venerdì 27 novembre 2015

In Marcia per il Clima in Tutto il Mondo


In marcia per il clima

Grande mobilitazione nazionale per il clima, marcia e concertone il 29 novembre a Roma. Manifestazioni in contemporanea in tutto il mondo per chiedere un nuovo modello di sviluppo .
Il 2015 è un anno importante per il futuro del Pianeta: a dicembre, nel prossimo vertice delle Nazioni Unite che avrà luogo a Parigi (30 novembre/11 dicembre), si dovrà definire il nuovo accordo internazionale sul clima. Una partita non scontata. I governi dovranno assumere impegni significativi per ridurre le emissioni di gas serra, attivare aiuti per le comunità e i territori maggiormente colpiti dall'effetto devastante dei mutamenti climatici, e, non ultimo, definire strategie e investimenti per uno sviluppo senza fonti fossili. Ci stiamo avventurando verso un surriscaldamento del Pianeta di 4°C con scenari apocalittici se non interverremo rapidamente. Milioni di persone nel mondo stanno pagando le conseguenze di un sistema economico, di produzione, di consumi insotenilbile e ingiusto che va radicalmente cambiato, per salvare il clima del Pianeta, per restituire dignità e speranza alle persone. 

Legambiente con la campagna "In marcia per il clima" vuole contribuire a mettere in moto il cambiamento stimolando cittadini, amministrazioni, piccole e medie imprese verso un modello di sviluppo differente, sostenibile, nel rispetto dei territori e delle comunità.

29 novembre 2015  marcia globale per il clima e per la pace www.coalizioneclima.it  
Il 29 novembre a Roma, in contemporanea con tante altre città del mondo, ci mobiliteremo contro il cambiamento climatico e le politiche economiche e sociali che lo hanno prodotto. Con una grande marcia e un concerto per il clima e per la pace
concentramento per la marcia, ore 14.00 in piazza Campo de' Fiori INFO 
concentramento In bici per il clima ore 14.00 Largo Tacchi Venturi
Ore 17,00 CONCERTO PER IL CLIMA fino alle 21,00

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mercoledì 25 novembre 2015

Brasile: Rottura di due Dighe di una Miniera








STESSA TRAGEDIA DA 2 GIORNALI DIVERSI

di quale terremoto parlate?
 Lo scorso 5 novembre
  un terremoto di magnitudo 2,6 
potrebbe essere stato fra le cause 
della rottura di due dighe di una miniera situata nella regione di Mariana, in Brasile. L’incidente ha provocato un’immane catastrofe ecologica con lo sversamento di 50 milioni di metri cubi di fanghi e liquidi residui della lavorazione mineraria (pari allo riempimento di 20mila piscine olimpiche).

Nei fanghi, oltre al ferro e al silicio, sono stati sversati anche enormi quantitativi di un materiale altamente tossico come il mercurio.

A dieci giorni dal disastro ambientale decine di migliaia di persone si trovano senza acqua potabile. Negli scorsi giorni il presidente Dilma Roussef ha sorvolato l’area del disastro il cui bilancio, fino a ore, è di 9 morti e 18 dispersi.

Secondo il coordinamento del nucleo di emergenza di Ibama de Minas Gerais i fanghi si sono estesi per una superficie di 80 km nel letto d’acqua della regione. Una delle conseguenze è l’assorbimento ovvero l’accumulo di sedimenti nel letto del fiume, con impatti socioeconomici e ambientali.

Gli animali terrestri e acquatici stanno morendo da giorni per asfissia.

Alla fine della scorsa settimana è stata lanciata l’operazione Arca di Noè che vedrà la partecipazione di pescatori specializzati, associazioni ambientaliste che hanno come principale obiettivo quello di scongiurare l’estinzione del 100% delle specie che abitano il corso d’acqua.

Dilma Roussef ha garantito che l'impresa proprietaria della miniera, Samarco, riceverà una multa iniziale di 250 milioni di reais (oltre 60 milioni di euro). 

1 COMMENTO
Cristina S. #1 venerdì 20 novembre 2015 23:13
di quale terremoto parlate? 
oggi il mio paese sta affrontando il più grande disastro ambientale e a quanto pare a nessuno importa, visto che ad oggi 21 novembre (17 giorni dopo il crollo) nessun tg ha dato la notizia. la multinazionale responsabile della catastrofe è la maggior finanziatrice del governo brasiliano non che delle principali reti televisive... Il governo brasiliano mantiene una golden share, cioè un diritto di veto ad alcune decisioni rilevanti dei vertici dell’impresa visto che fino a qualche anno fa era una impresa statale. a una settimana esatta dal disastro, il presidente Dilma Rousseff, ha modificato un decreto legge esonerando cosi la Samarco (vale e BHP Billiton) della responsabilità nel peggiore disastro ambientale del Brasile, adducendo che il rompimento della diga è da considerare una calamità naturale e non dovuta alla negligenza, alla cattiva manutenzione e gestione della stessa. come si direbbe in italia: finito tutto a tarallucci e vino. grazie però a tante persone "comuni" che stanno facendo girare i vari video e documenti ufficiali, il mondo comincia a guardare e cercare non solo la verità, ma anche che chi ha sbagliato, ammazzato, contaminato ed inizi a pagare.

