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martedì 12 novembre 2019

Bolivia : Esportatore di Litio nel Mondo

Il miracolo economico del   socialismo indigeno di Evo Morale   che guarda alla green economy


Il miracolo economico del 
socialismo indigeno di Evo Morale
 che guarda alla green economy



Il vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, ha detto in un’intervista concessa a Patria Nueva e Btv che «Con l’incremento dell’industria dello sfruttamento del litio nei salares di Pastos Grandes y Uyuni (Potosí) e Coipasa (Oruro), questa nazione diventerà la prima potenza di esportazione di questo metallo. Questo rivoluzionerà il mondo scientifico boliviano, rivoluzionerà l’industria boliviana, le entrate della Bolivia, questo non è un sogno, abbiamo appena iniziato». L’investimento previsto è di 740 milioni di dollari

E la Bolivia punta a diventare un Paese industriale della green economy, con la costituzione di una joint venture tra lo Stato plurinazionale boliviano  e un consorzio tedesco per la realizzazione di impianti di idrossido di litio, solfato di potassio, idrossido di magnesio, solfato di sodio, catodi e batterie, con un investimento previsto in circa 1,2 miliardi di dollari.

E’ previsto anche un investimento da 2,3 miliardi di dollari per produrre, solfato di potassio, acido borico, bromuro di sodio, carbonato di litio idrogeno e cloruro di litio e litio metallico nei salares di Pastos Grandes e Coipasa .

García Linera ha ricordato che il 50% delle riserve mondiali di litio si trovano in Bolivia e che entro 3 anni quello che era il più povero Paese sudamericano diventerà il numero uno al mondo per la produzione di litio: «Con i soli Pastos Grandes e Coipasa, calcoliamo che i guadagni per la Bolivia saranno di un miliardo di dollari, in più c’è Uyuni, facilmente, il litio, a prezzi bassi,
 darà 2,5 miliardi di dollari di profitti».

Se gli altri governi di sinistra dell’America Latina sono assediati dalle destre e stanno sprofondando, come il Nicaragua. in una mutazione familistica e reazionaria di un sogno di giustizia e libertà, o come il Venezuela in una crisi di un modello clientelare basato sullo sfruttamento del petrolio, la Bolivia del socialismo indigeno di Evo Morales sembra in buona salute e segna performances economiche invidiabili. Come ha detto Garcia Linera, «La Bolivia di ieri era quella dell’arretratezza, della povertà assoluta e della stagnazione; la Bolivia di oggi guarda al progresso, che, con grande entusiasmo, sta creando benessere; Abbiamo smesso di essere un Paese povero per diventare un Paese a reddito medio. Ci sono ancora molti bisogni, ma abbiamo fatto passi da gigante e, se continueremo su questo trend di progressi, in circa 8 anni avremo un reddito simile a quello del Cile o dell’Argentina. Queste sono conquiste di tutti boliviani perché il cambiamento è stato fatto grazie alla lotta di tutta la popolazione del Paese».

Il vicepresidente boliviano ha sottolineato che «La Bolivia è, per il sesto anno, cinque consecutivi, il campione” dell’economia continentale con la più alta crescita economica in America Latina, il 4,5%. Questa non è una coincidenza (…) La Bolivia ancora una volta il campione sudamericano in economia e il segreto della crescita è una miscela di quattro cose: mercato interno, mercato esterno, distribuzione della ricchezza e ruolo dello Stato nell’economia. Questo modello economico, costruito con così tanto sforzo, deve essere mantenuto perché è un modello vincente, abbiamo battuto tutti i vicini; dobbiamo preservare queste quattro caratteristiche 
che ci ha permesso di raggiungere i risultati attuali».

Il Paese andino in pieno boom economico ha un debito estero basso: il  23%, in rapporto al Pil perché il balzo in aventi della Bolivia socialista è impressionante per un Paese in via di sviluppo: l’economia del Paese è passata dai 9,5 miliardi di dollari del  2005 ai 40,8 miliardi di dollari, oltre il 400% in più, e García Linera può tranquillamente affermare che «Questo non è mai accaduto in Bolivia, è un miracolo economico (…) che cambierà il panorama geopolitico del continente e cambierà la posizione della Bolivia di fronte al Cile, l’economia è quella che decide se si può parlare in condizioni uguali». Il vicepresidente si riferisce alla rivendicazione della Bolivia di un accesso al mare con il recupero di una parte del territorio perso in una vecchia guerra.

Inoltre, in Bolivia sono state trovate nuove riserve di idrocarburi per 10 trilioni di piedi cubici, per un valore di circa 70 miliardi di dollari e il governo dice che non si seguirà la strada fallimentare del Venezuela ma quella della Norvegia: queste entrate verranno investite per garantire il benessere delle generazioni future. Inoltre la Bolivia ora si potrà permettere di importare meno gas e Garcia Linera ha annunciato che «La Bolivia sta battendo un record continentale perché ha perforato fino a  7.800 metri di profondità e, se la Pachamama  sarà generosa con il Paese, troveremo idrocarburi».

