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giovedì 8 marzo 2018

Inquinamento Atmosferico e Allarme Bambini


Inquinamento atmosferico:
 tutto il male che stiamo facendo ai bambini

Inquinamento atmosferico, è allarme bambini: quelli con meno di un anno di età che vivono in aree in cui l’inquinamento dell’aria è almeno sei volte superiore ai limiti stabiliti dall’Oms sono ben 17 milioni, 12 dei quali vivono in Asia.

È l’allerta lanciata dall’Unicef, secondo cui l’'inquinamento atmosferico può influenzare lo sviluppo del cervello nei bambini piccoli, danneggiare il tessuto cerebrale e minare lo sviluppo cognitivo, con implicazioni per tutta la vita.

L'analisi condotta dall’Unicef mostra come l’inquinamento atmosferico, così come nutrizione e stimoli non adeguati, oltre all’esposizione alla violenza durante i primi mille giorni di vita, possano avere un impatto sullo sviluppo della prima infanzia influenzando il loro cervello in crescita:

- le particelle di inquinamento ultrafini sono talmente piccole che possono entrare nel flusso sanguigno, viaggiare nel cervello e danneggiare la barriera emato-encefalica, 
che può causare neuro-infiammazione


- alcune particelle inquinanti, come il particolato ultrafine di magnetite, possono entrare nel corpo attraverso il nervo olfattivo e l'intestino e, a causa della loro carica magnetica, creano uno stress ossidativo, nota causa di malattie neurodegenerative

- altri tipi di particelle inquinanti, come gli idrocarburi policiclici aromatici (idrocarburi costituiti da due o più anelli aromatici quali quello del benzene fusi in un'unica struttura generalmente planare), possono danneggiare le aree del cervello che sono fondamentali per aiutare i neuroni a comunicare, la base per l'apprendimento e lo sviluppo dei bambini


- il cervello di un bambino piccolo è particolarmente vulnerabile perché può essere rovinato da un dosaggio minore di sostanze chimiche tossiche, rispetto al cervello di un adulto. I bambini sono anche molto vulnerabili all'inquinamento atmosferico perché respirano più rapidamente e anche perché le difese fisiche e le immunità non sono pienamente sviluppate.

“Le sostanze inquinanti non solo danneggiano i polmoni in via di sviluppo nei bambini, ma possono compromettere permanentemente il loro sviluppo cognitivo e quindi il loro futuro – chiarisce dunque Anthony Lake, direttore generale dell'Unicef. Proteggere i bambini dall’inquinamento atmosferico significa salvarli, ridurre i costi dell'assistenza sanitaria, incrementare la produttività e creare un ambiente più sicuro e pulito per tutti”.

Cosa si può fare allora? Il documento delinea le misure urgenti per ridurre l'impatto dell'inquinamento atmosferico sui cervelli in crescita dei bambini, compresi i passi immediati che i genitori possono adottare per ridurre l’esposizione dei bambini in casa ai fumi nocivi prodotti dai prodotti del tabacco, dalle stufe per cucinare e dai riscaldamenti:

1. Ridurre l'inquinamento atmosferico investendo in fonti di energia più pulite e rinnovabili per sostituire la combustione dei combustibili fossili; fornire un accesso conveniente al trasporto pubblico; aumentare gli spazi verdi nelle aree urbane; e fornire migliori opzioni di gestione dei rifiuti per prevenire la combustione aperta di sostanze chimiche dannose.

2. Ridurre l’esposizione dei bambini agli inquinanti rendendo loro possibile di uscire durante le ore del giorno in cui l’inquinamento atmosferico è inferiore; usare maschere di filtrazione dell'aria opportunamente adatte in casi estremi; creare una pianificazione urbana intelligente in modo che le principali fonti di inquinamento non si trovino vicino a scuole, ospedali o cliniche.

3. Migliorare la salute generale dei bambini per migliorare la loro capacità di recupero. Ciò include la prevenzione e il trattamento della polmonite, la promozione 
dell’allattamento al seno esclusivo e una buona alimentazione.

4. Migliorare la conoscenza e il monitoraggio dell'inquinamento atmosferico. Ridurre l'esposizione dei bambini agli inquinanti e le fonti di inquinamento atmosferico inizia con la comprensione della qualità dell’aria che respirano in primo luogo.

