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domenica 20 ottobre 2013

Mediterraneo è al collasso PESCI




Il Mediterraneo è vicino al collasso. L'allarme è stato lanciato, a pochi giorni da un importante voto europeo, da 16 organizzazioni italiane appartenenti alla coalizione Ocean 2012 e dal WWF in una lettera inviata oggi ai parlamentari italiani. "Per la pesca nel Mediterraneo siamo vicini al punto di non ritorno. O si mettono immediatamente in atto misure per il recupero delle popolazioni o assisteremo a breve a una crisi irreversibile delle risorse del nostro mare e dello stesso settore della pesca".

Il prossimo 23 ottobre il Parlamento Europeo dovrà decidere se, nell'ambito del nuovo Fondo europeo per gli Affari marittimi e la Pesca, ripristinare i sussidi per la costruzione di nuovi pescherecci, o aumentare le risorse destinata alla sostenibilità nelle attività di pesca. Le 17 organizzazioni hanno ripreso l’allarme lanciato dal Comitato scientifico, tecnico ed economico della pesca europea (STECF) che, poche settimane fa, ha rivelato il drammatico stato degli stock ittici del Mediterraneo, ormai al 95% pescati a livelli insostenibili.

Secondo i ricercatori dello STECF per ripristinare il livello di sostenibilità degli stock mediterranei, bisogna ridurre in media la pesca del 45-­51&, con punte del 90% per la pesca del nasello in alcune aree. Per la pesca nei mari italiani poi, se possibile la situazione è ancora più preoccupante. Nel Tirreno centrale e meridionale, nell’Adriatico meridionale e nello Ionio tutti gli stock esaminati (cioè le popolazioni delle varie specie di pesci di interesse commerciale) sono sovrasfruttati.

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http://maucas.altervista.org/imago_carte.html

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lunedì 8 luglio 2013

Plastic Busters, la barca mangia-plastica




Si chiama Plastic Busters la barca mangia-plastica che andrà in giro per il Mediterraneo per ripulirlo dai rifiuti dispersi nelle acque. Il progetto è stato presentato oggi dall’Università di Siena alla Certosa di Pontignano, in occasione della conferenza internazionale First Siena Solutions Conference Sustainable Development for the Mediterranean Region, dedicata alla sostenibilità e promossa nell’ambito della rete ONU Sustainable Development Solutions Network.


Il problema della plastica in mare incombe anche sul Mare Nostrum. Un recente studio condotto dall'Università di Pisa e dall'Ispra, ha mostrato che nel Tirreno l'80% dei rifiuti è costituito dalla plastica.


Come fare per ripulirlo? 

Con l'imbarcazione ecologica che farà il giro del Mediterraneo per “acchiappare” le plastiche, mapparne la diffusione e al tempo stesso studiare gli effetti sugli animali. Diretto dalla prof. Maria Cristina Fossi del dipartimento di Scienze fisiche, della terra e dell’ambiente dell’Università di Siena, il progetto “Plastic Busters” ha già ottenuto l’adesione di 30 enti di ricerca e istituzioni internazionali e si avvale di strumenti di analisi e procedure validate in numerose campagne di monitoraggio sulla salute degli animali marini.
L’obiettivo è quello di fare una “fotografia” completa delle macro e microplastiche riversate nel Mediterraneo, con le loro conseguenze negative sull’ambiente marino e sulla salute degli animali che lo popolano. Il Mediterraneo, essendo chiuso e densamente popolato, è infatti uno dei più contaminati dalla plastica al mondo.


Il tour della barca-laboratorio. L'imbarcazione ecosostenibile viaggerà dalla Toscana fino a Gibilterra, poi farà rotta verso la Tunisia, l’Egitto, la Grecia. Dopo tre mesi di navigazione, risalirà l’Adriatico fino a raggiungere Venezia. A bordo, un’équipe internazionale di ricercatori farà il campionamento delle acque e alcune analisi eco tossicologiche, controllerà lo stato di salute delle specie “sentinella”: le balene, gli squali e le tartarughe, gli animali che per eccellenza subiscono i danni dell’inquinamento da plastica.

Non a caso questi animali. Tali creature, loro malgrado, ingoiano grandi quantità di plastica durante la loro vita. Per dare un'idea, nello stomaco di una tartaruga sono stati trovati fino a 143 frammenti di plastiche diverse.