Prima che Evo Morales diventasse presidente della Bolivia, l’azienda petrolifera di Stato Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb) valeva 100 milioni di dollari, ora vale 15 miliardi di dollari e sta  aprendo altri mercati «L’industrializzazione del gas che si sviluppa in Bolivia  dalle mani di un presidente contadino», ha riassunto  García Linera  che poi ha vantato un altro risultato: «La produzione di etanolo, che consente l’uso di questo biocarburante per evitare la contaminazione, che si ottiene mescolando benzina con l’alcol proveniente dalla canna da zucchero, che è viene praticata in altri Paesi da più di 30 anni. Questa è una rivoluzione perché l’etanolo permetterà all’economia di crescere dell’1% in più, la crescita agricola sarà di 4 punti, la crescita dell’industria di quasi 0,7 punti, smetteremo di sovvenzionarla con 143 milioni di dollari perché non compreremo più additivi dall’estero, la Ypfb migliorerà le sue entrate di 300 milioni, produrrà 27 mila nuovi posti di lavoro nell’industria, nella distribuzione, nell’agricoltura; sostituiremo 80 milioni di litri di benzina importata, le colture di canna da zucchero saranno aumentate del 38% e smetteremo di emettere il 6% di gas serra. E’ un grande traguardo per l’economia boliviana: risparmia denaro, genera occupazione, espande l’agricoltura, è rispettosa dell’ambiente e farà crescere l’economia». Grazie a questo, nel  2019 la Bolivia potrebbe smettere completamente di importare biodiesel da olio di soia e olio di palma coltivato in Amazzonia.

A questo si aggiunge che la Bolivia sta aumentando fortemente la produzione di energia rinnovabile  eolica, solare, geotermica e idroelettrica e geotermica per sostituire l’uso di gas: «Dell’energia totale prodotta, il 12%, lo facciamo con le energie alternative, il nostro obiettivo è che queste, fino al 2025, saliranno al  50%», ha detto il vicepresidente.

Il socialismo boliviano punta a migliorare i guadagni delle micro, piccole e medie imprese, anche sovvenzionando il consumo di energia elettrica, garantendo il rifornimento di gas, di acqua e altri benefit. Il  miracolo economico del socialismo indigeno si riflette anche  sul risparmio interno e nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone  che sono sempre più in grado di accedere al credito per comprarsi una casa.

Una crescita che va anche a vantaggio dell’agricoltura, la cui produzione è cresciuta a 13,6 milioni di tonnellate su 2,5 milioni di ettari di terreno coltivato, ma si prevede un aumento di mezzo milione di ettari all’anno. Morales ha chiesto ai boliviani di produrre più cibo per far crescere una società sana e per le esportazioni che vanno a beneficio dell’economia nazionale.Álvaro García Linera ha concluso: «L’’agricoltura ha mercato, si stanno aprendo mercati e scommettere in una maggiore produzione è una buona scommessa e vogliamo incrementarla molto di più».



Morales è un ex raccoglitore di coca ed è stato il primo boliviano di origine indio a essere eletto presidente. Era al potere da quattordici anni, quando vinse le elezioni per la prima volta: sotto la sua guida, la Bolivia ha attraversato un periodo di grande sviluppo in cui aumentò il PIL e si ridusse drasticamente la povertà, con grandi benefici soprattutto per le famiglie più povere che videro diminuire nettamente le diseguaglianze...


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mercoledì 9 novembre 2016

Dati Inquinamento Mondiale


L’Agenzia Internazionale per L’Energia (AIE) ha appena pubblicato il rapporto annuale World Energy Outlook 2016 da cui si evince che l’inquinamento nel 2040 sarà responsabile di circa 8 milioni di decessi oggi stimati a 6,5 milioni. Cifre spaventose più che preoccupanti.

Un chiaro segnale lanciato all’uomo e al suo attuale stile di vita, il mondo deve trovare il modo e la forza per abbandonare le energie fossili in favore di quelle pulite.

Il rapporto dell’AIE fa notare inoltre che le politiche energetiche esistenti non bastano per incidere sulla qualità dell’aria e che quindi non importa il modo in cui limitiamo l’inquinamento, ma tramite quali fonti soddisfiamo il nostro bisogno di energia.

Nel prossimi 20 anni, si suppone sarà il continente asiatico a soffrire maggiormente registrando 
addirittura il 90 % di morti premature di tutto il mondo. Ma nessun paese resterà immune, dato che tra le città che hanno un sistema di monitoraggio della qualità dell’aria, ben 8 su 10 sforano i limiti indicati dall’OMS. Così che le morti premature causate dall’inquinamento dell’aria saliranno dai 3 attuali a 4,5 milioni entro il 2040. Tendenza contraria, ma non abbastanza marcata, per l’inquinamento indoor: i decessi scenderanno da 3,5 a 3 milioni, di questi, la maggior parte saranno quelle fasce di popolazione più colpite dalla povertà.

