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giovedì 2 gennaio 2020

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio



Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù, di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali. Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, 
la bonifica è ancora in alto mare.
Quante sono e dove stanno le aree a rischio sanitario.
Il caso di Crotone, diventato emergenza, è solo uno fra migliaia: l’Ispra ne ha contati 12.482. Siti potenzialmente contaminati, distribuiti su tutto il Paese, con un record di 3.733 casi in Lombardia. Mentre i siti in cui l’inquinamento è stato considerato talmente grave da comportare un elevato rischio sanitario, e per questo definiti «di Interesse Nazionale» (Sin), sono 58. L’interesse, a partire dal 1998, era quello di bonificarli. Oggi per la maggior parte resta ancora da capire la portata della contaminazione. Parliamo di aree industriali dismesse, in attività, aree che sono state oggetto in passato di incidenti con rilascio di inquinanti chimici, e aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Alle procedure di bonifica inizialmente doveva pensare lo Stato, dal 2012, 17 siti sono passati in carico alle Regioni. «Pensiamo a un fondo unico ambientale per sostenere le bonifiche», ha dichiarato qualche mese fa il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Il suo predecessore, Gian Luca Galletti, aveva già riferito in un intervento al Senato, il 19 gennaio 2017, di circa 2 miliardi di euro stanziati «dal mio Ministero a favore delle Regioni, dei Commissari delegati e delle Province Autonome di Trento e Bolzano». Finora la somma dei finanziamenti totalizza 3.148.685.458 euro. A fronte di questa spesa, «emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin», scrive, qualche mese fa, la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Stanziati oltre 3 miliardi per fare cosa?
In Veneto, 781 milioni di euro sono stati usati per bonificare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda di Porto Marghera. In Campania, l’area perimetrata nel Sin di Napoli Orientale, su cui insiste la quasi totalità degli impianti di deposito e stoccaggio di gas e prodotti petroliferi presenti sul territorio cittadino, la bonifica ha interessato finora solo il 6% dei terreni e il 3% della falda. Va molto peggio nell’area occidentale, quella dell’ex Ilva, ex Eternit, ex discarica Italsider: 242 ettari di superficie potenzialmente inquinati da metalli, ipa, fenoli, amianto; oltre 10 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, bonifiche: zero. L’area di Tito, in Basilicata, ha completato solo il 4% della procedura di bonifica, idem in Sardegna, nonostante i 77 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, e i 20 già spesi per le aree industriali inquinate di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. «La maggior parte delle risorse», dichiara la Regione, «sono in fase di progettazione, poi a causa della complessità delle opere e dell’aggiornamento della normativa sugli appalti, il grosso
 degli interventi deve essere ancora cantierato».

Sicilia, Friuli, Piemonte, Lombardia, Toscana: bonifiche zero
In Sicilia nei siti contaminati che vanno da Priolo (Siracusa), a Biancavilla (Catania), fino a Gela (Caltanissetta), sono stati spesi 3 milioni di euro per zero bonifiche. Nulla di fatto anche al Nord, per le aree industriali di Trento e per i metalli pesanti che hanno inquinato falde e terreni dell’area della Caffaro di Torviscosa, in Friuli, dove i milioni finanziati dal Ministero sono stati rispettivamente 19 e 35. In Toscana, a fronte di finanziamenti per oltre 20 milioni, nessuna bonifica è stata completata nei Sin di Orbetello e Livorno. In Piemonte i circa 51 milioni stanziati non hanno ancora rimesso in salute le aree di Balangero, Pieve Vergonte e Serravalle Scrivia: qui, la bonifica delle falde e dei terreni è ferma allo 0%, così come nell’area contaminata di Cengio e Saliceto che il Piemonte condivide con la Liguria. La situazione più critica è però in Lombardia: 5 aree contaminate da metalli pesanti, idrocarburi, PCB, inserite fra le priorità di bonifica. Le attendono da circa 18 anni. Eppure, c’erano e ci sono finanziamenti da parte del Ministero per oltre 200 milioni di euro: non sembra, perciò un problema di liquidità.

Chi inquina non paga. Perché?
La European Environment Agency ha stimato i costi per le analisi e ricerche sui siti, ed è emerso che in Europa sono generalmente ricompresi fra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 50.000 euro. Nel nostro Paese, queste stesse indagini costano più di 5 milioni di euro.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Inoltre il principio secondo cui «chi inquina paga» è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile. C’erano riusciti a Porto Marghera, con il ragionamento: se chi ha inquinato non si trova, paga chi detiene l’area. Lo Stato aveva incassato 700 milioni di euro, con cui ha realizzato le opere di messa in sicurezza per impedire l’espandersi della contaminazione. Dal 2011, con i vari decreti Ilva il principio è stato reso ancora più intricato, e così in quasi tutti gli altri Sin, la messa in sicurezza, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato.
Con le bonifiche lo Stato ci guadagna
Bisogna poi fare i conti con la criminalità organizzata: dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini che hanno fatto emergere smaltimenti illegali di enormi quantità di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati. Sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Insomma, più si ritarda, e più la criminalità si infiltra, quando invece dalle bonifiche lo Stato avrebbe solo da guadagnare. Già nel 2008 e ancora nel 2016, Confindustria ha stimato il fabbisogno in 10 miliardi. Se le opere partissero subito, in 5 anni, si creerebbero 200.000 posti di lavoro con un aumento della produzione di oltre 20 miliardi di euro, con un ritorno nelle casse dello Stato di circa 5 miliardi fra imposte dirette, indirette e contributi sociali.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Il prezzo che sta pagando la popolazione
L’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (su 58) siti più contaminati d’Italia. Per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


