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lunedì 23 dicembre 2019

Strade di Plastica Riciclata

Strade di Plastica Riciclata


 L’Olanda dice addio all’Asfalto

Sostituire l’asfalto con la plastica riciclata sulle strade? A Rotterdam il progetto Plastic Road presto potrebbe diventare realtà. La ditta VolkerWessels ha infatti iniziato a proporre una nuova forma di rivestimento stradale realizzato con la plastica riciclata.

Strade di Plastica Riciclata


L’asfalto emette 27 kg di CO2 per ogni tonnellata prodotta, assorbe il calore e contribuisce davvero molto all’aumento delle temperature nelle città e nelle aree urbanizzate. Nel frattempo, i nostri accumuli di plastica stanno aumentando sempre più velocemente.

Una nuova idea per riutilizzare la plastica potrebbe dunque riguardare la sua applicazione sulle strade in una forma adatta, nella speranza che questo sistema possa essere più ecologico rispetto all’asfalto.

Quali sono i vantaggi delle nuove strade di plastica? Secondo l’azienda che propone la novità, le strade di plastica riciclata sono più leggere, riducono il carico sul terreno e rendono più facile installare cavi sotto la loro superficie.

Le varie parti possono essere prefabbricate in uno stablimento e poi portate sul luogo dove sono necessarie, riducendo la necessità di costruire in loco e
 nello stesso tempo abbreviando i tempi di realizzazione.

Materiali più leggeri possono essere trasportati in modo più efficiente e inoltre la minore durata dei lavori stradali porterebbe ad un contenimento del traffico. Grazie alla plastica riciclata sia la posa su strada del rivestimento sia la manutenzione diventerebbero molto più semplici.

Strade di Plastica Riciclata


Se vi state chiedendo se questo sistema possa essere utilizzato in qualsiasi luogo del mondo o se vi siano delle restrizioni particolari legate alle alte o alle basse temperature, gli esperti vi risponderebbero che Plastic Road è un manto stradale ancora più affidabile dell’asfalto, dato che è in grado di sopportare senza problemi temperature estreme, sia elevate che molto basse. Non ci resta che attendere per capire se l’idea di riutilizzare la plastica
 per rivestire le strade possa avere davvero successo.

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SolaRoad. Il nome dovrebbe dire già tutto. Siamo in Olanda. Qui da sei mesi è in funzione la prima strada solare del mondo. E a quanto pare ha prodotto molta più energia rispetto a quella prevista. Due volte ecologica visto che non è destinata al transito delle auto ma a quelle della bici...



Si tratta di spazi di ampia Estensione, di interesse tutta’altro che trascurabile, il cui utilizzo, compatibilmente con l’ambiente e attraverso investimenti intelligenti, potrebbe aprire nuove Prospettive per lo Sviluppo delle Fonti Rinnovabili...



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lunedì 9 dicembre 2019

Non Devi Usare i Sacchetti di Plastica per la Spesa

Porta la Tua Borsa di Stoffa   al Supermercato ed il Pianeta   ti Ringrazierà!  Non Devi Usare i Sacchetti   di Plastica per la Spesa



Porta la Tua Borsa di Stoffa 
al Supermercato ed il Pianeta
 ti Ringrazierà!
Non Devi Usare i Sacchetti 
di Plastica per la Spesa


Si. Molte persone trovano i sacchetti di plastica non solo utili e pratici, ma innocui.

Non è così. Sono dannosi per il nostro Pianeta e proprio per questo motivo in molti Paesi del mondo ne hanno vietato la distribuzione.

Purtroppo molti altri continuano invece ad utilizzarli. 
Oggi vi parleremo proprio dei danni che essi causano.

Porta la Tua Borsa di Stoffa   al Supermercato ed il Pianeta   ti Ringrazierà!  Non Devi Usare i Sacchetti   di Plastica per la Spesa

Porta la Tua Borsa di Stoffa   al Supermercato ed il Pianeta   ti Ringrazierà!  Non Devi Usare i Sacchetti   di Plastica per la Spesa

Porta la Tua Borsa di Stoffa   al Supermercato ed il Pianeta   ti Ringrazierà!  Non Devi Usare i Sacchetti   di Plastica per la Spesa


Dei 10 motivi per cui tutti noi dovremmo utilizzare le borse di stoffa
 per la nostra spesa.
Eccoli elencati:

10 motivi per cui non dovremmo utilizzare sacchetti di plastica 

1- 5 miliardi di sacchetti di plastica

Questa è la quantità delle buste utilizzate ogni anno. È un numero da capogiro se ci pensate!

