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venerdì 25 settembre 2009

Isola di spazzatura




Dossier Isola di spazzatura

– Il Pacific Garbage Patch


Ci sono posti, nel mare, dove la spazzatura ce la mette direttamente e volontariamente l’uomo. Ce ne sono altri, invece, dove la spazzatura si raccoglie a causa di venti e correnti naturali. E’ questo il caso del cosiddetto “Great Pacific Garbage Patch“; per gli amici non anglofoni: un’immensa area di spazzatura galleggiante nell’Oceano Pacifico, a due passi dalle isole Hawaii.

Fino ad una bella mattina dell’estate del 2000 esisteva una larga parte dell’Oceano Pacifico che quasi nessuno aveva mai visitato o attraversato e che gli esperti chiamano: Pacific central or sub-tropical gyre oppure North Pacific subtropical High. Quest’area si stima sia grande più di 10 milioni di miglia quadrate, circa l’estensione di tutta l’Africa e si estende dal largo delle coste statunitensi sino a quelle asiatiche. Si chiama gyre (giro in italiano) perchè è caratterizzata da venti leggeri e lente correnti oceaniche circolari che formano una spirale al cui interno si crea un’area di alta pressione. Aree con queste particolarità atmosferiche si trovano in tutti gli oceani ma quella del Pacifico è la più vasta. A causa delle correnti circolari, gli oggetti (non troppo pesanti) che fluttuano in questa parte di oceano vengono spinti in superficie.

I pescherecci evitano questa zona perchè le sue acque non sono ricche di elementi nutrizionali che attirano i pesci e i navigatori non vi passano attraverso a causa dell’insufficienza di venti forti per spingere le imbarcazioni a vela.

Quest’area del Pacifico che è anche la più vasta area di uniformità climatica della terra è anche la più grande zona di accumulazione degli scarti della “civilizzazione” umana. Ogni cosa che galleggia nel Pacifico finisce qui, anche dopo aver fluttuato nei mari per anni o decenni.

Charles Moore, con io suo battello per ricerche marine Alguita, è stato il primo ricercatore a navigare letteralmente attraverso il North Pacific Gyre e ha scoperto milioni di tonnellate di plastica navigando per 10 miglia marine letteralemente in mezzo alla spazzatura. Si perchè, al contrario di quello che si può immaginare, la spazzatura che si raccoglie in questa enorme zona dell’Oceano non è sotto forma solida, bensì ha la consistenza di una “zuppa“. Una melma di schifezze, navigabile, nella quale ogni tanto è possibile imbattersi in oggetti ancora quasi intatti: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo o da basket, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie di plastica e quant’altro. Tutto il resto è sminuzzato in minuscole parti che rendono l’acqua in questa zona molto più densa, come fosse una zuppa. Questo in base al processo di decomposizione in piccolissime parti di cui ho parlato nella prima parte di questo dossier. Infatti, dice Moore, per miglia e miglia di oceano quello che si poteva vedere da tutti i lati erano milioni e milioni di piccoli pezzi di plastica molti dei quali non più grandi di pochi millimetri. La comunità scientifica – che ha iniziato ad occuparsi della questione della spazzatura in queste aree particolari degli oceani solo nel finire degli anni ‘90 – ha chiamato questa immensa discarica in pieno oceano: Pacific Garbage Patch (letteralmente: appezzamento di spazzatura del Pacifico). Si stima che l’area coperta da questa zuppa di schifezze (per l’80% costituita da rifiuti plastici) sia di più di 2.500 chilometri di diametro, più o meno il doppio della superficie del Texas, e che ad ogni decade diventa dieci volte più grande. Questa immensa discarica si trova a poche miglia a nord delle isole Hawaii che, proprio per fronteggiare il pericolo che la zuppa di plastiche raggiunga le loro coste, hanno attuato un programma di difesa delle acque rimuovendo enormi quantità (circa 500 tonnellate) di rifiuti mentre si stima che circa 52 tonnellate di rifiuti “freschi” inondino lo specchio di mare al nord delle isole statunitensi ogni anno.

Ma in mare, anche in quel tratto invaso dalla spazzatura, non esistono solo particelle di plastica ma anche organismi viventi generalmente chiamati Plankton o Phitoplankton (gli organismi multicellulari che crescono più velocemente nel pianeta). Greenpeace stima che nel Pacific Garbage Patch per ogni kilogrammo di plankton ci siano 6 kilogrammi di plastica. Questi due tipi diversi di “organismi”, naturali ed artificiali, si mischiano creando questa sorta di zuppa di plastica e di plankton anche tramite un vero e proprio inglobamento delle particelle della plastica in questi organismi marini multicellulari naturali. Il problema è che gli organismi naturali sono necessari alla natura per svariati motivi che tratterò più avanti, gli organismi artificiali no.

Ciò che è veramente ironico è che i rifiuti, rientrando nell’oceano, tornano da dove sono venuti. Mi spiego. La plastica si produce dalla lavorazione di petrolio e idrocarburi che si sono formati nel corso dei millenni proprio dal plankton antico dei mari primordiali. Insomma, il plankton natulare si sta mischiando a dosi massicce di plankton civilizzato, come lo chiama Charles Moore. Il problema vero è che non si sa in che misura questo processo stia avvenendo perchè neanche gli oceanografi sono in grado di misurare in maniera abbastanza attendibile quanta plastica stia fluttuando nell’oceano.

Alessio Neri


LEGGI ANKE
http://cipiri6.blogspot.com/2012/03/isola-di-plastica.html



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