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domenica 1 dicembre 2019

In Europa ci sono altri 4 Mose

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In Europa ci sono altri 4 Mose

In Europa ci sono altri 4 Mose


In Europa ci sono altri 4 Mose


Quello tedesco è costato 200 mln di euro

 “Sono quattro le strutture che in Europa sono state realizzate con compiti simili a quelli del Mose. Quella dalle caratteristiche più vicine all’opera italiana si trova a Bad Ems, in Germania. Ma è costata solo 200 milioni di euro”. Parola di Georg Umgiesser, esperto del Cnr di Venezia.

“La prima – prosegue lo specialista – è quella che si trova sul Tamigi, per proteggere Londra dalle inondazioni, ma è diversa dal Mose. Così come è diversa quella di Rotterdam in Olanda, tante volte citata in riferimento  in questi giorni”.

Il Mose tedesco ha una “profondità e la larghezza della bocca infatti sono paragonabili a quelle di Venezia, anche se in questo caso la barriera si vede, mentre le paratie del Mose sono sott’acqua. A differenza della struttura italiana, costata finora oltre 5 miliardi di euro, per quella tedesca sono stati spesi 200 milioni di euro”.

Se il Mose potesse funzionare infatti  “dovrebbe chiudersi ogni volta che l’acqua supera 1,10 metri, cosa che ora avviene circa dieci volte l’anno – continua Umgiesser – e che in futuro accadrà ancora più spesso, visto l’innalzamento dei mari dovuto al riscaldamento globale. La struttura olandese invece è gigantesca e altissima, e si chiude quando c’è una fortissima inondazione, cosa che è accaduta finora una volta in dieci anni”.

A San Pietroburgo in Russia infine si è optato per una diga di 25 chilometri davanti alla baia, con paratie che si chiudono e si aprono”.

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sabato 16 giugno 2018

È allarme rosso sul diesel

È allarme rosso sul diesel

 In 5 mesi -20% in Europa

La guerra al diesel tout court e un "effetto calendario" (i giorni lavorativi in meno) hanno fatto sì che, a maggio, le vendite di auto in Europa siano state piuttosto fiacche: +0,6%, dato che porta il consuntivo da gennaio a segnare una crescita del 2,2%. "La demonizzazione dei motori diesel - sottolinea Gian Primo Quagliano (Centro studi Promotor) - porta al rinvio di sostituzioni ormai mature di auto con queste motorizzazioni; i tanti proprietari, infatti, continuano a prendere tempo allo scopo di valutare se acquistare ancora un veicolo a gasolio oppure orientarsi su altre alimentazioni". Gli "effetti annuncio", come nel caso della guerra al diesel, insieme alle incertezze politiche, da sempre sono i nemici peggiori di queste mercato.

Ecco allora la Germania registrare, in 5 mesi, un -21% nelle immatricolazioni di auto con questi motori, a fronte di un dato generale che ha visto il Paese scendere, in maggio, del 5,8%. Complessivamente, come ricorda l'Anfia, nei 5 maggiori mercati la domanda di vetture a gasolio è calata del 20%.

Male il diesel anche in Italia (-10,1% il mese scorso per questa alimentazione), rispetto a un mercato in retromarcia (-2,8%). Diesel giù anche in Francia (-16%).

Per questa tecnologia, dunque, è scattato l'allarme rosso: a prevalere, nonostante le notizie rassicuranti sulle unità di ultima generazione Euro6 con tutti gli step successivi, è un'informazione che mira a demolire tale alimentazione e che ha già costretto i costruttori a rivedere i piani strategici. C'è chi ha annunciato il rapido abbandono del diesel e chi - come Fca - la progressiva riduzione della produzione, con il risultato di riversare miliardi e miliardi di investimenti soprattutto nelle opzioni ibrido ed elettrico.

Per Fca, intanto, maggio ha visto le vendite stabili rispetto al 2017 (-0,2% dato dei 5 mesi negativo: -2,2%). Soffre il marchio Fiat (-11,1%) che in futuro sarà rappresentato solo dalle famiglie 500 e Panda, mentre Jeep consolida la leadership del gruppo (+101,3%); positiva anche Alfa Romeo (+12,2% a maggio). Con il vento in poppa è Psa Groupe (+57,8%), secondo costruttore europeo; ok anche i cugini francesi di Renault (+6,5%) e la galassia Volkswagen (+3,7%), con il marchio Seat, guidato dall'italiano Luca De Meo, in piena accelerazione: +25,3 per cento.

