giovedì 24 dicembre 2015

Auto Elettriche Sperimentate gia' nel 1830



Forse non tutti sanno che le automobili elettriche non sono figlie delle nuove tecnologie: esse esistono da ben prima che Tesla Motors o General Motors lanciassero i loro prototipi, vent’anni fa. Infatti prima dell’invenzione della combustione interna, diversi pionieri (e anche qualche sognatore) si sono dedicati a sviluppare quest’impresa con molta passione, qualche difficoltà e diversi successi. La mancanza di prospettiva storica porta però a non capire come siano veramente andate le cose e ad appiattire la storia dell’auto alla sola combustione a petrolio. Nelle prossime pagine cercheremo di fare chiarezza su 12 passaggi fondamentali della storia delle auto elettriche. Iniziamo scoprendo l’origine di tutto: chi realizzò il primo prototipo di auto elettrica?



Il primo prototipo fu costruito nel 1830 dallo scozzese Robert Anderson. Le batterie però non erano ancora ricaricabili, quindi il veicolo somigliava più a un trucco da salotto che a un’automobile. Una cosa del tipo “Non ci sono cavalli né buoi, eppur si muove!”. 


Sette anni dopo, un altro scozzese, Robert Davidson di Aberdeen, costruì addirittura un prototipo di locomotiva elettrica. Nel 1841 ne fece una versione più grande, che poteva viaggiare per quasi un chilometro a una velocità di 4 miglia all’ora trainando 6 tonnellate.

Il problema era di nuovo quello delle batterie, ma le prestazioni erano così notevoli che preoccuparono i lavoratori della ferrovia che distrussero il prototipo che Davidson aveva soprannominato “Galvani”. 


Forse non tutti sanno che le batterie ricaricabili non sono un’invenzione del ’900 ma sono nate nel 1859 e già allora fecero ben sperare i sostenitori delle macchine elettriche. Nel 1890, un chimico scozzese di Des Moines, Iowa, tale William Morrison, chiese di registrare il brevetto di un carrello elettrico costruito forse già nel 1887 e apparso in una parata della città l’anno successivo.

Trazione anteriore, 4 cavalli, velocità massima di 20 miglia all’ora e 24 batterie che dovevano essere ricaricate ogni 50 miglia.

Electrobat: non vi sembra un grande nome? Esso designa il primo sforzo commercialmente valido dell’auto elettrica. Andiamo a Filadelfia. Nel 1984, Pedro Salom e Henry G. Morris brevettano un’auto elettrica e la registrano con il nome di Electrobat.

All’inizio molto pesante e lento, nel tempo l’Electrobat inizia a utilizzare pneumatici e materiali più leggeri fino a diventare, nel 1896, una carrozza sterzante con due motori da 1.1 kW in grado di viaggiare per 25 miglia a una velocità massima di 20 all’ora. 

Il belga Camille Jenatzy, un costruttore di carrozze elettriche che vive nei pressi di Parigi, chiede a diversi piloti di guidare i suoi veicoli con l’intento di promuovere la sua impresa e, nel 1899, finalmente batte un record mondiale: durante una gara, la sua Jamais Contente ( letteralmente “Mai soddisfatta”) riesce a rompere la barriera dei 100 km orari. La macchina aveva questa terribile forma a cilindro ma anche una coppia di motori ad azionamento diretto da 25 kW, ciascuno in azione raggiungeva 200 volt e 124 ampere (circa 67 cavalli), era in lega di alluminio leggera e montava pneumatici Michelin.


Sapete che tra i pionieri dell’auto elettrica si può annoverare anche Thomas Edison? Questo nella foto è lui, insieme al suo amico Henry Ford: siamo nel 1902 e questa è la sua Studebaker. Prima di decidere che il motore a benzina era più conveniente, anche Edison e Ford provarono a costruire un prototipo elettrico: il problema principale erano le fonti di approvvigionamento del carburante. A quei tempi infatti l’elettricità non era ancora ampiamente disponibile al di fuori della città e questo limitava fortemente il mercato di auto essa legate.
Sapete che quando il presidente degli Stati Uniti William McKinley fu vittima di un attentato durante il tour newyorkese, nel 1901, venne trasportato in ospedale a bordo di un’ambulanza a trazione elettrica? Si trattava di un modello molto simile a quello che c’è in questa foto (e che recentemente avrete visto nella serie tv della HBO “The Knick”).