C’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi; il rischio mortalità è più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale, con prospettiva di peggioramento. Che prezzo ha tutto questo?

di Milena Gabanelli






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lunedì 22 luglio 2019

Crescono le Spese Militari dell’Italia

Crescono le Spese Militari dell’Italia


Circa 1.5 miliardi per le missioni all’estero

Mentre il governo vara una manovra correttiva seguendo i diktat di Bruxelles per salvaguardare gli interessi sul debito al grande capitale e si prospettano nuovi tagli alla spesa sociale (- 4 miliardi all’istruzione e – 2 miliardi alla sanità), la spesa militare per il 2019 non solo non viene tagliata ma addirittura registra una crescita. Secondo i dati forniti dalla NATO nel corso dell’ultima riunione dei ministri della difesa della NATO, svolta a Bruxelles il 26 e 27 giugno scorso, il nostro paese è tra quelli che hanno incrementato la spesa arrivando a 21.4 miliardi di € nel 2019 con un aumento di 225 milioni rispetto ai 21.2 miliardi dello scorso anno, pari al 1.22% del PIL.

Quello di una più equa ripartizione delle spese tra tutti gli alleati è stato anche in questo vertice uno dei temi più caldi, posto costantemente sul tavolo dagli USA al fine che i loro alleati assumano un onere maggiore per le spese e la disponibilità di personale e mezzi per le missioni e le operazioni della NATO. In tal senso, i dati forniti dalla NATO rilevano come gli stati europei (membri della NATO) e il Canada aumentano costantemente le loro spese militari orientate all’alleanza, pari al 3,9%, il quinto incremento annuale consecutivo dei budget relativi nella strada per raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL per ogni paese entro il 2024.

Attualmente la media della NATO è il 2.51% con Washington capofila al 3.4% mentre il resto dell’alleanza all’1,55%, in aumento rispetto allo scorso anno (1.51%). A questo si somma l’obiettivo, sempre entro il 2024, di destinare il 20% di tale spesa agli equipaggiamenti. Nel 2019, la NATO prevede che gli USA spenderanno circa 730 miliardi di dollari, mentre l’Europa circa 284 miliardi, un incremento complessivo di circa 100 miliardi di dollari.

Crescono le Spese Militari dell’Italia


A differenza degli altri paesi europei, l’Italia supera già da diversi anni la soglia del 20%. L’Italia è allineata agli obiettivi NATO così come al rispetto dei suoi impegni di spesa con la ministra Trenta che cerca da un lato di far adottare gli strumenti legislativi che permettano all’Italia di garantire le adeguate risorse per finanziare l’ammodernamento (oltre 7 miliardi di euro sbloccati dal MISE per tale obiettivo) e la piena operatività delle Forze armate e di porsi in linea con i livelli di spesa nel settore dei principali alleati europei, e dall’altro di far inserire nel computo anche le risorse impiegate nella nascente difesa europea e l’elevato contributo alle missioni all’estero che fa sì che l’Italia sia attualmente il 4° Paese contributore alle missioni NATO, si collochi nella prima fascia di Stati membri contributori alle missioni dell’Unione Europea (UE) e rappresenti il 19° Stato contributore alle missioni dell’ONU, rimanendo, comunque, il 1° contributore trai paesi occidentali.

Nel recente dossier relativo all’autorizzazione e proroga delle missioni internazionali 2019 e della relazione del ministro della difesa Trenta e del ministro degli esteri Moavero nell’audizione alle commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato del 31 maggio scorso, sono state infatti sostanzialmente confermate le missioni militari all’estero rispetto allo scorso anno a cui si aggiunge una nuova missione bilaterale in Tunisia per la costituzione di tre comandi regionali con il compito di pianificare e condurre operazioni congiunte di controllo del territorio. Per questa missione saranno impiegati 15 unità militari per un costo di 2.072.880€. Una missione che si lega ai recenti accordi del summit intergovernativo del 30 aprile scorso che – tra le altre – prevede l’esportazione energetica dall’Italia verso la Tunisia attraverso la Sicilia con un prestito di 5.5 miliardi di € che incrementano la dipendenza tunisina (l’Italia è il principale partner commerciale della Tunisia con una bilancia nettamente a vantaggio italiano) e altre misure finalizzate 
ad incrementare l’influenza italiana nella regione.

Crescono le Spese Militari dell’Italia


Il costo complessivo per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero nel 2019 è pari a 1.428.554.211€ di cui 1.426.481.331 per la proroga delle missioni internazionali e per gli interventi di cooperazione nell’anno 2019 e euro 2.072.880 riferiti alla nuova missione bilaterale di cooperazione in Tunisia. In complesso saranno impiegati 7.343 unità delle Forze Armate con una consistenza media pari a 6.290 unità (con una riduzione di 19 unità rispetto allo scorso anno) dislocati su 3 continenti: Africa, Medio Oriente e Europa per un totale di 44 missioni militari internazionali.