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giovedì 10 maggio 2018

In Europa ci sono 200 Milioni di Animali Domestici



Una conferma dell’importanza che il settore degli animali domestici ha per il business del commercio e, ancora più importante, una conferma del fatto che i pet sono ben introdotti all’interno delle famiglie europee, arriva dal recente studio Assalco – Zoomark, anticipato dal quotidiano economico finanziario Il Sole 24 Ore, che ha compiuto un interessante approfondimento sul mercato europeo del pet care, ovvero di tutti quegli alimenti e quegli accessori che sono direttamente rivolti a soddisfare il benessere degli animali di affezione.

In particolare, da quanto emerge dalla X edizione del Rapporto Assalco – Zoomark, il comparto del pet care cresce in alcuni dei principali mercati europei, segnando un +0,9 per cento a livello comunitario e arrivando a valere nelle sole Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna una cifra molto vicina ai 10 miliardi di euro.

Nel dettaglio territoriale, sembra che a crescere siano soprattutto i dati statistici che arrivano da Madrid (+5,5 per cento), da Roma (+2,2 per cento) e da Berlino (+2,1 per cento). il dossier, curato da Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) e da Zoomark International (salone internazionale dei prodotti e delle attrezzature per gli animali da compagnia, organizzato da BolognaFiere) dichiara inoltre che nell’Unione Europea gli animali da affezione sono più di 200 milioni di unità, presenti all’interno di 75 milioni di abitazioni.

I pet più numerosi sono i gatti, con una quota pari a 70 milioni di unità, ben 8 milioni in più dei cani, che invece si fermano a più di 62 milioni di unità (ma superano i gatti in alcuni mercati territoriali). In particolar modo, la Francia si conferma ancora una volta il Paese con il maggior numero di felini (12,6 milioni di unità), mentre è il Regno Unito il Paese che ha più cani (8,5 milioni di unità). Può sorprendere infine che la Germania sia il Paese con il maggior numero di roditori (5,9 milioni di unità), mentre l’Italia ha il record degli uccelli ornamentali. Infine, emerge come gli acquari siano più di 15 milioni, concentrati prevalentemente in Germania (2,1 milioni di unità), Francia (1,9 milioni di unità) e Italia (1,662 milioni di unità).


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martedì 10 maggio 2016

La Battaglia delle Aragoste



La battaglia delle aragoste.
 L’Europa contro l’invasione dei super-maschi americani
Le femmine li preferiscono, varietà continentale a rischio. 
A giugno Bruxelles valuterà il blocco dell’importazione.

«Considera l’aragosta», s’intitolava un libro di David Foster Wallace. E le aragoste femmine considerano i loro potenziali par tner sessuali maschi, e scelgono quelli con le chele più grandi e vistose. Le aragoste sono fra le tante specie in cui i caratteri sessuali secondari determinano in toto la cernita sessuale. Nota bene: si tratta di caratteri sessuali secondari, le qualità complessive del maschio partner non contano, le femmine vengono ipnotizzate solo dalla dimensione delle chele.  

L’intervento umano  
Tutto bene finché succede secondo natura. Ma la faccenda si complica se l’intervento umano rimescola le carte, per esempio spostando aragoste da un continente all’altro. Un rapporto di 89 pagine dell’Agenzia svedese per la tutela del mare lancia l’allarme: i maschi di aragosta di origine nordamericana (Homarus americanus) hanno le chele più grandi di quelli europei (Homarus gammarus); perciò se in un allevamento europeo di aragoste vengono inseriti dei maschi nordamericani, le femmine europee si accoppiano solo con quelli, le specie si ibridano e in quattro e quattr’otto la varietà europea scompare. E ormai non è più solo un problema di allevamento in vasche, che sarebbe arginabile, perché già diverse aragoste americane sono state catturate in alcune baie della Scandinavia dove vivevano libere. Scappate chissà come, o liberate di proposito. 

La storia ricorda quella dei grossi scoiattoli grigi americani, liberati in piccolo numero in Piemonte alcuni anni fa e che ora stanno portando all’estinzione i più piccoli scoiattoli rossi autoctoni.  