2- Meno dell’ 1% viene riciclato

Vengono prontamente gettati via, senza pensare un secondo a dove finiranno, al danno irreparabile che causeranno all’ecosistema.

3- Sono realizzati in polietilene

È un materiale non dovrebbe essere abbinato ad altri materiali riciclabili. È una plastica morbida che, a differenza di quella rigida utilizzata per le bottiglie e altri prodotti, è molto leggera e può impigliarsi nei macchinari degli impianti di riciclaggio.

I sacchetti di plastica dovrebbero essere smaltiti negli appositi contenitori e diretti ai centri dove il personale addetto provvederà a smaltirli.



Sebbene possano essere riciclati, il processo non è solo complicato, ma le persone dovrebbero essere istruite su come, dove e perché.

4- Ci vogliono più di 1000 anni per scomparire dal pianeta

Il polietilene impiega secoli a disintegrarsi e il peggio è che col passare del tempo, si separa in minuscole e pericolose particelle che stanno silenziosamente distruggendo l’ambiente.

5- Inquinano gli oceani

Rappresentano l’80% della plastica che inquina le acque. Gli esperti non esitano a dire che nel 2050 ci sarà più plastica che pesci nel mare.

6- Uccidono migliaia di animali marini

Tartarughe, balene, pesci, uccelli e altri animali, muoiono consumando
 pezzi di sacchetti per errore o confondendoli con il cibo.

Quando non muoiono, possono subire avvelenamenti od 
ostruzioni intestinali che li influenzeranno a lungo termine.

Inoltre è bene sapere che il pesce che mangiamo, può contenere plastica all’interno.

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7- Inquinano l’aria

Se vengono inceneriti, contribuiscono al forte inquinamento dell’aria.

8- Possono ostruire tubi e scarichi generando inondazioni

È comune che rimangano intrappolati in tubi e scarichi. Ciò provoca non solo,l’accumulo di germi e batteri che causano gravi malattie, ma inondazioni e crolli nelle strade e nelle residenze.

9- Danni alla flora

Quando non vanno a finire direttamente in mare, i sacchetti di plastica restano spesso intrappolati tra i fiori e le radici delle piante, danneggiando la flora.

10- Le borse di stoffa sono la soluzione

Non è così difficile contribuire alla salvezza del nostro Pianeta. Ricordiamo sempre di portare con noi una o più borse di stoffa quando ci rechiamo al supermercato.

Vi servono altri motivi per non utilizzare i sacchetti di plastica? 
Perché ve ne sono molti altri, ma facilmente intuibili.



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giovedì 6 giugno 2019

ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO

Great Pacific Garbage Patch


Great Pacific Garbage Patch


ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO, GRANDE TRE VOLTE LA FRANCIA




80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia: questa è la dimensione della Great Pacific Garbage Patch, l’atollo di rifiuti, 99,9% plastica, tra l’isola dei Caraibi e le Hawaii.  Ma anche in Italia un recente studio del CNR ha individuato una zuppa composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri e densa come nessun altro vortice di rifiuti nel Mediterraneo occidentale.  Si trova a nord ovest dell’isola d’Elba, tra il corno della Corsica e la Capraia.

ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO, GRANDE TRE VOLTE LA FRANCIA.
 ECCO I DATI SU SCIENTIFIC REPORTS

Isola di plastica. La grande isola di plastica del Pacifico sta diventando sempre più grande. La fondazione olandese Ocean Cleanup è tornata nella discarica oggi 16 volte più alta di quanto si pensasse fino a ieri. I dati su Scientific Reports.

