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giovedì 2 gennaio 2020

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio



Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù, di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali. Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, 
la bonifica è ancora in alto mare.
Quante sono e dove stanno le aree a rischio sanitario.
Il caso di Crotone, diventato emergenza, è solo uno fra migliaia: l’Ispra ne ha contati 12.482. Siti potenzialmente contaminati, distribuiti su tutto il Paese, con un record di 3.733 casi in Lombardia. Mentre i siti in cui l’inquinamento è stato considerato talmente grave da comportare un elevato rischio sanitario, e per questo definiti «di Interesse Nazionale» (Sin), sono 58. L’interesse, a partire dal 1998, era quello di bonificarli. Oggi per la maggior parte resta ancora da capire la portata della contaminazione. Parliamo di aree industriali dismesse, in attività, aree che sono state oggetto in passato di incidenti con rilascio di inquinanti chimici, e aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Alle procedure di bonifica inizialmente doveva pensare lo Stato, dal 2012, 17 siti sono passati in carico alle Regioni. «Pensiamo a un fondo unico ambientale per sostenere le bonifiche», ha dichiarato qualche mese fa il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Il suo predecessore, Gian Luca Galletti, aveva già riferito in un intervento al Senato, il 19 gennaio 2017, di circa 2 miliardi di euro stanziati «dal mio Ministero a favore delle Regioni, dei Commissari delegati e delle Province Autonome di Trento e Bolzano». Finora la somma dei finanziamenti totalizza 3.148.685.458 euro. A fronte di questa spesa, «emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin», scrive, qualche mese fa, la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Stanziati oltre 3 miliardi per fare cosa?
In Veneto, 781 milioni di euro sono stati usati per bonificare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda di Porto Marghera. In Campania, l’area perimetrata nel Sin di Napoli Orientale, su cui insiste la quasi totalità degli impianti di deposito e stoccaggio di gas e prodotti petroliferi presenti sul territorio cittadino, la bonifica ha interessato finora solo il 6% dei terreni e il 3% della falda. Va molto peggio nell’area occidentale, quella dell’ex Ilva, ex Eternit, ex discarica Italsider: 242 ettari di superficie potenzialmente inquinati da metalli, ipa, fenoli, amianto; oltre 10 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, bonifiche: zero. L’area di Tito, in Basilicata, ha completato solo il 4% della procedura di bonifica, idem in Sardegna, nonostante i 77 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, e i 20 già spesi per le aree industriali inquinate di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. «La maggior parte delle risorse», dichiara la Regione, «sono in fase di progettazione, poi a causa della complessità delle opere e dell’aggiornamento della normativa sugli appalti, il grosso
 degli interventi deve essere ancora cantierato».

Sicilia, Friuli, Piemonte, Lombardia, Toscana: bonifiche zero
In Sicilia nei siti contaminati che vanno da Priolo (Siracusa), a Biancavilla (Catania), fino a Gela (Caltanissetta), sono stati spesi 3 milioni di euro per zero bonifiche. Nulla di fatto anche al Nord, per le aree industriali di Trento e per i metalli pesanti che hanno inquinato falde e terreni dell’area della Caffaro di Torviscosa, in Friuli, dove i milioni finanziati dal Ministero sono stati rispettivamente 19 e 35. In Toscana, a fronte di finanziamenti per oltre 20 milioni, nessuna bonifica è stata completata nei Sin di Orbetello e Livorno. In Piemonte i circa 51 milioni stanziati non hanno ancora rimesso in salute le aree di Balangero, Pieve Vergonte e Serravalle Scrivia: qui, la bonifica delle falde e dei terreni è ferma allo 0%, così come nell’area contaminata di Cengio e Saliceto che il Piemonte condivide con la Liguria. La situazione più critica è però in Lombardia: 5 aree contaminate da metalli pesanti, idrocarburi, PCB, inserite fra le priorità di bonifica. Le attendono da circa 18 anni. Eppure, c’erano e ci sono finanziamenti da parte del Ministero per oltre 200 milioni di euro: non sembra, perciò un problema di liquidità.