“Nessun bambino dovrebbe respirare aria pericolosamente inquinata 
e nessuna società può permettersi di ignorare l'inquinamento atmosferico”.

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Un nuovo studio canadese è sicuro su un punto:
 l’inquinamento è in grado di modificare i geni e ha più ...

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mercoledì 9 settembre 2015

Allarme di Obama, Agire sul Clima o Sarà la Fine del Mondo



C'era una volta il protocollo di Kyoto, diventato il solito furto di soldi ai popoli di tutto il mondo e vetrina per i soliti politicanti incapaci corrotti dai ricconi che non volevano pagare le quote inquinanti, anzi mandano i rifiuti tossici in discariche abusive in Campania, Calabria, ecc. ...
Storia d'Italia, giustizia come sempre ronfante e inefficace, come mai? Emoticon wink
Speriamo almeno che Obama riesca a fare qualcosa di concreto, vedremo!

Allarme di Obama, agire sul clima o sarà la fine del mondo
Presidente Usa su ghiacciaio in Alaska, dobbiamo sbrigarci
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Interi Paesi sommersi dalle acque, citta' abbandonate, popolazioni in fuga, inasprimento e aumento dei conflitti in tutto il mondo. Insomma, uno scenario da fine del mondo. A tratteggiarlo, con toni inusualmente catastrofici, e' Barack Obama che - come mai fatto finora - sprona l'America e il mondo intero a fare di piu' contro gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici. Lo fa dall'Alaska, dove con lo sciglimento in atto dei ghiacciai dell'Artico i danni provocati dal surriscaldamento della superficie terrestre sono piu' visibili che altrove, anche ad occhio nudo. "Non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente. Tutti i Paesi non lo stanno facendo, compresi gli Stati Uniti che hanno contribuito a creare questo problema", ammette il presidente americano, che invita tutti i leader del mondo ad assumersi le proprie responsabilita'. E a trovare finalmente un accordo alla prossima conferenza sul clima in programma a Parigi.

L'obiettivo ambizioso deve essere quello di un taglio drastico dei gas serra, con gli Stati Uniti che intendono farlo di almeno il 28% in dieci anni. E' una delle eredita' della sua presidenza a cui Obama tiene di piu', sperando anche di essere ricordato come il leader che piu' di altri ha trainato il resto del mondo verso una svolta. Una svolta in grado di invertire la rotta: "Il problema del climate change si puo' ancora risolvere, abbiamo ancora il potere di farlo. Ma dobbiamo farlo adesso". "Se pero' andiamo avanti cosi', condanneremo i nostri figli a vivere in un pianeta i cui problemi non potranno piu' essere risolti", ammonisce Obama, che attacca duramente coloro che ancora oggi negano l'esistenza dell'emergenza clima: "Saranno sempre piu' soli, nelle loro isole sempre piu' divorate dalle acque". Perche' - ha proseguito - "i cambiamenti climatici stanno gia' distruggendo la nostra agricoltura, i nostri ecosistemi, le nostre acque, l'approvvigionamento alimentare, le fonti di energia, e le infrastrutture".

Per rafforzare il suo messaggio il presidente americano ha deciso anche di partecipare a un'escursione sul Seward, uno dei ghiacciai dell'Alaska che si stanno lentamente sciogliendo: un'immagine forte per mostrare al mondo intero come l'allarme e la necessita' di agire con urgenza non sono una favola, ma la drammatica realta'. Del resto Obama, dati alla mano, ha spiegato come ogni anno in Alaska si scioglie una quantita' di ghiaccio pari a un'area grande come il National Mall di Washington: "Siamo davvero arrivati ad un limite che non puo' essere superato". Ma l'inquilino della Casa Bianca deve anche incassare la contestazione delle associazioni ambientaliste che lo accusano di aver concesso alla Shell nuovi permessi per trivellare proprio al largo delle coste dell'Alaska. Lui giura che i paletti messi alla compagnia petrolifera sono rigidissimi e che non si verifichera' mai piu' un disastro come quello della marea nera nel Golfo del Messico. Del resto in maniera bipartisan i leader politici dell'Alaska chiedono alla Casa Bianca di aumentare le operazioni di estrazione del petrolio per alleviare un deficit statale da 3,5 miliardi di dollari. Deficit alimentato in gran parte dal crollo dei prezzi del greggio.