Durante la conferenza, sono state presentate anche altre soluzioni non legate però solo al mare. Oltre agli eco materiali che preservano il fondale marino, degni di nota anche i pannelli solari delle aree rurali palestinesi e i tetti che rimangono freddi e combattono il riscaldamento globale.

Francesca Mancuso


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lunedì 7 gennaio 2013

Tokyo, tonno rosso a peso d' oro


Tokyo, tonno rosso battuto all'asta per 1,3 milioni di euro

La prima asta del 2013 al mercato del pesce di Tsukiji, sulla baia di Tokyo e il piu' grande al mondo, non ha deluso le attese, immune da qualsiasi crisi economica: un tonno rosso del peso di 222 kg e' stato battuto in mattinata al prezzo record di 155,4 milioni di yen (circa 1,3 milioni di euro), pari a 700.000 yen al chilo.
Ad aggiudicarsi la tradizionale gara, che ha forti connotati di buon auspicio, e' la Kiyomura, una nota catena di ristoranti di sushi che lo scorso anno, nella stessa occasione, ha staccato un assegno di 56,49 milioni di yen (un terzo di quello versato oggi) per vincere e aggiudicarsi un tonno rosso di primissima qualita'.
''Un prezzo leggermente caro - ha ammesso con un filo di ironia Kiyoshi Kimura, presidente della compagnia, nel resoconto dei media locali -, ma spero che possa essere un incoraggiamento perche' il Giappone continui a rifornirsi di ottimo tonno''.
Il 'pezzo' da record appena venduto e' stato pescato al largo della ciitta' di Oma, nella prefettura di Aomori, e' sara' venduto come sushi al ristorante principale di Kiyomura proprio allo Tsukiji, seguendo i prezzi abituali compresi tra i 128 e i 398 yen per porzione (1,1-3,4 euro). ''Volevo andare incontro alle aspettative dei miei clienti che vogliono mangiare il miglior pesce possibile, come accaduto lo scorso anno'', ha aggiunto Kimura. Il tonno rosso e' una specie tra le piu' a rischio a causa dello sfruttamento eccessivo, con il Giappone che in media consuma annualmente i tre quarti circa di tutto il pescato mondiale di questa ricercatissima qualita'.

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Se dovessimo dare un nome alla specie simbolo del Mediterraneo, sarebbe senza dubbio il tonno rosso. Stranamente non molti conoscono questo animale straordinario, che è uno dei pesci più grandi e tra i commercialmente più preziosi  al mondo. Proprio per questo da decenni è stato pesantemente vittima della pesca illegale diffusa soprattutto nelle sue zone di riproduzione in tutto il Mediterraneo.  Impara di più su questa specie stupefacente, segui il nostro lavoro e ci aiuterai a creare un futuro sostenibile per questo pesce tra i "più ricercati".