La fondazione olandese Ocean Cleanup ha ripercorso l’isola del Pacifico contando 80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia. La massa della spazzatura, concentrata dalle correnti oceaniche, è 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri. Ci troviamo a metà strada tra due famose mete turistiche come la California e le Hawaii. Sono stati pubblicati su Scientific Reports i nuovi dati che parlano di una concentrazione di spazzatura che è passata dai 400 grammi per chilometro quadro degli anni ’70 a 1,23 kg nel 2015. Il 99,9% di questa spazzatura è plastica. Quasi la metà è formata da reti da pesca. Il resto è una quota dei 320 milioni di tonnellate di questo materiale prodotti ogni anno nel mondo.

Gli oggetti più grandi di circa 5 centimetri o più rappresentano il 53% della massa. Ma se consideriamo il numero dei frammenti, la maggior parte sono costituiti da microplastiche. L’ammasso di spezzatura contiene 1,8 trilioni di pezzi: 250 per ogni individuo del pianeta. E le 18 navi della Ocean Cleanup hanno dragato con le loro reti solo la superficie.Quando la plastica affonda o si degrada viene ingerita dai pesci o dal plankton ed entra nella catena alimentare. Ma buona parte di questa plastica resta ancora da determinare.


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"Una vera e propria “zuppa di plastica”, 
insieme a materiale organico di vario tipo, 
è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, 
nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei...

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Italia: Mar Tirreno Scoperta isola di Plastica

Plastica, scoperta isola di rifiuti anche in Italia nel Mar Tirreno

Plastica, scoperta isola di rifiuti anche in Italia nel Mar Tirreno

A nord ovest dell’isola d’Elba, tra il corno della Corsica e la Capraia, è apparsa un’ isola di rifiuti di plastica composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri. Una vera minaccia per  l’ecosistema dell’Arcipelago Toscano e non solo.



"Una vera e propria “zuppa di plastica”, insieme a materiale organico di vario tipo, è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei. Bottiglie, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca, flaconi, buste e bicchieri di plastica… per lo più imballaggi che vengono usati per pochi minuti ma restano in mare per decenni, hanno accompagnato la nostra navigazione", dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

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#GreatPacificGarbagePatch
La fondazione olandese Ocean Cleanup ha ripercorso l’isola del Pacifico contando 80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia. La massa della spazzatura, concentrata dalle correnti oceaniche, è 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri...



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sabato 2 marzo 2019

Quanto è profonda la Plastica nei Mari

Quanto è profonda la Plastica nei Mari


 Trovata nei pesci 11 km sotto alla superficie


Partiti per studiare le creature degli abissi, dei biologi inglesi hanno trovato microplastica nelle pance di alcuni gamberetti. Sei fosse oceaniche, inclusa quella delle Marianne, contengono residui di nylon e altre fibre artificiali. "Non esiste più un punto del mare non inquinato"

di ELENA DUSI

Cercavano nuove specie viventi negli abissi degli oceani. E hanno trovato la plastica. Un gruppo di biologi inglesi ha calato i suoi “ami” fino a 11mila metri di profondità, nella Fossa delle Marianne. Ha pescato gamberetti capaci di vivere in condizioni estreme di buio e pressione, oltre 6mila metri sotto alla superficie. Uno dei primi indizi che i ricercatori osservano in questi casi è il contenuto dello stomaco. Nel loro apparato digerente sono spuntate minuscole fibre di plastica, per lo più nylon o altri filati sintetici provenienti dai nostri vestiti. Erano sminuzzate e degradate da anni trascorsi nell’acqua salata, ma conservavano ancora la loro tinta nitida.

“Dentro di me mi aspettavo qualcosa di simile. Ma non fino a questo punto” racconta Alan Jamieson, ecologo marino dell’università di Newcastle. E’ lui il primo autore di uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science. I biologi, curiosamente, hanno anche stilato la classifica delle tinte più di moda in fondo al mare. Quattro microplastiche su cinque sono blu, colore particolarmente in voga nella Fossa delle Marianne (lì non c'erano tinte alternative). Seguono nero e rosso. In fondo alle preferenze viola e rosa.

