. Governo e procura nazionale antimafia ancora non hanno risposto.

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Un problema che affligge Taranto

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OROSCOPO
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Oggetto: Un problema che affligge Taranto. Per quanti possano partecipare o divulgare. Csoa Cloro Rosso 03 novembre alle ore 19.37 RispondiVenerdi 6 novembre alle ore 18 a Taranto presso la biblioteca Acclavio si terrà un dibattito intitolato DISASTRO AMBIENTALE A TARANTO al quale interverranno Leo Corvace di Legambiente , Antonietta Podda di Radio Popolare Salento moderati da Marcello Di Noi direttore di TarantoOggi.Questo dibattito organizzato dal Csoa CLOROROSSO e da RADIO POPOLARE SALENTO, mira a mettere a fuoco l attuale situazione ambientale del capoluogo ionico che negli ultimi mesi si è “arricchita” di una importante novità con la proposta di ampliamento della raffineria ENI .Sarà un occasione per confrontarsi con la città riguardo l annoso problema ambientale ma non si limiterà al solito elenco di dati indecorosi che purtroppo iniziamo a conoscere fin troppo bene, quest incontro ha l ambizione di andare a ridefinire il modo in cui Taranto ha intenzione di rapportarsi con la grande industria e la sua ricaduta sulle nostre vite quotidiane.Il fulcro del problema, a nostro avviso, è la presunta vocazione industriale della nostra terra che è stata non solo smentita dalla storia ma che soprattutto è stata rigettata dal presente; la nostra città ha conosciuto tutte le fasi industriali dal boom degli anni 60 alla decrescita dei decenni successivi fino al collasso socio-ambientale di questi ultimi anni.Tutte le città del mondo hanno alle proprie periferie degli insediamenti industriali, l anomalia Taranto consiste a nostro avviso proprio nel fatto che sia invece la città alla periferia della sua area industriale.Taranto vive di riflesso la sua industria e i cicli produttivi ne influenzano non poco gli aspetti sociali , un industria come quella siderurgica, in crisi da 30 anni, ha prodotto danni devastanti su tutti i fronti.L ambizione nostra e di tutti i cittadini che hanno a cuore Taranto è quella di andare a ridefinire la città e programmare il futuro nostro e delle prossime generazioni. Da oltre un anno la questione ambientale è entrata nella quotidianità dei cittadini e vive nelle chiacchiere dei bar e dei mercati, ed è la forza di questa istanza, ma a quanto pare non basta, visto che, invece di iniziare ad immaginare una città che cambi strada ci si trova difronte alla possibilità di un ampliamento della raffineria ENI .Ciò che più di tutto lascia interdetti in questa fase che sta vivendo la città di Taranto è il totale scollamento della sua classe politica dalla gente , in questi mesi alcuni politici locali hanno accolto di buon grado la possibilità del raddoppio della raffineria per elemosinare qualche intervento sui livelli di occupazione (a fronte dei faraonici profitti che i colossi industriali nostrani registrano ogni anno); mentre noi cerchiamo la via per smantellare, gli ambientalisti di vetrina, quelli che il 29 novembre dello scorso anno scendevano in piazza al nostro fianco(anche se a debita distanza dal corteo ) prendono la strada del raddoppio e dell aumento degli agenti inquinanti.La nostra città ha bisogno di una nuova coscienza ambientale che non si esaurisce con una legge antidiossina (che appare comunque carente), ma di una nuova strada verso l ecosostenibilità ed è in questo contesto che si deve scendere in piazza il 28 novembre prossimo, non per chiedere interventi palliativi ma per iniziare tutti insieme a smontare questi giganti industriali e (ri)costruire una città nuova, più bella di quella che abbiamo conosciuto in questi anni.L ecosostenibilità del pianeta e il surriscaldamento globale saranno al centro della prossima conferenza ONU che si terrà a Copenaghen in Dicembre e in tutto il mondo si sono aperti dibattiti sulla necessità di intervenire in questi processi decisionali e di mettere in discussione il sistema del capitale che ha generato questo collasso, il caso Taranto si inserisce prepotentemente in questo filone ed è per questo che la manifestazione del 28 avrà un importanza strategica anche dal punto di vista della visibilità mediatica che è uno degli strumenti cardini per avvalorare la nostra lotta.Uscire dai confini locali è l unica nostra possibilità di vittoria , porre il caso Taranto al centro dell' agenda politica nazionale è l unico modo per scardinare il meccanismo perverso dell industrializzazione selvaggia che abbiamo subito negli ultimi 40 anni, abbiamo il dovere di dimostrare a tutta l Italia di quanto Taranto sia un emergenza nazionale al pari delle recenti catastrofi di L Aquila e Messina con l unica differenza che le nostre morti sono latenti e diluite nel tempo e per questo meno mediatiche (anche la morte non è uguale per tutti).Questi sono i nodi che andremo ad affrontare e sviluppare il 6 novembre, un iniziativa che si va ad inserire nella preparazione alla grande manifestazione del 28 che ci vedrà ancora protagonisti nelle strade di questa tormentata città , un altro piccolo passo verso il sogno di vivere in una Taranto migliore... che stiamo già costruendo...FINO ALL ULTIMO RESPIRO