L’Agenzia e il ministero svedese per l’Ambiente suggeriscono di valutare un blocco totale dell’import di aragoste americane vive in Europa, in quanto si tratta di «specie invasiva». Il grido di dolore dei maschi europei di aragosta, ingiustamente surclassati, è stato raccolto dalla Commissione di Bruxelles, che dibatterà la questione del blocco nel mese di giugno. Ma la Norvegia, che non fa parte dell’Ue, ha già imposto il bando totale, e anzi ha messo addirittura una taglia sulle aragoste americane catturate nei suoi fiordi. L’idea della taglia è stata subito imitata dalla stessa Svezia (per fare questo non serve il via libera dell’Ue). 

Tutta la faccenda potrebbe sembrare di nicchia, e invece sono in gioco molti soldi: secondo il Wall Street Journal l’importazione in Europa di aragoste vive nordamericane corrisponde addirittura a 250 milioni di euro all’anno, e il primo Paese acquirente è proprio l’Italia, seguita da Spagna, Francia e Gran Bretagna. 

Gli allevatori Usa  
Gli americani ribattono, sostenendo che la polemica è pretestuosa e che Bruxelles cerca solo una scusa per sprangare le frontiere alla concorrenza dagli Stati Uniti (e dal Canada). I produttori del Massachusetts hanno scritto una lettera al segretario di Stato John Kerry perché difenda i loro diritti. Citano anche uno studio americano alternativo, secondo cui non è vero che le dimensioni delle chele contino così tanto per le aragoste, perché c’è tutto un rituale sessuale che comprende una danza e un rilascio di feromoni. Invece il rapporto svedese è fermo sulla sua tesi riguardo alla drammatica lotta in corso nelle acque europee. Una lotta che sta per spostarsi a Bruxelles e a Washington. 


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giovedì 24 ottobre 2013

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domenica 19 agosto 2012

Dieci eventi nucleari in 10 giorni



Le ultime ore sono state decisamente movimentate sul fronte nucleare, dal momento che sono stati registrati ben 10 eventi in altrettanti giorni. Di seguito ne riportiamo uno stralcio con relativa località e data. Il primo evento si è verificato in Belgio, nella centrale di Doel, l’8 Agosto 2012. Il reattore numero 3 è stato chiuso con il sospetto che uno dei suoi componenti si fosse rotto. “Abbiamo riscontrato delle anomalie”, ha riferito Karina De Beule, portavoce del ACFN, l’agenzia federale per il controllo del nucleare. Il rettore verrà tenuto fermo almeno sino alla fine del mese di Agosto, ma è possibile che possa essere chiuso definitivamente. La centrale si trova nell’area più densamente popolata di tutte le centrali nucleari europee, dove risiedono ben 9 milioni di abitanti in un raggio di 75 chilometri. La costruzione di questo impianto cominciò nel 1969 e fu avviato nel 1975.

Il secondo evento si è verificato il 12 Agosto nel sud del Maryland, negli Stati Uniti d’America. Gli operatori della centrale di Calvert Cliffs hanno chiuso uno dei due reattori perché un’asta di comando è scesa inaspettatamente nel nocciolo del reattore, causando una riduzione della produzione di energia elettrica, come dichiarato da un portavoce.  L’unità 793-MW è stata chiusa dopo una perdita. Dal mese di Luglio, l’NRC ha tenuto sotto controllo un graduale aumento di perdite non identificate presso il reattore e ha chiesto garanzie di sicurezza.

Nello stesso giorno si sono verificati altri due incidenti: nel Connecticut e nel Michigan. La prima centrale è stata chiusa dal momento che l’acqua di mare utilizzata per raffreddare l’impianto si è rivelata troppo calda. La seconda è stata chiusa a causa di una perdita di liquido dalle barre di controllo. Quest’ultimo caso è stato probabilmente già risolto, ma gli enti preposti hanno richiamato tre ispettori per verificare direttamente sul posto la situazione. Dopo soli due giorni, il 14 Agosto 2012, è stata la volta del Minnesota, dove uno dei due generatori nucleari della centrale di Prairie Island è stato chiuso perché ha subìto perdite di gas di scarico. In questo caso saranno necessari ulteriori verifiche. Sempre il 14 Agosto l’impianto nucleare di Monticello, nel Minnesota, già funzionante soltanto al 10% della reale capacità, è stato completamente chiuso a causa della perdita registrata in un tubo all’interno della struttura di contenimento in cemento.

