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martedì 12 novembre 2019

Come Rendere Operativa la Sostenibilità

Come Rendere Operativa la Sostenibilità


Siamo in un periodo senza alcun precedente nella storia dell’umanità. Mai siamo stati così numerosi sulla Terra, mai abbiamo avuto una disparità così elevata tra i pochissimi che possiedono tantissimo e i tantissimi che possiedono pochissimo [1] , mai abbiamo stravolto con questa ampiezza e in tempi così rapidi i sistemi naturali senza i quali non possiamo vivere, mai abbiamo messo a rischio le opzioni evolutive di tutti gli altri esseri viventi che con noi condividono ora la storia del nostro pianeta, mai abbiamo così profondamente intaccato le basi che ci consentono di vivere, di avere benessere, prosperità e sviluppo.


Economia della Ciambella

Economia della Ciambella 


Ospitiamo di seguito alcuni paragrafi dell’introduzione di Gianfranco Bologna e Enrico Giovannini “L’economia della ciambella: come rendere operativa la sostenibilità” al volume di Kate Raworth “L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare 
come un economista del XXI secolo”,  edizioni Ambiente.



Gli effetti delle attività umane sul nostro pianeta sono oggi ritenuti equivalenti a quelli prodotti dalle grandi forze della natura che hanno causato significativi mutamenti nel nostro sistema Terra nell’arco dei suoi 4.6 miliardi di anni di vita, tanto da far proporre alla comunità scientifica che si occupa di scienze del Sistema Terra e dei suoi cambiamenti globali, l’indicazione di un nuovo periodo geologico, definito Antropocene [2]. Recentemente, autorevoli studiosi delle scienze dei cambiamenti globali (Global Changes) hanno elaborato l’equazione dell’Antropocene, che certifica come, allo stato attuale, l’intervento umano causa complessivamente effetti nei cambiamenti del sistema Terra profondi e superiori a quelli dovuti alle forze di origine astronomica, 
geofisica e interna allo stesso sistema [3] . […]

L’umanità, grazie alle straordinarie capacità della sua evoluzione culturale è andata progressivamente allontanandosi dalla natura, cioè dall’insieme dei sistemi naturali dai quali deriva e proviene, frutto degli straordinari processi evolutivi del fenomeno vita sulla nostra Terra e senza i quali non può sopravvivere. Si è trattato di un processo lungo e complesso, fortemente accentuatosi dall’inizio della Rivoluzione Industriale, intorno al 1750, rispetto al periodo complessivo di circa 200.000 – 300.000 anni che costituisce il periodo di vita della nostra specie (l’Homo sapiens) sulla Terra. In altri termini, nell’ambito di un arco temporale di un paio di secoli e mezzo la maggioranza dell’umanità è vissuta in una dimensione culturale che ha considerato la natura sempre di più come una fonte inesauribile di risorse da utilizzare e come un ricettacolo, ritenuto altrettanto inesauribile, capace di metabolizzare rifiuti e scarti. Non solo, ma in questo periodo l’umanità è andata sempre di più urbanizzandosi, ha attivato sistemi di produzione e consumo molto articolati e ha prodotto straordinari avanzamenti nella tecnologia, tutti fattori che la hanno condotta sempre di più in una dimensione fisica e culturale di allontanamento dalle dinamiche evolutive dei sistemi naturali, dalle quali è dipesa e dipende e con le quali ha convissuto per le decine di migliaia di anni precedenti. […]

Le dimensioni del nostro impatto si sono andate particolarmente intensificando negli ultimi 60 anni, in un periodo che gli studiosi definiscono “la grande accelerazione” [4] , la quale ha determinato effetti devastanti […] Questo progressivo allontanamento fisico e culturale dalla natura, “immersi” quotidianamente nei nostri sistemi urbani e artificiali, ci ha anche fatto pensare di poterne fare a meno, come se non ne avessimo bisogno, come se potessimo essere indipendenti da essa. La verità, come la scienza ci dimostra chiaramente, è che gli esseri umani sono strettamente dipendenti dai sistemi naturali e fortemente collegati ad essi. L’intero fenomeno della vita sulla Terra e quindi anche noi che ne siamo un prodotto, costituisce un intricato, complesso ed affascinante sistema nel quale siamo tutti interconnessi. […]

La sfida che l’umanità ha ora di fronte è realmente una sfida epocale. La pressione umana sui sistemi naturali è completamente insostenibile e, con i grandi cambiamenti globali che abbiamo indotto nella natura, la nostra stessa civiltà è a rischio. La popolazione umana sulla Terra ora è di oltre 7 miliardi e 400 milioni, più di 9 volte gli 800 milioni di persone che si stima vivessero nel 1750, data indicata come inizio della Rivoluzione Industriale. Questa cifra dovrebbe raggiungere, seguendo la variante media indicata dalle Nazioni Unite nei suoi “World Population Prospects” (che è la più attendibile), i 9.7 miliardi di abitanti nel 2050. La popolazione mondiale continua
 a crescere a un tasso di circa 83 milioni l’anno [5].