La spedizione inglese ha raggiunto sei fosse oceaniche, cinque sul lato occidentale del Pacifico e una sul lato orientale, al largo del Cile, tra il 2008 e il 2017. Ha calato delle reti a imbuto e pescato 90 esemplari di Lysianassoidea, un crostaceo di pochi centimetri che disdegna profondità inferiori ai sei chilometri e che – come molte creature degli abissi - ha un aspetto spettrale, con il corpo pallido o semitrasparente. Questo animale ha la necessità di non essere schizzinoso in fatto di dieta: in quei deserti in fondo al mare, giocoforza, si mangia un po’ tutto quello che cade dall’alto. E 65 degli esemplari pescati avevano una o più fibre di plastica nei loro intestini. La percentuale più bassa era nella Fossa delle Nuove Ebridi, a est dell’Australia (il 50% dei campioni era inquinato). La più alta nella Fossa delle Marianne, incluso a Challenger Deep, che a 10.890 metri è il punto più profondo della Terra. Qui il 100% dei gamberetti aveva almeno un frammento di plastica in pancia, lungo più o meno un millimetro. Facendo la proporzione, spiega Jamieson: "E' come se un uomo mangiasse una corda di due metri".


L’inquinante forse più diffuso del mondo era già stato trovato nella Fossa delle Marianne, ma nell’acqua, non nelle creature degli abissi. Il record di profondità, per una creatura con la plastica in pancia, era fino a ieri di 2.200 metri, nell'Atlantico del Nord. Si stima che fra i 300 milioni di tonnellate di questo materiale prodotte ogni anno, 250mila tonnellate fluttuino oggi nei mari, sminuzzati dal sole e dall'acqua salata, sparpagliata in 5 miliardi di frammenti. Le conseguenze sulla salute degli esseri viventi non sono state ancora studiate in modo approfondito. Le prime osservazioni indicano che la plastica provoca una leggera infiammazione dei tessuti dell’intestino (l’infiammazione è una condizione che può favorire il cancro), ma soprattutto può legarsi alle sostanze chimiche più varie, fungendo da “cavallo di Troia” per altri inquinanti pericolosi.


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Agli inizi del Novecento l’Italia produceva più canapa di quanta se ne produca oggi in tutto il mondo, dedicando oltre 90mila ettari alla coltivazione di questo vegetale. Nel nostro Paese, in base alle diverse lavorazioni, se ne ricavavano fibre tessili, corde, carta e oli commestibili.
Poi il regime fascista dichiarò l’hashish nemico della razza e droga da “negri”, contribuendo ai malintesi tutt’ora presenti nella nostra società, perché creò confusione tra i termini di cannabis, marjuana e hashish: la prima indica infatti la pianta nella sua totalità, la seconda intende i fiori mentre la terza consiste nella resina estratta dai fiori e solo gli ultimi due, 
se assunti in determinati modi, hanno effetti psicotropi...

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venerdì 1 marzo 2019

ALTERNATIVA alla PLASTICA : la CANAPA

LA CANAPA È UN’ALTERNATIVA VALIDA ALLA PLASTICA


LA CANAPA È UN’ALTERNATIVA VALIDA ALLA PLASTICA

Il 24 ottobre scorso il Parlamento europeo ha approvato una proposta di Direttiva, elaborata dalla Commissione, sulla riduzione del consumo in tutta l’Unione europea dei prodotti di plastica usa e getta. Secondo i calcoli, questa tipologia di oggetti costituisce il 70% dei rifiuti presenti negli oceani, motivo di diverse problematiche urgenti, prima di tutto in termini di salute. A causa della sua lenta decomposizione infatti, la plastica si accumula nei mari, rilasciando piccoli residui che vengono ingeriti dalle specie marine ed entrano nella catena alimentare, di cui ovviamente è parte anche l’essere umano. Inoltre, l’inquinamento dei mari ha un impatto economico: il costo per l’Ue dei danni dovuti al degrado causato dalla plastica che si deposita sulle spiagge è stimato tra i 259 e 695 milioni di euro all’anno, e provoca ingenti perdite principalmente al settore turistico. La nuova normativa vieterà, a partire dal 2021, la vendita all’interno dell’Unione di articoli in plastica monouso come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini. Gli Stati membri entro il 2025 dovranno ridurre del 25% il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative. Per quanto riguarda le altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% sempre entro il 2025.