L’unica soluzione sarebbe adottare standard più rigidi sulle emissioni su strada, efficienza energetica 
industriale e produzione di energia da fonti pulite. 

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lunedì 1 agosto 2016

Nel Mondo 20 Isole Utilizzano solo Energia Pulita


Rinnovabili, il report di Legambiente.

Dal Pacifico all’Atlantico, dai Mari del Nord all’Australia: l'associazione ambientalista ha raccolto le storie di 20 isole nel pianeta, dieci delle quali sono ormai indipendenti a livello energetico

In tutto il mondo le isole diventano un cantiere per l’innovazione energetica e le rinnovabili, mentre nelle isole minori italiane è tutto fermo. Questa la fotografia scattata da Legambiente in un dossier, nel quale si raccolgono le storie di 20 isole nel pianeta, dieci delle quali utilizzano ormai solo le fonti pulite. Le altre si avvicinano a passi da gigante verso l’obiettivo del 100 per cento. Si va dal Pacifico all’Atlantico, dai Mari del Nord all’Australia. La realtà delle isole minori del Belpaese è molto diversa: i dati del dossier evidenziano un fermo rispetto agli altri Comuni italiani. Sono 2.660 quelli in cui le rinnovabili soddisfano tutti i fabbisogni elettrici delle famiglie. “La beffa – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – è che nelle isole minori italiane si ha una penetrazione inferiore delle rinnovabili a fronte di grandi potenzialità”.



LE ISOLE PIÙ GREEN - Hanno già raggiunto l’obiettivo Kodiak (in Alaska), King (Australia), le isole Orkney (Scozia), Tilos (Grecia), El Hierro (alle Canarie), Samso (Danimarca), Eig (Scozia), Pellworm (Germania), Tokelau (Nuova Zelanda) e Muck (Scozia). Prossime saranno le isole di Bonaire (ai Caraibi) nel 2017, Capo Verde e Wight (Inghilterra) nel 2020. Sumba (Indonesia) e Bornholm (Danimarca) nel 2025. Mentre nel 2040 toccherà alla Giamaica e, nel 2045 alle Hawaii. Gigha (Scozia) e Aruba (ai Caraibi), invece, arriveranno entro l’anno rispettivamente al 75 e al 50 per cento. E in Portogallo Graziosa raggiungerà il 60 per cento nel 2019. “A detenere il record mondiale – scrive Legambiente nel dossier – è l’isola di El Hierro, la prima ad aver raggiunto l’autosufficienza energetica grazie alle energie rinnovabili e alla grande mobilitazione dei suoi cittadini”. Da giugno 2014 i 10.162 abitanti usufruiscono, per la produzione di energia elettrica, di un sistema di impianti idroelettrici e di impianti eolici. Inoltre è in studio un sistema di mobilità elettrica per tutta l’isola. Altri esempi di innovazione sono in atto nell’isola di King e nelle Azzorre “dove sono stati abbandonati inquinanti impianti diesel, dimostrando di poter migliorare la stabilità di un sistema elettrico”. Nelle aree costiere si sperimentano nuovi sistemi per il recupero di energia elettrica “sfruttando la forza dell’oceano nella sua interezza, sia col moto ondoso, sia con le maree”. Nelle isole Orkney, grazie al movimento delle onde del mare, si è reso possibile convertire l’energia cinetica in energia elettrica.



LE ISOLE ITALIANE SONO INDIETRO - Il paragone con le isole minori italiane è impietoso. I dati evidenziano un ritardo che è rilevante non solo rispetto alle possibilità (a Lampedusa e Pantelleria, alle Eolie come alle Egadi ci sono alcuni dei potenziali di soleggiamento più rilevanti in Italia) ma anche rispetto agli altri Comuni italiani, come i 2.660 Comuni in Italia in cui le rinnovabili soddisfano tutti i fabbisogni delle famiglie o ai 39 Comuni 100% rinnovabili. Si tratta di realtà dove si è riusciti a soddisfare ampiamente i fabbisogni termici ed elettrici grazie ad un mix di impianti diversi da fonti rinnovabili. “La beffa è che oggi i fabbisogni di energia elettrica sono garantiti da vecchie e inquinanti centrali a gasolio” conferma Zanchini, sottolineando che “proprio le difficoltà di approvvigionamento determinano un costo più alto dell’energia elettrica prodotta sulle isole rispetto al Continente”. Il risultato?  “Alle società elettriche è garantito un conguaglio, prelevato dalle bollette di tutte le famiglie italiane, che complessivamente è pari a 70 milioni di euro ogni anno”. Per Legambiente questa rivoluzione “deve diventare centrale anche nel Mediterraneo, dove sono oltre 3mila le isole abitate e dove oggi la sfida è sia energetica, sia”.