Intorno alle 14:58 locali del 16 Agosto 2012, una parte del sistema computerizzato di una centrale del Michigan ha determinato la perdita di circa il 60% dei dati relativi alla sicurezza del sistema di visualizzazione dei parametri, determinandone la conseguente chiusura. Lo stesso giorno, in Giappone, l’edificio numero 4 della turbina del reattore di Fukushima ha perso dell’acqua altamente radioattiva. A scoprirlo è stata la Tokyo Electric Power Co., la quale ritiene che l’acqua sarebbe fuoriuscita da un tubo posto nel seminterrato dell’edificio. Torniamo in Belgio, dove il 16 Agosto 2012, il reattore nucleare da 1008 megawatt della centrale di Tihange è stato bloccato per problemi ancora irrisolti, anche se Willy De Roovere, capo dell’agenzia, ha affermato che non sussiste alcun pericolo per la popolazione locale e per l’ambiente circostante. Infine, per concludere questa carrellata di eventi, nella giornata di oggi, 18 Agosto 2012, i Vigili del Fuoco hanno dovuto domare un importante incendio verificatosi alla centrale nucleare di East Lothian, nel Regno Unito. I gestori, facenti parte della società francese EDF Energy,  hanno più volte affermato la non pericolosità per la popolazione, anche se si sono vissuti momenti di paura a causa delle fiamme.


  di Renato Sansone

 http://www.meteoweb.eu/2012/08/dieci-eventi-nucleari-in-10-giorni-vari-incidenti-tra-usa-europa-e-giappone/148547/

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giovedì 21 giugno 2012

Taranto: Porto d'Europa



Accordo per Taranto
«Porto d'Europa»

ROMA - Un accordo storico, capace di ridisegnare il futuro del porto di Taranto, della Puglia e dei traffici marittimi commerciali, nazionali e internazionali, è stato siglato ieri mattina, alla presidenza del Consiglio dei ministri, da governo, Regione Puglia, Provincia, Comune e Autorità Portuale di Taranto, Sogesid, Ferrovie dello Stato e compagnie di navigazione e logistica impegnate nello scalo pugliese: Evergreen, Tct, Luante Estate B.V. Gsi Logistic e i cinesi di Hutchison.

Gli interventi per la riqualificazione e l’ampliamento del porto sono quelli di cui si parla da anni, alcuni dal lontano protocollo del 1998: la nuova diga foranea di protezione del porto, la riqualificazione delle aree ricadenti nel Sin, il sito di bonifica di Interesse Nazionale, la riconfigurazione della banchina del molo polisettoriale, l’ammodernamento della banchina e dei piazzali, il dragaggio dei fondali, il tutto per investimenti di quasi 190 milioni di euro.

La novità è che le parti si impegnano a terminare gli interventi in 24 mesi a partire da ieri, a garantire la movimentazione di 1 milione di container nell’anno successivo alla fine dei lavori, a trasformare la mobilità dei 160 lavoratori della Evergreen in cassa integrazione a rotazione, mentre la Tct recupererà le due linee di traffico spostate sul Pireo.

Scongiurati i licenziamenti, il governatore della Puglia Nichi Vendola ringrazia il governo per la nomina del commissario straordinario Sergio Prete, che è anche presidente dell’Autorità portuale di Taranto, definito dal ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca «l’acceleratore» dell’accordo.

Il ministro attribuisce il grande risultato raggiunto «al livello e alla qualità della cooperazione istituzionale rafforzata. L’accordo odierno rientra nella strategia di rilancio degli investimenti pubblici in Europa a cui il nostro governo sta lavorando». Soddisfatti anche il sottosegretario al ministero dell’Ambiente, il foggiano Tullio Fanelli e il viceministro delle Infrastrutture e Trasporti, Mario Ciaccia, che nel marzo scorso ha inaugurato il primo cantiere della piastra logistica di Taranto, la cui funzione, osserva, sarebbe stata vanificata senza gli impegni messi nero su bianco, ieri, in un crono programma dei lavori sulla cui attuazione vigilerà il commissario Lepre.