Tra gli europarlamentari contrari alla Direttiva – tra cui, tra gli italiani, alcuni esponenti del Partito democratico, di Forza Italia e della Lega – hanno denunciato l’eccessiva fretta, le mancate valutazioni sull’impatto economico e un presunto approccio ideologico della proposta di direttiva. Uno dei temi che sta più a cuore a questa strana triade è l’effetto del divieto sull’occupazione, dato che in Italia operano 25 imprese che producono unicamente prodotti monouso in plastica. La normativa europea, però, non si esaurisce nell’imposizione di divieti, ma prevede per gli Stati membri la necessità di elaborare piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclo. Proprio l’Italia, allora, potrebbe trarre grandi vantaggi dal promuovere l’avvio di nuove imprese nel settore delle bioplastiche, e questo perché la storia industriale italiana fornisce un interessante spunto: la filiera agroindustriale della canapa.


Agli inizi del Novecento l’Italia produceva più canapa di quanta se ne produca oggi in tutto il mondo, dedicando oltre 90mila ettari alla coltivazione di questo vegetale. Nel nostro Paese, in base alle diverse lavorazioni, se ne ricavavano fibre tessili, corde, carta e oli commestibili. A molti risulterà strano date le attuali controversie politiche, ma nel nostro recente passato, sicuramente di stampo non progressista, persino Benito Mussolini, in un primo momento, ne aveva riconosciuto le doti. “La Canapa è stata posta dal Duce all’ordine del giorno della nazione,” affermò nel 1925. “Per eccellenza autarchica è destinata ad emanciparci quanto più possibile dal gravoso tributo che abbiamo ancora verso l’estero nel settore delle fibre tessili. Non è solo il lato economico agrario, c’è anche il lato sociale la cui incidenza non potrebbe essere posta meglio in luce che dalla seguente cifra: 30mila operai ai quali dà lavoro l’industria canapiera italiana”.  Ma dopo solo pochi anni aver diffuso questo annuncio, il regime fascista dichiarò l’hashish nemico della razza e droga da “negri”, contribuendo ai malintesi tutt’ora presenti nella nostra società, perché creò confusione tra i termini di cannabis, marjuana e hashish: la prima indica infatti la pianta nella sua totalità, la seconda intende i fiori mentre la terza consiste nella resina estratta dai fiori e solo gli ultimi due, 
se assunti in determinati modi, hanno effetti psicotropi.


  Lo stesso Henry Ford, per dimostrare ai giornalisti e al pubblico l’elasticità e la resistenza del nuovo tipo di carrozzeria, si fece filmare mentre colpiva violentemente con una mazza di ferro il retro della Hemp body car senza che questa neppure si ammaccasse.

Henry Ford realizzò la prima vettura interamente costituita di plastica di canapa, più leggera ma anche più resistente delle normali carrozzerie in metallo, e alimentata da etanolo prodotto dallo stesso vegetale.

 Negli anni Trenta anche gli Stati Uniti si resero conto delle enormi potenzialità della canapa: nel 1941, il famoso produttore di automobili Henry Ford realizzò la prima vettura interamente costituita di plastica di canapa, più leggera ma anche più resistente delle normali carrozzerie in metallo, e alimentata da etanolo prodotto dallo stesso vegetale.

Henry Ford realizzò la prima vettura interamente costituita di plastica di canapa, più leggera ma anche più resistente delle normali carrozzerie in metallo, e alimentata da etanolo prodotto dallo stesso vegetale.


Sia in Italia che negli Stati Uniti, però, dopo la seconda guerra mondiale iniziò un lungo periodo di diffidenza nei confronti della canapa, e non solo per le sue proprietà “ricreative”. Alcuni sostengono che il lungo periodo di proibizionismo che ha interessato la coltura di questo vegetale sia stato indotto dalle lobby del petrolio e della carta – per la fabbricazione dei giornali si richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio – che vedevano nel settore canapiero un nemico insidioso. Il dato storico è quello che testimonia, a partire dal dopoguerra, l’avvento nei mercati occidentali delle fibre sintetiche e la demonizzazione della marijuana a uso ricreativo: un mix che ha alimentato il progressivo indebolimento di questa industria.

Solo a partire dal 2012 l’atteggiamento di alcuni Paesi occidentali è mutato, spesso in concomitanza di una ritrovata coscienza sociale sui disastrosi problemi ambientali legati ai cambiamenti climatici. Sempre più nazioni si sono rese conto delle grandi potenzialità di questa pianta versatile e le tecnologie del nuovo millennio hanno riaperto le porte a infinite possibilità di utilizzo.

