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giovedì 6 giugno 2019

ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO

Great Pacific Garbage Patch


Great Pacific Garbage Patch


ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO, GRANDE TRE VOLTE LA FRANCIA




80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia: questa è la dimensione della Great Pacific Garbage Patch, l’atollo di rifiuti, 99,9% plastica, tra l’isola dei Caraibi e le Hawaii.  Ma anche in Italia un recente studio del CNR ha individuato una zuppa composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri e densa come nessun altro vortice di rifiuti nel Mediterraneo occidentale.  Si trova a nord ovest dell’isola d’Elba, tra il corno della Corsica e la Capraia.

ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO, GRANDE TRE VOLTE LA FRANCIA.
 ECCO I DATI SU SCIENTIFIC REPORTS

Isola di plastica. La grande isola di plastica del Pacifico sta diventando sempre più grande. La fondazione olandese Ocean Cleanup è tornata nella discarica oggi 16 volte più alta di quanto si pensasse fino a ieri. I dati su Scientific Reports.

La fondazione olandese Ocean Cleanup ha ripercorso l’isola del Pacifico contando 80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia. La massa della spazzatura, concentrata dalle correnti oceaniche, è 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri. Ci troviamo a metà strada tra due famose mete turistiche come la California e le Hawaii. Sono stati pubblicati su Scientific Reports i nuovi dati che parlano di una concentrazione di spazzatura che è passata dai 400 grammi per chilometro quadro degli anni ’70 a 1,23 kg nel 2015. Il 99,9% di questa spazzatura è plastica. Quasi la metà è formata da reti da pesca. Il resto è una quota dei 320 milioni di tonnellate di questo materiale prodotti ogni anno nel mondo.

Gli oggetti più grandi di circa 5 centimetri o più rappresentano il 53% della massa. Ma se consideriamo il numero dei frammenti, la maggior parte sono costituiti da microplastiche. L’ammasso di spezzatura contiene 1,8 trilioni di pezzi: 250 per ogni individuo del pianeta. E le 18 navi della Ocean Cleanup hanno dragato con le loro reti solo la superficie.Quando la plastica affonda o si degrada viene ingerita dai pesci o dal plankton ed entra nella catena alimentare. Ma buona parte di questa plastica resta ancora da determinare.


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insieme a materiale organico di vario tipo, 
è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, 
nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei...

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Italia: Mar Tirreno Scoperta isola di Plastica

Plastica, scoperta isola di rifiuti anche in Italia nel Mar Tirreno

Plastica, scoperta isola di rifiuti anche in Italia nel Mar Tirreno

A nord ovest dell’isola d’Elba, tra il corno della Corsica e la Capraia, è apparsa un’ isola di rifiuti di plastica composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri. Una vera minaccia per  l’ecosistema dell’Arcipelago Toscano e non solo.



"Una vera e propria “zuppa di plastica”, insieme a materiale organico di vario tipo, è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei. Bottiglie, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca, flaconi, buste e bicchieri di plastica… per lo più imballaggi che vengono usati per pochi minuti ma restano in mare per decenni, hanno accompagnato la nostra navigazione", dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

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#GreatPacificGarbagePatch
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domenica 19 luglio 2015

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lunedì 12 marzo 2012

isola di plastica - oceano di plastica


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Nel mar Mediterraneo 

 

galleggia 'un'isola di plastica'

 

 tra Italia, Spagna e Francia


Sono i dati del rapporto 'L'impatto della plastica e dei sacchetti sull'ambiente marino' realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente.

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  (Adnkronos) - Nel mare tra Italia, Spagna e Francia c'è una concentrazione di plastica che supera quella del cosiddetto 'continente spazzatura' presente nell'Oceano Atlantico. Ed in una sola ora nell'arcipelago toscano sono stati raccolti 4 chili di rifiuti, di cui il 73% in materiale plastico. Sono questi alcuni dati del rapporto 'L'impatto della plastica e dei sacchetti sull'ambiente marino' realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente. A presentare la ricerca, questa mattina a Roma in Senato, erano presenti Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Francesco Ferrante, senatore del Partito Democratico, e Fabrizio Serena, responsabile area mare di Arpat.

