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sabato 20 gennaio 2018

Detersivo per Lavatrice che NON Inquina



Detersivo per lavatrice fatto in casa che non inquina

Un’alternativa semplice al detersivo commerciale in polvere per lavatrice che è altamente inquinante non solo per l’ambiente ma anche per la nostra pelle è davvero facile ed economica.

Esistono anche quelli biologici oppure più eco o green, ma devo ammettere che non costano pochissimo, quindi dopo vari esperimenti sono approdata a questa ottima soluzione:

– 300 gr di sapone di marsiglia , il panetto in commercio, meglio quello ecobio a questo punto, visto che dobbiamo metterci energia umana e impegno, facciamolo bene! 
Io utilizzo il sapone che faccio in casa.

– 150 gr di percarborato di sodio, che si trova anche questo nei negozi specializzati bio, costicchia non poco anche questo, la soluzione economica ma meno etica è utilizzare la soda solvay, che si trova nei supermercati a basso costo, da non confondere con la soda caustica;

– 150 gr di bicarbonato di sodio

Grattugiare con la grattugia del grana il panetto di sapone e aggiungere gli altri due ingredienti, mescolare per bene e utilizzarne 2-3 cucchiai da tavola direttamente nell’oblò della lavatrice a temperatura desiderata.

Ottimo anche per bianchi e colorati!



Quanto inquina una lavatrice?

L'inquinamento delle acque provocato dalle attività umane ci fa immediatamente pensare alle bottiglie di plastica che affiorano in superficie o alle buste della spesa che soffocano le tartarughe. Sono queste le immagini più utilizzate nelle campagne di sensibilizzazione ad un corretto smaltimento dei rifiuti di plastica. Nel mare, però, si nasconde un altro nemico, con un impatto emotivo decisamente inferiore ma non per questo meno insidioso. Parliamo delle microplastiche provenienti dalle acque reflue delle nostre lavatrici, 
fibre di dimensioni microscopiche pericolose per la fauna marina.

Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, si tratta di una fonte piuttosto rilevante di inquinamento da plastica negli oceani. Mark Anthony Browne, biologo dello University College di Dublin, ha individuato frammenti di fibre sintetiche come acrilico, polietilene, polipropilene, poliammide e poliestere nelle acque della Gran Bretagna, dell'India, di Singapore e di diverse altre aree del mondo.

Il lavaggio di un singolo capo, dagli esperimenti effettuati, può generare fino a 1900 fibre e nel mondo i capi sintetici sono sempre più utilizzati. Per scongiurare il rischio di contaminazione, i ricercatori chiedono ai produttori di lavatrici di ideare nuove tecnologie capaci di ridurre il rilascio di fibre in fase di scarico.

Le microfibre sono i peggiori inquinanti marini

Ad ogni lavaggio, gli indumenti in microfibra perdono in media 1,7 grammi di frammenti. Di questi il 40% va a inquinare fiumi, laghi, mari e mette a rischio anche gli animali
La fonte di inquinamento delle acque più diffusa – e preoccupante – dipende dalla centrifuga della nostra lavatrice. Uno studio dell’Università della California appena pubblicato assegna alle microfibre che si staccano dai vestiti ad ogni lavaggio il primo posto nella lista degli inquinanti marini. Da qui deriva non solo l’avvelenamento di fiumi e mari, ma anche il rischio concreto di mettere a repentaglio animali non solo acquatici.

Tutto inizia dalle prove raccolte dalla ricercatrice Sherri Mason nei pesci dei Grandi Laghi al confine tra Stati Uniti e Canada: i loro corpi sono pieni di microfibre sintetiche, minuscoli frammenti che si staccano dai vestiti. Lo stesso vale per le zone costiere. Mason si è allora chiesta da dove potesse provenire una quantità così grande di filamenti tossici. E la risposta è la lavatrice.

In media, si legge nella ricerca, un giubbotto in tessuto sintetico perde 1,7 grammi di microfibre ad ogni lavaggio. Se è nuovo, perché se invece ha i suoi anni il dato raddoppia. Dalla lavatrice, questi frammenti vengono scaricati insieme all’acqua negli impianti di trattamento. Solo una parte viene effettivamente trattenuta: il 40% finisce in fiumi, laghi, oceani.

Queste microfibre sintetiche sono particolarmente pericolose in quanto hanno il potenziale di avvelenare tutta la fauna di un ecosistema, l’intera catena alimentare. Le dimensioni microscopiche favoriscono l’ingestione da parte dei pesci. Il rischio è amplificato dalla loro capacità di bioaccumularsi negli organismi, quindi di concentrare una quantità sempre maggiore di tossine nei corpi degli animali ai livelli superiori della catena alimentare.

A sua volta, la bioaccumulazione spalanca prospettive decisamente inquietanti visto che le microfibre plastiche assorbono molecole e sostanze inquinanti persistenti e ad elevatissima tossicità, come ad esempio i policlorobifenili (PCB), che si vanno poi a concentrare nei tessuti organici.

I risultati di questa ricerca devono far riflettere anche su alcune pratiche considerate finora pienamente sostenibili. È il caso della stessa azienda che ha sovvenzionato lo studio di Mason, Patagonia. Per ridurre la sua impronta ecologica, la compagnia ricicla bottiglie di plastica – triturandole – per ricavarne microfibra per gli indumenti sportivi che commercializza. Ma secondo questa ricerca, quella stessa plastica avrebbe inquinato di meno sotto forma di bottiglia.

LEGGI ANCHE: 
INQUINAMENTO MARINO



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