Il maggior numero di missioni è presente nel continente africano anche se la maggior consistenza numerica delle unità impiegate è in Asia (in particolare Afghanistan e Iraq).

Più in dettaglio, nel continente africano sono operative 18 missioni in 9 paesi: Libia, Niger, Gibuti, Somalia, Repubblica Centrafricana, Mali, Sahara Occidentale, Egitto e Tunisia. Qui, la presenza italiana più consistente è in Libia dove operano 400 unità di personale militare, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei, nella missioni MIBIL (missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia) per un costo di 49.012.962€, a cui si aggiungono altre 29 unità, in particolare 25 unità della Guardia di Finanza impiegati insieme a 6 mezzi terrestri e 1 mezzo navale nella missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera della Marina militare libica per un costo di 6.923.570€ finalizzata alla repressione dei migranti.



Altre missioni militari di particolare rilevanza in questo continente sono quelle in Niger, Gibuti e Somalia. In Niger, in una missione progettata dal governo Gentiloni ma avviata dall’attuale governo Conte (dopo che il M5S si era opposto quando era all’opposizione), sono schierati 290 unità militari, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei per un costo che sfiora i 49milioni di €. Nel dossier si precisa inoltre che l’obiettivo di 470 unità previste non si è potuto ancora raggiungere a cause delle proteste del popolo nigerino contro la presenza di contingenti militari stranieri nel paese.

In Somalia sono operative principalmente due missioni, quella marittima EUNAVFOR Atalanta (che si estende al Golfo di Aden, il mare Arabico, il bacino somalo e l’Oceano indiano) in ambito UE, che impiega 407 unità militari, due mezzi navali e due mezzi aerei per un costo di 26.835.950 €, mentre a terra è attiva la missione EUTM Somalia (sempre in ambito UE), con 123 unità militari e 20 mezzi terrestri per un costo di 12.285.743€.

92 unità militari e 18 mezzi terrestri sono invece di stanza nella base militare nazionale di Gibuti (che fornisce supporto logistico alle missioni nell’area del Corno d’Africa) per un costo di 9.819.344€, mentre 75 unità militari e 3 mezzi navali sono schierati in Egitto – nel Sinai al confine con Israele e nello stretto di Tiran – nella missione Multinational Force and Observers in Egitto (MFO) per un costo di 6.392.575

Particolarmente rilevante è la presenza nel Mediterraneo, dall’operazione Mare Sicuro con 754 unità militari, 6 mezzi navali e 5 mezzi aerei per un costo di 85.191.012€ che si occupa della sorveglianza e protezione delle piattaforme dell’ENI nell’offshore libico e supporto alla guardia costiera libica (del governo al Sarraj), all’operazione EUNAVFORMED Sophia (in ambito UE) con l’impiego di 520 unità militari, tre mezzi aerei e uno navale (sospeso) per un costo di 41.265.060€ che opera in sinergia con la missione Sea Guardian (della NATO) con l’impiego di 54 unità militari, 1 mezzo aereo e 1 navale per un costo di 6.395.561€.

Considerevole è la partecipazione italiana alla missione di sorveglianza navale dell’area sud (mediterraneo e mar nero) dell’Alleanza NATO con l’impiego di 259 unità militari, 2 mezzi aerei e 1 navale (a disposizione su richiesta) per un costo di 16.248.583€ a cui si aggiunge la sorveglianza aerea nell’area sud-orientale della NATO con l’impiego di due mezzi aerei per un costo di 2.378.234€. 130 unità e 12 mezzi aerei sono invece impiegati nell’Air Policing della NATO per la sorveglianza dello spazio aereo europeo dell’alleanza per un costo di 20.042.779€.

In complesso in Europa le forze armate italiane sono attive in 14 missioni in 10 diverse aree: Spazio aereo europeo dell’alleanza, Lettonia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Balcani, Mar mediterraneo e mar Nero, Area sud orientale dell’Alleanza, Albania e Balcani, Mediterraneo.

Crescono le Spese Militari dell’Italia


Oltre le già citate missioni marittime, particolarmente alta è la presenza italiana nei Balcani con soprattutto l’operazione Joint Enterprise della NATO che impiega 538 unità militari con 204 mezzi terrestri e un mezzo aereo per un costo di 78.876.093€ e in Lettonia nella missione Enhanced Forward Presence della NATO in chiave anti-Russia che impiega 166 unità militari e 50 mezzi terrestri per un costo di 23.121.868€. Proprio in Lettonia, nel mese di maggio, sono stati schierati 6 o 7 carri Ariete italiani, si tratta della prima volta che vengono utilizzati in una missione EFP della NATO facendo il loro ritorno in una missione all’estero dopo la guerra in Iraq nel 2004/2006.

Infine, 12 sono le missioni in corso nel continente asiatico suddivise in 8 teatri operativi: Confine turco siriano, Iraq, Afghanistan, Palestina, Israele, India-Pakistan, Emirati-Bahrein-Qatar. La principale è la missione NATO Resolute Support Mission in Afghanistan che registra un processo di progressiva riduzione relazionato ai cosiddetti “processi di pace” condotti dagli USA con i talebani e al ritiro delle truppe USA dal paese, ma il ministero della difesa conferma il suo impegno anche in futuro stabilendo per quest’anno 800 unità militari (con l’obiettivo di riduzione a 700), 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei per un costo di 159.204.525€.



