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lunedì 21 maggio 2018

Gli italiani bevono troppa acqua minerale


9 italiani su 10 bevono acqua minerale,
 il 19% in più rispetto a vent'anni fa. 
8 su 10 ne bevono almeno mezzo litro al giorno. 
Lo rivela il Censis

Il 90,3% degli italiani beve acqua minerale, il 79,7% ne beve almeno mezzo litro al giorno. 
E’ la fotografia scattata dal Censis nel rapporto dal titolo 
«Il valore sociale del consumo di acque minerali».

Negli ultimi vent'anni, tra il 1995 e il 2016, c'è stato un boom dei consumatori di 19 punti percentuali (e quelli che ne bevono almeno mezzo litro al giorno sono aumentati del 36%).

Oggi sono 49 milioni gli italiani che bevono acqua minerale: 8 milioni in più rispetto a vent'anni fa. Mentre nella crisi gli italiani tagliavano le spese (i consumi pro-capite sono diminuiti del 5,3% nel periodo 2008-2016), i consumatori di acqua minerale aumentavano dall'87,2% al 90,3% della popolazione, e quelli che ne bevono almeno mezzo litro al giorno dal 75,2% al 79,7%.

In Europa l'Italia detiene il primato nel consumo individuale di acqua in bottiglia: in media 206 litri pro-capite all'anno, 29 litri in più dei tedeschi (il 16,4% in più), 84 litri in più dei francesi (+68,9%), 85 litri in più degli spagnoli (+70,3%), 173 litri in più rispetto al Regno Unito (+524,4%), 96 litri in più rispetto al valore medio dell'Ue (+87,3%).

Piace a uomini e donne di tutte le età
Consumano acqua minerale 9 uomini su 10 e 9 donne su 10. Nel periodo 1995-2016 il decollo dei consumatori è avvenuto equamente sia tra i maschi (dall'81,3% al 90,5%), sia tra le donne (dall'81,5% al 90%).

L'acqua in bottiglia è per tutte le età, ancora di più per i giovani. Non sono mai inferiori all'86% le quote di consumatori nelle diverse fasce d'età, ma le percentuali più alte si registrano tra i 18-34enni (il 92,6%), tra i minori (il 91,1%) e tra i baby boomer (il 90,9%).

L’acqua minerale conquista ogni classe sociale
Tra i dirigenti e gli imprenditori i consumatori di acqua minerale sono il 94,2%, 
tra gli operai il 91,4%.

Le differenze dei livelli di reddito associate alle diverse posizioni professionali incidono in misura molto ridotta sulla propensione e sull'intensità del consumo di acqua minerale.

Un prodotto che è stato più forte della severa spending review familiare che ha finito per escludere tanti beni dalle tavole degli italiani. E che unisce gli italiani anche al di là delle differenze territoriali. Al Nord-Ovest i consumatori sono il 94,1% della popolazione, al Centro il 90,7%, al Nord-Est il 90,5% e al Sud l'87%.

È buona, piace e fa star bene
Il 44,6% degli italiani che consumano acqua minerale dichiara di berla perché è buona e piace, il 30,1% perché fa bene alla salute, il 27,9% perché è sicura, il 25,3% perché è comoda, sempre a portata di mano, il 9,8% per i prezzi convenienti.

Il gusto e il piacere vincono anche su motivazioni forti come il salutismo, 
la sicurezza e la convenienza economica.

Bere acqua minerale è per gli italiani una scelta libera, consapevole, indotta dalla voglia soggettiva di stare meglio e di migliorare la qualità della vita quotidiana. E il richiamo al positivo impatto sulla buona salute è più alto tra i consumatori più forti: la bevono perché fa bene alla salute il 35,7% di coloro che non se la fanno mancare ogni giorno, ma solo l'8,1% di chi la beve meno
 di una volta alla settimana.

Piacere e salutismo coesistono e si rinforzano reciprocamente, certificando l'alta reputazione sociale dell'acqua minerale, che tra gli alimenti figura come un mix virtuoso e apprezzato di origine naturale e processo industriale.

Vogliamo parlare dei cammion che corrono su e giù in Italia ?
Al Sud bevono acqua del Nord
e VICEVERSA
Bottiglie piene d' Acqua sotto il SOLE.



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giovedì 10 maggio 2018

In Europa ci sono 200 Milioni di Animali Domestici



Una conferma dell’importanza che il settore degli animali domestici ha per il business del commercio e, ancora più importante, una conferma del fatto che i pet sono ben introdotti all’interno delle famiglie europee, arriva dal recente studio Assalco – Zoomark, anticipato dal quotidiano economico finanziario Il Sole 24 Ore, che ha compiuto un interessante approfondimento sul mercato europeo del pet care, ovvero di tutti quegli alimenti e quegli accessori che sono direttamente rivolti a soddisfare il benessere degli animali di affezione.