http://mediterraneo.wwf.it/pericoli-tonno-rosso.html

Molto semplicemente abbiamo bisogno di un piano di gestione ragionevole per il tonno rosso che non porti la specie all'estinzione. Seguendo le indicazioni di solide basi scientifiche e la riduzione della capacità delle flotte industriali, i Governi possono evitare la scomparsa di uno dei più magnifici pesci che nuotino nell'oceano.L’istituzione principale responsabile della gestione del tonno rosso è la Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell'Atlantico (ICCAT). La commissione è stata costituita nel 1969 in risposta ai timori che le popolazioni di tonno rosso potessero collassare.
Nonostante quasi 40 anni di esistenza dell'ICCAT, le popolazioni hanno continuato a diminuire. Ciò è dovuto a problemi di gestione dovuti alla governante dell'ICCAT e dei governi nazionali.
Dopo decenni di declino e 12 anni di lavoro intenso e campagne il WWF è stato determinante per ottenere che l’ICCAT raggiungesse misure tra cui:    una riduzione delle quote da 32.000 tonnellate nel 2006 a 12.900 tonnellate nel 2010
- una taglia minima di sbarco corrispondente al formato a scadenza per la specie;
- una stagione aperta per le flotte con reti a circuizione di un solo mese all'anno;
- un programma di osservatori dell'ICCAT Regionale (POR);
- una documentazione delle catture (il GAV);
- un piano di riduzione della capacità della flotta e un programma internazionale di ispezione reciproca.
Cosa chiede il WWF all'ICCAT 2012
In occasione della 18a riunione annuale a Agadir, Marocco, dal 12 al 19 novembre, 2012, le Parti contraenti della Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell'Atlantico (ICCAT) sarà di nuovo determinare per definire le misure di gestione per una serie di tonni e specie affini. Il WWF sarà presente per seguire da vicino le questioni relative al tonno rosso dell'Atlantico e influire sulle decisioni sui contingenti di pesca che coinvolgerà le scorte per i prossimi 3 anni e determinerà il futuro di uno dei più grandi pesci in tutto il mondo.La visione del WWF per l'Atlantico orientale e il Mediterraneo per la pesca del tonno rosso è quello di un magazzino gestite in modo sostenibile a tutela dell'ambiente marino, per una pesca che porti benefici agli ecosistemi e ai consumatori. Oggi questo potrebbe essere più vicino, cosa che sarebbe sembrata impensabile solo pochi anni fa. Il WWF invita l’ICCAT e l'industria della pesca a mantenere questo slancio e tenere alte le ambizioni. Realizzazioni grandi come questa hanno bisogno di una lunga gestazione, ma in un solo istante tutto può essere perduto.Estendere le attuali misure di gestione, tra cui il totale ammissibile di catture (TAC) e le stagioni di pesca, per il periodo 2013-2015.-   Rivedere e rafforzare l'attuale capacità di riduzione del piano di pesca per portare la capacità reale di cattura fino al livello delle possibilità di pesca.
-    Rendere obbligatorio per gli allevamenti di tonno registrare le dimensioni al momento della raccolta di tutti i singoli pesci e presentare le informazioni all'ICCAT SCRS ai fini della valutazione di archivi fotografici.
  •  Sostenere l'uso di dati di commercio internazionale nelle analisi scientifiche e valutazioni di conformità.
  • Completo supporto all’ ICCAT per il programma di ricerca per il tonno rosso (GBYP) e SCRS per recuperare i dati e di sviluppare nuovi metodi che portano ad una valutazione degli stock molto più affidabili nel 2015.

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lunedì 12 marzo 2012

isola di plastica - oceano di plastica


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Nel mar Mediterraneo 

 

galleggia 'un'isola di plastica'

 

 tra Italia, Spagna e Francia


Sono i dati del rapporto 'L'impatto della plastica e dei sacchetti sull'ambiente marino' realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente.

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  (Adnkronos) - Nel mare tra Italia, Spagna e Francia c'è una concentrazione di plastica che supera quella del cosiddetto 'continente spazzatura' presente nell'Oceano Atlantico. Ed in una sola ora nell'arcipelago toscano sono stati raccolti 4 chili di rifiuti, di cui il 73% in materiale plastico. Sono questi alcuni dati del rapporto 'L'impatto della plastica e dei sacchetti sull'ambiente marino' realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente. A presentare la ricerca, questa mattina a Roma in Senato, erano presenti Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Francesco Ferrante, senatore del Partito Democratico, e Fabrizio Serena, responsabile area mare di Arpat.

 Il rapporto, che sintetizza i principali studi scientifici sull'inquinamento da plastica in mare, "potrà essere un utile contributo per il Ministero dell'Ambiente che dovrà rispondere alla richiesta di chiarimenti della Commissione europea sul bando italiano degli shopper" afferma Legambiente sottolineando che "sono queste, infatti, le motivazioni di carattere ambientale che possono consentire all'Italia di giustificare ogni ipotesi di violazione della Direttiva europea sugli imballaggi".



Secondo lo studio, inoltre, la plastica rappresenta il principale rifiuto rinvenuto nei mari poichè costituisce dal 60% all'80% del totale dell'immondizia trovata nelle acque. Un dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale ma anche nei mari italiani arriva a livelli gravissimi. Basta pensare che secondo il monitoraggio effettuato dall'Arpa Toscana nell'arcipelago toscano in un'ora sono stati prelevati dai pescatori con reti a strascico 4 kg di rifiuti, di cui il 73% costituito da materiale plastico, soprattutto sacchetti. Ma la situazione non è migliore anche nel resto del Mediterraneo dove, in base agli esiti di International Coastal Cleanup, tra il 2002 e il 2006 i sacchetti di plastica sono risultati il quarto rifiuto più abbondante dopo sigarette, mozziconi e bottiglie.