Le dimensioni dell’economia mondiale sono anch’esse senza precedenti; il prodotto mondiale lordo viene stimato attualmente in 91.000 miliardi di dollari che sono almeno 200 volte quelle del 1750 (anche se si tratta di un confronto difficile perché buona parte dell’economia mondiale è oggi costituita da beni e servizi che 250 anni fa non esistevano) [6]. […]

Disponiamo ormai della certezza scientifica che il sistema economico sin qui perseguito, diffuso nelle società umane di tutto il mondo è in chiaro conflitto con la realtà biofisica dei nostri sistemi naturali. Questo aspetto costituisce oggi il problema maggiore che l’umanità si trova ad affrontare e la ricerca delle soluzioni per ottenere una relazione armonica tra i sistemi naturali ed i sistemi sociali, la sostenibilità, dovrebbe essere posta come primo punto dell’ordine
 del giorno dell’agenda politica internazionale.

Per essere veramente operativo lo sviluppo sostenibile richiede un reale cambiamento della nostra visione e della nostra azione concreta nel rapporto che abbiamo con il mondo naturale. Oggi abbiamo una consapevolezza sempre più chiara dei limiti ecologici globali. Il nostro sistema economico deve inevitabilmente agire nell’ambito dei limiti biofisici che presentano i sistemi naturali del nostro pianeta. Questo significa, con grande chiarezza, che abbiamo bisogno
 di un nuovo modo di fare economia.

I sistemi economici delle società umane non possono costituire il sistema centrale di riferimento del nostro mondo quotidiano come avviene oggi. Questi sistemi sono, in realtà, dei sottosistemi del più grande ecosistema globale del pianeta (la biosfera) e non possono quindi essere gestiti come se fossero indipendenti da esso. L’umanità deriva e dipende dalla natura, ne è parte integrante ed è costituita dagli stessi elementi fondamentali che compongono l’intero universo, la Terra, e lo stesso fenomeno della vita sul nostro pianeta e non può esistere al di fuori di essa. I modelli economici perseguiti dalle società umane non possono, quindi, operare al di fuori dei limiti biofisici 
che i sistemi naturali presentano.

Per questo la crescita della popolazione e della produzione non devono spingersi oltre le capacità ambientali di rigenerazione delle risorse e di assorbimento dei rifiuti. Come ricorda Herman Daly, ciò che è necessario a questo punto non è un’analisi sempre più raffinata di una visione difettosa, ma una nuova visione. Egli ci ricorda che uno sviluppo sostenibile, uno sviluppo senza crescita quantitativa, non implica la fine delle scienze economiche ma, al contrario, l’economia come disciplina diviene ancora più importante. Si tratta però di un’economia raffinata e complessa dedita al mantenimento, del miglioramento qualitativo, della condivisione e dell’adattamento ai limiti naturali. E’ un’economia del “meglio”, non del “più grande”. […]

Purtroppo le nostre impostazioni culturali hanno strutturato la conoscenza e quindi anche le modalità di fare ricerca e le università in un modo che non corrisponde a quello in cui funziona la realtà. Non possiamo sperare di risolvere i problemi ambientali come il cambiamento climatico con un approccio settoriale attraverso discipline scientifiche frammentate e isolate. In realtà, le ricerche dovrebbero mirare a una comprensione sistemica il più ampia possibile. Nonostante una conoscenza sempre più approfondita dei modi in cui funziona il nostro pianeta, non stiamo in realtà facendo nessun progresso scientifico in direzione di un futuro più sostenibile [7]. Abbiamo bisogno di una scienza interdisciplinare che si focalizzi sulla risoluzione dei problemi. Giorno dopo giorno, ci sono sempre più studi che cercano di integrare scienze sociali, studi umanistici e scienze naturali, ma rimane tanto lavoro da fare. Fortunatamente sono state fondate organizzazioni di ricerca ambientale multidisciplinari e in queste realtà è più facile aggregare scienziati che comprendano pienamente le dimensioni sociali del loro lavoro, o economisti, politologi, antropologi, filosofi che capiscano pienamente le dinamiche complesse del sistema biochimico del nostro pianeta. […]

I problemi che abbiamo di fronte sono così complessi che richiedono una forte collaborazione oltre i confini disciplinari. […] La sostenibilità è costituita da tanti elementi che devono essere sempre tenuti in connessione tra loro e già questo costituisce una notevole sfida alla nostra mentalità abituata a pensare seguendo logiche lineari di causa ed effetto. Volendo semplificare il concetto in una semplice definizione, possiamo affermare che sostenibilità vuol dire imparare e vivere, in una prosperità equa e condivisa con tutti gli altri esseri umani e in armonia con la natura, entro i limiti fisici e biologici dell’unico pianeta che siamo in grado di abitare: la Terra.