Come numero di unità militari presenti, la missione in Afghanistan viene superata da quella in Iraq dove sono impiegati 1.100 unità militari, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei nella missione della coalizione internazionale anti-Daesh per un costo di 235.245.605€, mentre si è conclusa a marzo la missione della Task Force Praesidium a Mosul a difesa della costruzione di una diga strategica commissionata alla multinazionale italiana, la Trevi S.p.A, con il passaggio di consegne della missione agli USA.

Altro teatro di guerra particolarmente caldo in cui i militari italiani sono schierati è quello del confine siriano con 130 unità militari con 25 mezzi terrestri (inclusa batteria SAMP-T, sistema missilistico terra-aria di ultima generazione) sono schierati nella missione Support to Turkey – Active Fence, nella base militare “Gazi Kislaşi” di Kahramanmaraş, in territorio turco. Costo della missione 12.756.907€.

Infine, in Libano dove sono impiegati 1.076 unità militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei nella missione UNIFIL (in ambito ONU) per un costo di 150.119.540€. Ad essa si aggiunge la missione bilaterale MIBIL di addestramento delle forze di sicurezza libanesi con 140 unità militari, 7 mezzi terrestri e 1 navale per un costo di 6.685.161€.

Rispetto al 2018 si registra una sostanziale continuità considerando una diminuzione nelle missioni in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq) che lungi dal poter esser considerate come un disimpegno progressivo dalle missioni militari all’estero, risponde più che altro ad un riposizionamento strategico che conferma la tendenza degli ultimi anni (compresi i governi di centrosinistra) di incremento della presenza in Africa (rispetto al 2017 quattro missioni e 660 soldati in più)  – considerata di prioritario interesse strategico – rispetto ad una diminuzione nel Medio Oriente.

Nel Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa per il Triennio 2019-2021 si afferma infatti che “nella considerazione del ruolo imprescindibile svolto dalla NATO, la partecipazione attiva e il significativo contributo fornito ai consolidati meccanismi di prevenzione, deterrenza e difesa collettiva dell’Alleanza, continueranno a rappresentare, anche per il futuro, un’indispensabile garanzia per un’adeguata cornice di sicurezza. In particolare, nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, la Difesa continuerà ad assicurare convintamente il proprio impegno coerentemente con il 360° approach, nonché a promuovere le necessarie iniziative per orientarne l’attenzione verso il cosiddetto Fianco Sud, alfine di affrontare in modo sistemico la perdurante instabilità di questa area, di interesse strategico per la sicurezza del nostro Paese.(…) La sicurezza e il futuro benessere della nostra Nazione sono strettamente correlate ad una condizione di stabilità nelle aree di interesse strategico, ovvero l’area euro-mediterranea e l’area euro-atlantica, nelle quali è più probabile che si possa sviluppare un’azione dell’Autorità Politica mirata a salvaguardare gli interessi vitali e/o strategici del Paese, alla tutela dei diritti fondamentali del cittadino e alla crescita socio-economica del Paese. Tali obiettivi e il loro soddisfacimento prevedono una nostra partecipazione sempre più attiva nello scenario internazionale orientata alla stabilizzazione del Fianco Sud della NATO e dell’Europa (…) l’Italia dovrà essere in grado di assumere un ruolo di guida nelle attività orientate alla stabilizzazione del Fianco Sud della NATO e dell’Europa, anche guidando operazioni multinazionali finalizzate a raggiungere tale scopo (proiezione di stabilità)”.

D’altronde la continuità di questo governo con i precedenti viene rimarcata anche nello stesso dossier relativo alle missioni internazionali affermando (citiamo testualmente) che “la   principale   linea   di   continuità   è   dettata   dai   principi   consolidati che caratterizzano la nostra azione, come la fede nel processo di integrazione europea e nel legame transatlantico, la vocazione mediterranea…”. Un legame che non viene intaccato nemmeno in riferimento ovviamente alle basi militari straniere presenti nel nostro paese, che oltre a coinvolgerci direttamente in interventi e guerre, comporta un costo di circa 700 milioni di €.

È simbolico ma anche significativo come la sola spesa per le missioni internazionali sfiori la stessa cifra destinata dal governo nel decreto “salva-conti” per la manovra correttiva di questi giorni. Ma non si tratta però certo di “oneri” per la borghesia italiana bensì del suo orientamento alla promozione degli interessi geostrategici dell’imperialismo italiano nella competizione internazionale e di salvaguardia della sua posizione nella piramide imperialista internazionale. Gli oneri sono tutti scaricati sui lavoratori e le classi popolari che si vedono privati di ingenti risorse destinate agli armamenti e a missioni all’estero, interventi e guerre imperialiste che – sotto qualsiasi mantello esse avvengono – rispondono esclusivamente agli interessi e profitti dei grandi monopoli industriali e finanziari in continuità con le politiche antipopolari,
 lo sfruttamento capitalistico e l’oppressione dei popoli.



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giovedì 6 giugno 2019

Italia: Mar Tirreno Scoperta isola di Plastica

Plastica, scoperta isola di rifiuti anche in Italia nel Mar Tirreno

Plastica, scoperta isola di rifiuti anche in Italia nel Mar Tirreno

A nord ovest dell’isola d’Elba, tra il corno della Corsica e la Capraia, è apparsa un’ isola di rifiuti di plastica composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri. Una vera minaccia per  l’ecosistema dell’Arcipelago Toscano e non solo.