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BachecaWeb
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martedì 3 novembre 2009

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

IN DIFESA DELL'ACQUA PUBBLICA

http://cipiri6.blogspot.it/2012/06/in-difesa-dellacqua-pubblica.html

Colpo di mano della destra in Campidoglio sulla privatizzazione dell'Acea. Rissa tra consiglieri di maggioranza e opposizione, proteste dei comitati per l'acqua e dei lavoratori dell'Unione Sindacale di Base.


questi gli indirizzi dove inviare la mail :
vi avviso che alcune non arriveranno
Elenco e-mail ( da dividere in tre parti e cambiare le virgole in punto e virgola se no non invia le mail):
adamo_m@posta.senato.it; aderenti_i@posta.senato.it; adragna_b@posta.senato.it; agostini_m@posta.senato.it;
alberticasellati_m@posta.senato.it; alicata_b@posta.senato.it; allegrini_l@posta.senato.it; amati_s@posta.senato.it;
amato_p@posta.senato.it; amoruso_f@posta.senato.it; andreotti_g@posta.senato.it; andria_a@posta.senato.it;
antezza_m@posta.senato.it; armato_t@posta.senato.it; asciutti_f@posta.senato.it; astore_g@posta.senato.it;
augello_a@posta.senato.it; azzollini_a@posta.senato.it; baiodossi_e@posta.senato.it; balboni_a@posta.senato.it;
baldassarri_m@posta.senato.it; mario.baldassarri@senato.it; baldini_m@posta.senato.it; barbolini_g@posta.senato.it;
barelli_p@posta.senato.it; bassoli_f@posta.senato.it; bastico_m@posta.senato.it; battaglia_a@posta.senato.it;
belisario_f@posta.senato.it; benedettivalentini_d@posta.senato.it; berselli_f@posta.senato.it; on.filippo.berselli@studioberselli.com;
bertuzzi_m@posta.senato.it; bettamio_g@posta.senato.it; bevilacqua_f@posta.senato.it; bianchi_d@posta.senato.it;
bianco_v@posta.senato.it; bianconi_l@posta.senato.it; biondelli_f@posta.senato.it; blazina_t@posta.senato.it; bodega_l@posta.senato.it,
boldi_r@posta.senato.it; bondi_s@posta.senato.it; bonfrisco_a@posta.senato.it; bonfrisco@forzait.org; bonino_e@posta.senato.it;
bornacin_g@posta.senato.it; boscetto_g@posta.senato.it; bosone_d@posta.senato.it; bricolo_f@posta.senato.it;
bruno_f@posta.senato.it; bubbico_f@posta.senato.it; bugnano_p@posta.senato.it; burgarettaaparo_s@posta.senato.it;
butti_a@posta.senato.it; cabras_a@posta.senato.it; antoni.cabras@tiscali.it; caforio_g@posta.senato.it; cagnin_l@posta.senato.it;
calabro_r@posta.senato.it; calderoli_r@posta.senato.it; caliendo_g@posta.senato.it; caligiuri_b@posta.senato.it;
camber_g@posta.senato.it; cantoni_g@posta.senato.it; carlino_g@posta.senato.it; carloni_a@posta.senato.it;
carofiglio_g@posta.senato.it; carrara_v@posta.senato.it; caruso_a@posta.senato.it; caselli_e@posta.senato.it; casoli_f@posta.senato.it;
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valentino_g@posta.senato.it, vallardi_g@posta.senato.it, valli_a@posta.senato.it, veronesi_u@posta.senato.it,
vetrella_s@posta.senato.it, vicari_s@posta.senato.it, viceconte_g@posta.senato.it, viespoli_p@posta.senato.it, villari_r@posta.senato.it,
vimercati_l@posta.senato.it, vita_v@posta.senato.it, vitali_w@posta.senato.it, vizzini_c@posta.senato.it, carlovizzini@carlovizzini.it,
zanda_l@posta.senato.it, zanetta_v@posta.senato.it, zanoletti_t@posta.senato.it, zavoli_s@posta.senato.it