Chi inquina non paga. Perché?
La European Environment Agency ha stimato i costi per le analisi e ricerche sui siti, ed è emerso che in Europa sono generalmente ricompresi fra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 50.000 euro. Nel nostro Paese, queste stesse indagini costano più di 5 milioni di euro.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Inoltre il principio secondo cui «chi inquina paga» è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile. C’erano riusciti a Porto Marghera, con il ragionamento: se chi ha inquinato non si trova, paga chi detiene l’area. Lo Stato aveva incassato 700 milioni di euro, con cui ha realizzato le opere di messa in sicurezza per impedire l’espandersi della contaminazione. Dal 2011, con i vari decreti Ilva il principio è stato reso ancora più intricato, e così in quasi tutti gli altri Sin, la messa in sicurezza, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato.
Con le bonifiche lo Stato ci guadagna
Bisogna poi fare i conti con la criminalità organizzata: dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini che hanno fatto emergere smaltimenti illegali di enormi quantità di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati. Sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


Insomma, più si ritarda, e più la criminalità si infiltra, quando invece dalle bonifiche lo Stato avrebbe solo da guadagnare. Già nel 2008 e ancora nel 2016, Confindustria ha stimato il fabbisogno in 10 miliardi. Se le opere partissero subito, in 5 anni, si creerebbero 200.000 posti di lavoro con un aumento della produzione di oltre 20 miliardi di euro, con un ritorno nelle casse dello Stato di circa 5 miliardi fra imposte dirette, indirette e contributi sociali.

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Il prezzo che sta pagando la popolazione
L’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (su 58) siti più contaminati d’Italia. Per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio.

Aree Contaminate in Italia 6 milioni di Persone a Rischio


C’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi; il rischio mortalità è più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale, con prospettiva di peggioramento. Che prezzo ha tutto questo?

di Milena Gabanelli






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mercoledì 25 novembre 2015

Brasile: Rottura di due Dighe di una Miniera








STESSA TRAGEDIA DA 2 GIORNALI DIVERSI

di quale terremoto parlate?
 Lo scorso 5 novembre
  un terremoto di magnitudo 2,6 
potrebbe essere stato fra le cause 
della rottura di due dighe di una miniera situata nella regione di Mariana, in Brasile. L’incidente ha provocato un’immane catastrofe ecologica con lo sversamento di 50 milioni di metri cubi di fanghi e liquidi residui della lavorazione mineraria (pari allo riempimento di 20mila piscine olimpiche).

Nei fanghi, oltre al ferro e al silicio, sono stati sversati anche enormi quantitativi di un materiale altamente tossico come il mercurio.

A dieci giorni dal disastro ambientale decine di migliaia di persone si trovano senza acqua potabile. Negli scorsi giorni il presidente Dilma Roussef ha sorvolato l’area del disastro il cui bilancio, fino a ore, è di 9 morti e 18 dispersi.

Secondo il coordinamento del nucleo di emergenza di Ibama de Minas Gerais i fanghi si sono estesi per una superficie di 80 km nel letto d’acqua della regione. Una delle conseguenze è l’assorbimento ovvero l’accumulo di sedimenti nel letto del fiume, con impatti socioeconomici e ambientali.

Gli animali terrestri e acquatici stanno morendo da giorni per asfissia.

Alla fine della scorsa settimana è stata lanciata l’operazione Arca di Noè che vedrà la partecipazione di pescatori specializzati, associazioni ambientaliste che hanno come principale obiettivo quello di scongiurare l’estinzione del 100% delle specie che abitano il corso d’acqua.

Dilma Roussef ha garantito che l'impresa proprietaria della miniera, Samarco, riceverà una multa iniziale di 250 milioni di reais (oltre 60 milioni di euro). 

1 COMMENTO
Cristina S. #1 venerdì 20 novembre 2015 23:13
di quale terremoto parlate? 
oggi il mio paese sta affrontando il più grande disastro ambientale e a quanto pare a nessuno importa, visto che ad oggi 21 novembre (17 giorni dopo il crollo) nessun tg ha dato la notizia. la multinazionale responsabile della catastrofe è la maggior finanziatrice del governo brasiliano non che delle principali reti televisive... Il governo brasiliano mantiene una golden share, cioè un diritto di veto ad alcune decisioni rilevanti dei vertici dell’impresa visto che fino a qualche anno fa era una impresa statale. a una settimana esatta dal disastro, il presidente Dilma Rousseff, ha modificato un decreto legge esonerando cosi la Samarco (vale e BHP Billiton) della responsabilità nel peggiore disastro ambientale del Brasile, adducendo che il rompimento della diga è da considerare una calamità naturale e non dovuta alla negligenza, alla cattiva manutenzione e gestione della stessa. come si direbbe in italia: finito tutto a tarallucci e vino. grazie però a tante persone "comuni" che stanno facendo girare i vari video e documenti ufficiali, il mondo comincia a guardare e cercare non solo la verità, ma anche che chi ha sbagliato, ammazzato, contaminato ed inizi a pagare.

