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lunedì 23 dicembre 2019

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Se il recupero degli spazi è un problema quando si tratta di investire sulle Energie Rinnovabili, ed è per questo che molti progetti puntano sullo sfruttamento delle aree ricoperte da strade e autostrade . Si tratta di spazi di ampia estensione, di interesse tutta’altro che trascurabile, il cui utilizzo, compatibilmente con l’ambiente e attraverso investimenti intelligenti, potrebbe aprire nuove Prospettive per lo Sviluppo delle Fonti Rinnovabili.

Ed è per questo che sono tanti i designer e gli architetti che hanno puntato proprio sulle strade per produrre energie. Ecco gli otto progetti secondo noi più interessanti che speriamo vengano realizzati quanto prima:

1- CARREGGIATA SOLARE: le strade fotovoltaiche

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Si tratta di pannelli solari da stendere sulle strade che oltre a generare elettricità pulita sono in grado di fornire informazioni sui danni e inviare messaggi sul traffico agli automobilisti. Grazie all’aiuto di microprocessori interni sarà possibile anche monitorare la posizione dei veicoli. Le strade fotovoltaiche garantiscono un vantaggio economico grazie alle entrate prodotte sotto forma di elettricità. Una nuova forma di investimento e di sviluppo sostenibile. (Per maggiori info leggi anche Solar Rodways e Kmzero road)

2- ARCO SOLARE

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Progetto del designer Tyson Steele, disegnato per le strade degli Stati Uniti, ha un’altezza di 20 metri dal suolo e una larghezza di 40 metri. La versione più lunga è stata progettata per aumentare le proprietà di isolamento e ridurne la visibilità nelle zone verdi incontaminate. I pannelli solari installati lungo l’arco producono energia rinnovabile convertibile in illuminazione elettrica per la rete autostradale, oltre a integrare la domanda di elettricità delle zone limitrofe. Altri vantaggi: l’arco protegge il manto stradale dalla grandine e dalla formazione di ghiaccio durante l’inverno e crea un effetto di raffreddamento durante l’estate.

3- JET STREAM SUPER-HIGHWAY

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Il futuro del trasporto urbano, secondo il designer industriale David Huang, scaturisce da un’integrazione fra strada e veicolo. La forma della carreggiata è concava (come un tubo tagliato a metà trasversalmente): l’effetto è quello di produrre in galleria un flusso d’aria continuo tra la strada e l’ambiente circostante sfruttando l’energia di ritorno del vento. Turbine eoliche lungo il percorso stradale e pannelli solari allineati sulla superfici superiore della strada sono incaricati rigorosamente alla produzione di energia pulita.

4- TURBINE E

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Pedro Gomez, ideatore del progetto delle turbine E, ha progettato un sistema di generazione di energia eolica sfruttando il movimento dell’aria prodotto dal passaggio dei veicoli in autostrada. L’energia è convertibile in illuminazione stradale, pannelli informativi e telefoni d’emergenza.

5- AUTOSTRADA GREEN: The Green Road Project

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Ideato da Gene Fein e Ed Merrit il Green Road Project si basa sull’installazione di pannelli solari e generatori eolici sulle autostrade per fornire energia pulita per la città. È un progetto di fonte rinnovabile che offre energia elettrica da utilizzare anche per ricaricare in strada i veicoli elettrici

6- DISSUASORI PER ENERGIA ELETTRICA STRADALE: road ribs

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Ideati come semplici dissuasori della velocità stradale in realtà si tratta di dispositivi posti sul percorso stradale in grado di recuperare l’energia perduta dei veicoli. Non tutta l’energia dei combustibili viene utilizzata per l’intero: la parte perduta viene recuperata dai cosiddetti Road Ribs e riutilizzata per l’illuminazione stradale e per le ricariche delle auto elettriche. In dettaglio , come da video, il movimento del veicolo fa muovere il road rib che genera energia rinnovabile. L’elettricità è poi immagazzinata in una batteria installata sui bordi della strada .


Una volta caricata, la batteria può essere utilizzata per fornire energia elettrica. Questi dispositivi sono stati progettati per resistere agli autocarri pesanti senza mostrare segni di usura.

7 – SOLAR WIND

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Questo progetto, completamente made in Italy, ha come obiettivo la riqualificazione della famigerata A3 Salerno- Reggio Calabria. Firmato dagli architetti della Coffice, coniuga energie rinnovabili, fruizione del paesaggio ed elementi di turismo sostenibile, un mix virtuoso che è valso agli ideatori Francesco Colarossi e Giovanna e Luisa Saracino la seconda posizione – e un premio di 7.500 euro – al concorso “Parco Solare Sud – L’autostrada del sole”. La chiave è senza dubbio l’integrazione: alle turbine eoliche disposte tra un pilone e l’altro si affiancano le cosiddette Solar Road, tratti stradali rivestiti da un manto fotovoltaico che, ad oggi, sono in fase di sperimentazione anche in altre parti del mondo. In più, come da regolamento del concorso, le aree adiacenti alle carreggiate sono state convertite in zone pedonali con tanto d ibelvedere, filari di alberi e serre dedicate all’agricoltura biologica, dove frutta, verdura e altri prodotti verranno coltivati e rivenduti sul posto. 

8- PISTA CICLABILE SOLARE: la SolarRoad Bike Path

Progetti di Energie Rinnovabili sulle Strade


Altro che automobili: una buona passeggiata in bici per ridurre lo smog e per una mobilità sempre più sostenibile. Il progetto SolarRoad Bike Path viene dai Paesi Bassi, sviluppato dall’Istituto di Ricerca TNO insieme alla Provincia dell’Olanda del Nord. Si tratta di una pista ciclabile realizzata in blocchi di calcestruzzo coperta con uno strato di 1 cm di celle solari al silicio. I pannelli fotovoltaici sono schermati da un vetro resistente che permette ai ciclisti di pedalarci sopra. La pista é in grado di produrre circa 50 KWH per metro quadrato all’anno di energia e può essere utilizzata per l’illuminazione stradale, per i sistemi di traffico e per gli usi domestici. Non ci resta che sperare di vedere l’opera conclusa nei pressi di Amsterdam per il 2012.

I vantaggi nella realizzazione di questi progetti sono:

– la produzione di energia pulita con effetti positivi sull’inquinamento

– la diminuzione della dipendenza da fonti fossili

– l’importanza delle fonti alternative per soddisfare il fabbisogno energetico mondiale

– la possibilità di optare per scelte più economiche.