 Dam collapse creates environmental disaster in Brazil 

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 On November 5, 2015, two dams holding millions of cubic meters of mining waste gave way – launching one of the worst environmental disasters in Brazilian history. Mud – full of dangerous metals – quickly overtook the nearby mining community of Mariana in Minas Gerais state. At least seventeen people were killed. Hundreds more have been displaced by the wall of sludge released in the dam collapse.

Lo scorso 5 novembre il Brasile è stato colpito da una tragedia ambientale senza precedenti.
Gli argini di due dighe trasportanti liquidi di scarto industriale altamente tossici hanno ceduto, riversando nel Rio Doce 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti.

Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando l’inarrestabile corsa di 500 km trasportati dalle acque del fiume fino alla sua foce: acqua e terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili – tutto è stato ricoperto dal fango tossico.

La responsabile di tale incalcolabile disastro è la ditta Samarco Mineracao Sa, la quale è controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere. Una colpevolezza ingiustificabile, se si considera che l’azienda non era nemmeno dotata di sistemi di allarme ed evacuazione in caso di possibile incidente! Inoltre sembrerebbe che la causa del cedimento sia dovuta ai recenti lavori di ampliamento del canale: al momento del crollo alcuni operai erano all’opera per allargare la diga così da poter trasportare più materiale tossico, scarti prodotti sia dalle miniere locali che da quelle più distanti, in vista del continuo aumento della produzione.

Questa regione infatti è ricca di minerali: è qui che viene prodotto il 10% del ferro di tutto il Brasile ed è questa la ragione per cui il Rio Doce ad oggi appaia come una enorme pattumiera a cielo aperto, anche se decenni fa il fiume era immerso nella foresta amazzonica; oggi invece il panorama è spettrale, le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti.

Il bilancio è di 11 morti, 15 dispersi, 600 sfollati, 250.000 senza acqua potabile. La Samarco è stata obbligata a pagare 250 milioni di dollari al governo brasiliano, ma le stime per la pulizia riportano un danno di 27 miliardi di dollari. Senza calcolare tutte le conseguenze collaterali che riguarderanno l’oceano: già la biodiversità del fiume è andata completamente distrutta e diverse specie – incluse alcune indigene – sono da considerarsi estinte; ora la preoccupazione è rivolta all’impatto che il disastro avrà sull’ecosistema dell’Atlantico.
Scienziati e ambientalisti temono che se venti e correnti spingeranno l’onda tossica verso nord, l’Abrolhos Marine National Park sarà fortemente a rischio: il parco racchiude un arcipelago di isole e barriere coralline dove sono ospitate specie marine protette, come tartarughe, delfini e balene. Fortunatamente gli addetti del parco stanno già correndo ai ripari e per scongiurare una possibile moria di uova di tartaruga – deposte il mese scorso – hanno pensato di rimuoverle per tempo, sistemandole al sicuro.




Non ci sono parole per descrivere la gravità della situazione.
 Lasciamo che siano le immagini a parlare.


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martedì 17 novembre 2015

Il Grattacielo Ecologico più Bello al Mondo



Il Bosco Verticale il Grattacielo 
più Bello al Mondo


Il Bosco Verticale si è aggiudicato giovedì sera a Chicago il premio come Migliore Architettura del mondo 2015 assegnato dal Council on Tall Buildings and Urban Habitat e promosso dall’Illinois Institute of Technology di Chicago. Il grattacielo verde disegnato e progettato da Boeri Studio (Stefano Boeri, Gianandrea Barreca, Giovanni La Varra) e realizzato da Manfredi Catella, ad di Coima Sgr, nel quartiere Porta Nuova Isola a Milano, ha battuto concorrenti come il One World Trade Center di New York. Il Council on Tall Buildings and Urban Habitat ogni anno elegge il grattacielo più bello di ogni continente e successivamente sceglie tra tutti i vincitori quello più innovativo del pianeta. Questa la motivazione con la quale ieri è stato assegnato il premio: «Il Bosco Verticale è un esempio unico nell’utilizzo del verde in altezza e in proporzione. La «facciata vivente» dell’edificio, che incorpora numerosi alberi e oltre 90 specie di piante, svolge il ruolo di interfaccia attiva per l’ambiente circostante. Ciò che rende l’idea eccezionale è l’azione delle piante, che agiscono come estensione della copertura esterna dell’edificio. La giuria ha definito innovativa l’esplorazione della vitalità del verde su tali altezze».