 Dam collapse creates environmental disaster in Brazil 

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 On November 5, 2015, two dams holding millions of cubic meters of mining waste gave way – launching one of the worst environmental disasters in Brazilian history. Mud – full of dangerous metals – quickly overtook the nearby mining community of Mariana in Minas Gerais state. At least seventeen people were killed. Hundreds more have been displaced by the wall of sludge released in the dam collapse.

Lo scorso 5 novembre il Brasile è stato colpito da una tragedia ambientale senza precedenti.
Gli argini di due dighe trasportanti liquidi di scarto industriale altamente tossici hanno ceduto, riversando nel Rio Doce 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti.

Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando l’inarrestabile corsa di 500 km trasportati dalle acque del fiume fino alla sua foce: acqua e terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili – tutto è stato ricoperto dal fango tossico.

La responsabile di tale incalcolabile disastro è la ditta Samarco Mineracao Sa, la quale è controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere. Una colpevolezza ingiustificabile, se si considera che l’azienda non era nemmeno dotata di sistemi di allarme ed evacuazione in caso di possibile incidente! Inoltre sembrerebbe che la causa del cedimento sia dovuta ai recenti lavori di ampliamento del canale: al momento del crollo alcuni operai erano all’opera per allargare la diga così da poter trasportare più materiale tossico, scarti prodotti sia dalle miniere locali che da quelle più distanti, in vista del continuo aumento della produzione.

Questa regione infatti è ricca di minerali: è qui che viene prodotto il 10% del ferro di tutto il Brasile ed è questa la ragione per cui il Rio Doce ad oggi appaia come una enorme pattumiera a cielo aperto, anche se decenni fa il fiume era immerso nella foresta amazzonica; oggi invece il panorama è spettrale, le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti.

Il bilancio è di 11 morti, 15 dispersi, 600 sfollati, 250.000 senza acqua potabile. La Samarco è stata obbligata a pagare 250 milioni di dollari al governo brasiliano, ma le stime per la pulizia riportano un danno di 27 miliardi di dollari. Senza calcolare tutte le conseguenze collaterali che riguarderanno l’oceano: già la biodiversità del fiume è andata completamente distrutta e diverse specie – incluse alcune indigene – sono da considerarsi estinte; ora la preoccupazione è rivolta all’impatto che il disastro avrà sull’ecosistema dell’Atlantico.
Scienziati e ambientalisti temono che se venti e correnti spingeranno l’onda tossica verso nord, l’Abrolhos Marine National Park sarà fortemente a rischio: il parco racchiude un arcipelago di isole e barriere coralline dove sono ospitate specie marine protette, come tartarughe, delfini e balene. Fortunatamente gli addetti del parco stanno già correndo ai ripari e per scongiurare una possibile moria di uova di tartaruga – deposte il mese scorso – hanno pensato di rimuoverle per tempo, sistemandole al sicuro.




Non ci sono parole per descrivere la gravità della situazione.
 Lasciamo che siano le immagini a parlare.


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domenica 16 settembre 2012

SITI ITALIANI A RISCHIO TUMORE


L'ELENCO COMPLETO DEI 44 SITI ITALIANI A RISCHIO TUMORE PER I RESIDENTI 44 zone contaminate sparse in tutta la penisola italiana. I SITI A RISCHIO TUMORE - Si chiamano Sin (Siti d’interesse nazionale) e sono stati mappati nell’ambito del Progetto Sentieri, acronimo che sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento. L’elenco completo
dei siti è uscito in allegato all’ultimo numero della rivista «Epidemiologia e Prevenzione», pubblicata dall’Associazione italiana di epidemiologia, e vi hanno lavorato esperti dell’Istituto superiore di sanità, della sede di Roma dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Università La Sapienza. Nel nostro Paese dal 1978 al 2003 circa un milione di residenti si sono ammalati di cancro e di questi la metà è morto. Le statistiche, fornite dall’Associazione italiana registro tumori (Airtum), sono state il punto di partenza per un convegno che si è tenuto il 16 marzo a Catanzaro e che è stato organizzato dall’Arpacal. 5% DI CASI IN PIU’ - Dei 44 Sin, di cui Ilsussidiario.net è in grado di pubblicare in anteprima esclusiva on-line l’elenco completo, 15 si trovano al sud, 21 al nord e otto al centro e i residenti a rischio sono in tutto 5 milioni e mezzo. Nel corso del convegno il dirigente dell’Istituto superiore di sanità, Pietro Comba, ha osservato: «Sul rapporto tra ambiente e malattie tumorali esistono più filoni di studio. Ma qual è la percentuale di casi di tumore che non si verificherebbero in assenza di esposizione al rischio e che è prevenibile attraverso il risanamento ambientale? Oggi l’inquinamento delle matrici aria, acqua e suolo è associato a circa il 5% dei casi totali di tumore. Seguendo nel tempo dei campioni della popolazione è possibile individuare rischi specifici associati a esposizioni comuni».

