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giovedì 7 novembre 2019

Il Mose Salverà Venezia


Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

 «Partirà nel 2021, salvo imprevisti»
Il taglio del nastro della grande opera per la salvaguardia della città dalle acque alte continua a slittare. «Mancano ancora 15 paratie». Poi ci saranno 3 anni di collaudo e i lavori di messa a punto della struttura. Storia di un cantiere infinito...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...


Venezia va sott’acqua e il Mose dov’è? Dov’è la grande opera che doveva salvare la città dalle alte maree? Perché dalle bocche di porto non si alzano le gigantesche dighe mobili che dovrebbero chiudere come un tappo la laguna quando il mare cresce sospinto dai venti di scirocco?

Opera incompleta
La risposta è sempre la stessa e sempre più imbarazzante: perché il Mose non è ancora pronto. «L’opera è al 94%», hanno ricordato poco più di un mese fa i commissari governativi del Consorzio Venezia Nuova, l’ingegner Francesco Ossola e l’avvocato Giuseppe Fiengo, costretti a riconoscere l’incompiutezza dell’opera davanti alla Commissione ambiente della Camera. Dove è stato sentito anche il Provveditore alle Opere pubbliche, cioè l’ex magistrato alle acque di Venezia, Roberti Linetti, che ha amaramente confermato il rallentamento dei lavori.

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

Ed il Mose che doveva salvare Venezia...

«2021, se tutto va bene»
Insomma, quando partirà il Mose, l’opera regina per la salvaguardia di Venezia costata alle casse pubbliche 5,493 miliardi di euro? «Nel 2021, questa è la nuova data, se tutto va bene», sussurrano con qualche difficoltà dal Consorzio. «Dobbiamo finire di mettere giù le 20 paratoie della bocca di porto di Lido Sud (le altre, Malamocco e Alberoni, sono ultimate): ne mancano 15. Si tratta delle ultime. Dovremmo chiudere il lavori per Natale, tempo permettendo».

Tre anni di avviamento
Posate le paratie, cioè i cassoni grandi come palazzi agganciati ai fondali che si dovrebbero alzare all’occorrenza bloccando l’alta marea, ci vorranno altri tre anni, previsti per l’avviamento, come da Convenzione, cioè il collaudo e il funzionamento. E poi bisognerà mettere a punto la struttura che dovrà governare il Mose: impianti dell’aria, dell’acqua, l’antincendio, i condizionatori, gli ascensori... «Cercheremo di farlo in questi tre anni, in contemporanea ai collaudi - riconoscono dal Consorzio - ma non ci sono dubbio: il ritardo è importante».

I continui rinvii
Perché il progetto Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), che prese il via nel 2001 sulla base di una legge del 1984, veleggiava su scadenze decisamente diverse. Il primo termine era stato fissato con molte promesse nel 2011: «Da quell’anno Venezia avrà risolto il problema delle acque alte». Opera complessa dai costi lievitanti, la partenza non poteva che slittare: 2014. Che è anche l’annus horribilis del «mondo» Mose, con l’indagine monstre per la colossale corruzione che ha coinvolto amministratori, politici, imprenditori, magistrati. Impossibile rispettare quella data. «No, sarà attivo nel 2017», avevano stabilito i progettisti un paio d’anni fa, scusandosi per la proroga.

Imprese in difficoltà
Ma oggi che la bufera giudiziaria è passata, perché si frena ancora a un metro dal traguardo? «Non è facile trovare qualcuno che faccia i lavori», dice chi li sta seguendo. I grossi gruppi che fino a qui hanno operato, Mantovani, Condotte e Fincosit, hanno i loro guai, fra concordati preventivi e rivoluzioni interne, e sembrano fuor gioco. Rimangono le «piccole» imprese del Consorzio ma anche lì non tutto è facile.

Il nodo della gestione
Sul taglio del nastro del Mose gravano poi i problemi della gestione e della manutenzione. A chi saranno affidate? Al pubblico? Al privato? A un soggetto misto? Ci penserà il Ministero? Il Comune che non ha denari? La Regione? La decisione spetta al governo.
Nel frattempo tutti si esercitano sulle date di avvio della grande opera. Si fissano, si spostano, si cancellano. E Venezia, fra un’acqua alta e l’altra, fa sempre allo stesso modo. Procede triste e lenta, come una gondola a fine corsa.


Giancarlo Galan Parlamentare Ruba water, lavelli e caminetti...