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sabato 14 novembre 2015

Congo ed il Coltan per il Tuo Smartphone



Il costo umano di uno smartphone 
e tutto ciò che gira attorno al coltan
Le guerre invisibili, come in Congo, per il controllo delle risorse. La "sabbia" per costruire telefonini e computer. Il silenzio della stampa internazionale. 
Coltan, diamanti, petrolio, proiettano alcuni paesi 
africani nella logica della globalizzazione. "Potremmo chiamarle guerre tribali solo se considerassimo le multinazionali che ne traggono profitto come tribù",
 commenta Jean-Léonard Touadi

Cos'è il coltan? Una sabbia nera, leggermente radioattiva, formata dai minerali colombite e tantalite, da cui si estrae il tantalio, metallo raro che viene usato, sotto forma di polvere metallica, nell'industria della telefonia mobile, nella componentistica dei computer e in quella degli aerei, poiché aumenta la potenza degli apparecchi riducendone il consumo di energia. È lo sviluppo della news economy, quindi, delle telecomunicazioni, dell'elettronica di punta e della telefonia mobile, a rendere così indispensabile questa materia, di cui l'80% delle risorse mondiali viene estratta in Congo.

Il contesto geografico. La parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, la zona del Kivu, che confina con Ruanda, Burundi e Uganda, è di gran lunga la zona più ricca in assoluto di minerali e risorse di tutto il territorio congolese. Ricca di oro e diamanti, dei quali continua a rifornire i mercati 
mondiali in modo assolutamente illegale, e di coltan. Qualcuno ha detto che la guerra iniziata in Ruanda nel lontano 1994, che ha provocato ondate di profughi verso quei territori, avesse come mira finale l'occupazione del Congo, il paese più ricco del mondo, dal punto di visto minerario e geologico, ma anche e fra i paesi più poveri della terra, come condizioni di vita. Il Congo è grande quanto tutta l'Europa occidentale (2 mln e 342.000 km quadrati) e la zona del Kivu è molto distante dalla capitale Kinshasa e carente di infrastrutture, ferrovie o strade che la colleghino agevolmente ad essa. Chi controlla quindi questa zona?

Chi fa affari con la guerra e le multinazionali. La distanza dalla capitale ha reso il Kivu terra di nessuno, consentendo ai Lords of war (i cosiddetti signori della guerra) di diventare i principali interlocutori delle multinazionali. È una zona bellissima dal punto di vista paesaggistico, propaggine della Foresta Equatoriale che si estende verso la Rift Valley, con clima ideale, né caldo né freddo, e con una natura incontaminata. Uno dei polmoni ecologici del mondo, che da anni è anche zona di piste clandestine per l'atterraggio di aerei provenienti direttamente dall'Europa, dall'America e dall'Asia che arrivano, caricano il materiale e se ne vanno. 

Guerre e coltan: 11 milioni di morti. Chi compra il coltan non si preoccupa della provenienza e se il 
mercato è clandestino e senza controlli. Quello che poteva essere una benedizione per i congolesi è 
diventata la più grande delle maledizioni, per la mancanza di normativa, di regolamentazione e di 
controllo in merito all'estrazione di questo minerale e alle sue modalità. Chi lo estrae, adulti ma anche bambini, lo fa spesso scavando a mani nude, con conseguenti frane e incidenti quotidiani. Ogni giorno decine di bambini muoiono. Non c'è un censimento e tanto meno un risarcimento. L'età dei bambini che vanno a lavorare si abbassa di anno in anno. Ragazzini di 7-8 anni dopo dieci anni di lavoro sono vecchi e sviluppano, a causa della radioattività, malattie del sistema linfatico che ne causano la morte. 

Le guerre sviluppate attorno all'accaparramento del coltan ha portato sinora circa 11 milioni di morti e schiere di migliaia di bambini soldato che quando non combattono scavano la terra alla ricerca del 
minerale. Conflitti del passato e moderni. Jean-Léonard Touadi, congolese, giornalista, saggista, ex deputato e docente di Geografia dello Sviluppo in Africa, sottolinea le grandi novità di questa guerra: "È facile catalogarla come una guerra tribale, secondo categorie occidentali, rimandando a concetti noti di etnie e tribù locali che si contrappongono tra loro. Una guerra lontana, etnica, 'roba loro'. In realtà siamo di fronte a 'tribù' moderne. I Signori della Guerra che dominano queste terre di nessuno sono estremamente modernizzati: hanno telefoni satellitari, connessioni con grandi banche occidentali e collegamenti con paradisi fiscali, dove i soldi vengono versati direttamente sui conti esteri (rapporti ufficiali dell'Onu hanno certificato questa triangolazione). Vi è un circolo vizioso tra materie prime che escono, fornitura delle armi e la guerra che continua perché nessuno ha interesse a fermarla". 