 Il rapporto, che sintetizza i principali studi scientifici sull'inquinamento da plastica in mare, "potrà essere un utile contributo per il Ministero dell'Ambiente che dovrà rispondere alla richiesta di chiarimenti della Commissione europea sul bando italiano degli shopper" afferma Legambiente sottolineando che "sono queste, infatti, le motivazioni di carattere ambientale che possono consentire all'Italia di giustificare ogni ipotesi di violazione della Direttiva europea sugli imballaggi".



Secondo lo studio, inoltre, la plastica rappresenta il principale rifiuto rinvenuto nei mari poichè costituisce dal 60% all'80% del totale dell'immondizia trovata nelle acque. Un dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale ma anche nei mari italiani arriva a livelli gravissimi. Basta pensare che secondo il monitoraggio effettuato dall'Arpa Toscana nell'arcipelago toscano in un'ora sono stati prelevati dai pescatori con reti a strascico 4 kg di rifiuti, di cui il 73% costituito da materiale plastico, soprattutto sacchetti. Ma la situazione non è migliore anche nel resto del Mediterraneo dove, in base agli esiti di International Coastal Cleanup, tra il 2002 e il 2006 i sacchetti di plastica sono risultati il quarto rifiuto più abbondante dopo sigarette, mozziconi e bottiglie.



Sono invece complessivamente 500 le tonnellate di rifiuti in plastica che, sottolinea il rapporto di Legambiente, complessivamente galleggiano nel Mediterraneo e, secondo l'Istituto francese di ricerca sullo sfruttamento del mare e l'Università belga di Liegi, nell'estate 2010 la concentrazione più alta nel Mediterraneo era nel nord del Tirreno e a largo dell'Isola d'Elba con 892.000 frammenti plastici per km2, rispetto ad una media di 115.000. Durante tre campagne oceanografiche effettuate nel 1994-1995-1996 sulla costa francese del Mediterraneo, il 70% dei rifiuti rinvenuti in mare erano sacchetti di plastica.
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Negli oceani la situazione è altrettanto grave. E' ormai noto il Pacific Plastic Vortex, il grande vortice dell'oceano Pacifico la cui estensione è di qualche milione di chilometri quadrati, a causa di molti milioni di tonnellate di rifiuti galleggianti, soprattutto plastica. Ma la plastica abbonda anche in altre parti del Pacifico. Nei pressi dei porti principali del Cile l'87% di tutti i rifiuti galleggianti è di plastica, metà dei quali sono sacchetti. In Giappone l'analisi sui dati tra il 2002 e il 2005 ha rivelato che il 76% del totale dei rifiuti erano in plastica, in Corea il dato è stato del 53%. Nel nord Atlantico esiste un vortice di 334mila frammenti di plastica per chilometro quadrato pari a 5 kg/km2.



Il Pacific Trash Vortex, noto anche come Grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch), è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell'Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un'area più grande della Penisola Iberica a un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell'Oceano Pacifico. Quantunque valutazioni ottenute indipendentemente dall'Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimino l'ammontare complessivo della sola plastica dell'area in un totale di 3 milioni di tonnellate, nell'area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.
L'accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell'azione dellachiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro.

L'esistenza della Grande chiazza di immondizia del Pacifico fu preconizzata in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Le predizioni erano basate su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska che, fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell'Oceano Pacifico.
Queste indagini trovarono elevate concentrazioni di detriti marini accumulati nelle regioni dominate dalle correnti marine. Basandosi su ricerche effettuate nel Mar del Giappone, i ricercatori ipotizzarono che condizioni similari dovessero verificarsi in altre porzioni dell'Oceano Pacifico, dove le correnti prevalenti propiziavano lo sviluppo di masse d'acqua relativamente stabili. I ricercatori indicarono specificamente la zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord pacifico.