Giancarlo Galan Parlamentare Ruba water, lavelli e caminetti...
https://cipiri.blogspot.com/2015/11/giancarlo-galan-parlamentare-ruba-water.html


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venerdì 17 febbraio 2017

Oroville: la Diga Scoppia e la Popolazione Scappa


Oroville: perchè le dighe divengono pericolose

In questi giorni si sta sviluppando una catastrofe di immane proporzione. A Nord Est della città di San Francisco la diga in terra e rocce di riempimento granulare di Oroville, la più alta degli Stati Uniti con i suoi 234.7 m con un invaso di 4.4 km3 sta rischiando il collasso.

Questo fatto è dovuto al cedimento della parete dello scarico di emergenza in quanto le copiosissime piogge e le abbondanti nevicate hanno rialzato il livello dell'invaso
 portandolo al limite della capienza.

E fin qui potrebbe essere una conseguenza naturale delle cose se non ci fosse una concausa di una gravità inaudita. La diga è per una buona parte riempita dei sedimenti fluviali del lago di Oroville che ha ridotto in maniera significativa la capienza dell'invaso e che con le precipitazioni copiose (piogge e neve) di quest'ultimo periodo hanno costretto la società che gestisce la struttura, e che è fornitrice della rete idrica più grande della California oltre che produttrice di energia elettrica, ad aprire il canale dello  scarico di emergenza. 

Il canale, sollecitato oltremodo ha fatto collassare la parete rischiando di provocare danni irreparabili al corpo principale della diga in terra. 
Le autorità così hanno costretto i 200.000 abitanti delle zone sottostanti la diga ad un esodo biblico.
Come è chiaro la problematica dello sfangamento delle dighe, effetto naturale dovuto dall'erosione e relativo accumulo dei sedimenti dell'immissario del lago artificiale, effetto non arginabile provoca una diminuzione significativa della volumetria utile dei laghi. 

E cosa fanno i gestori ? Chiedono di rialzare le dighe (quando possono e anche quando la prudenza chiederebbe di non farlo) facendo come si dice in gergo "poggio e buca fa pari" e cioè quello che sarebbe stato necessario con un notevole dispendio di risorse economiche si sarebbe ripreso con il rialzo della diga recuperando la volumetria persa con l'intasamento. Questa è una clamorosa idiozia perché il rialzo della quota di invaso provoca irrimediabilmente l'occupazione di territorio circostante le rive del lago che in fase progettuale non era stato previsto. I problemi diventano molteplici fermo restando il dubbio della resistenza alle aumentate pressioni idrostatiche della diga stessa.


 Portiamo un esempio tangibile e fra i più eclatanti: le dighe di Levane e La Penna sul bacino dell'Arno che hanno purtroppo oltre 10 milioni di metri cubi di sedimenti da sfangare negli invasi e che il gestore ha preferito presentare un progetto di rialzo delle dighe piuttosto che recuperare, sempre con la tecnologia Limpidh2o, milioni di m3 di sedimenti preziosi 
e riutilizzabili come materia prima seconda.
È chiaro che la cattiva abitudine di non sfangare gli invasi fino ad oggi non ha prodotto una situazione pari a quella che si sta presentando negli Stati Uniti e che ha costretto una evacuazione della popolazione di proporzioni bibliche, ma può in futuro essere purtroppo la regola.

Quindi ribadiamo con forza che la tecnologia esiste, è provata è matura è testata, e non è più procrastinabile l'utilizzo se non si vuole essere tacciati di malafede, 
di pressappochismo e di furbizia aziendale.


La diga è alta circa 234 metri ed è stata costruita tra il 1962 e il 1968: a causa delle forti piogge e delle nevicate delle ultime settimane, dopo circa quattro anni di grave siccità, i tecnici si erano accorti di una crepa nel canale di scarico principale e avevano attivato il canale ausiliario, parallelo a quello principale, che non veniva utilizzato da cinquant’anni. Dopo che le autorità avevano organizzato l’abbassamento del livello del lago attraverso un importante scarico d’acqua, domenica 12 febbraio il flusso al canale di scarico ausiliario danneggiato si era fermato. Nel frattempo, però, il carico d’acqua aveva creato profonde crepe nel terreno, rendendo insicura la struttura secondaria.

Nel frattempo camion e elicotteri hanno scaricato tonnellate di materiale nella voragine del canale principale per rinforzare la struttura, evitare di ricorrere ancora al canale ausiliario e abbassare il più possibile il livello del bacino. I tecnici hanno fatto sapere che il nuovo scarico d’acqua non ha causato gravi danni al canale di scarico principale. Inoltre, poiché sono previste nuove piogge, si sta intervenendo anche per rafforzare il fianco della collina erosa lavorando giorno e notte per fortificare il terreno con del materiale prelevato da una cava vicina e rendere possibile il ricorso al canale ausiliario se si presentasse di nuovo la necessità.
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