Una guerra post-ideologica. Siamo di fronte a una nuova forma di guerra post-ideologica. Le guerre in Africa avevano sempre motivazioni politiche o geopolitiche dettate dalla difficoltà di creare una nation building o, durante la guerra fredda, erano collegate al conflitto est-ovest. "Dopo la caduta del muro di Berlino - ha aggiunto Jean-Léonard Touadi - la maggior parte delle guerre in Africa ha avuto come mira la conquista delle materie prime. Il diamante, l'oro, il petrolio, il coltan proiettano paesi come la Liberia, il Sierra Leone, l'Angola, il Congo nella logica della globalizzazione. E potremmo chiamarle guerre tribali solo se considerassimo anche le multinazionali che ne traggono profitto come delle grandi etnie, delle grandi tribù".

La legge che non c'è, il silenzio dei media. L'unica via per interrompere il mercato del "coltan 
insanguinato" e i conflitti ad esso collegati sarebbe una normativa internazionale. Se, infatti il "protocollo di Kimberley" ha posto regole al commercio dei diamanti, per il coltan, per il quale il percorso di tracciabilità sarebbe più facile provenendo prevalentemente da un solo paese, non esiste alcuna regola. È necessaria una campagna di sensibilizzazione, visto che solo la pressione mediatica spinge i decisori internazionali a darsi da fare per cercare soluzioni. Ma dopo una campagna di sensibilizzazione avviata in Belgio, denominata "niente sangue nel mio Gsm", è di nuovo calato il silenzio. Non fare campagna intorno alla questione è il modo migliore perché questi interessi continuino a proliferare. 

Conclude Touadi: "È un circuito consolidato e tutti trovano il loro tornaconto, compresi gli Stati vicini, visto che il commercio illegale passa per Kigali e Kampala. Bisogna che se ne parli, che chi legge i giornali si renda conto. E secondo me uno dei motivi per i quali la guerra non finisce è proprio questa. 

Ciò che mi scandalizza di più è il silenzio".

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giovedì 5 novembre 2015

I Greci condannavano a Morte chi eliminava un albero di Ulivo


I Greci condannavano con la morte
 chi uccideva un albero d’ulivo

L’olivo nel Salento leccese 4 mila anni fa è giunto dal mare, trasportato da antichi naviganti fenici sbarcati sulla penisola salentina. Sia gli scrittori locali che i visitatori del Salento leccese sono sempre stati ipnotizzati dalla fitta foresta degli ulivi. Questi alberi maestosi e imponenti  sono disposti ad arco intorno alle città, oppure coltivati all’interno dei muri di recinzione. Ferrari afferma che il segreto della ricchezza di prodotto degli olivi del Salento leccese deriva dalla costante e corretta potatura: “per farli più fruttiferi ogni anno con diligenza li padroni da persone pratiche li fanno nettare“.

La mitologia greca, inneggia all’ulivo, lo incastona sulle vette dell’Olimpo tanto che la leggenda narra di Athena Pallade, che i Romani chiamarono Minerva, donò l’olivo ad Atene, divenendo sua protettrice. Minerva ha donato al Salento leccese l’olivo infatti a Otranto c’è il colle della Minerva così come a Santa Maria di Leuca era stato eretto un tempio a questa Dea. Abito in un paese, San Cesario di Lecce che possiede un gioiello bellissimo, ovvero il Palazzo Ducale Marulli nella cui facciata c’è la scultura della dea Minerva che è posta per prima nel gruppo dedicato alle divinità greche formato da Ercole, Nettuno e Venere. Minerva che dona al mio paese l’olivo!

Sono stati ritrovati nel Salento leccese alcuni contenitori con tracce di olio datati  all’età del Bronzo finale. La lavorazione dell’olio più di 4 mila anni fa avveniva schiacciando le olive con una pietra durissima in un cesto di rami intrecciati. L’olivo che continua a esserci, che c’è stato nei secoli scorsi, l’olivo che c’è sempre stato e che ha dato ricchezza a un territorio immobile!

L’arretratezza del Salento nell’800 è fissata in maniera espressiva dalle parole di J. Ross,: “Gli utensili agricoli sono poi assolutamente primitivi: la vanga è sconosciuta e tutto il lavoro viene fatto a mezzo di una corta zappa ricurva. La terra e le pietre vengono trasportate, come in Egitto, in panieri sovra una spalla, ed ogni paniere contiene fino a una quindicina di palate di terra“; e a nulla serviva suggerire di usare ad esempio la carriola al posto del paniere (panaru) infatti quando Ross lo suggerisce a un contadino del Salento leccese quest’ultimo gli risponde: “I nostri vecchi hanno sempre usato il paniere; se era buono per loro sarà buono anche per noi“.