Perché scegliere oggi le fonti inesauribili significa avanzare verso il futuro.

Michela Silvestri




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lunedì 18 marzo 2019

Capitalismo = Inquinamento, Sfruttamento, Oppressione

Capitalismo = Inquinamento, Sfruttamento, Oppressione

Inquinamento, Sfruttamento, Oppressione 
hanno la Stessa Radice: Il Capitalismo!

Dichiarazione della FIR in occasione del Global Strike for Future indetto da Greta Thunberg e dal movimento studentesco di decine di paesi in tutti i continenti: una giornata di sciopero studentesco mondiale contro l’inquinamento e per la salvaguardia dell’ambiente e del nostro pianeta.

Capitalismo = Inquinamento, Sfruttamento, Oppressione

Capitalismo = Inquinamento, Sfruttamento, Oppressione

L’aumento drastico e costante della temperatura che si è verificato a partire dallo scorso secolo è un dato verificabile nelle rilevazioni di diversi osservatori ed enti internazionali (come l’osservatorio di Mauna Loa e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico). Se è vero che la temperatura del nostro pianeta ha subito significative oscillazioni negli ultimi 2000 anni, è tuttavia difficile negare che il rapido riscaldamento registrato nell’ultimo secolo è andato di pari passo all’aumento dell’emissione di anidride carbonica (Co2) e metano nell’atmosfera.

Le conseguenze di questo processo, anche se difficili da prevedere precisamente per i prossimi decenni, sono preoccupanti. Si va dall’innalzamento del livello dei mari (già 15 cm dal 1870 secondo la NASA) all’aumento per numero e intensità di alluvioni, cicloni, ondate di caldo e siccità e di gelo.

Capitalismo = Inquinamento, Sfruttamento, Oppressione

Non ci sono dubbi, al di là della marea di fake-news negazioniste, che di questo passo la Terra potrà sopravvivere, ma l’uomo va verso la distruzione del suo stesso ecosistema.

È chiaro che il nostro stile di vita ha il suo peso. Nella nostra società non è praticamente possibile vivere senza inquinare in modo significativo, il che ci impone la prospettiva di uno stile di vita sostenibile a livello globale, che riduca al massimo il nostro impatto ambientale. È vero però che il diffondersi della cultura ecologica, di gruppi di pressione verso governi e istituzioni e di campagne di boicottaggio contro le multinazionali che distruggono maggiormente l’ambiente (McDonald’s, H&M e tante altre), per quanto sia un segnale positivo, non ottiene neanche lontanamente un cambiamento soddisfacente, e si scontra con lo scoglio insormontabile del controllo politico e dei finanziamenti diretti ai partiti delle democrazie occidentali, e non solo, da parte dei grandi padroni industriali e finanziari: gli stessi grandi responsabili dell’inquinamento! Proprio per questo, è controproducente isolare il tema dell’ecologia dall’economia e dalla politica: una multinazionale potrà cedere, una tantum, ad una campagna ambientalista riducendo ad esempio l’emissione di Co2, ma la perdita di profitto è compensata da altre devastazioni ambientali e sociali, a partire da uno sfruttamento più intenso e dal licenziamento di lavoratori.

Lavoratori che, ovviamente, sono coloro che risentiranno maggiormente dell’inquinamento stesso, disponendo di meno risorse per condurre uno stile di vita più sano e curare la propria salute. Proprio per questo, nessun comportamento individuale o di gruppi “all’avanguardia” risulta una vera minaccia per il sistema sfruttatore e inquinante nel suo complesso: il capitalismo rimane insostenibile, umanamente ed ecologicamente.

Se una lotta ambientalista vuole realmente incidere, essa non deve cercare un improbabile dialogo con la classe che sfrutta e inquina né coi suoi rappresentanti politici, ma allacciarsi alla lotta di classe, basarsi sulla forza della classe lavoratrice e di tutti gli oppressi suoi alleati, per un’unica lotta politica contro il capitalismo e per una società ecologica e sostenibile: una società che può ancora vedere la luce, prima che sopravvenga una catastrofe irreparabile, togliendo le leve dell’economia di mano a pochi sfruttatori guidati dal profitto, e mettendole sotto il controllo dei molti sfruttati, guidati dal desiderio di pace e armonia fra se stessi e con l’ambiente intorno a sé.

Salvare la Terra è possibile: basta gettare il capitalismo nella pattumiera della storia!

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

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sabato 9 giugno 2018

In Canada l’aria inquinata diventa benzina


Inquinamento

Una tecnologia per estrarre in modo economico l’anidride carbonica inquinante dall’atmosfera e trasformarla in carburante: l’ha inventata David Keith, professore di fisica all’università di Harvard e fondatore dell’azienda canadese Carbon Engineering. Permette di rimuovere il gas serra più diffuso a costi accessibili e può aiutare a ridurre il surriscaldamento globale, fino addirittura a invertire i cambiamenti climatici che costituiscono — secondo tutte le previsioni —la più grave minaccia ambientale dei prossimi anni, nonché uno dei fattori di instabilità geo-politica nel mondo. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica , Keith e i suoi collaboratori descrivono un processo che farebbe scendere i costi dell’estrazione dell’anidride carbonica da un minimo di 94 dollari a tonnellata a un massimo di 232, molto meno dei 600 dollari a tonnellata che era finora la spesa stimata dall’American Physical Society, l’associazione dei fisici americani.

inquinamento

L’equivalente di 250 mila auto

«Spero di mostrare che la nostra è una tecnologia industriale fattibile, non una sorta di rimedio magico — ha detto Keith — ma qualcosa che possiamo realizzare». La Carbon Engineering, che ha sede in Canada, impiega una quarantina di persone ed è finanziata anche da Bill Gates, ha sperimentato per anni il procedimento nell’impianto pilota di Squamish, nella Columbia Britannica, dove processa circa una tonnellata di anidride carbonica al giorno. E sta cercando i fondi per costruire entro il 2021 una centrale su scala industriale che permetterebbe di produrre carburante a un dollaro al litro, meno di un euro al litro. Costerebbe centinaia di milioni di dollari e potrebbe catturare un milione di tonnellate di CO2 all’anno, cioè l’equivalente delle emissioni di 250 mila auto.