ACQUA PUBBLICA : 2 Giugno "La Repubblica siamo noi"

http://cipiri17.blogspot.it/2012/05/acqua-pubblica-2-giugno-la-repubblica.html?spref=bl

 Roma, 02 Giugno - Manifestazione nazionale "La Repubblica siamo noi"
Testo della mail da inviare:

Segreteria Operativa Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Via di S. Ambrogio n.4 00186
Roma
Tel./Fax. 06/68136225 Lun.Ven.
15:0019:00
email:
segreteria@acquabenecomune.org
Sito web: www.acquabenecomune.org

Ai/alle Senatori/Senatrici

Oggetto: esame del decretolegge
25 settembre 2009, n. 135, recante disposizioni urgenti per l'attuazione di
obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee

Gentile Senatore/Senatrice,

ci permettiamo di scriverLe come aderenti al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, una rete associativa cui
aderiscono più di settanta organizzazioni nazionali e più di mille comitati territoriali, accomunati dalla consapevolezza
dell’importanza dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, dalla necessità di una sua salvaguardia per
l’ambiente e per le future generazioni, dalla determinazione per una gestione pubblica e partecipativa dei servizi idrici.
A tal proposito, Le ricordiamo che il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha deposito nel luglio 2007, una legge
d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua supportata da 406.626 firme di cittadini.
Il recente Art. 15 del D.L. 135 che
ha modificato l'Art. 23bis L. 133/08 muove
passi decisi verso la privatizzazione
dei servizi idrici e degli altri servizi pubblici locali, prevedendo l'obbligo di affidare la gestione dei servizi pubblici a
rilevanza economica a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure
competitive ad evidenza pubblica o, in alternativa a società a partecipazione mista pubblica e privata con capitale
privato non inferiore al 40%.
Tale provvedimento se convertito in legge sottrarrà ai cittadini ed alla sovranità delle Regioni e dei Comuni
l’acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso, per consegnarlo, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi
multinazionali e farne un nuovo business per i privati.
Noi pensiamo che sia un epilogo da scongiurare, sia per un concetto inviolabile che annovera l’acqua come un diritto
universale e non come merce, ma anche per le ripercussioni disastrose che una privatizzazione potrebbe generare sui
cittadini in funzione della crescita delle tariffe.
Pertanto, alla luce di quanto sopra, della conclusione dell'esame del D.L. 135/09 presso la Commissione Affari
Costituzionali e in previsione della discussione in Aula al Senato di tale provvedimento,
Le chiediamo
di esprimersi per il ritiro delle nuove norme che privatizzano l'acqua;
di sostenere gli emendamenti finalizzati ad escludere il servizio idrico dai servizi pubblici locali di rilevanza
economica;
di sostenere, nel corso del dibattito in Assemblea al Senato, le proposte avanzate dal Forum italiano dei
Movimenti per l’Acqua (www.acquabenecomune.org).
Siamo certi dell’attenzione con cui vorrà considerare la presente richiesta e restiamo in attesa, anche tramite la
Segreteria Operativa del Forum dei Movimenti per l'Acqua di conoscere le Sue decisioni.
Cogliamo l’occasione per porgerLe i più cordiali auguri di buon lavoro.