L’Italia si è parzialmente adeguata ai mutamenti politici in atto nel resto del mondo con la promulgazione della Legge 242 del 2016 che ha introdotto nel nostro ordinamento disposizioni per la promozione della coltivazione della canapa e della sua filiera agroindustriale. È il caso di dire che non si aspettava altro: la Coldiretti ha presentato pochi mesi fa uno studio intitolato La new canapa economy da cui si evince che, nel giro di cinque anni, l’Italia ha visto aumentare di dieci volte i terreni coltivati, dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Sono campagne dove si moltiplicano le esperienze innovative, con produzioni che vanno dalla ricotta agli eco-mattoni isolanti, dall’olio antinfiammatorio alle bioplastiche,
 fino a semi, fiori per tisane, pasta, biscotti e cosmetici.



La bioplastica di canapa è quindi già una realtà, e non solo nei grandi Paesi industrializzati come Canada e Stati Uniti, ma anche qui in Italia. Nel 2015, in Sicilia, è stata fondata una piccola impresa, la Kanesis, creata da uno studente di Ingegneria dei materiali di 22 anni. Giovanni Milazzo ha brevettato un materiale plastico simile al polipropilene, ricavato dagli scarti di lavorazione della canapa. Il risultato è un composto di fibre naturali biodegradabile, riciclabile ed esente da tossine, prodotto a prezzi concorrenziali rispetto alla comune plastica. La pianta di canapa è inoltre molto facile da coltivare: è comunemente chiamata “erba” perché come le “erbacce” cresce molto velocemente e si è adattata a crescere in tutti i continenti tranne l’Antartide. Dal seme al raccolto, le piante impiegano solo 3 o 4 mesi per crescere e, una volta grandi, assorbono ingenti quantità di CO2 dall’atmosfera. Richiedono, inoltre, generalmente meno pesticidi, fertilizzanti e acqua rispetto ad altre risorse bioplastiche come il cotone e il legno, fornendo un raccolto più rispettoso dell’ambiente e a bassa manutenzione.

Se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta non possiamo più girare la testa sui disastrosi problemi ambientali che abbiamo creato. Fortunatamente per noi, abbiamo sviluppato, tecniche, colture o tecnologie in grado di poter modificare il nostro impatto ambientale con meno sacrifici di quanti potevamo immaginare solo pochi anni fa. Serve però una grande volontà politica e lungimiranza. In Italia, purtroppo, rispetto ad altri Paesi occidentali, la situazione è tra le peggiori, in quanto il dualismo interno al governo, rappresentato da Lega e M5S, non offre una linea univoca sulle questioni legate all’ambiente. Inoltre, già da tempo, la scarsa volontà politica viene camuffata da ricatto occupazionale: sembra che non possiamo modificare le nostre economie perché si perderebbero posti di lavoro. Ma è falso. Le “economie green” creerebbero nuovi posti di lavoro fondando nuove imprese e riconvertendo quelle già esistenti, permettendo ai lavoratori di operare in ambienti più sani ed evitando di creare quegli abomini inquinanti come l’Ilva di Taranto.



Nel governo italiano il quadro è questo: mentre i Cinque Stelle si dicono favorevoli alla promozione della coltivazione della canapa, il ministro dell’Interno Matteo Salvini sta da tempo mettendo in discussione la legge 242/2016, ed è facile immaginare che una stretta repressiva per contrastare la vendita di cannabis light potrebbe avere ripercussioni anche sulle coltivazioni funzionali ad altri usi. In più, mentre il M5S sembra sensibile al tema dell’inquinamento dovuto alla plastica, gli europarlamentari della Lega hanno contestato la buonafede della Direttiva Ue e hanno votato contro. Per anticipare gli effetti delle decisioni prese in Europa, al contrario, il ministro Costa, del M5S, ha presentato la Legge Salvamare, finalizzata a promuovere il recupero dei rifiuti dispersi nelle acque nostrane, il cui iter parlamentare dovrebbe iniziare da gennaio 2019. La proposta ha già generato contrasti interni al governo, e la sottosegretaria leghista al ministero dell’Ambiente Vannia Gava ha prontamente espresso il suo disaccordo, chiedendo di coinvolgere anche “i numerosi operatori industriali nel settore delle plastiche”. Non si può dunque escludere che dal prossimo anno il tema dell’inquinamento delle plastiche usa e getta sarà un campo di battaglia su cui i partiti di governo Lega e M5S misureranno le loro forze. Purtroppo, 
sempre con un pietoso anacronismo e a nostro discapito.