«Ora - aggiunge Ciaccia - si restituisce alla Puglia una grande possibilità di recupero, importante per l’Italia e l’Europa, che considerano strategico il Porto di Taranto». Lo scalo tarantino non solo sarà «il più infrastrutturato d’Italia, ma con il dragaggio – ricorda Vendola – diventerà l’unico porto italiano a poter ospitare le navi container di ultima generazione e quindi anche il traffico internazionale: quello che si muove da nord verso sud, dalla Cina cioè verso Rotterdam, dovrà rivedere le proprie rotte». Non è probabilmente un caso che l’autorità portuale di Taranto abbia siglato due accordi di collaborazione con Shanghai e lo scalo olandese.

Emozionati, il presidente della Provincia di Taranto, Giovanni Florido, e il sindaco della città, Ippazio Stefàno, si sono impegnati a non deludere le aspettative riposte sullo scalo pugliese, dopo aver ringraziato il governo per l’attenzione manifestata durante tutta la lunga istruttoria. Se Taranto è candidata ad essere uno dei principali Hub del Mediterraneo, secondo l’assessore ai Trasporti della Regione Puglia, Guglielmo Minervini (assente all’incontro perché impegnato alla Camera dei deputati) è perché questa candidatura «l'abbiamo conquistata tappa dopo tappa: con il protocollo d’intesa con Rfi del giugno del 2010 che ha assegnato 35 milioni per il raccordo ferroviario, con lo sblocco della delibera Cipe per il finanziamento di 219 milioni della piastra logistica», fino al protocollo di ieri.

Presente alla firma anche il deputato tarantino Ludovico Vico, che rileva come «la commissione Trasporti abbia certificato l’importanza del porto di Taranto, collocato tra i dieci scali strategici del Mediterraneo, come previsto dall’Ue».


 di ALESSANDRA FLAVETTA
 http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=529244&IDCategoria=1#.T-LvdO1i-zM.facebook

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lunedì 13 febbraio 2012

Europa nella morsa del gelo





L'Europa nella morsa del gelo. Vi spiego perché nel nostro continente ci sono temperature siberiane mentre negli Usa è caldo record. I danni del freddo? Maggiori sull'agricoltura del Sud Italia. E a pagar dazio saranno anche le infrastrutture. Ci sarà lavoro per gli idraulici


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 Freddo polare e neve in Europa, caldo insolito negli Stati Uniti, dove gli orsi si risvegliano dal letargo. Che succede?

"Dopo una prima fase dell'inverno, dominata da correnti occidentali che avevano separato pressoché in due le latitudini boreali, il Polo nord dalle latitudini più temperate, dunque dal Mediterraneo dove addirittura faceva decisamente più caldo delle attese sia in dicembre, sia in gennaio, questo blocco della circolazione atmosferica si è spezzato. Improvvisamente, l'aria fredda concentrata su una sorta di anello che girava attorno al polo nord, si è riversata alle latitudini più basse, in questo caso sulla Siberia e sull'Europa orientale, da dove poi l'aria fredda è penetrata anche sulle nostre regioni e sul Mediterraneo. In genere ci sono queste colate di aria meridiana nel senso nord - sud, ma poiché in atmosfera c'è sempre una sorta di risposta centrale da un'altra parte, ci sarà un punto in cui l'aria calda subtropicale tende al contrario a risalire verso nord. Ecco dunque la ragione di queste differenze come una sorta di ondulazioni: chi è sotto una ondulazione fredda, come in questo caso, vede il fenomeno invernale fuori dal comune, chi invece dall'altra parte è sotto un'ondulazione calda vede quasi sentori di primavera laddove dovrebbe esserci ancora l'inverno."

Interi Paesi isolati, Roma in tilt a causa della neve. Come è stata gestita l'emergenza?