CANCRO E STRADE TRAFFICATE - E ha aggiunto l’epidemiologo: «Per esempio attraverso l’Airtum, l’Italia partecipa al progetto europeo che consiste nel seguire 1.500 volontari di diversi Paesi mettendo in relazione stili di vita e abitudini alimentari con l’incidenza dei tumori». Per Comba inoltre la ricerca ha permesso di «misurare un aumento di circa il 50% del rischio di cancro polmonare per i non fumatori correlato alla residenza in prossimità di strade di grande traffico». Roberta Pirastu, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità, ha a sua volta osservato: «Per quanto riguarda tutti i tumori e, in particolare, i tumori a trachea, bronchi e polmoni, è stata fornita una valutazione di inadeguata e limitata evidenza dell’associazione causale tra tutti i tumori e la residenza nei Sin dove erano presenti dei petrolchimici. Questa evidenza dell’azione causale è limitata per lo stesso petrolchimico e i tumori». TASSO DI MORTALITA’ NEI SIN - Ma ha proseguito la ricercatrice: «Il tasso di mortalità per tutte le cause in 27 Sin per gli uomini e in 24 Sin per le donne è superiore alla media italiana. Mentre il tasso di mortalità causato da tutti i tipi di tumore è superiore alla media regionale in 28 Sin per gli uomini e in 21 Sin per le donne. Nei 44 Sin si sono verificati 10mila decessi per tutte cause e 4mila per tutti i tumori in eccesso rispetto ai riferimenti regionali. E’ una prima conferma del fatto che questi 44 Sin realmente rispondevano a un criterio di rischio sanitario esistente». TRATTO DA Eco(R)esistenza


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martedì 1 marzo 2011

Senza lavoro per decreto , 150.000 famiglie a rischio nel fotovoltaico



Senza lavoro per decreto:

150.000 famiglie a rischio nel fotovoltaico




Il Governo intende presentare in pre-consiglio martedi una bozza che di fatto bloccherà il fotovoltaico con effetto quasi immediato se non retroattivo. Tetto di 8.000 MW e stop agli incentivi un MW dopo.
Chi finanzierà gli impianti in queste condizioni di incertezza e dopo tutta la disinformazione che è stata fatta in questi giorni?
Stiamo agendo su vari fronti per cercare di parare il colpo:
1) oltre 55 parlamentari hanno firmato la lettera da noi predisposta per il capo dello stato e il presidente del consiglio dei ministri
2) lunedi terremo una conferenza stampa congiunta di fronte al ministero dello Sviluppo con Legambiente, WWF, GreenPeace, Aper, Anev, AssoSolare, Grid Parity Project e Kyoto Club
3) stiamo cercando di organizzare una manifestazione di fronte a Palazzo Chigi per il giorno previsto di approvazione del Dlgs (mercoledi).
Tutto questo potrebbe non bastare purtroppo.
E’ il momento di fare sentire quanti interessi sono toccati da un provvedimento cosi sbagliato.
Abbiamo predisposto il testo di una lettera (lo trovate nel seguito). Ciascuno di noi lo dovrebbe inviare e impegnarsi a farlo inviare a quante più persone possa.
Se non ci muoviamo ora faremo la fine della Spagna e saremo spazzati via.
Dobbiamo far capire che non siamo pochi speculatori ma un vero settore industriale. Ogni operaio, ogni elettricista, ogni collaboratore dovrebbe mandare la mail.
Se ci credete diffondete agli amici, ai colleghi e ai collaboratori. Se non lo facciamo adesso la settimana prossima potrebbe essere troppo tardi.
L’e-mail dovrebbe essere indirizzata ai seguenti indirizzi:
segreteria.presidente@governo.it,
Segreteria.ministro@sviluppoeconomico.gov.it,
Saglia.segreteria@sviluppoeconomico.gov.it,
Segreteria.capogabinetto@sviluppoeconomico.gov.it,
Ufficio.legislativo@sviluppoeconomico.gov.it,
segreteria.ministro@minambiente.it,
atelli.massimiliano@minambiente.it,
Lucarelli.paola@minambiente.it,
Degiorgi.marco@miniambiente.it
segreteriaMinistroSacconi@lavoro.gov.it
in cc andrebbe messo il seguente indirizzo:
info@sosrinnovabili.it
Ancora meglio, se si può, inviare anche dei fax ai seguenti numeri:
Presidenza del Consiglio dei Ministri: 06 67793067
Ministero dello Sviluppo economico: 06.47887964
Ministero dell’Ambiente: 0657288513
Ministero del Lavoro: 064821207
Se avete un profilo su Facebook, su Linkedin o su un altro social network diffondete la lettera. Di silenzio si muore!
Oggetto della mail: Senza lavoro per decreto: 15.000 famiglie a rischio
Testo del messaggio da spedire o pubblicare:
On. Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Ministro dello Sviluppo Economico
On. Ministro dell’ambiente, della tutela della natura e del mare
On. Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali
In questi giorni, si decide la morte per decreto delle energie rinnovabili in Italia. Quindicimila famiglie rischiano di perdere in pochi mesi il posto di lavoro, un indotto che occupa  altre 100.000 persone sarà colpito. E’ un prezzo altissimo, in termini sociali ed economici, che verrà pagato da uno dei pochissimi settori produttivi non colpiti dalla crisi e da un numero importante di lavoratori e famiglie. E’ quello che succederà se il Consiglio dei Ministri approverà il decreto sulle rinnovabili nella versione che circola in questi giorni all’interno del Parlamento e su cui si leggono anticipazioni di stampa.
Dopo pochi mesi dalla (lungamente attesa) approvazione, nel mese di agosto dello scorso anno, della legge sul nuovo conto energia, lo scorso 31 gennaio la Commissione europea ha adottato, come noto, una raccomandazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti.
A dispetto di queste premesse, nelle bozze del decreto legislativo rinnovabili leggiamo la previsione di introdurre retroattivamente un limite vincolante di 8.000 MW. Stop ai progetti autorizzati e in corso di autorizzazione. Stop a molti cantieri in corso. Un vero e proprio tetto al fotovoltaico, più di 6 volte inferiore a quello fissato dalla Germania. È questa la prospettiva che annienterebbe il settore fotovoltaico a partire dalla prossima settimana con l’eventuale approvazione in Consiglio dei Ministri. A farne immediatamente le spese saranno circa 150.000 lavoratori impiegati direttamente e indirettamente nel fotovoltaico.
In queste condizioni  un’industria nascente è condannata a morte prima ancora di essere diventata pienamente adulta. Se nell’arco di pochi giorni non si riuscirà a introdurre dei correttivi, il fotovoltaico rischia una Caporetto, con ripercussioni molto pesanti sia in termini occupazionali che di credibilità del sistema Paese. Mentre gli Stati Uniti di Obama, pur in presenza di un taglio delle spese pubbliche molto robusto, mantengono saldo il timone verso lo sviluppo delle rinnovabili, l’Italia rischia un nuovo tracollo dopo quello degli anni Ottanta.
Siamo sbigottiti, è incomprensibile. Non è abbastanza promuovere l’ambiente e la salute di noi tutti, generare ricchezza e dare lavoro a oltre 15.000 addetti diretti e fino a 100.000 indiretti, offrire l’opportunità a oltre 160.000 famiglie di diventare indipendenti energeticamente? Quali interessi si vogliono davvero tutelare? Chi sono i poteri forti che stanno eliminando ad una ad una tutte le rinnovabili? Prima l’eolico, oggi il fotovoltaico. Che destino attende un paese che distrugge sistematicamente le proprie opportunità di sviluppo?
Nonostante il parere positivo in sede di Commissioni Parlamentari (per cui lo schema di decreto attuativo della direttiva 2009/28 sull’energia da fonti rinnovabili si inserisce nel quadro della politica energetica europea volta a ridurre la dipendenza dalle fonti combustibili fossili e le emissioni di CO2) il dibattito in corso, specie per le notizie di stampa spesso espressione di interessi non necessariamente palesi e esplicati in sede politica e sociale, sembra preludere ad un intervento legislativo che andrà, si teme, in senso diametralmente opposto a quello, voluto dalla Commissione, di incoraggiamento delle politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili.
La realtà è diversa. A fronte di una crisi che non smette di mordere il tessuto produttivo, è vero che il settore delle rinnovabili si muove in netta controtendenza. Gli incentivi (che, ricordiamo, non gravano sul bilancio dello Stato ma nemmeno su quello delle famiglie, come invece si è letto in questi giorni) hanno creato un volano virtuoso che ha consentito al Paese di riavvicinarsi al gruppo dei paesi leader nel campo dell’innovazione e della capacità produttiva. Il fotovoltaico, in un contesto così difficile come quello che abbiamo visto delinearsi negli ultimi anni, rappresenta un settore in crescita occupazionale e di fatturato, oltre che un settore tecnologicamente in evoluzione.
Confidiamo nell’equilibrio e nella saggezza del Governo e del Parlamento affinché si voglia intervenire per evitare che un altro tassello della nostra economia cada vittima di contrapposti interessi e di battaglie ideologiche. Confidiamo che saprete dare un futuro alle nostre famiglie e ai nostri figli che si trovano oggi incolpevoli nella precarietà e nell’incertezza.”
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mercoledì 4 marzo 2009