"Una vera e propria “zuppa di plastica”, insieme a materiale organico di vario tipo, è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei. Bottiglie, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca, flaconi, buste e bicchieri di plastica… per lo più imballaggi che vengono usati per pochi minuti ma restano in mare per decenni, hanno accompagnato la nostra navigazione", dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

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martedì 9 ottobre 2018

L’Italia che potrebbe finire sott’acqua

L'Enea aggiorna la mappa delle aree costiere a rischio inondazioni.   37 comuni potrebbero finire sott’acqua entro la fine del secolo


Nuova mappa Enea
L'Enea aggiorna la mappa delle aree costiere a rischio inondazioni. 
37 comuni potrebbero finire sott’acqua entro la fine del secolo

Sette nuove aree costiere italiane potrebbero finire sott’acqua entro la fine del secolo. L’allarme arriva dall’Enea, che ha aggiornato la mappa delle zone a rischio inondazione. Sono così 37 i comuni sparsi in tutta la penisola, dalla Toscana alla Sardegna, fino al Veneto, che potrebbero essere allagati per l’innalzamento del Mar Mediterraneo, sia a causa dei cambiamenti climatici che delle caratteristiche geologiche della nostra penisola.

I ricercatori, grazie a un nuovo modello di previsione unico al mondo, hanno stimato che entro il 2100 a causa dell’innalzamento del livello del mare l’Italia potrebbe perdere 5.500 km quadrati di pianura costiera. Un problema di grande rilievo se si considera che nelle aree più vicine al mare oggi vive la metà della popolazione italiana.

Le nuove località a rischio
In Italia continentale sono state individuate quattro località a rischio, tutte sul versante adriatico: tre in Abruzzo, Pescara, Martinsicuro (Teramo) e Fossacesia (Chieti), e una in Puglia, Lesina (Foggia). In queste aree arretreranno le spiagge e le aree agricole. Le altre tre zone individuate sono tutte sulle isole con differenti estensioni a rischio, dai 6 km2 di perdita di territorio a Granelli (Siracusa), ai circa 2 km2 di Valledoria (Sassari), fino a qualche centinaio di m2 a Marina di Campo sull’Isola d’Elba (Livorno).

La mappa completa
Le sette nuove aree costiere a rischio inondazione si aggiungono  a quelle già individuate dall’ENEA nell’area costiera dell’alto Adriatico compresa tra Trieste, Venezia e Ravenna, nel golfo di Taranto e nelle piane di Oristano e Cagliari. Altri tratti di costa a rischio sono stati rilevati in Toscana (Versilia), nel Lazio (Fiumicino, Fondi e altre zone dell’Agro pontino), in Campania (piane del Sele e del Volturno) e in Sicilia (aree costiere di Catania e delle isole Eolie).

“Negli ultimi 200 anni il livello medio degli oceani è aumentato a ritmi più rapidi rispetto agli ultimi 3mila anni, con un’accelerazione allarmante pari a 3,4 mm l’anno anno solo negli ultimi due decenni. Senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, l’aumento atteso del livello del mare entro il 2100 modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano, con una previsione di allagamento fino a 5.500 km2 di pianura costiera, dove si concentra oltre la metà della popolazione italiana”, sottolinea il geomorfologo Fabrizio Antonioli dell’ENEA.

Colpa dell’inquinamento
All’origine di tutto quindi c’è l’enorme aumento di CO2 nell’atmosfera, causa dell’effetto serra, a sua volta motivo del riscaldamento globale. “Nel 2017, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto la soglia altissima di 412 parti per milione. Negli 800mila anni precedenti, il valore era oscillato tra 180 e 280. Aumenti e diminuzioni avvenivano molto lentamente, mentre in soli 130 anni si è arrivati a un livello altissimo e a ritmi molto veloci”, spiega il climatologo  Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di “Modellistica climatica e impatti” dell’ENEA. Alle temperature in aumento ha corrisposto un crescente scioglimento dei ghiacci: volumi di acqua in più che stanno facendo innalzare i mari.

Un nuovo modello climatico
Per aggiornare la mappa del rischio inondazioni l’ente pubblico di ricerca italiano ha utilizzato un nuovo modello climatico, realizzato grazie alla collaborazione tra il MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston e la comunità scientifica italiana, con il supporto del supercalcolatore CRESCO6 dell’ENEA, che integra dati oceanografici, geologici e geofisici per previsioni di innalzamento del livello del Mediterraneo molto dettagliate e a breve termine

“Finora le nostre proiezioni di aumento del livello del mare si sono basate su dati dell’IPCC, la maggiore istituzione mondiale per il clima, che stimano l’innalzamento globale delle acque marine fino a quasi 1 metro al 2100 – spiega ancora il climatologo Gianmaria Sannino – ma questi dati difettano di dettagli regionali e, per colmare questa lacuna, stiamo realizzando un modello unico al mondo che combina diversi fattori, come la fusione dei ghiacci terrestri, principalmente da Groenlandia e Antartide,  l’espansione termica  dei mari e degli oceani per l’innalzamento della temperatura del Pianeta, l’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi e dalle maree, ma anche l’isostasia e i movimenti tettonici verticali che caratterizzano l’Italia, un paese geologicamente attivo dove si manifestano con grande frequenza bradisismi e terremoti anche nelle aree costiere”.