Firma del Comitato... o firma del singolo cittadino
________________
aderente al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Segreteria Operativa Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Tel. 06 68136225 ; email:
segreteria@acquabenecomune.org; Sito web: www.acquabenecomune.org

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Navi dei veleni: il Wwf denuncia le incongruenze

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OROSCOPO
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Navi dei veleni: il Wwf denuncia le incongruenze

Enzo Mangini

L'associazione ambientalista rileva che le coordinate del relitto ispezionato dalle telecamere inviate dalla Regione Calabria sono diverse da quelle della motonave Catania, che secondo il ministro dell'ambiente e il procuratore nazionale antimafia avrebbe invece «chiuso» il caso.

Lo sa chiunque vada per mare: bastano pochi primi e pochi secondi, sulle coordinate di una carta nautica, per fare una grande differenza. In questo caso, la differenza tra la verità e la frettolosa dichiarazione di «caso chiuso».
In una lettera inviata questa mattina al ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, è il Wwf a contare primi e secondi. Il risultato è che le coordinate non coincidono. Secondo i rilevamenti dell’associazione ambientalista, infatti, il relitto ispezionato un mese fa dalle telecamere inviate dalla Regione Calabria su indicazione della Procura di Paola, in provincia di Cosenza, si sono immerse nel punto individuato dalle coordinate 39 gradi, 28.50 primi nord e 15 gradi, 41.57 primi est. La Mare Oceano, l’unità mandata dal ministero dell’ambiente, invece, ha immerso le sue sonde a 39 gradi, 32 primi nord e 15 gradi, 42 primi est. Lì sotto, appunto, c’è il relitto della motonave Catania, silurata da un sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E si sapeva che il relitto era lì, tanto che – come riportato da molti media – il relitto era segnalato sulle carte nautiche della marina militare tedesca e dell’ufficio idrografico del Regno Unito, praticamente la massima autorità mondiale in materia di carte nautiche.
Tradotto in distanze lineari, la differenza di coordinate vuol dire che tra i due punti ci sono circa tre miglia marine e mezzo. Cioè 6 chilometri e mezzo. Un errore difficile da fare con gli strumenti di posizionamento satellitare esistenti oggi a bordo anche delle barche dei naviganti della domenica. In sostanza, le sonde della Regione Calabria hanno visto un relitto diverso da quello visto dalle sonde della Mare Oceano e i dubbi erano emersi già quando sono state diffuse le immagini della perlustrazione sottomarina ordinata da ministero dell’ambiente e procura nazionale antimafia. Per questo, la dichiarazione di «caso chiuso» a proposito della vicenda della nave dei veleni affondata davanti le coste di Cetraro è sembrata quantomeno frettolosa, in mancanza di verifiche più precise sui relitti e soprattutto sul contenuto delle loro stive.
«Siamo stati i primi a gioire delle risposte rassicuranti da voi venute in occasione della conferenza stampa del 29 ottobre scorso, ma siamo convinti che l’unico modo per superare ogni equivoco sia quello di approfondire nel modo più trasparente possibile le analisi dei relitti – dichiara il Wwf nella lettera inviata a Prestigiacomo e Grasso – Per questo il Wwf chiede una perizia pubblica comparata, a cui possano assistere esperti nominati dalle associazioni ambientaliste, tra i due video girati dal Rov della nave ‘Coopernaut Franca’ della società Nautilus cha ha agito su incarico della Regione Calabria e dell’Arpacal [Agenzia regionale protezione ambiente] e dal Rov della nave ‘Mare Oceano’ della società Geolab incaricata dal Ministero dell’ambiente nonché di tutte le informazioni riguardanti le zone di operazione [a partire dalle coordinate dei due punti nave ] e le caratteristiche tecniche del naviglio rilevato». Il Presidente del Wwf Italia, Stefano Leoni, ha ribadito l’urgenza di una perizia pubblica comparata che possa cancellare ogni dubbio e accertare appieno la verità sull’identità e il contenuto della nave affondata a Cetraro.
L’associazione ambientalista, che da anni lavora sui dossier delle cosiddette «navi a perdere» ha denunciato in passato molte volte la reticenza di alcuni apparati dello Stato rispetto all’evidenza del traffico internazionale di rifiuti pericolosi e radioattivi, connesso con il traffico di armi. Una reticenza che, dopo l’esplosione del caso Cunsky, rischia di diventare molto sospetta, specialmente quando i motivi per dubitare delle dichiarazioni ufficiali si possono misurare in gradi, primi e secondi.