Aria, acqua ed energia verde

Per fabbricare il carburante mangia-gas serra la Carbon Engineering usa solo aria, acqua e energie rinnovabili. La tecnologia applicata, per quanto molto complessa, si basa su quella già impiegata in altri processi industriali, come per esempio la produzione di carta. L’anidride carbonica viene fatta passare per una sorta di «torre di raffreddamento» in cui il gas viene esposto a liquido alcalino: «L’anidride carbonica è un acido debole — ha spiegato Keith a The Atlantic — e quindi si lega alla base». Ne fuoriesce una soluzione di carbonato che viene lavorato chimicamente in modo da estrarre la Co2 in forma fluida: («È quello che fanno praticamente tutte le cartiere al mondo» dice Keith). E infine l’anidride carbonica viene miscelata con l’idrogeno — un procedimento chimico usato in molte raffinerie — per produrre carburante: benzina, diesel e cherosene per gli aerei.

Carburanti «neutri»

In questo modo si ottengono idrocarburi «CO2 neutri», che cioè non immettono nuova anidride carbonica nell’atmosfera ma si limitano a trasformare quella già esistente. Secondo le Nazioni Unite, per rispettare gli accordi di Parigi sul clima del 2015, potrebbe essere necessario rimuovere CO2 dall’atmosfera già entro questo secolo: la tecnologia della Carbona Engineering potrebbe essere usata anche a tale scopo (basta evitare la trasformazione finale del gas in carburante). Ma per l’azienda non sarebbe conveniente: «Il nostro obiettivo immediato è produrre idrocarburi CO2 neutri — ha affermato Keith —. Lo vediamo come un modo per creare trasporti che non aggiungono anidride carbonica all’aria». Oggi c’è già un’azienda, la svizzera Climeworks, che estrae anidride carbonica dall’aria e la vende come fertilizzante per le serre. I suoi costi di produzione però sono molto più alti (600 dollari a tonnellata appunto). L’invenzione canadese, molto più conveniente, potrebbe ora costituire una svolta nella lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.



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giovedì 8 marzo 2018

Inquinamento Atmosferico e Allarme Bambini


Inquinamento atmosferico:
 tutto il male che stiamo facendo ai bambini

Inquinamento atmosferico, è allarme bambini: quelli con meno di un anno di età che vivono in aree in cui l’inquinamento dell’aria è almeno sei volte superiore ai limiti stabiliti dall’Oms sono ben 17 milioni, 12 dei quali vivono in Asia.

È l’allerta lanciata dall’Unicef, secondo cui l’'inquinamento atmosferico può influenzare lo sviluppo del cervello nei bambini piccoli, danneggiare il tessuto cerebrale e minare lo sviluppo cognitivo, con implicazioni per tutta la vita.

L'analisi condotta dall’Unicef mostra come l’inquinamento atmosferico, così come nutrizione e stimoli non adeguati, oltre all’esposizione alla violenza durante i primi mille giorni di vita, possano avere un impatto sullo sviluppo della prima infanzia influenzando il loro cervello in crescita:

- le particelle di inquinamento ultrafini sono talmente piccole che possono entrare nel flusso sanguigno, viaggiare nel cervello e danneggiare la barriera emato-encefalica, 
che può causare neuro-infiammazione


- alcune particelle inquinanti, come il particolato ultrafine di magnetite, possono entrare nel corpo attraverso il nervo olfattivo e l'intestino e, a causa della loro carica magnetica, creano uno stress ossidativo, nota causa di malattie neurodegenerative

- altri tipi di particelle inquinanti, come gli idrocarburi policiclici aromatici (idrocarburi costituiti da due o più anelli aromatici quali quello del benzene fusi in un'unica struttura generalmente planare), possono danneggiare le aree del cervello che sono fondamentali per aiutare i neuroni a comunicare, la base per l'apprendimento e lo sviluppo dei bambini


- il cervello di un bambino piccolo è particolarmente vulnerabile perché può essere rovinato da un dosaggio minore di sostanze chimiche tossiche, rispetto al cervello di un adulto. I bambini sono anche molto vulnerabili all'inquinamento atmosferico perché respirano più rapidamente e anche perché le difese fisiche e le immunità non sono pienamente sviluppate.

“Le sostanze inquinanti non solo danneggiano i polmoni in via di sviluppo nei bambini, ma possono compromettere permanentemente il loro sviluppo cognitivo e quindi il loro futuro – chiarisce dunque Anthony Lake, direttore generale dell'Unicef. Proteggere i bambini dall’inquinamento atmosferico significa salvarli, ridurre i costi dell'assistenza sanitaria, incrementare la produttività e creare un ambiente più sicuro e pulito per tutti”.

Cosa si può fare allora? Il documento delinea le misure urgenti per ridurre l'impatto dell'inquinamento atmosferico sui cervelli in crescita dei bambini, compresi i passi immediati che i genitori possono adottare per ridurre l’esposizione dei bambini in casa ai fumi nocivi prodotti dai prodotti del tabacco, dalle stufe per cucinare e dai riscaldamenti:

1. Ridurre l'inquinamento atmosferico investendo in fonti di energia più pulite e rinnovabili per sostituire la combustione dei combustibili fossili; fornire un accesso conveniente al trasporto pubblico; aumentare gli spazi verdi nelle aree urbane; e fornire migliori opzioni di gestione dei rifiuti per prevenire la combustione aperta di sostanze chimiche dannose.

2. Ridurre l’esposizione dei bambini agli inquinanti rendendo loro possibile di uscire durante le ore del giorno in cui l’inquinamento atmosferico è inferiore; usare maschere di filtrazione dell'aria opportunamente adatte in casi estremi; creare una pianificazione urbana intelligente in modo che le principali fonti di inquinamento non si trovino vicino a scuole, ospedali o cliniche.

3. Migliorare la salute generale dei bambini per migliorare la loro capacità di recupero. Ciò include la prevenzione e il trattamento della polmonite, la promozione 
dell’allattamento al seno esclusivo e una buona alimentazione.

4. Migliorare la conoscenza e il monitoraggio dell'inquinamento atmosferico. Ridurre l'esposizione dei bambini agli inquinanti e le fonti di inquinamento atmosferico inizia con la comprensione della qualità dell’aria che respirano in primo luogo.