La coltivazione dell’olivo nel Salento leccese dell’antichità prevedeva l’aratura intorno all’ulivo che aveva come effetto la costituzione una vera e propria fossa per ricevere la pioggia e per accogliere come in un abbraccio, le olive che cadono a terra. Quell’aratro antico fatto di “due stanghe ricavate da due esili rami di olivo o di leccio, e da un piccolo vòmero di legno che veniva tagliato con un’accetta”.

Gli olivi del Salento leccese che i briganti hanno utilizzato rifugiandosi nelle cavità dei tronchi e  sono i rami d’ulivo quelli che venivano accesi per ricavarne il fuoco su cui si cuocevano le fave che danno quella purea tanto gradita a tutti! Ma li avete visti gli olivi all’ingresso della città di Lecce? La capitale del Salento leccese accoglie tutti con quegli ulivi trapiantati nei Rondò e nelle aiuole all’ingresso della città. La Lecce che nei primi anni del ‘900 a Villa Reale, dove c’è un giardino progettato da P. Porcinai, ha l’olivo che si incastona tra viali, strutture abitative, pozzo, vasca, colonnati, sostegni in ferro e in pietra.

La stessa pietra che affiora tra Campi Salentina e Surbo che, secondo Cosimo De Giorgi veniva estratta “per farne macine da frantoj”. Abbiamo tutti negli occhi il ricordo di queste pesanti antiche ruote di pietra che rotavano sulle olive schiacciandole. Si levano scudi contro chi afferma la fine dell’olivicoltura. Vi assicuro che le reazioni delle persone che hanno ascoltato discorsi che profetizzano la fine della coltivazione dell’olivo nel Salento leccese sono davvero indignate. Noi siamo divenuti i nuovi barbari senza subire le conseguenze che riservavano ai Greci a chi faceva del male a un albero di ulivo?

L’olivo fa parte del paesaggio storico del Salento; per essere più precisi l’ulivo è la Storia del Salento che, come afferma Mirella Signore, “comprende l’idea delle epoche storiche, della natura del terreno, delle strategie di difesa, della risorsa idrica, del patrimonio archeologico e della custodia dell’ambiente”. Sempre la stessa autrice ricorda a tutti noi che i “Greci, che in genere erano soliti radere al suolo le terre conquistate tagliando anche i boschi, decretarono la pena di morte per chi avesse reciso un albero d’ulivo pubblico o privato.”

Già! più di duemila anni fa si toglieva la vita a chi “ammazzava” un olivo. Oggi cosa dovremmo fare nei confronti di chi con le parole, i discorsi e le decisioni, sta ammazzando
 i 9 milioni di olivi del Salento?

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lunedì 2 novembre 2015

UE ci taglia gli ulivi? Noi ne piantiamo 100 per ogni eradicazione




I Pugliesi si ribellano:
 “l’UE ci taglia gli ulivi? Noi ne piantiamo 100 per ogni eradicazione”
DifendiAMOgliulivi Xylella
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IL POPOLO DEL SALENTO 
PIANTA MIGLIAIA DI ULIVI
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"Per ogni ulivo tagliato ne pianteremo cento” - con questo slogan centinaia di pugliesi stanno piantando in queste ore nuove pianticelle di ulivo li dove l’Unione Europea, attraverso il piano del governo nazionale, ha deciso di eradicare i nostri ulivi, anche secolari e millenari, senza trovare una soluzione alternativa all’abbattimento di piante che hanno donato l’olio si dai tempi degli antichi romani e greci. Se i politici ed burocrati europei non sanno ( non vogliono?) risolvere il problema del disseccamento rapido degli ulivi sembra logico che i cittadini più sensibili abbiano deciso di vedersela per conto proprio e trovare una soluzione pacifica ma al tempo stesso rivoluzionaria ed efficace.  L’iniziativa è partita con l’evento “La Domenica della disobbedienza” svoltosi nel Salento lo scorso 18 ottobre, ma i cittadini non sembrano fermarsi. Stanno continuando a piantare ulivi, partecipando a cortei, organizzando ronde per tentare di fermare l’eradicazione imposta. Lo dimostrano le centinaia di immagini diffuse in queste ore sui gruppi “Domenica della Disobbedienza“, “Difendiamo gli ulivi – Torchiarolo“, “I colori della Terra”  e tante pagine facebook ed eventi. Un video dal web mostra le immagini di alcune piantumazioni avvenute.

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Attenzione all 'Unione europea che impone di tagliare gli ulivi del Salento



Salento –  (Unione Europea):
 metanodotti e scorie nucleari al posto degli ulivi secolari!


Attenzione all 'Unione europea che impone di tagliare gli ulivi del Salento. 