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lunedì 2 novembre 2009

Gli Ogm non sono la risposta. Parola di agricoltore!

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L'agricoltura biologica è l'unica soluzione per il futuro del nostro cibo
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poster canvas art riproduzione quadri
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Gli Ogm non sono la risposta. Parola di agricoltore!
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OROSCOPO
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Bruxelles, International — Quattro agricoltori provenienti da Spagna, Svezia e Thailandia hanno lasciato le loro aziende agricole per andare a Bruxelles. Hanno portato alla Commissione europea un messaggio: No agli Ogm. Insieme a loro, abbiamo consegnato la nostra petizione firmata da 180.000 persone per bloccare l'autorizzazione del riso OGM della Bayer (LL62).

Peter, Samnieng, Fernando ed Eduardo da anni sono passati all'agricoltura biologica e le loro storie testimoniano gli effetti distruttivi della contaminazione degli OGM e i successi ottenuti attraverso un'agricoltura naturale. Hanno portato con sé prodotti coltivati ecologicamente per un leggero pranzo biologico - patate e riso - le cui relative controparti OGM sono in attesa di autorizzazione alla Commissione europea.

Firmando la petizione per bloccare il riso OGM, le persone hanno dimostrato ancora una volta che non vogliono cibi OGM nei loro piatti. Abbiamo già visto come il mais OGM stia minacciando l'ambiente e il sostentamento degli agricoltori. Se la Commissione autorizzasse l'importazione del riso OGM della Bayer, l'alimento base più importante al mondo sarebbe a rischio.

"Il mais biologico potrebbe scomparire a causa degli OGM. La mia esperienza con il mais dice che il polline viaggia di più rispetto a quanto detto negli studi, e che il mais viene contaminato molto più spesso rispetto a quanto viene effettivamente riportato. Nel mio caso, il mais più vicino ai miei campi si trova a 500 metri, e non è transgenico, ciò nonostante le mie coltivazioni sono state contaminate" testimonia Eduardo Campayo García, di Albacete, in Spagna.

L'agricoltura ecologica protegge suolo, acqua e habitat naturali. Produce alimenti sani e riduce le emissioni di gas a effetto serra. Coltivare prodotti e varietà differenti in un campo risulta la strategia più efficace per permettere all'agricoltura di adattarsi ai cambiamenti climatici, aumentare la resistenza alle malattie e ridurre l'uso di pesticidi.

Chiediamo alla Commissione europea di proteggere il nostro cibo e le nostre aziende agricole bloccando l'autorizzazione del riso OGM della Bayer, della patata transgenica della Basf e del mais MON810 della Monsanto.

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Un campo di resistenza per il clima

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Le torbiere indonesiane vengono distrutte per fare spazio alle piantagioni di palma da olio.
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Un campo di resistenza per il clima

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OROSCOPO
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Roma, Italia — Nel cuore della foresta indonesiana abbiamo inaugurato un Campo di Resistenza per salvare il clima. Gli attivisti rimarranno lì per diverse settimane a monitorare e difendere uno dei più grandi depositi di carbonio del pianeta. Il prossimo 15 novembre partirà per il Campo la nostra campaigner Foreste,
Chiara Campione.