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ISOLA DI PLASTICA




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sabato 21 luglio 2018

Le onde piene di plastica in questa spiaggia dominicana il mare è sparito

Le onde piene di plastica in questa spiaggia dominicana il mare è sparito


Dimenticate le cartoline di Santo Domingo, delle spiagge caraibiche con le palme e l'acqua turchese. Questo video riprende la situazione attuale sulla costa della capitale della Repubblica Dominicana: un mare di plastica. Il filmato è stato girato dall'Ong Parley for the Oceans per denunciare "l'emergenza plastica". Dall'organizzazione spiegano: "Volontari, militari e 500 lavoratori pubblici sono stati mobilitati in questa operazione di pulizia. In tre giorni abbiamo rimosso oltre 30 tonnellate di rifiuti, ma come vedete c'è ancora molto da fare". L'Ong Parley for the Oceans collabora con uno dei più importanti marchi di abbigliamento sportivo: l'azienda ha creato una serie di prodotti utilizzando le plastiche raccolte nel mare.


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martedì 6 giugno 2017

Salviamo gli Oceani dalla Plastica


Salviamo gli Oceani - Basta plastica !

Entro il 2050, negli oceani ci sarà più plastica che pesci. 

È una vergogna. Metà della plastica la usiamo una volta sola e poi la buttiamo, 
soffocando i mari e tutti gli animali che ci vivono. 

Ma i governi di tutto il mondo stanno per incontrarsi e potrebbero fermare la marea di plastica, 
prendendosi l’impegno epocale di ripulire gli oceani. 
La pressione pubblica ha già obbligato l’Indonesia, 

secondo più grande produttore di rifiuti plastici, a impegnarsi a ridurli del 70%! 
Ora dobbiamo fermare anche gli altri. 

Se arriveremo a un milione di firme per questo appello globale, il direttore del programma ONU per 
l’ambiente annuncerà la nostra campagna davanti a tutti i governi mondiali e lavorerà con noi per 
arrivare al divieto della plastica usa-e-getta e a far respirare di nuovo il mare. 

Ai leader mondiali:
L’inquinamento dei rifiuti plastici sta uccidendo gli oceani -- entro il 2050 conterranno più plastica che pesci. Vi chiediamo di avviare la transizione verso l’eliminazione totale della plastica usa-e-getta entro i prossimi 5 anni e di mettere in campo le politiche 
di cui gli oceani hanno bisogno per rigenerarsi.

FIRMA LA PETIZIONE QUI


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domenica 3 luglio 2016

VIDEO: Pulizia dalla Plastica negli Oceani Ocean Cleanup



Gli oceani sono ormai intasati dagli oggetti di plastica che gli esseri umani scartano e che vanno a finire in mare. Grazie alle correnti sono cinque le enormi isole di spazzatura che ingorgano le acque 
oceaniche: soltanto nel Pacifico si parla di 150milioni di tonnellate di rifiuti che in alcune zone superano la concentrazione di plankton. In tutto sono 5250 miliardi i pezzi di rifiuti che inquinano gli oceani e i mari. Fino a questo momento l'unica strada consigliata è stata quella di consumare meno plastica per non peggiorare la situazione.

Boyan Slat, nato in Olanda nel 1994, ha rovesciato la percezione del problema: CONTINUA A LEGGERE ... VIDEO: Pulizia dalla Plastica negli Oceani Ocean Cleanup

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lunedì 15 febbraio 2016

L’Oceano Pacifico è morto


IL RESOCONTO DI UNA TRAVERSATA FA IL GIRO DEL MONDO
L’oceano Pacifico è morto, è svuotato di ogni vita. Ci sono solo rifiuti e barche per la pesca industriale intente a saccheggiare accuratamente quel poco che è ancora rimasto.