Oggetto fondamentale delle ricerche sulla sostenibilità sono i Social-Ecological Systems (SES), cioè la capacità di comprendere le interazioni e i legami esistenti tra gli esseri umani e i sistemi naturali e comprendere come sia possibile gestirli al meglio.

Nell’analisi di questa situazione si colloca la straordinaria avventura intellettuale e operativa di Kate Raworth, molto attenta a incrociare le conoscenze scientifiche con quelle sociali ed economiche per concretizzare percorsi di sostenibilità dei nostri modelli di sviluppo. L’avventura inizia nella seconda metà del primo decennio del 2000, con la prima pubblicazione scientifica di numerosi autorevoli studiosi dediti alla Global Sutainability e alle scienze del Sistema Terra, che hanno cercato di indicare le dimensioni di uno spazio operativo sicuro (Safe and Operating Space) per l’umanità indicando i Planetary Boundaries (“confini planetari”) entro cui muoversi.

Il primo lavoro sull’individuazione di tali confini che l’intervento umano non può superare, pena effetti veramente negativi e drammatici per tutti i sistemi sociali[8] è del 2009. Si tratta di una tematica che è stata precedentemente affrontata da vari studiosi, basti qui ricordare le straordinarie intuizioni degli studiosi che hanno predisposto rapporti per il Club di Roma sin dal 1972 sui limiti del nostro sviluppo rispetto ai limiti biofisici del pianeta [9] e come dall’inizio degli anni Novanta è stata presentata l’ipotesi dell’Environmental Space, cioè lo “spazio ambientale” che ciascun individuo può avere a disposizione per l’utilizzo delle risorse e per la possibilità di produrre degli scarti [10].

I “limiti“ di cui parliamo riguardano nove grandi problemi planetari dovuti alla forte pressione umana, tra di loro strettamente connessi e interdipendenti: il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità e quindi dell’integrità biosferica, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell’utilizzo del suolo, la diffusione di aerosol atmosferici, l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici. Per quattro di questi e cioè il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la modificazione del ciclo dell’azoto e del fosforo e le modificazioni dell’uso dei suoli ci troviamo già oltre il confine indicato dagli studiosi. Complessivamente, i nove confini planetari individuati dagli studiosi, possono essere concepiti come parte integrante di un cerchio e in questo modo si definisce quell’area come “uno spazio operativo sicuro per l’umanità” (Safe and Operating Space, S.O.S.). […]

Il benessere umano dipende, oltre che dal mantenimento dell’uso complessivo delle risorse in un buono stato naturale complessivo che non deve oltrepassare alcune soglie, anche, e in misura uguale, dalle necessità dei singoli individui di soddisfare alcune esigenze fondamentali per condurre una vita dignitosa e con le giuste opportunità. Le norme internazionali sui diritti umani hanno sempre sostenuto per ogni individuo il diritto morale a risorse fondamentali quali cibo, acqua, assistenza sanitaria di base, istruzione, libertà di espressione, partecipazione politica e sicurezza personale. Quindi, come esiste un confine esterno all’uso delle risorse, una sorta di “tetto” oltre cui il degrado ambientale diventa inaccettabile e pericoloso per l’intera umanità, Kate Raworth ci indica l’esistenza di un confine interno al prelievo di risorse, un “livello sociale di base” (un sorta di “pavimento”) sotto il quale la deprivazione umana diventa inaccettabile e insostenibile. […]

In questa importante riflessione la Raworth individua così 11 priorità sociali, quali la disponibilità del cibo, dell’acqua, dell’assistenza sanitaria, di reddito, dell’istruzione, di energia, di lavoro, del diritto di espressione, della parità di genere, dell’equità sociale e della resilienza agli shock, indicandole come una base sociale esemplificativa (il “pavimento”) e incrociandole quindi con i confini planetari (il “tetto”) del nostro SOS che, a questo punto oltre ad essere “sicuro” è anche “giusto”. Si viene così a formare, tra questi diritti di base sociali (il “pavimento sociale”) e i confini planetari (i “tetti ambientali”), una fascia circolare a forma di ciambella che può essere definita sicura per l’ambiente e socialmente giusta per l’umanità.

Una combinazione di confini sociali e planetari di questo tipo crea una nuova prospettiva di sviluppo sostenibile. Da molto tempo i fautori dei diritti umani hanno sottolineato l’imperativo di assicurare a ogni individuo il minimo indispensabile per vivere, mentre gli economisti ecologici si sono concentrati sul bisogno di collocare l’economia globale entro i limiti ambientali. Questo spazio è una combinazione dei due, creando una zona che rispetti sia i diritti umani di base sia la sostenibilità ambientale, riconoscendo anche l’esistenza di complesse interazioni dinamiche tra i molteplici confini e al loro interno.