In particolare, da quanto emerge dalla X edizione del Rapporto Assalco – Zoomark, il comparto del pet care cresce in alcuni dei principali mercati europei, segnando un +0,9 per cento a livello comunitario e arrivando a valere nelle sole Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna una cifra molto vicina ai 10 miliardi di euro.

Nel dettaglio territoriale, sembra che a crescere siano soprattutto i dati statistici che arrivano da Madrid (+5,5 per cento), da Roma (+2,2 per cento) e da Berlino (+2,1 per cento). il dossier, curato da Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) e da Zoomark International (salone internazionale dei prodotti e delle attrezzature per gli animali da compagnia, organizzato da BolognaFiere) dichiara inoltre che nell’Unione Europea gli animali da affezione sono più di 200 milioni di unità, presenti all’interno di 75 milioni di abitazioni.

I pet più numerosi sono i gatti, con una quota pari a 70 milioni di unità, ben 8 milioni in più dei cani, che invece si fermano a più di 62 milioni di unità (ma superano i gatti in alcuni mercati territoriali). In particolar modo, la Francia si conferma ancora una volta il Paese con il maggior numero di felini (12,6 milioni di unità), mentre è il Regno Unito il Paese che ha più cani (8,5 milioni di unità). Può sorprendere infine che la Germania sia il Paese con il maggior numero di roditori (5,9 milioni di unità), mentre l’Italia ha il record degli uccelli ornamentali. Infine, emerge come gli acquari siano più di 15 milioni, concentrati prevalentemente in Germania (2,1 milioni di unità), Francia (1,9 milioni di unità) e Italia (1,662 milioni di unità).


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Per il 74% vivere con Fido o Micio fa bene al fisico e alla mente, per il 95% aiuta a combattere ansia, stress e problemi legati alla depressione e spinge a muoversi di più...



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Italiani pazzi per Cani, Gatti e piccoli Animali


Cani, gatti e piccoli animali sono 60 milioni

e per loro spendiamo 2 miliardi all'anno

I numeri dell'indagine A.Z. disegnano il rapporto fra piccoli amici e proprietari: per il 74% vivere con Fido o Micio fa bene al fisico e alla mente, per il 95% aiuta a combattere ansia, stress e problemi legati alla depressione e spinge a muoversi di più.

Letteralmente pazzi di loro. Fido, Micio e piccoli animali fra cui pesci, uccelli, rettili e roditori. Sono 60 milioni. Per l'esattezza 14 milioni fra cani (48,2%) e gatti (51,8%) e 46 milioni mettendo insieme tutti gli altri. L'ottava edizione del rapporto stilato da Assalco, l'Associazione nazionale tra le imprese per l'alimentazione e la cura degli animali da compagnia, e dal salone bolognese Z.  sulla considerazione socioculturale dei piccoli amici, concesso in anteprima a R.it, dà un quadro estremamente ricco del rapporto degli italiani con i loro pet. L'indagine è completata da uno studio Gfk Eurisko condotto nei primi mesi dell'anno.


Cosa ne esce? Numeri che raccontano un grande amore. Per esempio che gli italiani sono fermamente convinti dell'influenza positiva della presenza di un animale da compagnia in famiglia. Gli attribuiscono infatti la capacità di generare benessere e di favorire uno stile di vita sano e piacevole. Viverci insieme (lo sostiene il 67% degli italiani e il 74% dei proprietari)
 può far bene a fisico e psiche.

Per il 95% accudire un cucciolo in casa produce infatti benefici psicologici profondi come riduzione dell'ansia, diminuzione della tensione e attenuazione dei problemi legati alla depressione. Inoltre chi ha un cane accanto testimonia positive ricadute nel praticare più attività fisiche all'aria aperta come passeggiare e correre insieme (94%). Se ne avvantaggiano anche la socialità e la comunicazione: gli animali in famiglia trasmettono infatti a gran parte dei proprietari intervistati serenità e gioia (43% del totale) mentre tra i giovani fra i 14 e i 24 anni si accentuano l'allegria e il divertimento (55%).

I dati di quest'anno rafforzano inoltre un'evidenza emersa da un'altra indagine, la Iri 2014 inclusa nel settimo rapporto promosso dalle stesse sigle. E cioè il fatto che il 92% delle persone che vivono con un animale da compagnia ritiene di non poterne più fare a meno. Una volta accolto, l'animale fa parte della famiglia. Un sentimento legato non solo a cani e gatti, protagonisti d'altronde di numerosi studi che confermano questo legame e le sue ricadute, ma anche ai pesci o agli uccellini da compagnia.