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Alla Conferenza di Parigi del 2015, la comunità internazionale chiese all’IPPC, Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2007, un’analisi sulle reali possibilità di contenere l’innalzamento della temperatura globale
entro 1.5 gradi centigradi...
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domenica 22 luglio 2018

Le Spiagge più Belle d'Italia

Otranto (LE)

Otranto (LE)


Dalla Sardegna, capolista, alla Calabria, passando per la Toscana e la Puglia. Come ogni estate ecco arrivare la classifica delle migliori spiagge da un capo all'altro dello stivale. Mete dove andare in vacanza per trovare mare limpido e pulito ma anche belle spiagge, cultura, storia, una buona cucina e ottimi servizi. “La nuova Guida Blu - il mare più bello del 2016”, di Legambiente e Touring Club Italiano stila una classifica e premia ben 18 località del Belpaese assegnando le “vele” dell'eccellenza, sulla base di molti fattori, dalla raccolta differenziata alle opere innovative e di salvaguardai dell'ambiente. La Sardegna, prima classificata tra le regioni, con ben 5 località, e la Puglia, con 4 località a 5 vele, si confermano le regioni che realizzano le migliori performance in sostenibilità e tutela ambientale.


Baunei (OG)


Baunei (OG)

Baunei (OG)
Baunei, nella provincia dell'Ogliastra in Sardegna vanta un mare cristallino, percorsi di trekking, bici e veicoli elettrici e una particolare attenzione alla salvaguardia 
del delicato ecosistema naturale marino.




Castiglione della Pescaia (GR)

Castiglione della Pescaia (GR)
In provincia di Grosseto questa località si è attivata per la salvaguardia all'interno della Riserva Naturale Diaccia Botrona dei nidi di Falco Pescatore, specie rara tornata dopo molti anni a nidificare in Maremma. Continua l’impegno nella conservazione dell’habitat dunale e della Pineta litoranea. Aperti nuovi itinerari per trekking, cavallo e bicicletta.






Pollica (SA)

Pollica (SA)
Pollica si conferma regina dell'estate 2016, prima in Campania e seconda in Italia, con le sue cinque vele. Tante le iniziative che le hanno permesso di ricevere questo riconoscimento dalla raccolta differenziata, all'implementazione degli impianti fotovoltaici per la produzione di energetica e poi il recupero di un antico mulino ad acqua per la produzione di energia idroelettrica e la ristrutturazione del Museo del Mare nella frazione di Pioppi oltre che la realizzazione di un 
Centro velico dedicato ai diversamente abili.





Posada (NU)

Posada (NU)
Nell’edizione 2016 della rete dei Borghi più belli d’Italia, Posada si è classificato al quinto posto.  E oltre ad un mare trasparente e a spiagge immacolate, questa zona offre molto altro in termini di ambiente e salvaguardia. Attivo sul territorio un servizio di bike sharing comunale ed è allo studio l’introduzione di mezzi elettrici sostitutivi delle auto private per raggiungere le spiagge. Diverse le attività offerte tra sport e natura.






Santa Marina Salina (ME)

Santa Marina Salina (ME)
In provincia di Messina questa località è a buon punto con la raccolta differenziata, ha ultimato il progetto di ripascimento della costa di Punta Lamie. Ha ottenuto il rilascio di una concessione demaniale di 40.000 mq per la realizzazione di un campo boe comunale che protegga dalle ancore i fondali. Confermate e potenziate le manifestazioni sportive "sostenibili”.






San Vito Lo Capo (TP)

San Vito Lo Capo (TP)
Tra le iniziative realizzate di questo Comune in provincia di Trapani nel corso del 2015, da evidenziare “Una cicca, un centesimo”: ogni cicca di sigaretta recuperata nell’arenile dai bagnanti viene acquistata ad un centesimo dai volontari. L’adozione delle aree verdi attraverso l’attuazione del “Piano Regolatore Comunale del verde” è servita invece a censire, recuperare e ricollocare le piante esistenti nelle aree pubbliche e nelle vie di tutto il territorio comunale. Altro progetto, la Guida dei sentieri del comprensorio sanvitese.






Maratea (PZ)

Maratea (PZ)
Il progetto “Spiaggia d'aMare” nato tra Comune e l'Associazione Balneari Maratea è stato finalizzato alla certificazione dei servizi e alla salvaguardia del territori. La raccolta dei rifiuti porta a porta è ormai stabile ed ha portato ad oltre il 70% la raccolta differenziata. La cura e catalogazione dei sentieri di costa, unitamente ad altri interventi di sistemazione, rendono il territorio sempre più fruibile agli appassionati della vacanza attiva. Sono stati aperti due parchi gioco ed un percorso natura con attrezzi per il fitness all'aria aperta.





Capalbio (GR)

Capalbio (GR)
Il comune in provincia di Grosseto continua a programmare azioni efficaci di rispetto e tutela dell'ecosistema costiero. Da un percorso didattico per sensibilizzare studenti, cittadini e turisti sul rispetto del sistema dunale alla promozione di fonti rinnovabili, di risparmio ed efficienza energetica.