“Nessun bambino dovrebbe respirare aria pericolosamente inquinata 
e nessuna società può permettersi di ignorare l'inquinamento atmosferico”.

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Polveri Sottili


Polveri sottili:
 l'inquinamento dell'aria 
fa invecchiare velocemente il nostro cervello

Inquinamento atmosferico: le polveri sottili ci invecchiano il cervello. L'esposizione, infatti, ad un alto tasso di inquinamento dell'aria provoca la riduzione del volume della materia bianca nei lobi frontale e temporale del cervello con la conseguenza che invecchia prima del previsto.

Non solo quindi dannoso per i nostri polmoni, l'inquinamento non giova nemmeno alla nostra testa.

A sostenerlo è uno studio condotto dalla Keck School of Medicine dell'Università di Southern California di Los Angeles dal quale è emerso che l'inquinamento al quale, tra l'altro, siamo esposti in grande maggioranza è la causa di un'atrofia diffusa a carico della sostanza bianca, quella costituita dalle fibre di connessione che viaggiando in profondità collegano aree del cervello anche lontane fra di loro.

Gli studiosi americani hanno preso in esame poco più di 1400 donne sane, senza demenza, di età compresa tra i 71 e gli 89 anni. Con la risonanza magnetica hanno misurato i volumi di diverse aree cerebrali e poi, in base ai dati relativi all'inquinamento dell'aria e al luogo di residenza delle partecipanti tra il 1996 e il 2006, hanno stimato l'esposizione di ciascuna di esse alle polveri fini, in particolare il Pm2,5, quella frazione delle polveri con diametro inferiore ai 2,5 micron (dimensioni talmente minuscole che rendono questo particolato molto pericoloso per il nostro organismo, dal momento che penetra più facilmente nelle vie respiratorie e rimane più a lungo in sospensione nell'aria).

Dai risultati è venuta fuori l'esistenza di un'associazione tra livello di inquinanti nell'aria e atrofia cerebrale: ad ogni aumento di 3.49 microgrammi per centimetro cubo di esposizione cumulativa agli inquinanti, c'era un calo di 6,23 centimetri cubi di materia bianca nei lobi frontale e temporale e nel corpo calloso, che corrisponderebbero a un paio di anni di invecchiamento del cervello. Nessuna associazione, invece, per quanto riguarda la materia grigia, quella composta dai neuroni.

"I nostri risultati – evidenzia Jiu-Chiuan Chen, responsabile dello studio – sono una prova convincente del fatto che varie aree del cervello che invecchia, in particolare la sostanza bianca, sono un importante bersaglio degli effetti neurotossici indotti dall'esposizione di lungo periodo alle polveri sottili dell'aria".

C'è da preoccuparsi, insomma? Certo! Esporsi ad inquinanti dispersi nell'aria, dicono gli esperti, porta anche a infiammazioni croniche, a patologie dell'apparato cardiovascolare con aumento della arteriosclerosi e del sistema respiratorio. Non è un bel quadretto quello che stiamo dipingendo con le nostre stesse mani...

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sabato 20 gennaio 2018

Detersivo per Lavatrice che NON Inquina



Detersivo per lavatrice fatto in casa che non inquina

Un’alternativa semplice al detersivo commerciale in polvere per lavatrice che è altamente inquinante non solo per l’ambiente ma anche per la nostra pelle è davvero facile ed economica.

Esistono anche quelli biologici oppure più eco o green, ma devo ammettere che non costano pochissimo, quindi dopo vari esperimenti sono approdata a questa ottima soluzione:

– 300 gr di sapone di marsiglia , il panetto in commercio, meglio quello ecobio a questo punto, visto che dobbiamo metterci energia umana e impegno, facciamolo bene! 
Io utilizzo il sapone che faccio in casa.

– 150 gr di percarborato di sodio, che si trova anche questo nei negozi specializzati bio, costicchia non poco anche questo, la soluzione economica ma meno etica è utilizzare la soda solvay, che si trova nei supermercati a basso costo, da non confondere con la soda caustica;

– 150 gr di bicarbonato di sodio

Grattugiare con la grattugia del grana il panetto di sapone e aggiungere gli altri due ingredienti, mescolare per bene e utilizzarne 2-3 cucchiai da tavola direttamente nell’oblò della lavatrice a temperatura desiderata.

Ottimo anche per bianchi e colorati!



Quanto inquina una lavatrice?

L'inquinamento delle acque provocato dalle attività umane ci fa immediatamente pensare alle bottiglie di plastica che affiorano in superficie o alle buste della spesa che soffocano le tartarughe. Sono queste le immagini più utilizzate nelle campagne di sensibilizzazione ad un corretto smaltimento dei rifiuti di plastica. Nel mare, però, si nasconde un altro nemico, con un impatto emotivo decisamente inferiore ma non per questo meno insidioso. Parliamo delle microplastiche provenienti dalle acque reflue delle nostre lavatrici, 
fibre di dimensioni microscopiche pericolose per la fauna marina.

Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, si tratta di una fonte piuttosto rilevante di inquinamento da plastica negli oceani. Mark Anthony Browne, biologo dello University College di Dublin, ha individuato frammenti di fibre sintetiche come acrilico, polietilene, polipropilene, poliammide e poliestere nelle acque della Gran Bretagna, dell'India, di Singapore e di diverse altre aree del mondo.

Il lavaggio di un singolo capo, dagli esperimenti effettuati, può generare fino a 1900 fibre e nel mondo i capi sintetici sono sempre più utilizzati. Per scongiurare il rischio di contaminazione, i ricercatori chiedono ai produttori di lavatrici di ideare nuove tecnologie capaci di ridurre il rilascio di fibre in fase di scarico.

Le microfibre sono i peggiori inquinanti marini

Ad ogni lavaggio, gli indumenti in microfibra perdono in media 1,7 grammi di frammenti. Di questi il 40% va a inquinare fiumi, laghi, mari e mette a rischio anche gli animali
La fonte di inquinamento delle acque più diffusa – e preoccupante – dipende dalla centrifuga della nostra lavatrice. Uno studio dell’Università della California appena pubblicato assegna alle microfibre che si staccano dai vestiti ad ogni lavaggio il primo posto nella lista degli inquinanti marini. Da qui deriva non solo l’avvelenamento di fiumi e mari, ma anche il rischio concreto di mettere a repentaglio animali non solo acquatici.