LEGGI ANCHE 



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giovedì 6 settembre 2012

Francia, incidente in centrale nucleare Fessenheim


Francia, incidente in centrale nucleare Fessenheim

Allarme scattato per fuoriuscita di vapori tossici. La centrale è la più vecchia di quelle francesi e dovrebbe chiudere nel 2017


Una fuoriuscita di vapori tossici ha fatto scattare l'allarme nella centrale nucleare francese di Fessenheim in Alsazia, vicino al confine tedesco e alla città svizzera di Basilea.
Il sito della Radiotelevisone Svizzera rsi.ch riferisce che il vapore - di natura chimica - si è sprigionato nel pomeriggio, poco prima delle 16.00, causando problemi di intossicazione e alcuni feriti non gravi. "Si tratta della fuoriuscita di vapore d'acqua ossigenata, provocata dall'iniezione di perossido d'idrogeno in una vasca, dove l'elemento ha reagito in questo modo al contatto con l'acqua", fanno sapere i pomperi impegnati nell'area.
Nel pomeriggio il gigante dell'energia francese EDF, che controlla l'impianto, ha confermato l'incidente e i feriti, annunciando che il problema è stato risolto. I feriti si sarebbero bruciati le mani attraverso i guanti. E' scattata però la polemica politica: l'impianto di Fessenheim è la più vecchia centrale atomica francese e, come promesso dal presidente François Hollande agli ecologisti, dovrebbe chiudere i battenti nel 2017.

esteri

leggi anche http://cipiri6.blogspot.it/2011/06/130-incidenti-nucleari-negli-ultimi-50.html

130 INCIDENTI NUCLEARI NEGLI ULTIMI 50 ANNI




130 INCIDENTI NUCLEARI NEGLI ULTIMI 50 ANNI:

 I NUMERI DI CUI NESSUNO PARLA



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sabato 26 marzo 2011

Allarme NUCLEARE è Adesso








IL giornalista Gianni Lannes è stato a Caorso, nella più importante centrale nucleare e qui ha scoperto entrando di nascosto, senza autorizzazione, che il governo Berlusconi ha affidato lo smantellamento delle centrali nucleari alla ndrangheta, che sta dietro una società che si chiama Ecoge che ha sede a Genova. Questa società carica i rifiuti nucleari in dei container che da Caorso vanno a Genova e poi a La Spezia, in attesa di navi su cui caricarli e verranno affondate.

La Stampa ha impedito a Lannes di pubblicare l'inchiesta e nessun altro giornale l'ha voluta questa inchiesta.

Guarda anche la video-inchiesta:

http://www.youtube.com/watch?v=xATSW_xDI80

Per saperne di più:
http://www.giornalettismo.com/archives/51594/nave-veleni-lannes/2/

Tutte le inchieste censurate di Gianni Lannes

http://congiannilannes.blogspot.com/




Il giornalista Gianni Lannes anticipa i risultati della sua inchiesta sull’affondamento di barche, container e barili di rifiuti tossici nel Mediterraneo. E racconta anche la sua vita sotto storta e gli attentati e le intimidazioni che ha subìto