Futuro a rischio per il mercato dei rifiuti



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La caduta dei prezzi dei materiali riciclabili, segnala un rapporto Frost & Sullivan, ha messo in crisi il settore



Il Conai aumenta il contributo sugli imballaggi La crisi economica ha colpito anche il mercato europeo dello smaltimento dei rifiuti e il settore del riciclaggio è quello che ne sta soffrendo maggiormente. È quanto emerge da uno studio presentato dalla società di consulenza Frost & Sullivan. Germania, la Francia e il Regno Unito sono stati i primi Paesi a essere colpiti da questa crisi e in maniera anche più grave rispetto ai Paesi del Sud Europa. Operatori chiave di questi mercati, si legge nello studio Frost & Sullivan, descrivono la situazione come sempre più grigia e contrassegnata da un declino a partire dalla fine del 2008 nel volume di rifiuti raccolti e smaltiti e da una forte riduzione nel mercato del riciclabile.

Il riciclaggio dei rifiuti, in particolare, appare il settore più penalizzato: la caduta dei prezzi dei materiali riciclabili, quali acciaio e carta, ha portato ad avere grandi volumi di rifiuti in attesa di essere riciclati. Questa situazione ha reso il costo di smaltimento troppo elevato per le società di gestione dei rifiuti e c'e' una certa preoccupazione che questo mercato possa diventare sempre più svantaggioso dal punto di vista economico. Tale scenario è già realtà nel Regno Unito, dove il costo della raccolta della carta è salito a più di 20 sterline per tonnellata. Il volume dei rifiuti in attesa di smaltimento e riciclaggio, sottolinea lo studio, continuerà a crescere almeno fino alla fine del primo trimestre del 2009. Nel riciclaggio della carta, ad esempio, le società di smaltimento dei rifiuti hanno finora potuto vendere la carta e il cartone alle cartiere che usano materiali riciclabili per produrre nuova carta, buste e carta per giornali. Oggi questo mercato è però in forte declino a causa della caduta della domanda in mercati chiave come la Cina.

Ci sono, tuttavia, nuove opportunità di crescita per le società di smaltimento e i fornitori a loro associati. «I governi dei Paesi europei hanno già risposto al declino attuale aumentando la spesa al fine di introdurre nuova liquidità nell'economia e ciò è risultato in nuovi progetti infrastrutturali in Paesi come il Regno Unito, già profondamente colpito dalla crisi finanziaria - spiega la programme manager per la gestione dei rifiuti di Frost & Sullivan, Suchitra Padmanabhan -. Al fine di contenere il danno, le società energetiche e di smaltimento dei rifiuti sono state incoraggiate a intraprendere progetti che possano creare opportunità nei settori della minimizzazione, della selezione e della separazione dei rifiuti». «Nel 2009, l'attenzione dell'industria europea dello smaltimento dei rifiuti - conclude la manager di Frost & Sullivan - dovrà concentrarsi sulle opportunità di crescita in alcuni mercati chiave come la Russia e l'Europa Centrale e Orientale. Anche le possibilità offerte da segmenti di mercato, come i materiali medico-scientifici e il waste to energy, offrono un potenziale che lascia ben sperare».

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