LE POTENZIALITÀ – Nel dossier si sottolinea come tutti gli studi dimostrino che da Lampedusa al Giglio, da Favignana a Ponza, “in tutte le 19 isole minori italiane si possa cambiare completamente scenario energetico”. Ci sono progetti in cantiere in alcune isole da parte di Terna, Enea, Enel, “il problema – rileva Legambiente – è che nessuno è ambizioso come quelli delle 20 storie raccontate”. Per Legambiente sono tre i passi da compiere subito: fermare qualsiasi nuova realizzazione o ampliamento di centrali da fonti fossili, approvare il decreto, fermo al Ministero dello sviluppo economico, che prevede di riconoscere la stessa tariffa di cui beneficiano le società che gestiscono l’energia elettrica sulle isole, a chi produce energia da rinnovabili e, infine, approvare un piano per arrivare al 100% da rinnovabili in ogni isola. “È arrivato il momento – conclude Zanchini – di realizzare nelle isole minori italiane un cambiamento che permetta, alle famiglie e alle attività, di prodursi l’energia attraverso un modello distribuito di impianti rinnovabili ed efficienti”.

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martedì 1 dicembre 2015

Cop 21 di Parigi



Cos’è la Cop 21 di Parigi e perché è molto importante

Si sente parlare sempre più spesso della conferenza sul clima che si tiene a Parigi. Ecco una breve guida su cos’è e perché è così importante.

La Cop 21 è la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change, Unfccc), il trattato che conta l’adesione di 196 paesi e aperto alle firme durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro, in Brasile, del 1992. La prima Cop si è tenuta nel 1995. Ecco spiegato perché quella che si tiene a Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015 è la numero 21. Questa conferenza ha il compito di portare avanti i negoziati tra i paesi per cercare di contenere e ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera e contrastare così il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.


Delegati da tutto il mondo discutono di clima

Perché se ne parla così tanto
L’importanza della Cop 21 è dovuta al fatto che da questo appuntamento ci si aspetta l’adozione di un nuovo accordo globale che includa tutti i paesi della comunità internazionale, da quelli industrializzati (come Stati Uniti e Unione europea) e maggiormente responsabili della concentrazione attuale di CO2 in atmosfera, ai paesi emergenti o in via di sviluppo (come Cina e India) che hanno considerevolmente aumentato le loro emissioni negli ultimi anni. Per questo, c’è bisogno anche del loro impegno per riuscire a raggiungere un accordo efficace e che guardi al futuro.


Un po’ di storia sul clima
Nel corso degli anni, sono stati diversi gli appuntamenti importanti. Ad esempio, la Cop 3 che si è tenuta a Kyoto, in Giappone, nel 1997 ha dato vita all’omonimo protocollo, il primo accordo che ha vincolato i paesi industrializzati a ridurre le emissioni entro certi limiti. Poi c’è stato il “fallimento” della Cop 15 di Copenaghen, in Danimarca, che avrebbe dovuto far nascere un nuovo accordo globale che prolungasse o si sostituisse al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

La fiducia verso l’appuntamento del 2015 dipende dal fatto che questa volta le richieste sono state rovesciate. Non sono più i delegati a imporre ai paesi vincoli e riduzioni, ma sono i governi degli stessi paesi che sono stati chiamati a inviare all’Unfccc la loro proposta di riduzione della CO2. Un ribaltamento che ha pressoché spinto anche i paesi meno propensi quantomeno a interessarsi e a mandare dati e numeri ufficiali.

Le prime promesse degli stati
Se l’Unione europea aveva già promesso di voler ridurre la CO2 del 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli registrati nel 1990, fa ben sperare la promessa dell’amministrazione americana guidata da Barack Obama di voler ridurre tra il 26 e il 28 per cento la CO2 entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Target simile per il Giappone che ha promesso una riduzione delle emissioni del 26 per cento entro il 2030, ma come livello di riferimento ha preso il 2013. Tra i paesi in via di sviluppo, va citato il Messico che sostiene di riuscire a ridurre la CO2 del 22 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli attuali, cioè rispetto alla quantità di gas ad effetto serra che il paese americano produce nel contesto economico attuale. 

Tutte le promesse fatte dai paesi per contenere la CO2.

Secondo l’Onu, le promesse di riduzione dei gas a effetto serra avanzate finora non basteranno a limitare la crescita della temperatura a 2ºC entro il 2100.
A partire dalla Cop 19, la Conferenza mondiale sul clima che si tenne a Varsavia nel 2013, i governi decisero di impegnarsi a dichiarare in modo ufficiale i propri impegni in tema di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. A poche settimane dalla Cop 21, che si terrà a Parigi a partire dal prossimo 30 novembre, sono 155 i paesi che hanno reso note le loro promesse. Esse, però, risultano molto diverse tra loro.