Grazie a quella corsa McKinley sopravvisse al colpo di pistola, ma morì alcuni giorni dopo per un’infezione della ferita. Sfortuna a parte, McKinley fu il primo presidente motorizzato della storia degli Stati Uniti.

Poteva andare a 25 miglia all’ora per 80 miglia: questa Detroit Electric del 1923 è figlia di un’azienda che è riuscita a scalzare case come la Baker e la Milburn, considerate molto più innovative. Nonostante in quel periodo le macchine a combustione interna iniziassero a prendere piede, quelle elettriche avevano ancora mercato soprattutto grazie alle donne, che spesso non gradivano usare la manovella per avviare il motore, così le zone commerciali delle città erano dotate di stazioni per ricaricare le batterie delle macchine.
Va però detto che la Ford Modello T era molto più conveniente della Detroit Electric: nel 1923, la T costava 300 dollari, mentre la maggior parte delle auto elettriche costava 10 volte tanto. Macchine per ricchi, ovviamente. Tranne che per la moglie di Ford, Clara, che trovava le macchine del marito sporche e rumorose e perferiva di gran lunga le alternative elettriche, come le Detroit Electrics.

Ironia della sorte, è stato un motore elettrico che è diventato il vero nemico di vetture alimentate a batteria e ha contribuito a superare le obiezioni di Clara: sto parlando dell’avvento del motorino di avviamento elettrico, inventato da Charles Kettering a Dayton Engineering, per la Cadillac del 1912.
La benzina batte senza possibilità di ritorno l’elettricità poco prima della seconda guerra mondiale. A quell’altezza, la maggior parte dei produttori di auto elettriche si erano convertiti alla combustione interna o avevano cessato l’attività.

In città però i veicoli elettrici mantenevano ancora dei punti di forza, soprattutto grazie alla bassa velocità: in Gran Bretagna per esempio, fino al 1980 e oltre, si continuarono ad utilizzare veicoli elettrici per le consegne a domicilio; mentre nel Giappone del dopoguerra fu proprio la scarsità di benzina a convincere il governo a incoraggiare la produzione di auto elettriche.


La General Motors iniziò a sperimentare le auto elettriche negli anni ’90 e quello che vedete in foto è uno dei primi risultati: si chiama Electrovair ed è del 1996 (anche se l’originale è di 30 anni prima). Esotiche batterie d’argento e zinco producono un’energia di 532 volt per alimentare un motore a induzione a corrente alternata con 115 cavalli vapore.

Il problema principale era il peso: si trattava in totale di 800 chili in più rispetto la Corvair standard. La velocità massima era di 80 miglia all’ora, ma il colpo di grazia dal punto di vista del marketing era il costo delle batterie: 160mila dollari per batterie con una vita di 100 cicli al massimo.
Poiché la storia viene scritta dai vincitori, spesso ci si dimentica che il fallimento è un’esperienza molto comune tra le start-up. Ciò è particolarmente vero nel settore auto, dove l’elenco dei veicoli elettrici non del tutto spettacolari ha di recente incluso Coda e Aptera. Ma c’è un caso recente che non possiamo non nominare, per chiudere questo pezzo. Il protagonista è un sognatore, Shai Agassi, che nel 2009 fonda Better Place con un investimento di oltre 850 milioni di dollari. L’azienda fallisce nel 2013 ma, prima, riesce a strappare una collaborazione importante con Israele, Danimarca e con Renault, per costruire una macchina all’altezza dei suoi sogni, le cui batterie potessero essere sostituite anziché ricaricate a bordo.