Sta facendo il giro del mondo, sui media di lingua inglese, il racconto struggente, tragico e a suo modo poetico di un marinaio, Ivan Macfadyen (foto), che ha ripetuto la traversata del Pacifico effettuata dieci anni fa. Allora fra l’Australia e il Giappone bastava buttare la lenza per procurare pranzo e cena succulenti. Stavolta in tutto due sole prede. Dal Giappone alla California, poi, l’oceano è diventato un deserto assoluto formato da acqua e rottami.

Nessun animale. Non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia.

Il racconto di Ivan Macfadyen, vecchio marinaio col cuore spezzato dopo 28 giorni di desolata navigazione nel Pacifico, è stato raccolto dall’australiano The Newcastle Herald ed è stato variamente ripreso da decine e decine di testate, tutte in inglese.

Macfadyen ha navigato con il suo equipaggio a bordo del Funnel Web sulla rotta Melbourne -Osaka – San Francisco. Dice di aver percorso in lungo e in largo gli oceani per moltissimi anni, dice di aver sempre visto uccelli marini che pescavano o che si posavano sulla nave per riposarsi e farsi trasportare. E poi delfini, squali, pesci, tartarughe… Stavolta nulla di tutto ciò: nulla di vivo per oltre 3.000 miglia nautiche.

Unica apparizione, poco a Nord della Nuova Guinea, quella di una flotta per la pesca industriale accanto ad una barriera corallina. Volevano solo il tonno, tiravano e ributtavano in mare – morta – ogni altra creatura marina.

E poi la parte più allucinante del viaggio, quella dal Giappone alla California, costantemente accompagnata dalla gran quantità di rottami trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha innescato la crisi di Fukushima.

Rottami, rottami grandi e piccoli ovunque: impossibile perfino accendere il motore. Rottami non solo in superficie ma anche sui fondali, come si vedeva chiaramente nelle acque cristalline delle Hawaii. E poi plastica, rifiuti di plastica dappertutto.

Nel racconto di Ivan Macfadyen un solo elemento è direttamente riconducibile ai tre reattori nucleari in meltdown sulla costa giapponese: dice di aver raccolto campioni destinati ad essere esaminati per la radioattività e di aver compilato durante il viaggio questionari periodici in seguito a richieste provenienti dal mondo accademico statunitense.

Però non si può non pensare a Fukushima quando Macfadyen afferma che nelle acque del Giappone il Funnel Web ha perso il suo colore giallo brillante e quando dice che uno dei pochissimi esseri viventi incontrati dal Giappone alla California era una balena che sembrava in fin di vita per un grosso tumore sul capo.

Sui social e nei commenti sul web si fa un gran parlare della relazione fra Fukishima e l’assenza di esseri viventi fra Giappone e California.

Io sottolineo tre elementi: primo, la sorgente di radioattività di Fukushima, sebbene molto intensa, paragonata alla vastità dell’oceano diventa come uno sputo in un fiume; secondo, nei dintorni di Fukushima e prima di diluirsi nella vastità dell’oceano la radioattività effettivamente si accumula nella catena alimentare e vi resterà per molti decenni; terzo, una desolazione vasta e assoluta come quella raccontata da Macfadyen si sposa benissimo con gli effetti della pesca industriale dissennata, senza bisogno alcuno di scomodare la radioattività i cui effetti sensibili – stando alle informazioni note – si limitano al tratto di mare davanti ad una parte delle coste giapponesi.


Il Pacifico è morto – si è rotto, per usare l’espressione di Macfadyen – e l’ha ucciso il genere umano, che sta al pianeta come una nuvola di cavallette sta ad un campo di grano. Macfadyen, raccolta il The Newcastle Herald nel seguito della storia, non ha voluto rilasciare altre interviste dopo quella che ha fatto così tanto rumore. Desidera però che il mondo sia consapevole di quanto egli ha visto.

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ISOLA DI PLASTICA NELL'OCEANO



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mercoledì 28 gennaio 2015

La Plastica nel Mare Danneggia e Modifica la Natura



Questa tartaruga probabilmente e' rimasta incagliata in un anello di una confezione da 6 lattine di birra quando era piccola, 
ora è per sempre strangolata nel cappio del boia plastica!

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