Renzi ed Emiliano, dove sono le analisi di tutti gli alberi d’ulivo del Salento? A proposito di Xylella fastidiosa, ecco la mappa ufficiale della regione Puglia. Ufficialmente, gran parte del territorio salentino sarebbe contaminato, ma di analisi ulivo per ulivo neanche l’ombra. In realtà, a tutt’oggi, non esiste la benché minima prova scientifica. La cosiddetta “infezione” è un contagio inventato a tavolino da chi comanda. Ma per far posto a cosa? Gasdotti sicuramente, ma anche l’ennesimo cimitero di scorie nucleari nazionali, definito impropriamente deposito. Interpellato direttamente in proposito, il presidente pro tempore Michele Emiliano, tace.

Italia depredata, usata come uno zerbino e il Mezzogiorno peggio ancora come discarica, grazie al favore di chi abusivamente bivacca a Palazzo Chigi, essendo stato imposto dal Napolitano ma non votato dal “popolo sovrano”.

L’Europa impone e comanda su dettato del potere economico: addio a natura, storia, archeologia, cultura e vita a dimensione umana, in un’antica terra del Sud. I tre tracciati del metanodotto Snam che collegheranno ilTrans-Adriatic Pipeline da Melendugno allo snodo di Mesagne, attraversano i territori su cui le autorità presumono di aver rinvenuto i maggiori focolai di Xylella fastidiosa, e su cui sono previsti gli abbattimenti più massicci a Veglie, Oria e Torchiarolo. Coincidenze? Tanto basta a far sorgere documentati dubbi sugli anomali disseccamenti per far tabula rasa rapidamente. Secondo la cronaca documentale, a tutt’oggi, non è stata ancora fornita una prova scientifica sulla reale presenza della Xylella. Piuttosto, l’argomento saltò fuori nell’ottobre 2010, in occasione di un convegno internazionale in Puglia e così il TAP che rifornirà di metano l’Europa dall’Azerbaigian, sacrificando la bellezza paesaggistica dell’Italia.

Il 20 maggio 2015 il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha firmato il Decreto di Autorizzazione Unica, abilitando la costruzione e l’esercizio dell’opera, approvando il progetto e dichiarando altresì la pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’infrastruttura, anche ai fini degli espropri. I lavori inizieranno entro il 16 maggio 2016 e l’operatività dell’infrastruttura dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2020. Ecco perché con il pretesto della Xylella, si addormentano più in fretta le proteste popolari, spianando le selve di ulivi plurisecolari. Il ministro Orlando nel Salento ha dichiarato: «Tap e Xylella non sono questioni da mettere sullo stesso piano».

In provincia di Lecce 11  amministrazioni comunali e 35 tra associazioni e comitati si sono già schierate con il movimento No Tap, che protesta contro la costruzione dell’impianto. Tra emissioni, condotte, tunnel e terminal, secondo uno studio preparato da un gruppo di esperti coordinati dal professor Dino Borri, ordinario del Politecnico di Bari, rischia di mettere a rischio migliaia di ulivi, l’assetto idrogeologico della costa, una spiaggia e un’oasi protetta, senza parlare dell’ecosistema che vede, tra le specie a rischio, cetacei e tartarughe caretta caretta.

VARIANTE-DEVASTANTE-DEL-GASDOTTO-ITALIA-ALBANIA

Dulcis in fundo: proprio il Salento è uno dei territori prescelti (insieme alla Sardegna e al Veneto) su cui il governo Renzi, eterodiretto dall’estero,intenderebbe costruire il cimitero nazionale di rifiuti radioattivi, in palese violazione della Convenzione europea di Aarhus, ratificata in Italia con la legge 108 del 2001. Che fare? Ribellione pacifica e resistenza. Proteggere concretamente il territorio, ed organizzare uno sciopero generale per non pagare più tasse inique a questo regime di fantocci e parassiti telecomandati.

VARIANTE-AL-GASDOTTO-UNA-CICATRICE-AL-SALENTO

Ma torniamo ai prevalenti e dominanti interessi stranieri sul gas naturale. TAP ha la propria sede centrale a Baar, in Svizzera, e uffici operativi in tutti i paesi attraversati dal gasdotto (Grecia, Albania e Italia). Gli azionisti attuali del progetto sono la norvegese Statoil (20%), l’inglese BP (20%) l’azera SOCAR (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagás (16%), la svizzera Axpo (5%). TAP, insieme a TANAP (Trans Anatolian Pipeline che attraverserà da Est a Ovest la Turchia) e a SCP (South Caucasus Pipeline) è una delle infrastrutture di trasporto che apriranno il Corridoio Sud del Gas, consentendo l’accesso al mercato europeo delle gigantesche riserve di gas naturale dell’area del Mar Caspio. Il gas che TAP trasporterà appartiene al Consorzio Shah Deniz II, proprietario del gas proveniente dall’omonimo giacimento offshore azerbaigiano situato nel Mar Caspio a sud di Baku.