Agassi era molto bravo a vendere la sua idea, un po’ meno bravo nei rapporti con le case automobilistiche. Così le stazioni della Better Place per la sostituzione veloce delle batterie si ritrovarono un po’ vuote: le macchine vendute furono pochissime (meno di 1500 Renault).


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sabato 19 dicembre 2015

Un 2016 Ecologico


Se sei curioso o non ci credi va bene lo stesso
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COME SARA' LA TUA VITA SESSUALE NEL 2016






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giovedì 10 dicembre 2015

Gelosia Amore Zodiaco



Scopri Quanto Sei Geloso/a In Base Al Tuo Segno Astrologico?
Anche se la gelosia è un sentimento umano, può essere più o meno presente in base al segno zodiacale. Scopri quanto sei geloso in base al tuo segno astrologico.
Cliccando sulle immagini di ogni segno verrai diretto alla pagina delle caratteristiche del segno di appartenenza , buona lettura e buon divertimento, grazie.




l’ariete è molto geloso. Forse non è così tanto geloso da stressare il partner ogni volta, ma è molto impulsivo. Questa impulsività può essere dettata dalla gelosia...





Più che geloso, il toro è possessivo. Questa cosa è evidente sia nella vita amorosa che negli altri settori della vita. Infatti, quando fanno parte di una relazione amorosa, 
mettono tutte le loro speranze in essa...




i gemelli sono indipendenti, celebrali e preferiscono stare lontani dai conflitti. Se loro non sono gelosi, vogliono che i loro partner siano come loro. Però non significa che loro siano indifferenti...




la gelosia del cancro è causata da una mancanza di credenza in sé stessi. Il Cancro non è geloso solo che ha bisogno di sentirsi al sicuro, ha bisogno di attenzioni ed amore per sentirsi bene...




il leone non è geloso, è possessivo. Passionale, al leone piace dominare, ha bisogno di sentirsi fiero nelle braccia della persona amata. Nel caso del leone la gelosia è un gioco simpatico...





la vergine si mostra gelosa solo quando tutto è evidente. La vergine analizza tutte le possibilità e pensa due volte prima di fare qualcosa...continua a leggere




la bilancia è più tollerante che gelosa. La tolleranza è la principale qualità della bilancia, detto ciò non possiamo affermare che la bilancia sia una persona gelosa...continua a leggere




anche se ha la tendenza di essere geloso, non dobbiamo dimenticare che lo scorpione è esclusivo. Ha bisogno di sentirsi al sicuro ma anche di dominare. Quando perde il controllo della situazione può diventare eccessivo...continua a leggere




il sagittario è geloso solo in alcuni momenti. Ama la propria libertà ma crede anche nella persona che ama. La gelosia si manifesta quando non si sente più bene in quella relazione, non ha carattere...



la gelosia è di solito una causa del poco credere i sé stessi ( o anche negli altri). Il capricorno è molto capace nel tenere per sé i propri sentimenti e raramente li mostra...



possiamo considerare una persona libera come un uccello nel cielo gelosa? Saremmo tentati a dire di no ma l’acquario ha la tendenza di perdere la fiducia nell’amore...


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venerdì 4 dicembre 2015

Il Capitalismo Provocherà la Scomparsa della Vita sul Pianeta



Evo Morales alla Cop21: «Il capitalismo provocherà la scomparsa della vita sul pianeta»

Rafael Correa: «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile»

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, è intervenuto alla seduta inaugurale della Conferenza delle parti Unfccc di Parigi con una forte denuncia dei fallimenti dei colloqui sul clima degli ultimi anni e mettendo nuovamente in guardia sul pericolo per il pianeta rappresentato dall’attuale modello di sviluppo e consumo. 
«Se continuiamo nel cammino tracciato dal capitalismo, siamo condannati a sparire...

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mercoledì 2 dicembre 2015

Pianura Padana e Morti per Inquinamento



Morti precoci per inquinamento,
 l'Italia detiene il record nell'Unione europea. 
La pianura padana il posto peggiore

L'Italia è il Paese dell'Unione europea che segna il record del numero di morti prematuri rispetto alla 
normale aspettativa di vita per l'inquinamento dell'aria. La stima arriva dal rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (Aea): il Belpease nel 2012 ha registrato 84.400 decessi di questo tipo, su un totale di 491mila a livello Ue.