Otranto (LE)

Otranto (LE)
Completato il recupero del Faro di Palascìa che è ora il fulcro di innumerevoli percorsi di trekking, snorkeling, nordic walking, cicloturismo ed osservazioni astronomiche e naturalistiche a servizio dell’utenza locale e turistica. Incentivata l’istituzione dell’Area Marina Protetta al fine di favorire un accordo con aziende private che sponsorizzino il programma di ascolto dei cetacei e del fondale marino attraverso gli idrofoni.





Bosa (OR)

Bosa (OR)
In partenariato con l’Università di Sassari, Bosa ha realizzato una campagna di monitoraggio dei cetacei. Sempre insieme all’Ateneo e con il Corpo forestale, effettua studi e mette in atto azioni di salvaguardia dell’habitat dei grifoni. Per favorire la mobilità sostenibile è stata realizzata una pista ciclabile tra Bosa e Bosa Marina e, all’interno del Piano d’azione per l’energia sostenibile, sono state inserite azioni di riduzione degli spostamenti con auto private. Nell’edizione del 2014 della rete dei Borghi più belli d’Italia, Bosa si è classificato al secondo posto.





Marina di Camerota (SA)

Camerota (SA)
Tra le ultime iniziative della località in provincia di Salerno aperto al pubblico l’importantissimo sito archeologico della grotta della cala a Marina di Camerota.





Camerota (SA)


Camerota (SA)
Tra le ultime iniziative della località in provincia di Salerno aperto al pubblico l’importantissimo sito archeologico della grotta della cala a Marina di Camerota.



Vernazza (SP)

Vernazza (SP)
Negli anni passati ha ottenuto il riconoscimento di Legambiente e Touring Club del vessillo dell’associazione ambientalista da parte dell’equipaggio di Goletta Verde. Attraverso il progetto Pelagos, sono state fatte tantissime attività di sensibilizzazione rivolte ai ragazzi delle scuole primarie sulla biodiversità e in particolare sui mammiferi marini. 
Sempre forte è l'impegno verso un turismo sostenibile.

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giovedì 10 maggio 2018

In Europa ci sono 200 Milioni di Animali Domestici



Una conferma dell’importanza che il settore degli animali domestici ha per il business del commercio e, ancora più importante, una conferma del fatto che i pet sono ben introdotti all’interno delle famiglie europee, arriva dal recente studio Assalco – Zoomark, anticipato dal quotidiano economico finanziario Il Sole 24 Ore, che ha compiuto un interessante approfondimento sul mercato europeo del pet care, ovvero di tutti quegli alimenti e quegli accessori che sono direttamente rivolti a soddisfare il benessere degli animali di affezione.

In particolare, da quanto emerge dalla X edizione del Rapporto Assalco – Zoomark, il comparto del pet care cresce in alcuni dei principali mercati europei, segnando un +0,9 per cento a livello comunitario e arrivando a valere nelle sole Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna una cifra molto vicina ai 10 miliardi di euro.

Nel dettaglio territoriale, sembra che a crescere siano soprattutto i dati statistici che arrivano da Madrid (+5,5 per cento), da Roma (+2,2 per cento) e da Berlino (+2,1 per cento). il dossier, curato da Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) e da Zoomark International (salone internazionale dei prodotti e delle attrezzature per gli animali da compagnia, organizzato da BolognaFiere) dichiara inoltre che nell’Unione Europea gli animali da affezione sono più di 200 milioni di unità, presenti all’interno di 75 milioni di abitazioni.

I pet più numerosi sono i gatti, con una quota pari a 70 milioni di unità, ben 8 milioni in più dei cani, che invece si fermano a più di 62 milioni di unità (ma superano i gatti in alcuni mercati territoriali). In particolar modo, la Francia si conferma ancora una volta il Paese con il maggior numero di felini (12,6 milioni di unità), mentre è il Regno Unito il Paese che ha più cani (8,5 milioni di unità). Può sorprendere infine che la Germania sia il Paese con il maggior numero di roditori (5,9 milioni di unità), mentre l’Italia ha il record degli uccelli ornamentali. Infine, emerge come gli acquari siano più di 15 milioni, concentrati prevalentemente in Germania (2,1 milioni di unità), Francia (1,9 milioni di unità) e Italia (1,662 milioni di unità).


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martedì 3 aprile 2018

Come sarebbe l’Italia senza immigrati ?


Avremmo il 20% di bambini nati in meno nell’ultimo anno, 
una scuola pubblica con 35.000 classi e 68.000 insegnati in meno, saremmo senza 693.000 lavoratori domestici e 449.000 imprese. I numeri del modello di integrazione italiano che funziona.

“Come sarebbe l’Italia senza gli immigrati? Sarebbe un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull’orlo del crac demografico. Gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli.

Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall’Unità d’Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero.

È vero che il nostro sistema di gestione dei flussi migratori ha dovuto affrontare crescenti difficoltà. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456%. Ma il nostro modello di integrazione degli stranieri che si stabilizzano sul territorio nazionale funziona.

Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale. Senza gli stranieri a scuola (la maggioranza dei quali sono nati in Italia) si avrebbero 35.000 classi in meno negli istituti pubblici e saremmo costretti a rinunciare a 68.000 insegnanti, 
vale a dire il 9,5% del totale.

Anche sul mercato del lavoro la perdita dei migranti significherebbe dover rinunciare a 693.000 lavoratori domestici (il 77% del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.

Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani. Nel primo trimestre del 2016 i titolari d’impresa stranieri sono 449.000, rappresentano il 14% del totale e sono cresciuti del 49% dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate
 da italiani diminuivano dell’11,2%.

Anche i trattamenti previdenziali confermano che il rapporto tra “dare” e “avere” vede ancora i cittadini italiani in una posizione di vantaggio. I migranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141.000: nemmeno l’1% degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122.000, vale a dire il 4,2% del totale.

Tutti segnali di quel modello di integrazione dal basso, molecolare, diffuso sul territorio che ha portato oltre 5 milioni di stranieri (che rappresentano l’8,2% della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro Paese e che, alla prova dei fatti, ha mostrato di funzionare bene e di non aver suscitato i fenomeni di involuzione patologica che si sono verificati altrove in Europa, dove i territori ad altissima concentrazione di immigrati sono esposti a più alto rischio di etnodisagio.

Dei 146 comuni italiani che hanno più di 50.000 abitanti, solo 74 presentano una incidenza di stranieri sulla popolazione che supera la media nazionale. Tra questi, due si trovano al Sud: Olbia in Sardegna, con il 9,7% di residenti stranieri, e Vittoria in Sicilia, con il 9,1%. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50.000 residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari solo al 18,6% della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2% dei residenti, e Prato con il 17,9%”. 

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ITALIA SENZA MIGRANTI
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mercoledì 31 gennaio 2018

Lettera Commissione Europea all’Italia per Smog



L’Italia ha da poco ricevuto dalla Commissione Europea un documento sulla seconda fase di una apposita procedura di infrazione per sollecitare il nostro Paese a ridurre le emissioni di particolato, in particolare la frazione Pm10. La procedura è stata avviata per la violazione dei limiti giornalieri di Pm10 in trenta zone e coinvolge diverse regioni, in particolare dell’area padana. Colpa del traffico? Macché: la fonte principale di Pm10 sono le biomasse legnose, originate da stufe a pellet o dalla legna, dalle quali deriva il quarantacinque per cento delle polveri sottili diffuse nell’aria. I motori diesel, fra i quali primeggiano quelli dei Tir ai quali in Italia è affidata una grande parte del trasporto commerciale, contribuiscono per il quattordici per cento. Il tredici per cento invece è prodotto da particelle che si staccano dalle pastiglie dei freni e dai pneumatici: non solo diesel ma tutti i veicoli, a benzina, ibridi, elettrici, moto e motorini. E dalle biciclette.


“Risponderemo alla lettera della Commissione Europea sullo smog nelle città italiane illustrando nel dettaglio tutto ciò che il nostro Paese sta facendo per superare strutturalmente l’emergenza smog” ha prontamente risposto il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Stiamo affrontando dal primo giorno la questione dei superamenti nei livelli di inquinanti nelle nostre città del bacino padano, ma anche di altre aree italiane. A preoccuparci non è la prospettiva di una sanzione europea, ma innanzitutto il rischio che corrono la salute dei cittadini e la qualità dell’ambiente”, ha sottolineato il ministro. “Abbiamo già definito con le Regioni padane un accordo che sarà implementato con nuovi interventi concordati e coordinati e siglato in giugno in occasione del G7 Ambiente a Bologna”, ha aggiunto Galletti. “A livello nazionale abbiamo in atto interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici privati e pubblici e quindi per ridurre le emissioni civili, interventi per la mobilità sostenibile pubblica e privata con particolare riferimento a quella elettrica e ciclabile”.

Mentre il governo promette, il WWF osserva cosa è stato fatto fino ad oggi. “La salvaguardia della salute dei cittadini italiani dovrebbe essere la prima preoccupazione di governi nazionali, regionali e locali, mentre mancano ancora serie politiche di sistema per affrontarne e abbatterne le cause, dal traffico all’energia e al riscaldamento” è il commento dell’associazione alla notizia della lettera della Commissione Europea all’Italia. Per il Wwf serve un provvedimento quadro che fissi obiettivi e compiti alle singole amministrazioni, integrato con le politiche di decarbonizzazione: dall’uso delle fonti pulite e rinnovabili, alla elettrificazione dei trasporti, all’efficienza energetica negli edifici che diminuisce drasticamente le necessità di riscaldamento. Urgente, per il WWF, un Piano trasporti e ambiente che ripensi la mobilità, urbana e non, di persone e merci, e obblighi e sanzioni adeguate per chi si ostina a usare combustibili e sistemi inquinanti. “Di grande importanza, inoltre, la decisione che verrà assunta dalla Commissione – sottolinea il Wwf – che deve approvare gli standard e imporre l’uso delle migliori tecniche disponibili per limitare l’inquinamento dei grandi impianti di combustione: vedremo se l’Italia starà dalla parte della salute”.

Oltre al WWF, ad aver preso a cuore l’inquinamento da polveri sottili è Legambiente, che oltre ad aver effettuato monitoraggi e studi ha presentato la sua ‘ricetta antinquinamento’: “Da questa malattia cronica è possibile uscire se si mettono in campo determinazione e interventi adeguati e strutturali”. Per l’associazione la soluzione sono gli alberi che tornano a essere i protagonisti del centro e delle periferie, reti ciclabili, mezzi pubblici e auto elettriche, eco-quartieri,
 e progetti di rigenerazione urbana.

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MAPPA ITALIA SMOG



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