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«Io so e ho le prove. Fra quaranta giorni avremo pronto un dossier che racconta di questa vicenda che parte circa trent’anni fa. Si tratta dell’affondamento nel Mediterraneo di carrette del mare, container, barche, navi, barili, ma soprattutto penetratori (una sorta di siluro riempito di rifiuti che viene lasciato cadere nei fondali fangosi e vi penetra per un centinaio di metri ndr)». Il giornalista d’inchiesta Gianni Lannes racconta così, alla Casa della Pace di Roma, le sue ultime scoperte sulle navi dei veleni affondate nelle acque italiane.
UN FREELANCE CONTRO TUTTILannes è un freelance da 25 anni. Si è sempre occupato di inchieste che riguardano soprattutto le ecomafie, le navi dei veleni e molti altri misteri italiani. A causa del suo lavoro ha subìto tre attentati mafiosi e ora vive sotto tutela della Polizia di Stato. Il primo è stato il 2 luglio del 2009 quando gli è stata incendiata la macchina. Il secondo il 23 dello stesso mese: i freni della sua auto sono stati sabotati. L’ultimo il 5 novembre quando è saltata in aria la macchina di sua moglie. Nel giugno del 2009 ha inoltre fondato un giornale di cui è anche direttore responsabile, “Italia Terranostra” che attualmente è congelato perché anche i giovani redattori sono stati minacciati più volte. «Dal 2008 sono a contratto con La Stampa di Torino. A un certo punto mi sono trovato in una situazione strana. Qualche tempo fa sono andato in Sicilia e ho scoperto che Renato Schifani stava sponsorizzando la realizzazione di una superstrada. I lavori avrebbero massacrato un’intera area archeologica e l’unico bosco protetto dell’Isola. Per evitare le ispezioni di valutazione di impatto ambientale, i lavori sono stati divisi in vari lotti, e sono iniziati proprio da quelli marginali. In questo modo ecologisti, opinione pubblica e naturalisti, sono stati messi davanti al fatto compiuto: non si può impedire la realizzazione di un’opera pubblica avviata già all’80%. Schifani, saputo del mio interessamento, mi ha invitato a Roma a palazzo Giustiniani. Al nostro incontro mi ha consigliato di “andare in vacanza”. Da allora il mio lavoro alla Stampa si è interrotto senza spiegazioni da parte della direzione del giornale. La mia inchiesta concordata, sulla strada della Sicilia, non è mai stata pubblicata, come anche quella sulle navi dei veleni. Quando ho scoperto che De Benedetti aveva creato una società che si chiama Sorgenia e che realizza illegalmente rigassificatori da costruire in aree protette, ho chiuso anche la collaborazione con l’Espresso, il giornale di famiglia».
TANTE STORIE, TUTTE UGUALI – Sono tante le vicende di cui parla Lannes durante il suo intervento a proposito delle navi. La prima storia è quella dell’Etsuyo Maru, un’imbarcazione varata in Giappone nel 1969 e arenatasi il 16 dicembre 1988 nel Gargano, in Puglia. L’ultimo viaggio fatale parte da Beirut in Libano. Ufficialmente l’Etsuyo Maru doveva recarsi in Jugoslavia, ma segue una strana rotta che la porta invece fra le isole Tremiti e il Gargano. Viene segnalata alla Guardia Costiera da un elicottero civile. Ubaldo Scarpa, l’allora comandante della Capitaneria di porto di Manfredonia, contatta via radio la nave per offrire aiuto ma l’Etsuyo Maru rifiuta: non ha mai lanciato il mayday nonostante fosse già arenata sul fondo. L’ispezione dell’imbarcazione avverrà solo il 23 dicembre. Dall’esito emerge che la nave, in balìa del mare grosso, era troppo leggera per resistere alle onde. Le pompe delle zavorre non funzionavano e i vani che normalmente vengono riempiti d’acqua, per appesantire il cargo, erano vuoti come lo era anche la stiva. È come se al momento dell’incidente l’Etsuyo Maru fosse stata svuotata del suo carico. Le immagini che Lannes ha proiettato durante il suo intervento alla Casa della Pace però, mostrano dei cumuli di rifiuti sulla spiaggia circostante. La nave, sostiene il giornalista, ha avuto tanti nomi ma un unico proprietario. Per anni ha fatto la spola per il traffico di armi. E poi anche per i rifiuti, sia chimici che radioattivi. Nonostante questo, la vicenda è stata dimenticata e a distanza di più di dieci anni il relitto è ancora lì, in un’area protetta delle coste pugliesi. Questa è solo la prima delle scoperte di cui parla Lannes.