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"L'Italia è un Paese doppiamente esposto al problema della plastica e la dispersione dei sacchetti in mare" afferma Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente. "Lo è -continua- sia perché è la prima nazione per consumo di sacchetti di plastica 'usa e getta', visto che commercializza il 25% del totale degli shopper in tutta Europa, ma anche perché si affaccia sul mar Mediterraneo, coinvolto come i mari del resto del Pianeta dall'inquinamento da plastica. Per queste ragioni il nostro Paese ha giustamente adottato con la legge finanziaria 2007 il bando sugli shopper non biodegradabili in vigore dal 1 gennaio scorso".

"La Commissione europea, dunque, -afferma ancora Ciafani- non puè che salutare con favore questa novità normativa italiana, come ha recentemente fatto il Commissario europeo per gli affari marittimi e la pesca, Maria Damanaki, in occasione dell'incontro con il ministero dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, favorendo la sua esportazione anche negli altri 26 paesi membri". E le ingenti quantità di plastica in mare, soprattutto della frazione più leggera costituita dai sacchetti, causano gravi danni alla fauna marina.

A farne le spese sono soprattutto i mammiferi marini e le tartarughe che scambiano le parti di sacchetti di plastica per meduse, come testimoniano numerosi studi di università canadesi, brasiliane, spagnole e italiane riportati nel rapporto delle due Agenzie regionali per la protezione dell'ambiente. Secondo l'Unep e l'Agenzia di protezione ambiente svedese, di 115 specie di mam­miferi marini, 49 sono a rischio intrappola­mento o ingestione di rifiuti marini. I cetacei e i mammiferi marini vengono attratti da questi materiali spesso di colore acceso. E non solo. Elefanti marini, delfini, capodogli, lamanti­ni sono tutti stati trovati a ingerire sacchetti di plastica. Nelle tartarughe il sacchetto di plastica, scambiato per una medusa, provoca il blocco del tratto digestivo e il conseguen­te soffocamento.

Di 312 specie di uccelli marini, 111 sono note per aver ingerito rifiuti plastici. Tra i 700.000 e un milione di uccelli marini rimangono ogni anno uccisi per soffocamento o intrappola­mento. "Per tutte queste ragioni l'Italia, che solitamente è in ritardo in merito alle normative ambientali, ha scelto di mettere al bando i sacchetti di plastica, ponendosi addirittura all'avanguardia tra i paesi industrializzati" aggiunge Ciagfani. "Sarebbe davvero incomprensibile, dunque, -conclude il responsabile scientifico di Legambiente- che la Commissione europea censurasse questa scelta esemplare che ha già ricevuto il plauso da parte degli altri paesi europei".



Un oceano di plastica

La più grande discarica del mondo, infatti, è ospitata nelle sue acque. «Un’area enorme, una gigantesca zuppa di plastica», commenta Marcus Eriksen dell’Algalita Marine Research Foundation, che sta studiando questa incredibile ammasso di rifiuti. Al momento, il gioco delle correnti oceaniche ha formato, in realtà, due vortici che racchiudono altrettante discariche, tra loro collegate, formate complessivamente da 100 milioni di tonnellate di plastica. La prima si trova 500 miglie nautiche al largo delle coste californiane e circonda, con il suo micidiale girotondo, le Hawaii. La seconda interessa invece la parte orientale del Pacifico e lambisce le coste giapponesi. «La Grande Massa di Rifiuti del Pacifico — spiega Charles Moore oceanografo e scopritore nel 1997 di questo gigantesco ammasso di spazzatura — sta espandendosi ad un ritmo costante. Si è formata negli anni ‘50 ed è continuamente alimentata dagli scarti che provengono per il 20% da navi e dalle piattaforme petrolifere e per l’80% direttamente dalla terraferma».
Moore si trova attualmente a bordo di Arguita, un catamarano di 15 metri di lunghezza, impegnato in una campagna invernale di studi della Grande Massa di Rifiuti. Partiti il 22 gennaio da Hilo, nelle Hawaii, i biologi stanno raccogliendo campioni di plastica per capire la degradazione di alcune nuove plastiche e analizzare la densità della massa di rifiuti. Durante i mesi invernali, infatti, le correnti tendono a raggruppare la spazzatura, che raggiunge la sua massima concentrazione in primavera; in seguito il gioco delle correnti estive disperderà, in parte, i detriti galleggianti. Arguita e il suo equipaggio si trovano attualmente in una zona centrale della North Pacific Gyre (Vortice del Nord Pacifico), un sistema formato da quattro correnti oceaniche (quella del Nord Pacifico, quella della California, la nord equatoriale e la Kuroshio,) localizzato tra l’equatore il 50˚ di latitudine nord. Questo sistema forma, di fatto, le due discariche.