Ma cosa significa muoversi entro lo spazio operativo sicuro ed equo per l’umanità? La grande sfida per raggiungere la sostenibilità del nostro sviluppo nell’immediato futuro è proprio quella di riuscire a comprendere quale sia il numero ottimale della nostra popolazione e le modalità sociali ed economiche necessarie a rispettare le capacità rigenerative e ricettive 
dei sistemi naturali che ci sostengono. […]

Sino ad ora le nostre società hanno perseguito modelli di sviluppo socio-economico che si sono basati sulla crescita continua dell’utilizzo degli stock e dei flussi di materia ed energia da trasferire dai sistemi naturali a quelli sociali. Al centro dei processi economici non è stato collocato il capitale fondamentale che ci consente di perseguire il benessere e lo sviluppo delle nostre stesse società e cioè il capitale naturale, costituito dalla straordinaria ricchezza della natura e della vita sul nostro pianeta. Non avendo sin qui fornito un valore ai sistemi idrici, alla rigenerazione del suolo, alla composizione chimica dell’atmosfera, alla ricchezza della diversità biologica, alla fotosintesi, solo per fare qualche esempio, le nostre società presentano ormai livelli di deficit nei confronti dei sistemi naturali molto superiori ai livelli di deficit che l’attuale crisi economico e finanziaria che stiamo attraversando dal 2008, registra nelle contabilità economiche in tutti i paesi del mondo. […]

Da diversi decenni ci si interroga sui crescenti effetti dei nostri interventi sui sistemi naturali e sulle conseguenze che ne derivano, anche per lo sviluppo e il benessere delle nostre generazioni e di quelle future, e quindi sulla necessità che il nostro mondo venga considerato realmente, anche in termini giuridici, uno straordinario bene comune, un grande “condominio Terra” dove tutti dobbiamo convivere e trarne prosperità e benessere. Oggi le dottrine giuridiche riconoscono che le norme internazionali registrano un errore teorico strutturale nel loro approccio verso i beni ecologici globali e la loro dimensione intergenerazionale. […]

Ora abbiamo bisogno di un nuovo approccio capace di chiudere i vuoti esistenti tra l’organizzazione delle istituzioni internazionali e la realtà delle dinamiche del Sistema Terra, un approccio capace di tenere in conto la dimensione non territoriale delle funzioni del Sistema Terra che è in ovvia relazione con territori tangibili di diversi stati, ma non è confinato in nessuno stato in particolare e non può essere considerato quindi una sottrazione al potere di sovranità nazionale che è considerata intoccabile dal diritto internazionale. […]

Oggi il Sistema Terra, nella dimensione giuridica internazionale può essere considerato un oggetto legale non identificato (an Unidentified Legal Object – ULO) ed inevitabilmente questo stato di cose si riscontra anche nella prassi economica corrente. E’ necessario che le nazioni del mondo riconoscano la necessità di agire concretamente per mantenere la vitalità del Sistema Terra che non sia ristretto soltanto ad alcuni spazi oggi riconosciuti “beni comuni”, come parte dei mari aperti o di aree come l’Antartide, ma che invece comprendano le complessive dimensioni dei sistemi naturali vitali e resilienti oggi soggetti alle giurisdizioni nazionali.

Si tratta di una sfida culturale straordinaria che recentemente alcuni studiosi di diritto internazionale e di scienze del Sistema Terra hanno proposto di delineare in un vero e proprio trattato per governare al meglio lo spazio sicuro ed operativo per l’umanità ricordato prima. Non a caso questa proposta è stata definita “SOS Treaty” (il trattato del Safe and Operating Space) [11].

È necessario che il concetto di un patrimonio comune per l’umanità costituito proprio dal mantenimento della vitalità e della resilienza del Sistema Terra stesso, venga riconosciuto da tutti gli stati del mondo. Importanti passi in avanti sono stati compiuti nell’arco degli anni per cercare di inserire concetti simili, legati comunque a sottolineare il fatto che esistono beni che sono comuni per tutta l’umanità e non privatizzabili e sottoponibili esclusivamente alle giurisdizioni nazionali, in atti formali significativi, come in parte ha avuto luogo nella cosidetta legge sui mari dell’ONU, ma siamo ancora lontani da quella rivoluzione culturale necessaria ad affrontare la complessità del mondo attuale [12].

Un modello legale per l’Antropocene richiede una regolazione responsabile per assicurare la promozione e la protezione degli interessi comuni attraverso la costruzione di nuove forme giuridiche che rappresentino un nuovo modo per rappresentare gli interessi di tutta l’umanità, nel presente e nel futuro. L’economia della ciambella di Kate Raworth costituisce uno strumento fondamentale per avviare questi processi e tutti noi possiamo essere protagonisti di questo straordinario impegno.

di Gianfranco Bologna ed Enrico Giovannini

[1] Vedasi www.weforum.org, il rapporto di Oxfam “An economy for the 99%” scaricabile dal sito https://www.oxfam.org/en/research/economy-99 

[2] Crutzen P.J. e Stoermer E.F., 2000, The Anthropocene, Global Change Newsletter, International Geosphere Biosphere Program (IGBP), 41: 17 – 18, Waters C.N., Zalasiewicz J.A. e Williams M. et al., (eds), 2014, A Stratigraphical Basis for the Anthropocene, Geological Society of  London, Series A,  Waters C.N. et al., 2016, The Anthropocene is functionally and stratigraphically distinct from the Holocene, Science, 351, DOI: 10.1126/science.aad2622

[3] Gaffney O. e Steffen W., 2017, The Anthropocene equation, The Anthropocene Review,  DOI: 10.1 177/2053019616688022 .