Tutto inizia dalle prove raccolte dalla ricercatrice Sherri Mason nei pesci dei Grandi Laghi al confine tra Stati Uniti e Canada: i loro corpi sono pieni di microfibre sintetiche, minuscoli frammenti che si staccano dai vestiti. Lo stesso vale per le zone costiere. Mason si è allora chiesta da dove potesse provenire una quantità così grande di filamenti tossici. E la risposta è la lavatrice.

In media, si legge nella ricerca, un giubbotto in tessuto sintetico perde 1,7 grammi di microfibre ad ogni lavaggio. Se è nuovo, perché se invece ha i suoi anni il dato raddoppia. Dalla lavatrice, questi frammenti vengono scaricati insieme all’acqua negli impianti di trattamento. Solo una parte viene effettivamente trattenuta: il 40% finisce in fiumi, laghi, oceani.

Queste microfibre sintetiche sono particolarmente pericolose in quanto hanno il potenziale di avvelenare tutta la fauna di un ecosistema, l’intera catena alimentare. Le dimensioni microscopiche favoriscono l’ingestione da parte dei pesci. Il rischio è amplificato dalla loro capacità di bioaccumularsi negli organismi, quindi di concentrare una quantità sempre maggiore di tossine nei corpi degli animali ai livelli superiori della catena alimentare.

A sua volta, la bioaccumulazione spalanca prospettive decisamente inquietanti visto che le microfibre plastiche assorbono molecole e sostanze inquinanti persistenti e ad elevatissima tossicità, come ad esempio i policlorobifenili (PCB), che si vanno poi a concentrare nei tessuti organici.

I risultati di questa ricerca devono far riflettere anche su alcune pratiche considerate finora pienamente sostenibili. È il caso della stessa azienda che ha sovvenzionato lo studio di Mason, Patagonia. Per ridurre la sua impronta ecologica, la compagnia ricicla bottiglie di plastica – triturandole – per ricavarne microfibra per gli indumenti sportivi che commercializza. Ma secondo questa ricerca, quella stessa plastica avrebbe inquinato di meno sotto forma di bottiglia.

LEGGI ANCHE: 
INQUINAMENTO MARINO



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lunedì 15 gennaio 2018

Inquinamento da Petrolio : Conseguenze e Rimedi


Inquinamento da petrolio


Contaminazione dell'ambiente (del suolo, dell'aria e soprattutto dell'acqua)
 causata da ogni genere di idrocarburi liquidi, 
ovvero dal petrolio greggio o dai suoi derivati. 

Tipi di inquinamento da petrolio:


1. Inquinamento marino 

L'inquinamento da idrocarburi può essere sistematico o accidentale. Quello accidentale è prodotto, nella maggior parte dei casi, dal riversamento in mare di ingenti quantità di petrolio da petroliere coinvolte in incidenti di navigazione (collisioni, incagliamenti, incendi, esplosioni, naufragi) ed è causa di considerevoli danni agli ecosistemi marini e litorali. Tra gli incidenti più gravi verificatisi negli ultimi decenni si ricordano quello della Torrey Canyon, che nel marzo del 1967 riversò nelle acque al largo della Cornovaglia 860.000 barili (107.000 tonnellate) di petrolio, e quello della Exxon Valdez, che nel marzo del 1989 contaminò l'intera baia di Prince William, nel golfo dell'Alaska, con ben 240.000 barili (30.000 tonnellate) di greggio, causando la morte di almeno 25.000 uccelli, più di tremila fra foche e lontre, e 22 balene. Altri naufragi tristemente memorabili furono quello della Erika, nel dicembre 1999, che riversò sulle coste della Bretagna 13.000 tonnellate di greggio; quello della Jessica, verificatosi nel gennaio 2002 davanti alle isole Galápagos, che mise a rischio la preziosa oasi naturale e costrinse le autorità ecuadoriane a evacuare gli animali e dichiarare lo stato d’emergenza; quello della Prestige, che nel novembre del 2002 si spaccò in due tronconi, invadendo le coste spagnole della Galizia con 60.000 tonnellate di petrolio. Il più grave in assoluto fu, tuttavia, quello verificatosi nel 1979 al largo di Trinidad e Tobago: la collisione di due superpetroliere, la Aegean Captain e l'Atlantic Empress, provocò la fuoriuscita di circa 2.160.000 barili (270.000 tonnellate) di petrolio. Da ricordare anche l’incidente della Haven, che nell’aprile 1991 scaricò al largo di Genova 50.000 tonnellate di greggio. Solo il 10% degli idrocarburi che contaminano i mari proviene, tuttavia, da riversamenti accidentali. Il resto proviene da fonti croniche, quali la ricaduta di particelle inquinanti dall'atmosfera, infiltrazioni naturali, dilavamento degli oli minerali dispersi nell'ambiente, perdite di raffinerie o di impianti di trivellazione su piattaforme in mare aperto e, soprattutto, lo scarico a mare di acque di zavorra da parte di navi cisterna e petroliere. A causa del sabotaggio degli impianti petroliferi, durante la guerra del Golfo, nel 1991, furono riversate nel golfo Persico 460.000 tonnellate di greggio; sempre nel golfo Persico, nel 1983, si andarono a riversare 540.000 tonnellate di greggio fuoriuscite dalla piattaforma petrolifera Nowruz (il più grave incidente mai occorso a una piattaforma). La fonte principale dell'inquinamento marino da idrocarburi (20% dell'inquinamento totale) rimane, tuttavia, lo scarico in mare di acque contaminate nel corso di operazioni di lavaggio delle cisterne. Una volta consegnato il proprio carico alle raffinerie, le petroliere pompano nelle cisterne acqua che serve da zavorra per il viaggio di ritorno e che viene scaricata in mare prima di giungere ai terminali di carico, contribuendo, così, a produrre un tipo di inquinamento sistematico, o cronico, spesso molto più grave di quello accidentale. I grumi di catrame che si depositano sulle spiagge nelle località balneari derivano perlopiù dai residui contenuti nelle acque di zavorra scaricate in mare. L'impiego di questa tecnica di lavaggio è stato limitato, a partire dagli anni Settanta, da una serie di convenzioni internazionali, che hanno imposto la realizzazione di petroliere progettate in modo tale da rendere minima la fuoriuscita di greggio in caso di incidente, l'installazione a bordo di sistemi per la separazione dei residui di petrolio dalle acque di zavorra e di lavaggio pompate in mare, l'adozione di dispositivi per il controllo del grado di inquinamento delle acque di zavorra e l'installazione di impianti per la raccolta e il trattamento delle acque contaminate presso i terminali di carico del greggio e i porti di scalo. 