Precedenti studi di Moore hanno dimostrato che la concentrazione della plastica nella Grande Massa di Rifiuti è di oltre 3 milioni di frammenti per chilometro quadrato. Questi, formati principalmente da monofilamenti di plastiche e da fibre di polimeri, si estendono dalla superficie, sino a circa 10 metri di profondità; qui la loro concentrazione è poco meno della metà di quella in superficie. «La scia di spazzatura è traslucida, aggiunge l’oceanografo, e non è quindi possibile localizzarla dai satelliti. L’unico modo per studiarla è direttamente da un’imbarcazione. Questa enorme massa di rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi dieci anni, se non si adottano comportamenti più responsabili sia da parte dei consumatori, nell’utilizzo degli oggetti di plastica, che da parte di chi disperde in mare la spazzatura».
«Ho rinvenuto nelle stomaco di uccelli marini accendini, spazzolini da denti, siringhe — sottolinea Marcus Eriksen. Questa enorme massa flottante di rifiuti rappresenta però un pericolo non solo per pesci, volatili, tartarughe e mammiferi marini, ma anche per la vita dell’uomo. La plastica si degrada molto lentamente e frammenti e detriti agiscono come spugne che assorbono composti chimici micidiali per la nostra salute e per quella degli animali, come DDT e policlorobifenili. Ingeriti dagli organismi marini, entrano nella catena alimentare e da qui raggiungono l’uomo».

Secondo l’UNEP, il programma ambiente delle Nazioni Unite, ogni anno, nei mari e negli oceani della Terra, i frammenti di plastica causano la morte di più di un milione di uccelli e di più di 100.000 mammiferi. La plastica costituisce il 90% di tutta la spazzatura che galleggia sulle superfici marine; secondo l’UNEP ogni miglio quadrato di oceano (corrispondente a 2,59 chilometri quadrati), contiene 46.000 pezzi di plastica galleggiante.




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venerdì 25 settembre 2009

Isola di spazzatura




Dossier Isola di spazzatura

– Il Pacific Garbage Patch


Ci sono posti, nel mare, dove la spazzatura ce la mette direttamente e volontariamente l’uomo. Ce ne sono altri, invece, dove la spazzatura si raccoglie a causa di venti e correnti naturali. E’ questo il caso del cosiddetto “Great Pacific Garbage Patch“; per gli amici non anglofoni: un’immensa area di spazzatura galleggiante nell’Oceano Pacifico, a due passi dalle isole Hawaii.

Fino ad una bella mattina dell’estate del 2000 esisteva una larga parte dell’Oceano Pacifico che quasi nessuno aveva mai visitato o attraversato e che gli esperti chiamano: Pacific central or sub-tropical gyre oppure North Pacific subtropical High. Quest’area si stima sia grande più di 10 milioni di miglia quadrate, circa l’estensione di tutta l’Africa e si estende dal largo delle coste statunitensi sino a quelle asiatiche. Si chiama gyre (giro in italiano) perchè è caratterizzata da venti leggeri e lente correnti oceaniche circolari che formano una spirale al cui interno si crea un’area di alta pressione. Aree con queste particolarità atmosferiche si trovano in tutti gli oceani ma quella del Pacifico è la più vasta. A causa delle correnti circolari, gli oggetti (non troppo pesanti) che fluttuano in questa parte di oceano vengono spinti in superficie.