[4] Steffen W. et al., 2015, The trajectory of the Anthropocene: The Great Acceleration, Anthropocene Review, DOI: 10.1177/2053019614564785

[5] L’ultimo “World Population Prospects: the 2015 Revision” della Population Division delle Nazioni Unite è scaricabile dal sito http://www.un.org/en/development/desa/publications/world-population-prospects-2015-revision.html

[6] Sachs J., 2015, L’era dello sviluppo sostenibile, Edizioni Università Bocconi.

[7] Rockstrom J. e Wijkman A., 2014, Natura in bancarotta, Edizioni Ambiente e Rockstrom J. e Klum M., 2015, Grande mondo, piccolo pianeta, Edizioni Ambiente

[8] Rockstrom J. et al, 2009, A Safe Operating Space for Humanity, Nature, 461; 472-475. Vedasi anche il lavoro più esteso apparso su “Ecology and Society”, Rockstrom J. et al., 2009, Planetary Boundaries: Exploring the Safe Operating Space for Humanity, Ecology and Society, 14 (2): 32 on line www.ecologyandsociety.org/vol14/iss2/art32  e  poi Steffen W. et al., 2015, Planetary Boundaries: Guiding Human Development on a Changing Planet, Science, 347, doi:10.1126/science.1259855

[9] Vedasi i tre rapporti sui limiti Meadows D. H., Meadows D. L., Randers J. e Behrens III W. W., 1972,  I limiti dello sviluppo, Mondadori. Meadows D. H., Meadows D.L., Randers J., 1993, Oltre I limiti dello sviluppo, Il Saggiatore. Meadows D. H., Meadows D. L., Randers J., 2006,  I nuovi limiti dello sviluppo, Mondadori.

[10]  Vedasi  Buitenkamp M., Venner H. e Warms T. (a cura di), 1993, Action Plan. Sustainable Netherlands, Friends of the Earth Netherlands ;  Amici della Terra, 1995, Verso un’Europa sostenibile, uno studio dell’Istituto Wuppertal, Maggioli Editore e Carley M. e Spapens P., 1999, Condividere il mondo. Equità e sviluppo sostenibile nel ventesimo secolo, Edizioni Ambiente.

[11] Vedasi Magalhaes P. et al., 2016, SOS Treaty. The Safe and Operating Space Treaty, a New Approach to Managing Our Use of the Earth System, Cambridge Scholars Publishing e il sito dell’alleanza internazionale di ricerca Earth System Governance  www.earthsystemgovernance.org

[12] Il sito www.commonhomeofhumanity.org riassume i concetti di base del volume dedicato all’SOS Treaty.



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martedì 3 aprile 2018

Come sarebbe l’Italia senza immigrati ?


Avremmo il 20% di bambini nati in meno nell’ultimo anno, 
una scuola pubblica con 35.000 classi e 68.000 insegnati in meno, saremmo senza 693.000 lavoratori domestici e 449.000 imprese. I numeri del modello di integrazione italiano che funziona.

“Come sarebbe l’Italia senza gli immigrati? Sarebbe un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull’orlo del crac demografico. Gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli.

Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall’Unità d’Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero.

È vero che il nostro sistema di gestione dei flussi migratori ha dovuto affrontare crescenti difficoltà. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456%. Ma il nostro modello di integrazione degli stranieri che si stabilizzano sul territorio nazionale funziona.

Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale. Senza gli stranieri a scuola (la maggioranza dei quali sono nati in Italia) si avrebbero 35.000 classi in meno negli istituti pubblici e saremmo costretti a rinunciare a 68.000 insegnanti, 
vale a dire il 9,5% del totale.

Anche sul mercato del lavoro la perdita dei migranti significherebbe dover rinunciare a 693.000 lavoratori domestici (il 77% del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.

Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani. Nel primo trimestre del 2016 i titolari d’impresa stranieri sono 449.000, rappresentano il 14% del totale e sono cresciuti del 49% dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate
 da italiani diminuivano dell’11,2%.

Anche i trattamenti previdenziali confermano che il rapporto tra “dare” e “avere” vede ancora i cittadini italiani in una posizione di vantaggio. I migranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141.000: nemmeno l’1% degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122.000, vale a dire il 4,2% del totale.