Se gli Usa hanno dichiarato, infatti, una diminuzione delle emissioni del 26-28 per cento, da ottenere entro il 2025 (rispetto al valore registrato nel 2005), l’Unione europea ha puntato ad un 40 per cento di calo, da raggiungere entro il 2030 (rispetto ai dati del 1990). Ancora, l’India ha puntato a una riduzione del 33-35 per cento, mentre la Russia vuole centrare un meno 25-30 per cento. E la Cina non ha promesso un calo, bensì un “picco massimo” da raggiungere entro il 2030. Alcuni governi, poi, hanno preferito utilizzare come punto di riferimento per calcolare la diminuzione non un anno, bensì il dato chiamato “business as usual” (“Bau”, nella tabella che riporta i dati dei quindici principali emettitori mondiali di gas nocivi): le diminuzioni sono calcolate, in questo caso, rispetto alle emissioni che si raggiungerebbero in futuro se non fosse effettuato alcun intervento correttivo.



Per tentare di fare un po’ di chiarezza, e per comprendere quanto valgano realmente, nel loro complesso, gli impegni annunciati, le Nazioni Unite hanno predisposto un rapporto, che tiene conto di 146 promesse (quelle inviate entro il 1 ottobre). La segretaria esecutiva della Unfccc (Convezione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), Christiana Figueres, ha spiegato che – ad oggi – tali promesse “porteranno a limitare la crescita della temperature media globale, entro la fine del secolo, a 2,7 gradi centigradi”. Ovvero ben oltre la quota-limite indicata dagli stessi governi, pari a 2 gradi, necessaria per evitare conseguenze catastrofiche.

Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images
Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images

Gli impegni, dunque, non sono sufficienti. Tanto più che le ong ritengono persino ottimistica la valutazione dell’Onu. Secondo Nicolas Hulot, presidente dell’omonima fondazione francese (nonché “inviato speciale” del governo di Parigi alla Cop 21), “allo stato attuale, supereremo la soglia dei 3 gradi centigradi”. Per questo, ha aggiunto, è necessario che i governi rivedano periodicamente i loro impegni in futuro: “I paesi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni globali, potrebbero assumere questa iniziativa, e ridefinire le loro promesse già a partire dal 2016 o dal 2017”.


I governi, però, appaiono ancora piuttosto divisi. E all’inizio di novembre è giunta anche la notizia, inaspettata, della revisione al rialzo dei propri dati sull’inquinamento da parte della Cina. Il più grande responsabile di emissioni di gas ad effetto serra a livello mondiale ha ammesso infatti di aver sottostimato, fortemente, l’utilizzo di carbone sul proprio territorio. Ciò significa che nelle statistiche fin qui pubblicate mancava circa un miliardo di tonnellate di CO2 disperso nell’atmosfera. Pari alle emissioni annuali di un paese come la Germania.

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martedì 17 novembre 2015

Il Grattacielo Ecologico più Bello al Mondo



Il Bosco Verticale il Grattacielo 
più Bello al Mondo


Il Bosco Verticale si è aggiudicato giovedì sera a Chicago il premio come Migliore Architettura del mondo 2015 assegnato dal Council on Tall Buildings and Urban Habitat e promosso dall’Illinois Institute of Technology di Chicago. Il grattacielo verde disegnato e progettato da Boeri Studio (Stefano Boeri, Gianandrea Barreca, Giovanni La Varra) e realizzato da Manfredi Catella, ad di Coima Sgr, nel quartiere Porta Nuova Isola a Milano, ha battuto concorrenti come il One World Trade Center di New York. Il Council on Tall Buildings and Urban Habitat ogni anno elegge il grattacielo più bello di ogni continente e successivamente sceglie tra tutti i vincitori quello più innovativo del pianeta. Questa la motivazione con la quale ieri è stato assegnato il premio: «Il Bosco Verticale è un esempio unico nell’utilizzo del verde in altezza e in proporzione. La «facciata vivente» dell’edificio, che incorpora numerosi alberi e oltre 90 specie di piante, svolge il ruolo di interfaccia attiva per l’ambiente circostante. Ciò che rende l’idea eccezionale è l’azione delle piante, che agiscono come estensione della copertura esterna dell’edificio. La giuria ha definito innovativa l’esplorazione della vitalità del verde su tali altezze».





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domenica 13 settembre 2015

Vende ARMI in Tutto il Mondo e Prega DIO


Sempre più armi italiane vendute ai paesi in guerra

Sono passati 25 anni dall’approvazione della legge 185/90 sul controllo delle armi, che vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. Eppure ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. Sono i dati presentati il 9 luglio dalla Rete italiana per il disarmo.

La legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, esercitato anche tramite una relazione al parlamento da parte del governo, hanno permesso la diminuzione delle vendite verso i paesi in conflitto.

Ma dal 2009 questa tendenza virtuosa si è invertita. Giorgio Beretta, analista di Opal Brescia, ha spiegato: “I numeri non mentono: l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente e le autorizzazioni del parlamento sono aumentate. Sapere con precisione a quale paese vendiamo riguarda in primo luogo la nostra stessa sicurezza”. Nel complesso esportiamo pistole, fucili, carabine italiane negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, ma anche Germania, Turchia, Francia e Spagna. Le nostre armi finiscono anche in Malesia, Algeria, India, Pakistan.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, ha detto: “La nostra legge nata in modo egregio e che ha ispirato la legislazione internazionale è stata applicata nel modo peggiore”. Con le modifiche più recenti alla legge, sarà più difficile capire dove finiscono le nostre armi.

“Chiediamo la trasparenza dei documenti. L’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Vignarca, presidente di Rete disarmo.

“La perdita di trasparenza avvenuta soprattutto negli ultimi anni mina alla base un controllo che invece, su un tema delicato come quello dell’export militare, è fondamentale per la nostra politica estera e per la responsabilità dell’Italia nei confitti”.

Secondo i dati dell’Istat, nel 2014 le esportazioni italiane di questi micidiali strumenti sono state pari a 453 milioni, leggermente inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori alla media delle esportazioni del decennio.

L’industria italiana delle armi sembra non soffrire i colpi della crisi. La produzione di armi dà lavoro a migliaia di operai nella zona della Val Trompia (provincia di Brescia). Purtroppo però, nonostante, le leggi italiane e internazionali, pistole e fucili finiscono in paesi dove infuria la guerra o dove i diritti umani non sono garantiti come in Ucraina, Russia, Colombia e Messico. Al primo posto tra i paesi importatori di armi leggere italiane ci sono gli Stati Uniti con il 42 per cento del totale. Fino all’anno scorso i soldati statunitensi avevano in dotazione una pistola Beretta, la famosa M9. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla costituzione.

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mercoledì 9 settembre 2015

Allarme di Obama, Agire sul Clima o Sarà la Fine del Mondo



C'era una volta il protocollo di Kyoto, diventato il solito furto di soldi ai popoli di tutto il mondo e vetrina per i soliti politicanti incapaci corrotti dai ricconi che non volevano pagare le quote inquinanti, anzi mandano i rifiuti tossici in discariche abusive in Campania, Calabria, ecc. ...
Storia d'Italia, giustizia come sempre ronfante e inefficace, come mai? Emoticon wink
Speriamo almeno che Obama riesca a fare qualcosa di concreto, vedremo!

Allarme di Obama, agire sul clima o sarà la fine del mondo
Presidente Usa su ghiacciaio in Alaska, dobbiamo sbrigarci
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Interi Paesi sommersi dalle acque, citta' abbandonate, popolazioni in fuga, inasprimento e aumento dei conflitti in tutto il mondo. Insomma, uno scenario da fine del mondo. A tratteggiarlo, con toni inusualmente catastrofici, e' Barack Obama che - come mai fatto finora - sprona l'America e il mondo intero a fare di piu' contro gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici. Lo fa dall'Alaska, dove con lo sciglimento in atto dei ghiacciai dell'Artico i danni provocati dal surriscaldamento della superficie terrestre sono piu' visibili che altrove, anche ad occhio nudo. "Non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente. Tutti i Paesi non lo stanno facendo, compresi gli Stati Uniti che hanno contribuito a creare questo problema", ammette il presidente americano, che invita tutti i leader del mondo ad assumersi le proprie responsabilita'. E a trovare finalmente un accordo alla prossima conferenza sul clima in programma a Parigi.

L'obiettivo ambizioso deve essere quello di un taglio drastico dei gas serra, con gli Stati Uniti che intendono farlo di almeno il 28% in dieci anni. E' una delle eredita' della sua presidenza a cui Obama tiene di piu', sperando anche di essere ricordato come il leader che piu' di altri ha trainato il resto del mondo verso una svolta. Una svolta in grado di invertire la rotta: "Il problema del climate change si puo' ancora risolvere, abbiamo ancora il potere di farlo. Ma dobbiamo farlo adesso". "Se pero' andiamo avanti cosi', condanneremo i nostri figli a vivere in un pianeta i cui problemi non potranno piu' essere risolti", ammonisce Obama, che attacca duramente coloro che ancora oggi negano l'esistenza dell'emergenza clima: "Saranno sempre piu' soli, nelle loro isole sempre piu' divorate dalle acque". Perche' - ha proseguito - "i cambiamenti climatici stanno gia' distruggendo la nostra agricoltura, i nostri ecosistemi, le nostre acque, l'approvvigionamento alimentare, le fonti di energia, e le infrastrutture".