Sono invece complessivamente 500 le tonnellate di rifiuti in plastica che, sottolinea il rapporto di Legambiente, complessivamente galleggiano nel Mediterraneo e, secondo l'Istituto francese di ricerca sullo sfruttamento del mare e l'Università belga di Liegi, nell'estate 2010 la concentrazione più alta nel Mediterraneo era nel nord del Tirreno e a largo dell'Isola d'Elba con 892.000 frammenti plastici per km2, rispetto ad una media di 115.000. Durante tre campagne oceanografiche effettuate nel 1994-1995-1996 sulla costa francese del Mediterraneo, il 70% dei rifiuti rinvenuti in mare erano sacchetti di plastica.
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Negli oceani la situazione è altrettanto grave. E' ormai noto il Pacific Plastic Vortex, il grande vortice dell'oceano Pacifico la cui estensione è di qualche milione di chilometri quadrati, a causa di molti milioni di tonnellate di rifiuti galleggianti, soprattutto plastica. Ma la plastica abbonda anche in altre parti del Pacifico. Nei pressi dei porti principali del Cile l'87% di tutti i rifiuti galleggianti è di plastica, metà dei quali sono sacchetti. In Giappone l'analisi sui dati tra il 2002 e il 2005 ha rivelato che il 76% del totale dei rifiuti erano in plastica, in Corea il dato è stato del 53%. Nel nord Atlantico esiste un vortice di 334mila frammenti di plastica per chilometro quadrato pari a 5 kg/km2.



Il Pacific Trash Vortex, noto anche come Grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch), è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell'Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un'area più grande della Penisola Iberica a un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell'Oceano Pacifico. Quantunque valutazioni ottenute indipendentemente dall'Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimino l'ammontare complessivo della sola plastica dell'area in un totale di 3 milioni di tonnellate, nell'area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.
L'accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell'azione dellachiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro.

L'esistenza della Grande chiazza di immondizia del Pacifico fu preconizzata in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Le predizioni erano basate su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska che, fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell'Oceano Pacifico.
Queste indagini trovarono elevate concentrazioni di detriti marini accumulati nelle regioni dominate dalle correnti marine. Basandosi su ricerche effettuate nel Mar del Giappone, i ricercatori ipotizzarono che condizioni similari dovessero verificarsi in altre porzioni dell'Oceano Pacifico, dove le correnti prevalenti propiziavano lo sviluppo di masse d'acqua relativamente stabili. I ricercatori indicarono specificamente la zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord pacifico.


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"L'Italia è un Paese doppiamente esposto al problema della plastica e la dispersione dei sacchetti in mare" afferma Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente. "Lo è -continua- sia perché è la prima nazione per consumo di sacchetti di plastica 'usa e getta', visto che commercializza il 25% del totale degli shopper in tutta Europa, ma anche perché si affaccia sul mar Mediterraneo, coinvolto come i mari del resto del Pianeta dall'inquinamento da plastica. Per queste ragioni il nostro Paese ha giustamente adottato con la legge finanziaria 2007 il bando sugli shopper non biodegradabili in vigore dal 1 gennaio scorso".

"La Commissione europea, dunque, -afferma ancora Ciafani- non puè che salutare con favore questa novità normativa italiana, come ha recentemente fatto il Commissario europeo per gli affari marittimi e la pesca, Maria Damanaki, in occasione dell'incontro con il ministero dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, favorendo la sua esportazione anche negli altri 26 paesi membri". E le ingenti quantità di plastica in mare, soprattutto della frazione più leggera costituita dai sacchetti, causano gravi danni alla fauna marina.

A farne le spese sono soprattutto i mammiferi marini e le tartarughe che scambiano le parti di sacchetti di plastica per meduse, come testimoniano numerosi studi di università canadesi, brasiliane, spagnole e italiane riportati nel rapporto delle due Agenzie regionali per la protezione dell'ambiente. Secondo l'Unep e l'Agenzia di protezione ambiente svedese, di 115 specie di mam­miferi marini, 49 sono a rischio intrappola­mento o ingestione di rifiuti marini. I cetacei e i mammiferi marini vengono attratti da questi materiali spesso di colore acceso. E non solo. Elefanti marini, delfini, capodogli, lamanti­ni sono tutti stati trovati a ingerire sacchetti di plastica. Nelle tartarughe il sacchetto di plastica, scambiato per una medusa, provoca il blocco del tratto digestivo e il conseguen­te soffocamento.

Di 312 specie di uccelli marini, 111 sono note per aver ingerito rifiuti plastici. Tra i 700.000 e un milione di uccelli marini rimangono ogni anno uccisi per soffocamento o intrappola­mento. "Per tutte queste ragioni l'Italia, che solitamente è in ritardo in merito alle normative ambientali, ha scelto di mettere al bando i sacchetti di plastica, ponendosi addirittura all'avanguardia tra i paesi industrializzati" aggiunge Ciagfani. "Sarebbe davvero incomprensibile, dunque, -conclude il responsabile scientifico di Legambiente- che la Commissione europea censurasse questa scelta esemplare che ha già ricevuto il plauso da parte degli altri paesi europei".