Tre i 'killer' sotto accusa per questo triste primato. Le micro polveri sottili (Pm2.5), il biossido di azoto (NO2) e l'ozono, quello nei bassi strati dell'atmosfera (O3), a cui lo studio attribuisce rispettivamente 59.500, 21.600 e 3.300 morti premature in Italia. Il bilancio più grave se lo aggiudicano le micropolveri sottili, che provocano 403mila vittime nell'Ue a 28 e 432mila nel complesso dei 40 Paesi europei considerati dallo studio.

L'impatto stimato dell'esposizione al biossido di azoto e all'ozono invece è di circa 72mila e 16mila 
vittime precoci nei 28 Paesi Ue e di 75mila e 17mila per 40 Paesi europei. L'area più colpita in Italia dal problema delle micro polveri si conferma quella della Pianura Padana, con Brescia, Monza, Milano, ma anche Torino, che oltrepassano il limite fissato a livello Ue di una concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo d'aria, sfiorata invece da Venezia. Considerando poi la soglia ben più bassa raccomandata dall'Oms di 10 microgrammi per metro cubo, il quadro italiano peggiora sensibilmente, a partire da altre grandi città come Roma, Firenze, Napoli, Bologna, arrivando fino a Cagliari.

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martedì 1 dicembre 2015

Cop 21 di Parigi



Cos’è la Cop 21 di Parigi e perché è molto importante

Si sente parlare sempre più spesso della conferenza sul clima che si tiene a Parigi. Ecco una breve guida su cos’è e perché è così importante.

La Cop 21 è la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change, Unfccc), il trattato che conta l’adesione di 196 paesi e aperto alle firme durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro, in Brasile, del 1992. La prima Cop si è tenuta nel 1995. Ecco spiegato perché quella che si tiene a Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015 è la numero 21. Questa conferenza ha il compito di portare avanti i negoziati tra i paesi per cercare di contenere e ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera e contrastare così il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.


Delegati da tutto il mondo discutono di clima

Perché se ne parla così tanto
L’importanza della Cop 21 è dovuta al fatto che da questo appuntamento ci si aspetta l’adozione di un nuovo accordo globale che includa tutti i paesi della comunità internazionale, da quelli industrializzati (come Stati Uniti e Unione europea) e maggiormente responsabili della concentrazione attuale di CO2 in atmosfera, ai paesi emergenti o in via di sviluppo (come Cina e India) che hanno considerevolmente aumentato le loro emissioni negli ultimi anni. Per questo, c’è bisogno anche del loro impegno per riuscire a raggiungere un accordo efficace e che guardi al futuro.


Un po’ di storia sul clima
Nel corso degli anni, sono stati diversi gli appuntamenti importanti. Ad esempio, la Cop 3 che si è tenuta a Kyoto, in Giappone, nel 1997 ha dato vita all’omonimo protocollo, il primo accordo che ha vincolato i paesi industrializzati a ridurre le emissioni entro certi limiti. Poi c’è stato il “fallimento” della Cop 15 di Copenaghen, in Danimarca, che avrebbe dovuto far nascere un nuovo accordo globale che prolungasse o si sostituisse al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

La fiducia verso l’appuntamento del 2015 dipende dal fatto che questa volta le richieste sono state rovesciate. Non sono più i delegati a imporre ai paesi vincoli e riduzioni, ma sono i governi degli stessi paesi che sono stati chiamati a inviare all’Unfccc la loro proposta di riduzione della CO2. Un ribaltamento che ha pressoché spinto anche i paesi meno propensi quantomeno a interessarsi e a mandare dati e numeri ufficiali.