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ALTRI ABUSI -Il giornalista racconta che il suo interessamento alla vicenda delle navi dei veleni si è riacceso dopo aver assistito, in Calabria, alla conferenza stampa che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha tenuto sulla vicenda della Cunsky. Nell’ottobre dello scorso anno, il pentito Francesco Fonti ha rivelato che a largo di Cetraro erano presenti delle navi contenenti sostanze pericolose. Fra queste vi era anche la Cunsky con dentro 120 bidoni di scorie radioattive. Secondo la versione del governo invece, il relitto dell’imbarcazione che si trova davanti alle coste calabresi è del Catania, un mercantile affondato durante la prima guerra mondiale. Ma il giornalista, che ha avuto accesso alle fonti della marina militare italiana, è in grado di dimostrare che il Catania è stato affondato il 4 agosto del 1943 nel porto di Napoli. Proprio questo depistaggio ha spinto Lannes a mettere insieme un pool di giornalisti, in Italia e all’estero, che sta cercando di identificare tutte le navi già individuate nei fondali italiani. Lannes infine ha anche anticipato alcuni dettagli della sua ultima inchiesta. Due anni fa, racconta il giornalista, ha chiesto alla SOGIN (società controllata dal Ministero del Tesoro e incaricata, nel 1999, di smantellare gli impianti nucleari in Italia) l’autorizzazione per visitare alcune centrali. Non avendo ricevuto risposta, si è recato a Caorso, in provincia di Piacenza, sul Po, dove si trova la più grande centrale nucleare italiana. Eludendo senza difficoltà la sorveglianza, è riuscito ad introdursi nello stabilimento con tre macchine fotografiche e a documentare quanto stava accadendo: «a smantellare la centrale c’erano dei camion della ECOGE s.r.l, con sede a Genova e di proprietà della famiglia Mamone. Dai rapporti della DIA (Direzione investigativa antimafia), a partire dall’anno 2002, risulta che i Mamone siano organici alla ‘Ndrangheta. Il loro compito era quello di trasportare fuori dagli impianti i rifiuti radioattivi». E quindi di far sparire in qualche modo quei rifiuti, magari proprio affondandoli nei nostri mari con quelle navi. «Aver scoperto nella più grande centrale nucleare italiana che lo smantellamento è stato affidato a una società mafiosa è inquietante. Queste navi, non sono state affondate perché lo hanno deciso le organizzazioni criminali, ma per decisione dei Governi. Io mi chiedo, quali sono le responsabilità?»
PROVE DIMENTICATE - Dopo le elezioni, perché questa vicenda non venga strumentalizzata, il pool di giornalisti presenterà il risultato dell’ultima inchiesta di Lannes e dei suoi collaboratori, prima a Roma, alla sede della stampa estera,e poi anche a Strasburgo al Parlamento europeo. Il dossier riguarda non soltanto le navi nel Tirreno, ma anche nel Mar Jonio, nell’Adriatico e lungo le coste della Sardegna. Attraverso la collaborazione di ingegneri navali, capitani di lungo corso ed ex ufficiali della marina militare italiana, si stanno valutando le prove e i riscontri raccolti. Sarà così possibile dimostrare la complicità degli Stati nel traffico transfrontaliero dei rifiuti pericolosi dall’Europa verso i paesi del terzo e quarto mondo. Non soltanto in Somalia, ma anche nel Mediterraneo e nelle nostre coste. Ma chi c’è dietro questi traffici? Le rotte seguite sono le stesse utilizzate per il trasporto illecito di armi fra Stati, spiega Lannes, e quello dei rifiuti tossici è un problema globale. Abbiamo una parte dell’economia occidentale che ha deciso di non pagare gli oneri legali e corretti per lo smaltimento delle scorie. Secondo l’OCSE non ci sono dati, nemmeno approssimativi, sulla produzione di rifiuti industriali in Europa. Non si sa che fine facciano, nonostante la convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione. Eppure le navi ci sono. «Attorno al Gargano –racconta Lannes- all’interno di un parco nazionale, abbiamo trovato migliaia di container imbottiti di rifiuti. Questa scoperta la dobbiamo soprattutto ai pescatori che hanno iniziato a mappare queste zone. E le evitano perché molti di loro ci hanno perso la vita. Cosimo Troiano aveva 26 anni quando la sua barca, l’Orca Marina, è affondata. Era il marzo del 1998, mare calma piatta, una serata ideale per la pesca a strascico. A 90 metri di profondità l’imbarcazione incappa in un ostacolo, la barca improvvisamente si capovolge e Cosimo Troiano rimane imprigionato all’interno. Il suo corpo verrà recuperato 4 mesi più tardi dalla marina militare. I sub girano anche un filmato, riprendono i container ma il video rimane dimenticato in un archivio».
DECISIONI - La decisione di riprendere in mano questa inchiesta, ha spiegato Lannes, l’ha presa dopo essere stato interpellato da alcune persone molto preoccupate. «Spesso erano medici e pediatri che mi hanno segnalato un anomalo aumento delle patologie tumorali e delle malformazioni, soprattutto nei bambini. Eppure in questo Paese non si fanno seriamente ricerche epidemiologiche che fornirebbero un quadro molto più preciso. Sono davvero preoccupato dello stato di degrado dell’informazione italiana sul problema delle navi dei veleni. Per dirla con Gandhi, alle parole devono seguire le azioni, quindi su la testa».