I pescherecci evitano questa zona perchè le sue acque non sono ricche di elementi nutrizionali che attirano i pesci e i navigatori non vi passano attraverso a causa dell’insufficienza di venti forti per spingere le imbarcazioni a vela.

Quest’area del Pacifico che è anche la più vasta area di uniformità climatica della terra è anche la più grande zona di accumulazione degli scarti della “civilizzazione” umana. Ogni cosa che galleggia nel Pacifico finisce qui, anche dopo aver fluttuato nei mari per anni o decenni.

Charles Moore, con io suo battello per ricerche marine Alguita, è stato il primo ricercatore a navigare letteralmente attraverso il North Pacific Gyre e ha scoperto milioni di tonnellate di plastica navigando per 10 miglia marine letteralemente in mezzo alla spazzatura. Si perchè, al contrario di quello che si può immaginare, la spazzatura che si raccoglie in questa enorme zona dell’Oceano non è sotto forma solida, bensì ha la consistenza di una “zuppa“. Una melma di schifezze, navigabile, nella quale ogni tanto è possibile imbattersi in oggetti ancora quasi intatti: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo o da basket, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie di plastica e quant’altro. Tutto il resto è sminuzzato in minuscole parti che rendono l’acqua in questa zona molto più densa, come fosse una zuppa. Questo in base al processo di decomposizione in piccolissime parti di cui ho parlato nella prima parte di questo dossier. Infatti, dice Moore, per miglia e miglia di oceano quello che si poteva vedere da tutti i lati erano milioni e milioni di piccoli pezzi di plastica molti dei quali non più grandi di pochi millimetri. La comunità scientifica – che ha iniziato ad occuparsi della questione della spazzatura in queste aree particolari degli oceani solo nel finire degli anni ‘90 – ha chiamato questa immensa discarica in pieno oceano: Pacific Garbage Patch (letteralmente: appezzamento di spazzatura del Pacifico). Si stima che l’area coperta da questa zuppa di schifezze (per l’80% costituita da rifiuti plastici) sia di più di 2.500 chilometri di diametro, più o meno il doppio della superficie del Texas, e che ad ogni decade diventa dieci volte più grande. Questa immensa discarica si trova a poche miglia a nord delle isole Hawaii che, proprio per fronteggiare il pericolo che la zuppa di plastiche raggiunga le loro coste, hanno attuato un programma di difesa delle acque rimuovendo enormi quantità (circa 500 tonnellate) di rifiuti mentre si stima che circa 52 tonnellate di rifiuti “freschi” inondino lo specchio di mare al nord delle isole statunitensi ogni anno.

Ma in mare, anche in quel tratto invaso dalla spazzatura, non esistono solo particelle di plastica ma anche organismi viventi generalmente chiamati Plankton o Phitoplankton (gli organismi multicellulari che crescono più velocemente nel pianeta). Greenpeace stima che nel Pacific Garbage Patch per ogni kilogrammo di plankton ci siano 6 kilogrammi di plastica. Questi due tipi diversi di “organismi”, naturali ed artificiali, si mischiano creando questa sorta di zuppa di plastica e di plankton anche tramite un vero e proprio inglobamento delle particelle della plastica in questi organismi marini multicellulari naturali. Il problema è che gli organismi naturali sono necessari alla natura per svariati motivi che tratterò più avanti, gli organismi artificiali no.

Ciò che è veramente ironico è che i rifiuti, rientrando nell’oceano, tornano da dove sono venuti. Mi spiego. La plastica si produce dalla lavorazione di petrolio e idrocarburi che si sono formati nel corso dei millenni proprio dal plankton antico dei mari primordiali. Insomma, il plankton natulare si sta mischiando a dosi massicce di plankton civilizzato, come lo chiama Charles Moore. Il problema vero è che non si sa in che misura questo processo stia avvenendo perchè neanche gli oceanografi sono in grado di misurare in maniera abbastanza attendibile quanta plastica stia fluttuando nell’oceano.

Alessio Neri


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