Il progetto è stato elaborato dalla EGL, ora denominata Axpo, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, che nel 2003 iniziò uno studio di fattibilità conclusosi nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale del gasdotto.

Il 28 giugno 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha selezionato TAP come progetto vincente per il trasporto del gas dell’Azerbaigian in Europa preferendolo al progetto concorrente Nabucco West. Il 19 settembre 2013 Enel, Hera, Shell, E.ON, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku con il Consorzio Shah Deniz II i contratti di fornitura per la più importante vendita nella storia del gas (130 miliardi di Euro). Il 17 dicembre 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha annunciato la Decisione Finale di Investimento per sviluppare il giacimento di Shah Deniz II e gli azionisti di TAP hanno confermato la Resolution to Construct per lo sviluppo e la realizzazione del progetto Trans Adriatic Pipeline. Ovviamente nessuna autorità e multinazionale ha interpellato prima, anzi mai, i cittadini della Puglia, soprattutto del Salento.

Il gasdotto partirà da Kipoi in Grecia. Sarà lungo 870 km circa, di cui 104 km offshore nel Mar Adriatico. L’altezza massima raggiunta sarà di circa 1.800 metri sulle catene montuose dell’Albania; la profondità massima sarà di circa 820 m. Sono previste 3 stazioni di compressione lungo il percorso (2 per la fase iniziale) e il diametro del tubo sarà di 48? (1,22m) sul tratto a terra e di 42? (1,07m) per il tratto marino. TAP trasporterà circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, una quantità pari a quella utile per coprire il fabbisogno di 7 milioni di famiglie.

L’Unione europea riconosce a TAP un ruolo importante nel raggiungimento dell’obiettivo di politica energetica per  garantire la sicurezza e la diversificazione dell’approvvigionamento energetico nell’Europa centrale e settentrionale. La Commissione Europea, il Parlamento e il Consiglio hanno assegnato a TAP lo status di  Progetto di Interesse Comune (PCI), secondo le nuove linee guida TEN-E (Trans-European Energy infrastructure).

A settembre del 2014 il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Gian Luca Galletti, ha firmato il decreto di compatibilità ambientale, superando il parere negativo espresso dalla Regione Puglia e del Ministero dei Beni Culturali. Il parere positivo del Ministero dell’Ambiente, a valle di un’approfondita analisi delle alternative di circa 50 pagine, ha confermato che il sito migliore per l’approdo del gasdotto sulle coste salentine è San Foca, per il minor impatto ambientale e paesaggistico: «Valutato pertanto, per quanto sopra riportato circa l’approfondimento delle alternative, effettuato considerando ulteriori aree di indagine e parametri di valutazione così come richiesto durante la fase istruttoria, che l’ipotesi D1 (San Foca) risulta l’alternativa migliore sotto i profili tecnico, ambientale e paesaggistico. Si evidenzia che in questa alternativa la tecnologia del microtunnel permetterà di ridurre al minimo le interferenze con la fascia litoranea (potenziali impatti sul turismo, sul paesaggio e sull’ambiente)».

Il provvedimento del ministro Guidi abilita  la costruzione e l’esercizio dell’opera, sostituendo ogni altro atto formale di assenso delle altre amministrazioni intervenute nel procedimento, approvando il progetto e dichiarando altresì la pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’infrastruttura, anche ai fini degli espropri. Il decreto stabilisce infatti che i lavori dovranno iniziare entro il 16 maggio 2016 e l’operatività dell’infrastruttura dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2020. Il progetto, su cui è stata espressa la compatibilità ambientale con Decreto del Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare  dell’11 settembre 2014, ha ottenuto il via libera da parte del  Consiglio dei Ministri il  29 aprile scorso, dopo un esame comparativo di tutti gli interessi  coinvolti. Questi ultimi consistono, da una parte nella rilevanza energetica dell’opera ai fini della diversificazione degli approvvigionamenti,  nella strategicità della stessa connessa all’attuazione dell’Accordo internazionale Grecia, Albania, Italia e nell’interesse comunitario alla sua realizzazione in quanto apertura di un nuovo corridoio di approvvigionamento dell’Unione Europea, e dall’altra nella tutela di una zona territoriale di rilevante valore per gli interessi ambientali e turistici, tenuto anche conto  che il progetto  ha avuto una istruttoria complessa, durata alcuni anni, che ne ha vagliato in maniera approfondita la  compatibilità ambientale e di sicurezza».

di Gianni Lannes Fonte www.sulatestagiannilannes.blogspot.it

riferimenti:

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/06/29/15A05031/sg
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-08-29/la-commissione-nazionale-via-autorizza-gasdotto-tap-salento-151134.shtml?uuid=AB3ekXoB&refresh_ce=1http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/per-i-media/comunicati-stampa/2032759-tap-ministro-guidi-firma-decreto-autorizzazione-unica-metanodotto