Debora Aru


16 febbraio 2010

   
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venerdì 16 aprile 2010

Allarme cenere vulcanica .......



Allarme cenere vulcanica

Perché è nemica degli aerei

A temperature elevate i granelli di roccia possono far inceppare le eliche e offuscare il vetro della cabina di pilotaggio. La storia del Boeing 747 che nel 1982 scese di 11 chilometri a motori spenti

di GIULIA BELARDELLI


Un vulcano erutta in Islanda ed è blocco dei cieli in gran parte dell'Europa del Nord. Per i non esperti potrebbe sembrare un provvedimento "esagerato", ma la scienza spiega che non è così. Cosa rende la cenere vulcanica così pericolosa per gli aerei? La risposta è semplice: oltre ad oscurare la vista al pilota depositandosi sul vetro, è in grado di bloccare i motori inceppando le eliche. La polvere, infatti, si infila tra le parti meccaniche sottoposte a rotazione, con il rischio di comprometterne il funzionamento. Il biossido di silicio si scioglie quando raggiunge i 1.100°: il meccanismo delle turbine opera a circa 1.400°, dunque a una temperatura maggiore rispetto a quella di fusione.

La cenere vulcanica è composta da particelle di roccia vitrea con un diametro inferiore ai 2 millimetri. Quando un aereo ci finisce dentro alla sua velocità di crociera, il vetro della cabina di pilotaggio si insabbia. La polvere entra poi nei motori: qui, nella camera di combustione, si fonde formando dei grumi in grado di bloccare i vani delle turbine. Solo quando questi si raffreddano e si solidificano è possibile riavviare i motori.

E' quanto è successo, come ricorda oggi l'edizione online del Guardian, il 24 giugno del 1982 a un boeing 747 della British Airways, in viaggio da Londra ad Auckland (Nuova Zelanda), che si è imbattuto in una nuvola di cenere scaturita dal vulcano Galunggung in Indonesia. L'equipaggio si è subito accorto che della polvere si stava depositando sul vetro della cabina di pilotaggio. Poco dopo hanno avvertito dei rumori ai motori, mentre un odore di zolfo si diffondeva nel velivolo. Tutti e quattro i motori si erano inceppati. Prima di rimetterli in funzione, l'aereo è dovuto scendere di undici chilometri: solo allora sono iniziate le procedure per l'atterraggio d'emergenza. Tre motori sono stati riavviati e il 747 è arrivato senza ulteriori brividi all'aeroporto di Jakarta.


In tutto, sono circa una sessantina i voli che hanno sperimentato problemi legati alla cenere dei vulcani. A testimonianza della gravità del fenomeno, basti pensare che la Us National Oceanic and Atmospheric Administration spende ogni anno oltre 58 milioni di dollari per contrastare i danni delle ceneri vulcaniche sugli aerei. Una volta che un velivolo è passato dentro una "nuvola di cenere", infatti, l'intervento di riparazione e manutenzione può essere molto difficile, sempre a causa delle dimensioni sottilissime dei granelli. La mappa dei cieli è divisa in nove regioni, ognuna con il suo centro di avvistamento delle ceneri vulcaniche. Nel caso dell'Islanda, l'eruzione è stata monitorata dal centro con base a Londra, da cui gli esperti hanno lanciato l'allarme per gran parte dell'Europa del Nord.

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