Un oceano di plastica

La più grande discarica del mondo, infatti, è ospitata nelle sue acque. «Un’area enorme, una gigantesca zuppa di plastica», commenta Marcus Eriksen dell’Algalita Marine Research Foundation, che sta studiando questa incredibile ammasso di rifiuti. Al momento, il gioco delle correnti oceaniche ha formato, in realtà, due vortici che racchiudono altrettante discariche, tra loro collegate, formate complessivamente da 100 milioni di tonnellate di plastica. La prima si trova 500 miglie nautiche al largo delle coste californiane e circonda, con il suo micidiale girotondo, le Hawaii. La seconda interessa invece la parte orientale del Pacifico e lambisce le coste giapponesi. «La Grande Massa di Rifiuti del Pacifico — spiega Charles Moore oceanografo e scopritore nel 1997 di questo gigantesco ammasso di spazzatura — sta espandendosi ad un ritmo costante. Si è formata negli anni ‘50 ed è continuamente alimentata dagli scarti che provengono per il 20% da navi e dalle piattaforme petrolifere e per l’80% direttamente dalla terraferma».
Moore si trova attualmente a bordo di Arguita, un catamarano di 15 metri di lunghezza, impegnato in una campagna invernale di studi della Grande Massa di Rifiuti. Partiti il 22 gennaio da Hilo, nelle Hawaii, i biologi stanno raccogliendo campioni di plastica per capire la degradazione di alcune nuove plastiche e analizzare la densità della massa di rifiuti. Durante i mesi invernali, infatti, le correnti tendono a raggruppare la spazzatura, che raggiunge la sua massima concentrazione in primavera; in seguito il gioco delle correnti estive disperderà, in parte, i detriti galleggianti. Arguita e il suo equipaggio si trovano attualmente in una zona centrale della North Pacific Gyre (Vortice del Nord Pacifico), un sistema formato da quattro correnti oceaniche (quella del Nord Pacifico, quella della California, la nord equatoriale e la Kuroshio,) localizzato tra l’equatore il 50˚ di latitudine nord. Questo sistema forma, di fatto, le due discariche.

Precedenti studi di Moore hanno dimostrato che la concentrazione della plastica nella Grande Massa di Rifiuti è di oltre 3 milioni di frammenti per chilometro quadrato. Questi, formati principalmente da monofilamenti di plastiche e da fibre di polimeri, si estendono dalla superficie, sino a circa 10 metri di profondità; qui la loro concentrazione è poco meno della metà di quella in superficie. «La scia di spazzatura è traslucida, aggiunge l’oceanografo, e non è quindi possibile localizzarla dai satelliti. L’unico modo per studiarla è direttamente da un’imbarcazione. Questa enorme massa di rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi dieci anni, se non si adottano comportamenti più responsabili sia da parte dei consumatori, nell’utilizzo degli oggetti di plastica, che da parte di chi disperde in mare la spazzatura».
«Ho rinvenuto nelle stomaco di uccelli marini accendini, spazzolini da denti, siringhe — sottolinea Marcus Eriksen. Questa enorme massa flottante di rifiuti rappresenta però un pericolo non solo per pesci, volatili, tartarughe e mammiferi marini, ma anche per la vita dell’uomo. La plastica si degrada molto lentamente e frammenti e detriti agiscono come spugne che assorbono composti chimici micidiali per la nostra salute e per quella degli animali, come DDT e policlorobifenili. Ingeriti dagli organismi marini, entrano nella catena alimentare e da qui raggiungono l’uomo».

Secondo l’UNEP, il programma ambiente delle Nazioni Unite, ogni anno, nei mari e negli oceani della Terra, i frammenti di plastica causano la morte di più di un milione di uccelli e di più di 100.000 mammiferi. La plastica costituisce il 90% di tutta la spazzatura che galleggia sulle superfici marine; secondo l’UNEP ogni miglio quadrato di oceano (corrispondente a 2,59 chilometri quadrati), contiene 46.000 pezzi di plastica galleggiante.




LEGGI ANKE
http://cipiri6.blogspot.com/2011/11/i-sacchetti-di-plastica-soffocano-i.html

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