Per rafforzare il suo messaggio il presidente americano ha deciso anche di partecipare a un'escursione sul Seward, uno dei ghiacciai dell'Alaska che si stanno lentamente sciogliendo: un'immagine forte per mostrare al mondo intero come l'allarme e la necessita' di agire con urgenza non sono una favola, ma la drammatica realta'. Del resto Obama, dati alla mano, ha spiegato come ogni anno in Alaska si scioglie una quantita' di ghiaccio pari a un'area grande come il National Mall di Washington: "Siamo davvero arrivati ad un limite che non puo' essere superato". Ma l'inquilino della Casa Bianca deve anche incassare la contestazione delle associazioni ambientaliste che lo accusano di aver concesso alla Shell nuovi permessi per trivellare proprio al largo delle coste dell'Alaska. Lui giura che i paletti messi alla compagnia petrolifera sono rigidissimi e che non si verifichera' mai piu' un disastro come quello della marea nera nel Golfo del Messico. Del resto in maniera bipartisan i leader politici dell'Alaska chiedono alla Casa Bianca di aumentare le operazioni di estrazione del petrolio per alleviare un deficit statale da 3,5 miliardi di dollari. Deficit alimentato in gran parte dal crollo dei prezzi del greggio.


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mercoledì 5 dicembre 2012

Viaggiare ospiti di fattorie in cambio di lavoro


LAVORARE NELLE FATTORIE DI MEZZO MONDO
Si può viaggiare in mezzo mondo ospiti di fattorie in cambio di alcune ore di lavoro. Lo propone la World Wide Opportunities on Organic Farms (Wwoof),  una organizzazione fondata nel 1971 in Inghilterra per rendere accessibile la natura e il lavoro agricolo ai cittadini, è oggi diffusa e radicata in 53 Paesi di tutti i cinque continenti.

UNA RETE DI DODICIMILA FATTORIE BIOLOGICHE

Wwoof è collegata a 12.000 fattorie biologiche (si trova l'elenco sul sito web) frequentate ogni anno da 80.000 lavoratori volontari. Permette di essere ospitato (vitto e alloggio) per giorni, settimane o mesi in cambio di alcune ore di lavoro agricolo, a volte giardinaggio o orto-colture, non è richiesta esperienza ma solo la disponibilità a faticare. Ci sono volontari che passano da un'azienda agricola all'altra, di diversi Paesi, viaggiando sempre. Le regole e le ore di lavoro cambiano di Paese in Paese (verificare sul sito). In Gran Bretagna si lavora ad esempio per 4 ore al giorno 5 giorni a settimana. In Giappone 8 ore al giorno 6 giorni a settimana. Si tratta di esperienze comunitarie, occasioni per fare  nuove conoscenze, vivere nella natura e – secondo i dettati dell’ecoturismo – scoprire un ego migliore di quello di tutti i giorni.


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mercoledì 5 settembre 2012

Riciclo totale dei pannolini

Riciclo totale dei pannolini:

 nasce in Italia il primo impianto al mondo

Presso il “Centro Riciclo Vedelago” è stato installato in questi giorni il primo impianto al mondo per il riciclo 100% dei pannolini sporchi. L’impianto è destinato a realizzare la prima filiera completa per il recupero totale, al 100%, di pannolini, pannoloni e assorbenti.

Si calcola che i pannolini usati rappresentano il 3% dei 32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno in Italia, con conseguenze devastanti sull’ambiente