Tutti segnali di quel modello di integrazione dal basso, molecolare, diffuso sul territorio che ha portato oltre 5 milioni di stranieri (che rappresentano l’8,2% della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro Paese e che, alla prova dei fatti, ha mostrato di funzionare bene e di non aver suscitato i fenomeni di involuzione patologica che si sono verificati altrove in Europa, dove i territori ad altissima concentrazione di immigrati sono esposti a più alto rischio di etnodisagio.

Dei 146 comuni italiani che hanno più di 50.000 abitanti, solo 74 presentano una incidenza di stranieri sulla popolazione che supera la media nazionale. Tra questi, due si trovano al Sud: Olbia in Sardegna, con il 9,7% di residenti stranieri, e Vittoria in Sicilia, con il 9,1%. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50.000 residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari solo al 18,6% della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2% dei residenti, e Prato con il 17,9%”. 

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lunedì 12 marzo 2018

Come Aumentare il Calore dei Vecchi Termosifoni



Come sappiamo tutti bene, le spese di riscaldamento sono tra quelle che maggiormente vanno ad incidere sulla totalità delle spese domestiche. È quindi molto importante fare un uso razionale del riscaldamento se vogliamo risparmiare sulle bollette. Non tutti possono decidere quale soluzione adottare per quanto riguarda l’impianto. A volte le case sono vecchie e di conseguenza anche l’impianto di riscaldamento non è all’avanguardia. Dal momento che non è sempre possibile intervenire sull’impianto, è bene adottare strategie e comportamenti volti a risparmiare energia e soprattutto soldi. Vediamo insieme dei semplici accorgimenti che riguardano il nostro comportamento e che possono farci risparmiare.



 Pannelli isolanti e riflettenti
Esistono in commercio, per esempio nei negozi di ferramenta, appositi fogli di materiale riflettente da inserire tra il termosifone e la parete. Questo materiale permette di evitare di disperdere il calore nelle pareti riflettendolo verso l’interno in modo che l’ambiente risulti più caldo.

Chiudere imposte e tapparelle
Dopo il tramonto è bene abbassare le tapparelle o chiudere le imposte per evitare dispersione di calore attraverso le finestre.

 Non lasciare le finestre aperte
Arieggiare gli ambienti è importantissimo per la nostra salute ma, così come d’estate è bene farlo nelle ore più fresche, d’inverno conviene approfittare delle ore più calde 
per evitare di disperdere calore.

Non ostacolare il calore
È importante lasciare libero lo spazio davanti e sopra ai termosifoni per non ostacolare il passaggio del calore. Evitare quindi di coprirli con mobili, tende o altro.

Controllare la temperatura
Mantenere una temperatura non superiore ai 20-21°. Controllare la temperatura permette un notevole risparmio e se avete freddo potete sempre coprirvi di più.




Eliminare gli spifferi
Porte e finestre sono il principale mezzo di dispersione del calore. Se non avete i doppi vetri o se gli infissi sono vecchi e non livellati potreste prendere in considerazione l’idea di sostituirli. Se ciò non fosse possibile, è meglio cercare di limitare gli spifferi utilizzando gli appositi spessori adesivi facilmente reperibili in commercio.

Fare manutenzione
La manutenzione regolare della caldaia e dei termosifoni ne garantisce la maggiore efficienza e di conseguenza permette di ottimizzare i costi.
Per aumentare il calore dei vecchi termosifoni sarebbe invece buona cosa fare un investimento e farli sverniciare/sabbiare completamente, per eliminare tutti gli strati di vernice accumulati negli anni, che portano ad una perdita di efficienza enorme!

Attenzione alle porte
Tenere chiuse le porte dei locali non utilizzati limita l’inutile circolazione di aria calda e permette di far lavorare meno la caldaia. 

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COME RISPARMIARE SUL RISCALDAMENTO

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sabato 19 dicembre 2015

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venerdì 29 novembre 2013

COME RISPARMIARE SUL RISCALDAMENTO IN 10 MOSSE



Una guida utile per tutti coloro che in condomino o in case indipendenti vogliono 
veder ridotta
 la bolletta di gas, gasolio o gpl. 
Perché si può fare da subito e vedere immediatamente i risultati!

1. Risparmiare sul riscaldamento: spegni il riscaldamento mezz’ora prima di uscire. Se al mattino tutta la famiglia esce entro le 7.30, il riscaldamento si può spegnere dalle 7.00 e la casa rimarrà calda comunque, ci vogliono infatti almeno 30-40 minuti per una variazione importante di temperatura in una casa abitata.

2. Risparmiare sul riscaldamento: accendi il riscaldamento un’ora prima del tuo ritorno oppure accendilo al tuo rientro. Non è affatto vero, come sostenuto da alcuni, che tenendo una temperatura costante si consumi meno alla fine. In realtà, soprattutto nei condomini, la temperatura si fa risalire in circa un’ora di riscaldamento, mentre tenere una temperatura costante durante il giorno, con la casa vuota, è molto più costoso. Inoltre, quando si rientra dall’esterno, si percepisce meno il freddo all’interno, quindi è sopportabile e anzi salutare che la temperatura interna si alzi gradualmente.