I difensori del clima e della foresta sono stati accolti con una cerimonia di benvenuto da più di 200 rappresentanti delle comunità locali della penisola di Kampar, dove sorge il Campo.

La penisola di Kampar ospita una delle più importanti foreste torbiere dell'Indonesia che rischiano di essere distrutte per la produzione di beni di largo consumo come la carta e l'olio di palma utilizzato in tantissimi prodotti, dalla cioccolata ai dentifrici e persino per i cosiddetti biocarburanti verdi.

Abbiamo occupato una delle frontiere della brutale distruzione di uno degli ultimi polmoni del pianeta per chiedere ai leader politici di prendere una posizione forte contro i cambiamenti climatici, fermando la deforestazione.

A livello globale un milione di ettari di superficie forestale viene distrutta ogni mese – un'area pari a un campo di calcio ogni due secondi - causando il 20% delle emissioni di CO2 a livello globale. Proprio a causa della deforestazione, l'Indonesia occupa il terzo posto nella classifica dei paesi emettitori dopo Cina e Stati Uniti.

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Aziende IT: non abbastanza "cool" per raffreddare il pianeta

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Aziende IT: non abbastanza "cool" per raffreddare il pianeta
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OROSCOPO
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Amsterdam, International — Nella nostra ultima classifica "Cool IT" - che premia l'impegno del settore dell'Information tecnology sul fronte dei cambiamenti climatici - nessuna azienda ottiene un punteggio superiore a 50 su 100. Al primo posto c'è IBM mentre la new entry Google si piazza al quarto.

Un chiaro sostegno alle richieste di forti riduzioni delle emissioni è un criterio chiave per ottenere un punteggio elevato all'interno della classifica, così come la capacità delle aziende di proporre soluzioni alla crisi climatica adottabili su larga scala e misurabili.

Il rapporto "Smart 2020", commissionato dalla stessa industria IT, mostra chiaramente che soluzioni IT amiche del clima hanno le potenzialità per ridurre le emissioni globali di gas serra del 15% entro il 2020.

Con la conferenza di Copenhagen a poco più di un mese, i giganti dell'IT come Microsoft, Google e IBM devono far sentire il proprio peso per un accordo forte, o le possibilità di salvare il clima andranno perdute a causa delle pressioni negative dell'industria sporca.

IBM mantiene il primo posto con 43 punti grazie alla vasta gamma di soluzioni per il clima e all'impegno a ridurre le proprie emissioni, ma HP è a solo un punto di distanza. Sia HP che Toshiba hanno mostrato buoni progressi nel fornire più informazioni su come le soluzioni proposte siano in grado di ridurre le emissioni globali. Dell, Nokia e Sony, invece, non fanno passi avanti.

Sharp si è distinta come l'unica azienda giapponese che abbia lodato l'impegno del proprio Governo a ridurre le emissioni del 25% entro il 2020. La neo-arrivata Google ha fissato un piano per ridurre le proprie emissioni al 2030, ma non si è ancora espressa pubblicamente affinché sia raggiunto un accordo stringente a Copenhagen. Al contrario, l'amministratore delegato di Eriksson ha già rilasciato importanti dichiarazioni sull'urgenza di affrontare il problema dei cambiamenti climatici.

La recente decisione di Apple di lasciare la Camera di Commercio americana in seguito alle attività di lobby di quest'ultima contro l'introduzione della legislazione sul clima è in stridente contrasto con l'indifferenza di Google, Microsoft e IBM in questa delicata fase dei negoziati. Altre aziende IT statunitensi continuano a finanziare l'operato distruttivo della Camera di Commercio con i soldi versati per il tesseramento.

La prossima classifica "COOL IT" sarà diffusa nei primi mesi del 2010 e comprenderà molte nuove aziende del settore.

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