Vi siete mai chiesti dove vanno a finire tutti i pannolini sporchi 'usa e getta'? Prima vengono gettati nel bidone del secco indifferenziato e, poi, inviati agli inceneritori oppure seppelliti nelle discariche. Si calcola che i pannolini usati rappresentano, infatti, il 3% dei 32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno in Italia, con conseguenze devastanti sull’ambiente. L’ideale sarebbe utilizzare i pannolini lavabili, lo sappiamo bene, e smettere di produrre i pannolini 'usa e getta'. Ma, dal momento che una grossa parte della popolazione non riesce proprio a farne a meno, un’azienda italiana ha cercato di trovare una soluzione al problema. E ci è riuscita.
La soluzione innovativa a questo problema dall’enorme e devastante impatto ambientale nasce a Vedelago (Treviso) ed è destinata a fare scuola a livello globale. In questi giorni è stato installato il primo impianto al mondo per il riciclo 100% dei pannolini sporchi, presso il “Centro Riciclo Vedelago”. E non poteva essere altrimenti: il “Centro Riciclo Vedelago s.r.l.” (CRV) è un impianto di stoccaggio e di selezione dei rifiuti all’avanguardia e conosciuto in tutto il mondo.
Nata alla fine degli anni ’90, l’impresa della famiglia Mardegan (soprattutto grazie all’infaticabile Carla Poli) da piccola realtà locale è diventata leader internazionale nel settore della selezione e del recupero dei rifiuti, nonché nella produzione di “materia prima seconda”.
Oggi il CRV si appresta a compiere un ulteriore balzo in avanti, perché è arrivato dagli USA - dove è stato costruito, grazie alle preziose indicazioni e sotto la supervisione dei tecnici del CRV - il primo impianto al mondo per il trattamento dei pannolini 'usa e getta'. L’impianto è destinato a realizzare la prima filiera completa per il recupero totale, al 100%, di pannolini, pannoloni e assorbenti.
carla poli
Carla Poli è la fondatrice e portavoce del “Centro Riciclo Vedelago”
Si tratta di una tecnologia del tutto inedita e di un investimento da circa 5 milioni di euro, che è stato sostenuto dal CRV in partnership tecnologica con la Fater SpA, azienda italiana produttrice di pannolini usa e getta. “Fater ha scelto noi e ha scelto il Veneto”, ha dichiarato Carla Poli, fondatrice e portavoce di CRV, “perché qui esiste la punta avanzata della raccolta differenziata in Italia. L’impianto che stiamo per inaugurare è il frutto di 3 anni di ricerche e di test sul campo, alle quali ha dato un contributo determinante il Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, dove la raccolta differenziata dei pannolini usa e getta si fa da anni”. Il Comune di Ponte nelle Alpi (Belluno), lo ricordiamo, è stato nominato per ben 3 volte “Comune più riciclone d’Italia”.
“La nostra politica ambientale ed i progetti di sensibilizzazione per spostare il recupero degli scarti plastici eterogenei intervenendo alla fonte della produzione, e non a valle, hanno dato col tempo i loro frutti portando indubbi benefici alle aziende produttrici”, ha proseguito. “La nostra filosofia di precorrere i tempi ci porta oggi a riorganizzare il nostro core-business in funzione dell’importante ruolo di leader di settore nel quale, grazie ad un consolidato know-how e alle prestigiose collaborazioni internazionali, ci siamo trovati ad operare”.
Carla Poli, infatti, ha portato il progetto di 'eco-innovazione' anche all’Unione Europea e alla Conferenza di Rio +20 sullo sviluppo sostenibile, spiegandone i vantaggi ambientali, sociali ed economici. Dal produttore al consumatore finale, tutti sono coinvolti nella filiera e tutti ne traggono un beneficio in termini di risparmio: la tecnologia sviluppata dal CRV permette un riciclo effettivo del 100%, perché consente di recuperare tutta la cellulosa (di ottima qualità) e tutta la plastica contenute nei pannolini. E quando l’impianto sarà operativo, a partire da fine 2012,  la plastica potrà essere utilizzata in molteplici processi produttivi, ad esempio per realizzare arredi urbani ed altri oggetti in plastica, mentre  la componente organico-cellulosica potrà dar vita a cartoni da imballaggio.

L’impianto è destinato a realizzare la prima filiera completa per il recupero totale, al 100%, di pannolini, pannoloni e assorbenti
“E anche il 'contenuto' di produzione umana”, ha spiegato Carla Poli, “viene sterilizzato e precipita come sale organico, che è riutilizzabile. Questa, dal nostro punta di vista, si può considerare una filiera completa di green economy. Sono le nuove frontiere di quella che io chiamo 'economia circolare': la nostra civiltà non può più permettersi di produrre scarti che costituiscano un problema per il futuro e che generino costi molto elevati per il loro smaltimento”.
Il progetto, nella sua fase operativa, prenderà avvio con l’attuazione dell’Accordo siglato tra l’amministratore delegato di CRV, Alessandro Mardegan (figlio di Carla Poli), Roberto Marinucci, direttore generale di Fater Spa e Riccardo Szumski, presidente di SAVNO, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti urbani in 42 comuni del Veneto nord-orientale.
L’accordo contribuirà allo sviluppo del “Progetto Sperimentale di Riciclo” chiamato “Zero% discarica, 100% nuova vita” promosso da CRV, insieme Fater spa e Comune di Ponte nelle Alpi . Finalità del progetto è validare l’intera filiera dalla raccolta differenziata specifica di tutti i prodotti assorbenti per la persona, fino alla trasformazione in nuove materie prime.
Il nuovo sistema di riciclo 100% dei pannolini 'usa e getta' sarà operativo a partire da fine 2012 e si calcola che, a regime, verranno eliminati ben 3.250 metri cubi di rifiuti destinati alla discarica e recuperate fino a 1.250 tonnellate di nuova materia prima.

di Laura Pavesi

 http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/riciclo_pannolini_nasce_italia_primo_impianto.html
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domenica 27 maggio 2012

LA MIGLIORE SCOPA DEL MONDO

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