3. Risparmiare sul riscaldamento: controlla l’impianto di riscaldamento all’inizio della stagione. All’inizio della stagione fai controllare l’impianto e la caldaia dal tecnico specializzato (sul libretto della caldaia ci sono i riferimenti delle assistenze in zona). Una perdita, infatti, può far spendere molto di più in bolletta per il continuo abbassamento della pressione nell’impianto e il conseguente maggior consumo di combustibile. Inoltre, piccole riparazioni possono evitare grossi danni e il cambio della caldaia. Mantenere l’impianto efficiente è fondamentale per risparmiare.

4. Risparmiare sul riscaldamento: usa la funzione ECO sulle caldaie di nuova generazione. Tutte le caldaia prodotte negli ultimi 12 anni hanno la funzione “eco” che permette di far andare la caldaia a ritmi di consumo ridotto quando viene raggiunta la temperatura desiderata. Alcune funzioni ‘eco’ si disattivano però entrando nella funzione ‘inverno’: meglio restare sulla funzione eco perché di solito la funzione inverno ha come unica differenza un’accensione e circolazione dell’acqua nei caloriferi per evitare il congelamento. Però se l’impianto viene usato quotidianamente, è solo una spesa in più del tutto inutile. Meglio attivarla solo quando ci si assenta per più di due giorni.

5. Risparmiare sul riscaldamento: la differenza tra 19 e 20 gradi. Molti suggeriscono di tenere il termostato fisso sui 20 gradi. Nulla di più dispendioso. Il nostro corpo percepisce una differenza infinitesimale tra 19 e 20 gradi: tenere la temperatura a 19 gradi in casa, invece di 20 e oltre, permette di risparmiare fino a 300 euro l’anno sul riscaldamento. Se si sente freddo, meglio utilizzare indumenti in pile, piuttosto che alzare il termostato.

6. Risparmiare sul riscaldamento: arieggia le stanze quando il riscaldamento è spento. Molti fanno questo errore: sveglia alle 7.00, riscaldamento che si accende alle 6.00 per permettere l’uscita dal letto con il caldo e subito dopo: arieggiamento stanze. Non ha senso, perché si riscalda per far entrare aria fredda, che farà lavorare ancora di più l’impianto. Meglio allora arieggiare prima di uscire, ad impianto già spento (vedi regola n. 1) oppure stringere i denti e farlo prima di accendere l’impianto. Se proprio si soffre il freddo, si può risparmiare sul riscaldamento alla sveglia azionando un riscaldamento localizzato, per esempio una stufina a bioetanolo per il bagno, senza accendere il riscaldamento in tutta la casa. Dopo di che si arieggia e solo una volta chiuse le finestre si accende il riscaldamento.

7. Risparmiare sul riscaldamento: spegni il riscaldamento nelle ore centrali della notte. Se si va a letto alle 24.00, il riscaldamento può essere già spento dalle 23.00. Infatti pigiami caldi e piumoni garantiscono il calore ideale per un sonno tranquillo e confortevole, anche se nella casa la temperatura si abbassa fino a 12-13 gradi. Inoltre l’aria non riscaldata artificialmente che respiriamo durante il sonno è molto più salutare e permette un riposo migliore. Basterà poi accendere il riscaldamento un’ora prima della sveglia, oppure, come nel punto 6, usare un riscaldamento localizzato quando ci si alza e accendere il riscaldamento centrale in seguito. Questo sistema, permette di risparmiare fino a 400 euro l’anno sul riscaldamento di un appartamento.

8. Risparmiare sul riscaldamento: isola dall’interno i vani sotto-finestra. In molti palazzi i caloriferi risiedono nei vani sotto-finestra, che hanno quindi un muro esterno più sottile rispetto al resto della casa. In altri casi i caloriferi, proprio per non disperdere calore, sono stati spostati altrove, ma sono rimasti questi vani. L’ideale è farli riempire da un muratore con mattoni e materiale isolante in mezzo. La spesa si aggira sui 200 euro per 4-5 vani finestra e in molti casi si può ricorrere al fai-da-te. Il risultato è un risparmio notevole sul riscaldamento, che viene recuperato già dal primo anno, visto che permette un ulteriore risparmio di circa 200 euro l’anno, più o meno quello che si è investito. Dal secondo anno, sarà tutto guadagno. In caso i caloriferi risiedano ancora lì, è meglio farli spostare oppure isolare la parte tra muro e calorifero con materiali appositi (vedi punto 9)