"Un paese come l'Italia sicuramente è poco preparato anche da un punto di vista psicologico a fronteggiare eventi che non rientrano nella normale quotidianità.
O meglio, la quotidianità italiana è da sempre appesa a un filo, abbiamo situazioni prossime al collasso in quasi tutte le strutture anche in assenza di condizioni meteorologiche avverse: le ferrovie non funzionano, gli ospedali sono intasati, le Poste non vanno, dunque è logico che quando arrivano condizioni meteorologiche fuori dal comune, tutte queste situazioni precarie degenerino sino a diventare insostenibili. Questo non è vero sempre e non è vero ovunque, infatti grazie alle previsioni meteorologiche che annunciavano questo freddo con una buona settimana di anticipo, in molte zone c'è stata una corretta risposta. In particolare questa volta, a differenza degli anni scorsi, tutte le grandi città del Nord Italia hanno reagito molto bene all'arrivo della neve e non ci sono stati grossi problemi. Per esempio una città come Milano, in genere bloccata dal traffico, proprio nei giorni della nevicata ha avuto un'eccellente risposta, perché con il traffico già scarso in ragione dell'area C, non si sono creati ingorghi."

Cosa si prevede per i prossimi giorni? Ci saranno ulteriori danni, ad esempio alle colture?

"Le previsioni indicano che l'ondata di freddo proseguirà per l'intera settimana, sicuramente sino alla prima metà del mese. Gli effetti saranno negativi solo per l'agricoltura del centro - sud Italia, mentre al nord non ci dovrebbero essere problemi perché l'agricoltura della Pianura Padana è in fase dormiente e non ci sono delle colture che patiscono queste temperature, tanto più sotto lo strato di neve che c'è a protezione. Al contrario gli uliveti del centro - sud potrebbero qua e là subire dei danni se le temperature scenderanno sotto certe soglie. Comunque, i danni maggiori saranno sulle infrastrutture mal progettate: penso a molte villette costruite un po' con le mura di cartone, a quanti tubi dell'acqua e quante caldaiette sui balconi esploderanno in questi giorni, e daranno molto lavoro agli idraulici nei prossimi mesi."

 di Luca Mercalli

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- Il suo nome è Siku , ed è un cucciolo di orso polare nato   esattamente il 22 novembre –
allo Skandinavisk Dyrepark, in Danimarca.

Il suo nome in groenlandese significa banchisa polare ed è già diventato una star com’è capitato ai suoi tempi ad un altro orso polare – Knut – purtroppo scomparso. La madre lo ha abbandonato poco dopo averlo dato alla luce perché incapace di produrre il latte per nutrirlo.

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In questi giorni l’Italia, e non solo, deve fare i conti con un’ondata di freddo polare che sta causando non pochi disagi. Il motivo di tutto questo gelo, paradossalmente deriva dal troppo caldo che è arrivato l’estate scorsa ed ha causato a sua volta lo scioglimento dei ghiacciai, avvenuto a tempo record, che ha modificato la circolazione atmosferica artica. A rivelarlo è l’Istituto Wegener dell’Associazione Helmholtz, secondo lo studio condotto tutto parte dal ghiaccio artico, che riflette sull’atmosfera buona parte della luce solare che assorbe. Quando la banchisa si scioglie, l’oceano si riscalda e continua ad assorbire molto più calore, soprattutto perché ancor più scuro del ghiaccio. A causa dello strato molto spesso di ghiaccio, non c’è nemmeno la possibilità che il calore finito nell’oceano possa essere rilasciato nell’atmosfera, l’oceano diventa più caldo di questa e di conseguenza l’aria si riscalda notevolmente, la colonna atmosferica ne risente e finisce per essere alterata.
Quando la differenza di pressione tra l’Artico e le medie latitudini è bassa, le masse artiche gelate non vengono bloccate dai venti occidentali e ci ritroviamo a dover affrontare inverni estremamente freddi. Il forte riscaldamento estivo, quindi, oltre a provocare lo scioglimento rapido dei ghiacciai, ha come conseguenza gelidi inverni. Per quanto riguarda l’Italia, le temperature di quest’anno hanno provocato danni e disagi da Nord a Sud, ben quattro regioni sono i blackout, Roma è andata completamente in tilt. I treni portano ritardi improponibili, sono stati diversi i morti, soprattutto i senzatetto, vittime del gelo, nonostante i posti che i comuni si sono preoccupati di mettere a disposizione di chi ne avesse bisogno. La morsa di gelo durerà ancora per qualche giorno, l’Italia inoltre riceverà dalla Russia il 30% in meno di gas dalla Gazprom, l’emergenza gelo ha coinvolto l’intera Europa, pertanto le richieste sono aumentate e l’azienda non è in grado di soddisfarle tutte, in base a quanto dichiarato nel comunicato ufficiale.

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