2. Inquinamento dei suoli 

Anche i giacimenti di petrolio su terraferma possono provocare gravi danni all'ambiente. In questo caso, le fuoriuscite nocive sono dovute, nella maggior parte dei casi, alla cattiva progettazione, gestione e manutenzione degli impianti. Nell'Ecuador, ad esempio, il grave e diffuso inquinamento del suolo e dei corpi idrici di alcune zone è causato soprattutto da improvvise 'eruzioni' di petrolio dai pozzi durante le operazioni di trivellazione, dalla dispersione abusiva del petrolio meno pregiato e dal cattivo funzionamento dei sistemi per la separazione del petrolio dall'acqua. Il grave inquinamento da idrocarburi di alcune regioni della Russia è dovuto a cattiva manutenzione degli oleodotti. Nell'ottobre del 1994 nei pressi di Usinsk, non lontano dal Circolo polare artico, da una falla apertasi in un oleodotto fuoriuscirono 60.000-80.000 tonnellate di greggio che devastarono i delicati ecosistemi della tundra e della taiga. Alle alte latitudini, i naturali processi di degradazione del greggio si svolgono con molta lentezza e ciò contribuisce ad aggravare l'impatto di episodi come questo. Anche nelle regioni tropicali, tuttavia, i danni causati dal petrolio non sono indifferenti. Gli oleodotti che attraversano la regione del delta del Niger, in Nigeria, sono obsoleti e molto usurati; le perdite sono frequentissime e i tentativi di risolvere il problema bruciando i residui dispersi sul terreno o lasciando che il petrolio disperso finisca con il degradarsi al calore del sole hanno ottenuto un effetto deleterio: sui terreni si è formata una crosta sterile di un paio di metri che ha reso tali terreni praticamente inutilizzabili. 


CONSEGUENZE E RIMEDI
Di norma il petrolio scaricato in mare viene degradato naturalmente dall'ambiente attraverso processi fisici, chimici e biologici. Galleggiando sull'acqua, il greggio si allarga rapidamente in un'ampia chiazza, disponendosi in strati di vario spessore, che le correnti e i venti trasportano a grandi distanze e dividono in 'banchi', disposti parallelamente alla direzione dei venti prevalenti. Le frazioni più volatili del petrolio evaporano nel giro di pochi giorni, perdendo in poche ore una notevole porzione della propria massa. Alcune componenti penetrano negli strati superiori dell'acqua, dove producono effetti molto nocivi sugli organismi marini e lentamente vengono ossidate biochimicamente a opera di batteri, funghi e alghe. Le frazioni più pesanti vagano, invece, sulla superficie del mare, fino a formare grumi difficilmente degradabili che affondano lentamente fino a raggiungere il fondo marino. I tempi richiesti da questo processo di degradazione variano a seconda delle condizioni del mare, delle condizioni meteorologiche, della temperatura e del tipo di inquinante. Quando, nel gennaio del 1993, la petroliera Braer fece naufragio al largo delle isole Shetland, le condizioni meteorologiche (forti venti spiravano da terra verso il mare aperto), quelle del mare (burrascoso) e il particolare tipo di petrolio trasportato (relativamente leggero) favorirono la dispersione di 680.000 barili di greggio, cosicché solo un'area molto localizzata delle coste subì danni di una certa rilevanza (a essere danneggiati furono, perlopiù, alcune acquacolture e le popolazioni locali di uccelli marini). Il petrolio disperso in mare può causare gravi danni alle specie marine di superficie, soprattutto uccelli, ma anche mammiferi e rettili. Il piumaggio degli uccelli marini, imbrattato dal petrolio, viene spesso irrimediabilmente rovinato e gli uccelli stessi, nel tentativo di ripulirsi, ingeriscono notevoli quantità di petrolio che causa intossicazioni talvolta letali. Il petrolio che va a riversarsi sulle coste può distruggere interi ecosistemi particolarmente sensibili (barriere coralline, paludi salmastre, foreste di mangrovie) e provocare seri danni a svariate attività commerciali, quali la pesca e l'acquacoltura, o al turismo. Una delle soluzioni più utilizzate in passato per rimediare all'inquinamento accidentale da petrolio consisteva nell'irrorare le pellicole oleose con sostanze emulsionanti. Le emulsioni risultavano, tuttavia, in qualche caso molto più dannose del petrolio stesso e tale tecnica è stata pertanto progressivamente abbandonata. Oggi si preferisce ricorrere a barriere galleggianti o a speciali imbarcazioni che raccolgono il petrolio effettuando una sorta di raschiatura sulla superficie del mare; le macchie di petrolio vengono ancora spruzzate con agenti emulsionanti solo nel caso in cui minaccino di raggiungere la costa. Il petrolio che si riversa sulle spiagge non viene sottoposto ad alcun trattamento: in genere si preferisce aspettare che a degradarlo provvedano i normali meccanismi di decomposizione. Nel caso in cui a essere colpite siano località balneari, si preferisce rimuovere gli strati superficiali di sabbia, piuttosto che ricorrere a solventi ed emulsionanti, i quali farebbero penetrare il petrolio più in profondità. I solventi vengono ancora utilizzati solo per ripulire impianti e attrezzature. Le pellicole oleose sono state in qualche caso irrorate con batteri capaci di degradare il petrolio. I risultati sono stati incoraggianti, anche se, per attivare i batteri e stimolarne la crescita, è necessario aggiungere alle colture nutrienti potenzialmente nocivi per gli ecosistemi litoranei e per la qualità delle acque. 


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petroliera affondata in Cina

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mercoledì 9 novembre 2016

Dati Inquinamento Mondiale


L’Agenzia Internazionale per L’Energia (AIE) ha appena pubblicato il rapporto annuale World Energy Outlook 2016 da cui si evince che l’inquinamento nel 2040 sarà responsabile di circa 8 milioni di decessi oggi stimati a 6,5 milioni. Cifre spaventose più che preoccupanti.

Un chiaro segnale lanciato all’uomo e al suo attuale stile di vita, il mondo deve trovare il modo e la forza per abbandonare le energie fossili in favore di quelle pulite.