9. Risparmiare sul riscaldamento: aumenta la resa dei caloriferi con i pannelli riflettenti e gli isolanti per tapparelle. Esistono in commercio dei pannelli composti da materiale isolante + materiale riflettente che messi dietro i caloriferi fanno sì che il calore non si disperda nel muro ma venga riflesso verso la stanza, velocizzando il riscaldamento degli ambienti. Costano veramente poco, sui 10-12 euro per 4-5 metri, il che significa circa 2-3 euro a calorifero per isolarlo. E’ stato verificato infatti che il riscaldamento della stanza si velocizza del 30% solo applicando questi pannelli dietro i termosifoni. Si trovano in vendita nelle ferramenta ben fornite e in alcuni store online. Vale la pena di ricordare anche, per chi ha le tapparelle, che esistono a prezzi bassi dei pannelli isolanti per cassoni da tapparella, circa 5-8 euro a cassone, molto spessi e che isolano l’ingresso di aria fredda dalle tapparelle. Il risparmio qui si aggira sui 200 euro l’anno oltre a permettere il riscaldamento delle stanze in modo molto veloce.

10. Risparmiare sul riscaldamento: usa al meglio le valvole termostatiche. Installare le valvole termostatiche è obbligatorio già in alcune regioni, ma per chi avesse ancora la scelta è sicuramente una mossa furba che permette di risparmiare fino al 50% all’anno, soprattutto per chi è fuori casa tutto il giorno e finisce a pagare il riscaldamento di altri condomini che invece lo vogliono acceso tutto il giorno.



LEGGI ANCHE
COME AUMENTARE IL CALORE DEI VECCHI TERMOSIFONI



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giovedì 31 gennaio 2013

Come piantare un albero gratis

O emissioni di Co2 grazie a Doveconviene

Ogni nota musicale che scarichi, ogni fotografia che salvi e tutti i post che scrivi raccontano di te, accendono i ricordi, diffondono informazioni, esprimono sentimenti....
E occupano spazio, inquinano, contribuiscono a surriscaldare il pianeta!
E' difficile da immaginare ma le attività on line hanno conseguenze per nulla virtuali, non solo perché i pc sono fatti di componenti elettrici difficili da smaltire e si alimentano dalla presa di corrente domestica. Il problema maggiore infatti è rappresentato dai data center, enormi dispositivi che immagazzinano dati e spesso vengono alimentati a carbone, producendo CO2 in grande quantità. Greenpeace ha recentemente calcolato che nel 2020 Internet consumerà più energia di Francia, Germania, Canada e Brasile messi assieme ed ha perciò intitolato il suo ultimo rapporto: “Quanto sono sporchi i tuoi dati”.
Per dare un'idea, una mail produce dai 4 ai 19 grammi di Co2 e la gestione di un blog arriva a rilasciarne nell'atmosfera 3,6 kg in media all'anno, cifra destinata a salire in proporzione al numero dei visitatori...
Cosa possiamo farci? Possiamo chiedere alle grandi aziende del web, così potenti ed innovative, di avere comportamenti responsabili e diventare CO2UNFRIEND, per esempio investendo sulle energie rinnovabili e su strategie sostenibili nella gestione dei loro data center. Ad esempio, Google ha recentemente rinunciato a sistemi di condizionameno tradizionali per la sua server farm di St. Ghislain (Belgio), preferendo immissioni d'aria dall'esterno e sfruttando l'aria calda prodotta dai macchinari per riscaldare gli uffici e le case in prossimità.
Cosa possiamo farci, ancora? Seguire individualmente semplici regole ecologiche come preferire gli web hosting sostenibili, non lasciare i nostri pc in standby per ore ed ore, acquistare alimentatori a risparmio energetico, evitare di stampare i file e soprattutto usare il web come strumento di informazione per aumentare la nostra consapevolezza sulle problematiche ambientali.
Ho fatto così anche io ed ho aderito alla campagna CO2Neutral, promossa dall'azienda eco-friendly

Oltre alle attenzioni quotidiane contro gli sprechi, infatti, possiamo tutti compensare la CO2 prodotta dalle attività on line in una maniera semplice ed efficace: piantando un albero.
Un albero assorbe in media, secondo un calcolo prudente, 5 kg di Co2 all'anno, trasformandola in ossigeno. L'albero piantato per me da DoveConviene può vivere fino a 50 anni e compensare il mio blog per.... mezzo secolo!
Inoltre, grazie alla partnership con Iplantatree, DoveConviene mi assicura che l'albero sia piantato nel rispetto della biodiversità, in luoghi adatti (rimboschimento dopo eventi climatici gravi o dopo interventi umani scorretti) e con garanzie di trasparenza.
Posso anche vedere le foto dell'area che ho contribuito a riforestare!
Infine, DoveConviene.it è a sua volta un mezzo per la mia responsabilizzazione ambientale: l'azienda ripropone on-line i volantini pubblicitari che normalmente riempiono le nostre buchette postali e permette di consultare cataloghi e offerte con un click sul pc, sul tablet, sul telefonino indicando i negozi più vicini a casa mia, risparmiando carta e carburante.

Direi che iniziative come questa meritano di essere diffuse!
Se vuoi informarti e aderire visita CO2NEUTRAL e diventa anche tu CO2neutral.
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