Le prime promesse degli stati
Se l’Unione europea aveva già promesso di voler ridurre la CO2 del 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli registrati nel 1990, fa ben sperare la promessa dell’amministrazione americana guidata da Barack Obama di voler ridurre tra il 26 e il 28 per cento la CO2 entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Target simile per il Giappone che ha promesso una riduzione delle emissioni del 26 per cento entro il 2030, ma come livello di riferimento ha preso il 2013. Tra i paesi in via di sviluppo, va citato il Messico che sostiene di riuscire a ridurre la CO2 del 22 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli attuali, cioè rispetto alla quantità di gas ad effetto serra che il paese americano produce nel contesto economico attuale. 

Tutte le promesse fatte dai paesi per contenere la CO2.

Secondo l’Onu, le promesse di riduzione dei gas a effetto serra avanzate finora non basteranno a limitare la crescita della temperatura a 2ºC entro il 2100.
A partire dalla Cop 19, la Conferenza mondiale sul clima che si tenne a Varsavia nel 2013, i governi decisero di impegnarsi a dichiarare in modo ufficiale i propri impegni in tema di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. A poche settimane dalla Cop 21, che si terrà a Parigi a partire dal prossimo 30 novembre, sono 155 i paesi che hanno reso note le loro promesse. Esse, però, risultano molto diverse tra loro.


Se gli Usa hanno dichiarato, infatti, una diminuzione delle emissioni del 26-28 per cento, da ottenere entro il 2025 (rispetto al valore registrato nel 2005), l’Unione europea ha puntato ad un 40 per cento di calo, da raggiungere entro il 2030 (rispetto ai dati del 1990). Ancora, l’India ha puntato a una riduzione del 33-35 per cento, mentre la Russia vuole centrare un meno 25-30 per cento. E la Cina non ha promesso un calo, bensì un “picco massimo” da raggiungere entro il 2030. Alcuni governi, poi, hanno preferito utilizzare come punto di riferimento per calcolare la diminuzione non un anno, bensì il dato chiamato “business as usual” (“Bau”, nella tabella che riporta i dati dei quindici principali emettitori mondiali di gas nocivi): le diminuzioni sono calcolate, in questo caso, rispetto alle emissioni che si raggiungerebbero in futuro se non fosse effettuato alcun intervento correttivo.



Per tentare di fare un po’ di chiarezza, e per comprendere quanto valgano realmente, nel loro complesso, gli impegni annunciati, le Nazioni Unite hanno predisposto un rapporto, che tiene conto di 146 promesse (quelle inviate entro il 1 ottobre). La segretaria esecutiva della Unfccc (Convezione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), Christiana Figueres, ha spiegato che – ad oggi – tali promesse “porteranno a limitare la crescita della temperature media globale, entro la fine del secolo, a 2,7 gradi centigradi”. Ovvero ben oltre la quota-limite indicata dagli stessi governi, pari a 2 gradi, necessaria per evitare conseguenze catastrofiche.

Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images
Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images

Gli impegni, dunque, non sono sufficienti. Tanto più che le ong ritengono persino ottimistica la valutazione dell’Onu. Secondo Nicolas Hulot, presidente dell’omonima fondazione francese (nonché “inviato speciale” del governo di Parigi alla Cop 21), “allo stato attuale, supereremo la soglia dei 3 gradi centigradi”. Per questo, ha aggiunto, è necessario che i governi rivedano periodicamente i loro impegni in futuro: “I paesi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni globali, potrebbero assumere questa iniziativa, e ridefinire le loro promesse già a partire dal 2016 o dal 2017”.


I governi, però, appaiono ancora piuttosto divisi. E all’inizio di novembre è giunta anche la notizia, inaspettata, della revisione al rialzo dei propri dati sull’inquinamento da parte della Cina. Il più grande responsabile di emissioni di gas ad effetto serra a livello mondiale ha ammesso infatti di aver sottostimato, fortemente, l’utilizzo di carbone sul proprio territorio. Ciò significa che nelle statistiche fin qui pubblicate mancava circa un miliardo di tonnellate di CO2 disperso nell’atmosfera. Pari alle emissioni annuali di un paese come la Germania.

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IN MARCIA PER IL CLIMA


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