"Il legame che si può instaurare tra animali da compagnia ed esseri umani è una relazione dinamica di reciproco beneficio  -  si legge nell'indagine  -  grazie alla quale, sulla base di osservazioni scientifiche e cliniche sempre più numerose, gli animali vengono utilizzati in pratiche terapeutiche e riabilitative destinate a malati, bambini, anziani, attraverso programmi di 'pet therapy', che possono affiancare la medicina tradizionale. Progetti del genere sono attivi in Italia presso strutture sanitarie come l'ospedale Niguarda di Milano, il Cardarelli di Napoli, l'ospedale pediatrico Meyer di Firenze ma anche in comunità di recupero come quella di San Patrignano e presso scuole, residenze sanitarie assistenziali e istituti penitenziari".

Non solo. In ogni Regione è infatti attivo almeno un progetto di terapia assistita con animale: il Friuli-Venezia Giulia si è per esempio dotata di Linee guida per le pratiche di "pet therapy" nell'ottobre dell'anno scorso mentre la Regione Toscana ha approvato due mesi dopo alcune regole per permettere ai pazienti ricoverati in ospedale di ricevere la visita dei loro amici animali, ovviamente nel rispetto delle esigenze sanitarie e ambientali di pazienti e animali. Ma, dal decreto del 2003 che sancì "la collaborazione con animali da compagnia ai fini di pet therapy", sono state molte le amministrazioni a muoversi: il Veneto già nel 2005, la Puglia nel 2008, il Piemonte nel 2010.

Anche gli ultimi interventi legislativi, nonostante alcuni possibili scivoloni evitati sul filo di lana come quello sulla depenalizzazione dei maltrattamenti, sembrano accompagnare questo forte sentimento comune, specie su due ambiti precisi: le norme per la salvaguardia e la tutela della salute e quelle per consentire a tutti di accogliere un animale da compagnia in casa. Addirittura diverse proposte di legge, interventi parlamentari e di associazioni puntano a includere cani, gatti, conigli, pappagallini e criceti nel prossimo Censimento generale della popolazione, previsto per il 2021, e al loro inserimento nella Costituzione come avviene altrove, per esempio in Austria o Germania.

 "Gli animali da compagnia sono a tutti gli effetti membri delle nostre famiglie e il benessere che scaturisce da questa relazione è un fatto confermato da studi scientifici e clinici  -  ha commentato Gianmarco Ferrari, presidente di Assalco  -  per questo la cura per la loro alimentazione, la loro igiene e il loro benessere  fa parte della quotidianità ed è sempre più importante, come conferma la crescita a valore del nostro comparto del +2,4% nel 2014".

Un'altra parte del rapporto ha infatti toccato proprio il tema del mercato del "pet food", cioè dei prodotti alimentari. Per Fido e Micio spendiamo moltissimo, circa 1,8 miliardi di euro l'anno con cui acquistiamo 544mila tonnellate di cibo. Una crescita contro ogni crisi (+2,4% sul 2013, superiore ai livelli dell'anno precedente) pur con una lieve flessione dei volumi.  Il 54% (992 milioni di euro) finisce ai gatti, i cui padroni appaiono molto attenti, mentre il 46% va ai cani (838 milioni). Agli altri animali destiniamo 18 milioni di euro (uccelli 55,7%, roditori 40,7%, tartarughe 2%, pesci 1,6%) mentre tirano molto gli accessori (66 milioni di euro) e l'universo dell'igiene: shampoo, spazzole, ossi masticabili e per dentizione, deodoranti sono cresciuti del 12,8% a valore e del 10,7% a volume.



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martedì 8 maggio 2018

Hawaii: Eruzione Vulcano Kilauea




 la lava inghiotte le case


Hawaii, eruzione del vulcano Kilauea provoca terremoto: le riprese aeree

L'eruzione del vulcano Kilauea alle Hawaii non si ferma. La lava finora ha distrutto una trentina di case e ne sta minacciando altre centinaia, con nuove profonde crepe che si sono aperte durante la notte nella zona di Leilani Estates, nella parte orientale della Big Island. Dalle fessure fuoriesce il magma con getti di lava e cenere che raggiungono anche i 70 metri d'altezza.


Circa 2.000 persone sono state evacuate finora. Alcuni residenti sono stati autorizzati a rimanere a casa per salvare gli animali domestici, ma le autorità hanno detto che non è sicuro di rimanere.