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/10/cimitero-nucleare-ecco-dove.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/10/xylella-fantasma-proteste-in-puglia.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=xylella

https://www.youtube.com/watch?v=KbljdOdISrg

https://www.youtube.com/watch?v=oomUQHFp81M

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/07/11/15A05365/sg;jsessionid=JQpFwMFY7evRFervOLZoYw__.ntc-as3-guri2a

http://www.regioni.it/inparlamento/2015/07/01/d-m-19-06-2015-xylella-misure-di-emergenza-per-prevenzione-controllo-ed-eradicazione-411319/

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=tap

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domenica 1 novembre 2015

I Dissuasori Antipescaastrascico Funzionano





I dissuasori antistrascico funzionano:
 nelle Egadi dimezzato quello illegale sotto costa

Lo strascico sotto costa, all’interno della batimetrica dei 50 metri, è vietato in tutta Italia da una legge nazionale, anche fuori delle aree marine protette. La pesca a strascico sotto costa distrugge i fondali, 
danneggiando coralligeno e praterie di Posidonia oceanica, e depaupera la risorsa ittica, catturando 
anche pesci allo stadio giovanile, non commercializzabili, costituendo in più una concorrenza sleale per la piccola pesca artigianale e per la pesca strascico svolta al largo, nel rispetto delle regole. Un  
fenomeno che è particolarmente grave in un’area marina protetta, perché ne vanifica l’effetto 
ripopolante. Ma le azioni dei bracconieri potrebbero aver trovato un forte ostacolo: la direzione dell’Area marina protetta delle Isole Egadi ha reso noti i risultati del monitoraggio sulla  pesca a strascico illegale sotto costa, effettuato acquisendo dal Comando Generale delle Capitanerie di porto i dati relativi ai segnali blue-box, i dispositivi satellitari per la rilevazione della posizione delle motobarche da pesca di lunghezza superiore ai 15 metri, registrati all’interno dell’Amp.

All’Amp delle Egadi spiegano che «Un primo monitoraggio è stato effettuato per il periodo dal 1 gennaio 2011 al 31 luglio 2012, nei primi 18 mesi dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento dell’Amp: in tale periodo i dati hanno accertato il verificarsi di 71 incursioni in zona A (divieto integrale), 512 incursioni in zona B (divieto parziale) e 1.210 passaggi sospetti in zona C (dove è consentito solo il transito delle barche a strascico, previa autorizzazione). Il secondo monitoraggio è stato effettuato per il periodo dal 1 agosto 2012 al 31 dicembre 2013, e ha evidenziato 30 incursioni in zona A, 356 incursioni in zona B e 865 passaggi “sospetti” in zona C (cioè alla velocità di navigazione con cui viene esercitata la pesca a strascico). Si è pertanto registrata una riduzione molto significativa degli abusi, di oltre il 57% per le 
zone di massima tutela (dove tali violazioni sono reato), 
di oltre il 30% in zona B e del 28% in zona C».

Secondo Giuseppe Pagoto, sindaco di Favignana e presidente dell’Amp, si tratta d «Un risultato 
eccezionale raggiunto grazie ad un mix di fattori: in primis il posizionamento attorno alle coste dell’isola di Favignana, nel giugno 2013, dei dissuasori antistrascico, 
finanziati dal Ministero dell’Ambiente».

Il direttore dell’Amp, Stefano Donati, spiega che «Si tratta  di sistemi di deterrenza passiva, anche 
ripopolanti, che scoraggiano le violazioni, poiché fanno perdere le reti ai pescatori abusivi; ma hanno 
contribuito a questo risultato anche la continua presenza in mare del personale Amp, le azioni di 
denuncia e le revoche delle autorizzazioni, per i casi più gravi. Abbiamo anche registrato una maggiore consapevolezza da parte dei pescatori ed è cresciuto il dialogo con tutta la categoria, dalle cooperative, alle Associazioni, fino ai Consorzi. Ovviamente hanno svolto un ruolo di primissimo piano tutte le Forze dell’Ordine operanti in mare e soprattutto la Capitaneria di porto, con tutti gli uffici territoriali impegnati nella prevenzione e nella repressione degli illeciti: oltre alle ordinarie attività di pattugliamento e controllo, la CP Trapani si è 
attivata per il controllo continuo, da remoto, dei tracciati AIS, richiamando via radio le unità che 
accedevano in zona interdetta».

Donati conclude: «Riteniamo probabile che il monitoraggio dello strascico sotto costa nel 2014 ci riservi un dato ancora più confortante, con una ulteriore riduzione degli abusi. E stiamo avviando i progetti per il potenziamento dei dissuasori. Ci auguriamo, quindi, di proseguire questa straordinaria collaborazione con la Capitaneria di Porto».

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