Il rapporto dell’AIE fa notare inoltre che le politiche energetiche esistenti non bastano per incidere sulla qualità dell’aria e che quindi non importa il modo in cui limitiamo l’inquinamento, ma tramite quali fonti soddisfiamo il nostro bisogno di energia.

Nel prossimi 20 anni, si suppone sarà il continente asiatico a soffrire maggiormente registrando 
addirittura il 90 % di morti premature di tutto il mondo. Ma nessun paese resterà immune, dato che tra le città che hanno un sistema di monitoraggio della qualità dell’aria, ben 8 su 10 sforano i limiti indicati dall’OMS. Così che le morti premature causate dall’inquinamento dell’aria saliranno dai 3 attuali a 4,5 milioni entro il 2040. Tendenza contraria, ma non abbastanza marcata, per l’inquinamento indoor: i decessi scenderanno da 3,5 a 3 milioni, di questi, la maggior parte saranno quelle fasce di popolazione più colpite dalla povertà.

L’unica soluzione sarebbe adottare standard più rigidi sulle emissioni su strada, efficienza energetica 
industriale e produzione di energia da fonti pulite. 

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venerdì 5 agosto 2016

OLIMPIADI 2016 in Brasile



Quando, sette anni fa, il Brasile – all’epoca governato da Lula e considerato una nazione in grande progresso economico – ottenne l’organizzazione dei Giochi Olimpici, sembrava essere finalmente arrivata l’occasione giusta per migliorare le infrastrutture di Rio de Janeiro e far sì che la città fosse capace di attrarre grandi investimenti e capitali stranieri. 

Le Olimpiadi, raccontava in un TED nel 2012 il sindaco di Rio, Eduardo Paes, avrebbero consentito di realizzare “la città del futuro”, socialmente integrata, in grado di «mettere in relazione i ricchi e i poveri, di portare i servizi di base (principalmente, istruzione e sanità) nelle favelas e di favorire la coesione sociale, attraverso investimenti in infrastrutture, eco-compatibilità e tecnologie».
 Ma, continua Alex Cuadros, la "città del futuro" non ha mai visto la luce. 
I Giochi Olimpici – che, secondo uno studio della Said Business School dell’Università di Oxford (che ha analizzato i costi di trenta olimpiadi estive ed invernali), scrive il Financial Times, costeranno 15 miliardi di dollari, circa 5 in più rispetto al budget iniziale – non hanno ridotto il divario tra ricchi e poveri, come prometteva il sindaco Paes solo 4 anni fa. 

Il Costo delle ultime 30 Olimpiadi invernali ed estive – via Financial Times Alcuni progetti, come le nuove linee veloci degli autobus, aiuteranno le classi operaie a raggiungere più facilmente i luoghi di lavoro, ma il piano di riurbanizzazione delle favelas è stato molto ridimensionato. Gran parte del denaro olimpico, infatti, è stato utilizzato per il ricco sobborgo di Barra di Tijuca, abitato da soli 300mila residenti, per realizzare il prolungamento della linea della metro verso la spiaggia di Ipanema e di nuove linee veloci degli autobus. A Barra abita il miliardario 92enne Carlos Carvalho, che ha progettato il cosiddetto “villaggio degli atleti”, che alla fine dei Giochi vedrà trasformare 17 delle 31 torri in condomini di lusso. 

A Barra, si trova anche il nuovo campo da golf, che sarà utilizzato durante i Giochi Olimpici, realizzato nonostante Rio avesse già due campi, con grande sorpresa del Comitato Olimpico Internazionale. E poi, ci sono i costi umani. Sotto il sindaco Paes, più di 20mila famiglie sono state sfrattate dalle loro case, il più grande spostamento coatto di persone della storia di Rio, e, nonostante l’ambiziosa campagna governativa per pacificare le favelas governate da gang che trafficano droga, la violenza non è diminuita. Come recentemente ammesso anche dal sindaco di Rio, le Olimpiadi sono state, dunque, un’occasione persa, tranne che per i più ricchi. Tuttavia, le responsabilità, scrive Cuadros, non sono tutte di Paes, che ha amministrato la città solo negli ultimi 8 anni. Il Brasile viene da decenni di abbandono dei cittadini più poveri e ha dovuto affrontare una situazione generale critica dal punto di vista politico, economico e ambientale. Crisi economica a Rio de Janeiro, tra disservizi, scioperi e rischi sicurezza .

Un mese e mezzo prima l’inizio delle Olimpiadi, il governatore di Rio de Janeiro ha dichiarato lo stato di emergenza finanziaria e ha pregato il governo centrale di fornirgli un supporto economico per evitare “un totale collasso nella pubblica sicurezza, nella salute, nell’educazione, nei trasporti e nella gestione ambientale”, scriveva il 17 giugno scorso il corrispondente del Guardian nella città brasiliana. Una situazione che ha portato comunque il governo dello Stato federato a tagliare i bilanci della polizia, sanità e istruzione. 
Raccontava gli stessi giorni David Biller su Bloomberg: Quasi il 70% degli insegnanti e dei lavoratori del settore pubblico sono in sciopero da marzo per i ritardi degli stipendi, dicono i loro sindacati. Il comune di Rio è stato costretto a prendere il controllo di due ospedali pubblici, e secondo un gruppo di medici altri ancora potrebbero chiudere presto per mancanza di finanziamenti. Quest’anno lo Stato di Rio ha anche ridotto del 32% i fondi destinati alla sicurezza e ha ritardato il pagamento degli stipendi ai poliziotti e alle loro famiglie .

Agenti di polizia e vigili del fuoco hanno inscenato proteste come quella all’aeroporto internazionale in cui i turisti in arrivo sono stati accolti con un striscione con su scritto “Benvenuti all’inferno”, in un periodo in cui, come racconta Globo, gli omicidi a Rio sono aumentati del 15% nei primi quattro mesi del 2016. La protesta di agenti di polizia e vigili del fuoco all'aeroporto internazionale di Rio . 
Una crisi che si inserisce in un contesto politico e sociale problematico in Brasile: l’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff, giudicata colpevole da una commissione di aver truccato i bilanci dello Stato e la conseguente formazione di un nuovo governo; una profonda recessione (nel primo trimestre il Pil ha registrato un -5,4%); il grande scandalo per la corruzione nella compagnia petrolifera di stato Petrobras (indagine nata da un confessione di un ex manager che ha raccontato alla polizia che la divisione raffineria distribuiva in maniera illecita denaro ai partiti politici); l’epidemia del virus Zika. L'andamento dell'economia brasiliana – via Financial Times Inoltre, si legge ancora nell’articolo del Guardian, «l’economia del paese quest’anno dovrebbe ridursi del 4% a causa del debole prezzo delle materie prime, la bassa domanda proveniente dalla China e la paralisi politica». 