Forte terremoto dopo l'eruzione del vulcano Kilauea

L'emergenza resta attiva anche per il susseguirsi delle scosse di terremoto. La più forte, di magnitudo 6.9, la più violenta dal 1975 ad oggi, si è registrata venerdì scorso.

 Nel Pacifico centrale, alle Hawaii, sono per adesso circa un migliaio le persone evacuate nelle ultime ore per l'eruzione del Kīlauea. Alcune nuove fratture si sono aperte nell’isola e hanno incominciato a "vomitare" lave e, purtroppo, anche gas nocivi - come l’anidride solforosa. Anche se il vulcano non è particolarmente pericoloso, in quanto le sue eruzioni sono di tipo effusivo e non esplosivo, ossia emette colate di lave liquide, che danno modo alle persone di mettersi al riparo, rimane comunque difficile prevedere dove si possono aprire nuove fessure e per quanto tempo quelle aperte continueranno ad emettere lave.


Il vulcano Kilauea delle Hawaii non è il tipico vulcano esplosivo. Continua a ribollire da 35 anni, emettendo lava incandescente che emerge da fratture nel suolo. L’eruzione di questo mese è più o meno uguale, fatta eccezione per la lava che sta distruggendo le case che si trovano a chilometri di distanza dal vulcano.

Gli scienziati oggi, 8 maggio, hanno dichiarato che c’è stata una leggera diminuzione della pressione che spinge la lava in superficie, ma è solo una tregua temporanea. Il vulcanologo Erik Klemetti, della Dennison University, ha affermato: “Ci vorrà del tempo prima di poter dire con certezza se le cose si stanno calmando”.

Il Kilauea è il vulcano più giovane e attivo dei 5 che si trovano sulla Grande Isola. Continua ad eruttare dal 1983, ma non come molte persone immaginano. A 2-3 km di profondità sotto il vulcano, si trova una “zona calda” costantemente alimentata da rocce fuse incandescenti provenienti dalle profondità della Terra. Cercando un modo per emergere, presso il Kilauea, invece di esplosioni, si assiste all’eruzione della lava attraverso la superficie.


Le rocce fuse sono chiamate magma quando si trovano nel sottosuolo, mentre quando raggiungono la superficie prendono il nome di lava. La lava scorre attraverso spaccature nel suolo, rimanendo solitamente all’interno dei confini del parco nazionale che circonda il vulcano. Ma questa volta le eruzioni stanno distruggendo le abitazioni. La vulcanologa Janine Krippner, della Concord University della West Virginia, ha spiegato che “questo tipo di eruzione è normalissimo per questo vulcano”.

Nell’ultima settimana si è assistito ad “un grande riassestamento del sistema dei condotti vulcanici”, ha spiegato Charles Mandeville (USGS). Il 30 aprile, gli scienziati hanno avuto i primi segni del cambiamento in atto: il fondo del lago di lava del vulcano ha avuto “un disastroso cedimento, spingendo il magma verso est alla ricerca di una via d’uscita”, ha continuato Mandeville.  Questo ha creato una serie di piccoli terremoti. Alla fine il magma è risultato in fontane di lava che hanno raggiunto i 70 metri fuoriuscendo da fratture nel terreno. La prima si è creata lo scorso giovedì e da allora se ne sono aperte altre 11.


E adesso cosa succederà? Anche se c’è stata una piccola riduzione della pressione, gli scienziati non avranno la certezza che il vulcano si sia calmato per almeno i prossimi due mesi. Mandeville ha spiegato che potrebbe volerci più tempo prima che le condizioni siano sicure per un ritorno delle persone nell’area ad est della cima del vulcano. Oltre 1.700 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case, a causa della lava che raggiunge i 1.200°C, incenerendo tutto ciò che tocca. Oltre alla lava, un altro serio problema è rappresentato dai gas tossici emessi, che includono il diossido di zolfo, ha spiegato Klemetti.

Le isole delle Hawaii esistono solo grazie ai vulcani che, a loro volta, si sono creati da “punti caldi” di magma sotterraneo, che sono per la maggior parte sommersi. Le rocce fuse eruttano sul fondale marino, si raffreddano e formano un vulcano. Ad ogni eruzione il vulcano cresce fino ad essere abbastanza grande da formare un’isola. Esistono circa 13 punti caldi come questi in tutto il mondo, con le Hawaii che sono uno dei più attivi. Mandeville spiega che ci sono 169 vulcani attivi negli Stati Uniti e 1.550 nel mondo sopra il livello del mare.