L’inquinamento dell’acqua e dell’aria.
 Secondo uno studio durato 16 mesi, commissionato da The Associated Press, a pochi giorni dall’inizio dei Giochi Olimpici, i corsi d’acqua di Rio de Janeiro sono inquinati da liquami umani pieni di virus e batteri molto pericolosi ed è a rischio la salute degli atleti che saranno impegnati nelle competizioni in acqua e dei turisti che affolleranno le spiagge di Ipanema e Copacabana. I primi risultati, pubblicati più di un anno fa, avevano mostrato una concentrazione di virus 1,7 milioni di volte superiore ai livelli considerati preoccupanti in Europa o negli Stati Uniti. Da allora, gli atleti hanno cominciato a prendere delle precauzioni per evitare malattie e infezioni. 

 I punti più contaminati sono la Laguna Rodrigo de Freitas e la Baia di Guanabara, dove si svolgeranno le gare di nuoto di fondo, di canottaggio e vela. In queste aree, nel marzo 2015 era stata registrata la presenza di 1,73 miliardi di adenovirus per litro, scesa a 248 milioni per litro nella campionatura dello scorso giugno. Un livello ritenuto ancora molto alto. «Le oscillazioni dei livelli di contaminazione riscontrate sono conseguenza più delle variazioni climatiche che delle misure adottate», ha dichiarato il dottor Fernando Spilki, uno dei più importanti virologi brasiliani. Ai nuotatori è stato consigliato di gareggiare in acqua con la bocca chiusa. 

«Gli atleti nuoteranno letteralmente in mezzo a feci umane e c’è il rischio che possano ammalarsi per i tanti microrganismi presenti», 
ha dichiarato al New York Times il pediatra Daniel Becker. 



immondizia galleggiante nella Baia di Guanabara – via The Independent 

Anche l’Istituto Ambientale di Stato, che quasi ogni giorno pubblica un grafico a colori con i dati del livello di batteri presenti nelle acque della città, ha confermato che le principali spiagge di Rio sono costantemente non idonee alla balneazione. Come ha spiegato la professoressa Renata Picão, microbiologa all’Università Federale di Rio, nelle acque delle cinque più frequentate spiagge brasiliane ci sono elevati livelli di microbi resistenti ai farmaci. Nonostante il sindaco di Rio abbia riconosciuto il fallimento dei progetti per la depurazione delle acque, i rappresentanti del Comitato Organizzatore locale continuano a garantire che i corsi d’acqua saranno al sicuro per turisti e atleti. Il problema delle acque reflue a Rio non è nuovo e ha visto la sua esplosione, scrive l’Independent, a partire dagli anni Settanta, soprattutto dopo il massiccio esodo rurale di abitanti verso la città che ha portato
 a raddoppiare l’estensione dell’area metropolitana.

 Per quanto riguarda la Baia di Guanabara, un anno fa il governo aveva promesso di bonificare l’80% dell’area ma, secondo le stime più realistiche, solo il 20-30% sarà depurato, a fronte di uno stanziamento di 450 milioni di dollari. Tubi improvvisati che versano acque reflue nella Baia di Guanabara, nella favela di Pica-Pau a Rio de Janeiro .

 Le condizioni igienico-sanitarie peggiorano, poi, negli slum o nelle favelas, che si trovano nei pressi della baia, come nel caso di Pica-Pau, una favela con 7mila abitanti. L’Epatite A è endemica tra i suoi abitanti e i bambini, scrive Andrew Jacobs sempre sul New York Times, rischiano di ammalarsi per gli agenti patogeni che dalle condutture cariche di acque reflue finiscono in tubature improvvisate di acqua potabile. «Sono decenni che i funzionari locali promettono di affrontare la crisi igienico-sanitaria e poi non fanno nulla», racconta Irenaldo Honorio Da Silva, capo del comitato dei residenti di Pica-Pau. E, per quanto gli ambientalisti ritengano che le Olimpiadi possano essere un’occasione per portare l’attenzione pubblica sulle condizioni sanitarie del Brasile, la professoressa Picão è pessimista: «Se non hanno pulito per le Olimpiadi, temo che non lo faranno mai più». Oltre l’inquinamento dell’acqua c’è anche quello dell’aria. Secondo quanto è emerso, infatti, da un’analisi elaborata dal governo brasiliano e dalla Reuters, l’aria a Rio de Janeiro è più sporca e nociva rispetto a quanto descritto dalle autorità e dall’organizzazione delle Olimpiadi. 

L’inquinamento, secondo l’Inea, l’agenzia di protezione ambientale di Rio, è causato per tre quarti dei casi dai gas di scarico dei milioni di veicoli in strada. «Questa non è un’aria per Olimpiadi» dice Paulo Saldiva, patologo all’Università di San Paolo e membro del comitato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2006 ha introdotto criteri più severi per misurare i livelli di inquinamento. «Una grande attenzione è stata data all’inquinamento delle acque, ma molte più persone muoiono a causa di quello atmosferico», continua Saldiva, «non si è obbligati a bere nella Baia di Guanabara, ma sei comunque costretto a respirare l’aria di Rio». Il Comitato Olimpico ha comunque assicurato che le gare si svolgeranno in condizioni sicure. La cerimonia d'apertura sarà sabato 5 agosto, all'1 italiana, con la cerimonia d'apertura. A Rio parteciperanno atleti provenienti da 203 paesi, che si sfideranno, fino al 21 agosto, in 39 sport diversi. Ci sarà anche un team di rifugiati, composto da 10 atleti, tra cui la nuotatrice siriana Yusra Mardini. Intanto, continuano le proteste durante il percorso della torcia olimpica in Brasile: «a Niteroi ci sono stati scontri fra i poliziotti e i manifestanti che stavano protestando contro le risorse investite nei Giochi, considerate una spreco per molti».


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