Non esisteremmo senza i vulcani, spiegano gli esperti, perché le eruzioni forniscono nutrienti per il suolo e i loro gas hanno contribuito a formare l’atmosfera.


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venerdì 4 maggio 2018

Class Action Storica, 395 Milioni di Dollari ai Minatori Malati


Ogni minatore potrà ricevere fino a 39.500 dollari di risarcimento.
 Ora si attende che la conciliazione sia convalidata dal giudice.

Patrick Sitwayi cammina a stento con le stampelle. A 57 anni è costretto a vivere fra le quattro mura di casa, nella provincia sudafricana del Capo Orientale, con la moglie, cinque figli e tre nipoti. Per 22 anni, Patrick ha lavorato come minatore, ma dopo aver contratto la silicosi, una malattia che colpisce le vie respiratorie a causa delle continue inalazioni di polveri contenenti biossido di silicio, è stato costretto a lasciare il lavoro dopo l’amputazione di tutte le dita dei piedi. 

Per quasi metà della sua vita, Patrick ha lavorato nelle miniere di estrazione dell’oro, senza alcun controllo sulle norme di sicurezza da parte dei suoi datori di lavoro. 

Oggi Patrick, insieme ad altri 68 minatori, fa parte di quella che è stata definita la più grande class action costituitasi contro le società minerarie che operano in Sudafrica. Essi potranno così rappresentare 250mila colleghi che negli anni hanno contratto la silicosi e la tubercolosi. Attraverso questa class action, i minatori potranno intentare una causa civile nei confronti di 32 gruppi attivi nel settore minerario, tra cui l’Anglo American e l’AngloGold Ashanti. 

Venerdì 13 maggio, l’Alta Corte sudafricana ha dato il via libera alla creazione di questa class action e i minatori potranno così richiedere un ingente risarcimento alle imprese minerarie per i danni provocati sul lavoro. Se l’azione legale dovesse essere intentata, potrebbe coinvolgere complessivamente 500mila persone fra minatori e famiglie e potrebbe costare centinaia di milioni di dollari alle imprese. 

La decisione è arrivata all’unanimità dal giudice Phineas Mojapelo, il quale ha sottolineato che i lavoratori morti dopo aver contratto la silicosi e la tubercolosi avranno diritto a un risarcimento e che le società minerarie saranno ritenute responsabili delle proprie azioni. 

Sul banco degli imputati saranno così chiamate le principali società minerarie e i più grandi produttori di lingotti d’oro in tutto il mondo, come l’Anglo American e l’AngloGold Ashanti, il primo produttore di lingotti dell’Africa. 

Già in passato i due colossi dell’estrazione e della produzione di oro avevano dovuto pagare un risarcimenti milionario ad alcune famiglie di minatori morti a causa delle esalazioni di silicio. 

Nel 2011, una sentenza della Corte Costituzionale di Johannesburg aveva riconosciuto per la prima volta ai minatori affetti da malattie polmonari, contratte sul lavoro, di citare in giudizio per danni i propri datori di lavoro. Queste rivendicazioni non hanno interessato solo i lavoratori sudafricani, ma anche centinaia di minatori provenienti da altri paesi, come il Lesotho, il Malawi e lo Swaziland. 

Alcune compagnie chiamate in causa stanno cercando di trovare un accordo extra-giudiziale con alcuni dei lavoratori, mentre altre stanno valutando l’ipotesi di ricorrere in appello alla decisione del tribunale di Johannesburg.

“Le aziende minerarie hanno sfruttato i lavoratori per molti anni. Perciò, è arrivato il momento che la magistratura riconosca la dignità a questa povera gente”, ha dichiarato Anele Yawa, rappresentante di Treatment Action Campaign, un’organizzazione civile impegnata nella lotta 
per la salute pubblica in Sudafrica. 


CITTÀ DEL CAPO 
 Sei imprese minerarie nel settore dell'oro in Sud Africa hanno accettato di versare un risarcimento da 395 milioni di dollari a migliaia di minatori che hanno contratto malattie ai polmoni, in quella che viene considerata la più grande class action mai avvenuta nel Paese africano. Lo riporta Al Jazeera.

«Questo è un risarcimento storico, risultato dopo anni di lunghi negoziati. L'accordo prevede una compensazione significativa per tutti i lavoratori con i requisiti (previsti)» gli avvocati dei minatori hanno dichiarato in un comunicato.

La class action era stata intrapresa da quei minatori che avevano contratto la tubercolosi e una malattia dei polmoni causata dall'inalazione di polvere di silice. Ogni minatore potrà ricevere fino a 39.500 dollari di risarcimento. Ora si attende che la conciliazione sia convalidata dal giudice.


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