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lunedì 15 gennaio 2018

Inquinamento da Petrolio : Conseguenze e Rimedi


Inquinamento da petrolio


Contaminazione dell'ambiente (del suolo, dell'aria e soprattutto dell'acqua)
 causata da ogni genere di idrocarburi liquidi, 
ovvero dal petrolio greggio o dai suoi derivati. 

Tipi di inquinamento da petrolio:


1. Inquinamento marino 

L'inquinamento da idrocarburi può essere sistematico o accidentale. Quello accidentale è prodotto, nella maggior parte dei casi, dal riversamento in mare di ingenti quantità di petrolio da petroliere coinvolte in incidenti di navigazione (collisioni, incagliamenti, incendi, esplosioni, naufragi) ed è causa di considerevoli danni agli ecosistemi marini e litorali. Tra gli incidenti più gravi verificatisi negli ultimi decenni si ricordano quello della Torrey Canyon, che nel marzo del 1967 riversò nelle acque al largo della Cornovaglia 860.000 barili (107.000 tonnellate) di petrolio, e quello della Exxon Valdez, che nel marzo del 1989 contaminò l'intera baia di Prince William, nel golfo dell'Alaska, con ben 240.000 barili (30.000 tonnellate) di greggio, causando la morte di almeno 25.000 uccelli, più di tremila fra foche e lontre, e 22 balene. Altri naufragi tristemente memorabili furono quello della Erika, nel dicembre 1999, che riversò sulle coste della Bretagna 13.000 tonnellate di greggio; quello della Jessica, verificatosi nel gennaio 2002 davanti alle isole Galápagos, che mise a rischio la preziosa oasi naturale e costrinse le autorità ecuadoriane a evacuare gli animali e dichiarare lo stato d’emergenza; quello della Prestige, che nel novembre del 2002 si spaccò in due tronconi, invadendo le coste spagnole della Galizia con 60.000 tonnellate di petrolio. Il più grave in assoluto fu, tuttavia, quello verificatosi nel 1979 al largo di Trinidad e Tobago: la collisione di due superpetroliere, la Aegean Captain e l'Atlantic Empress, provocò la fuoriuscita di circa 2.160.000 barili (270.000 tonnellate) di petrolio. Da ricordare anche l’incidente della Haven, che nell’aprile 1991 scaricò al largo di Genova 50.000 tonnellate di greggio. Solo il 10% degli idrocarburi che contaminano i mari proviene, tuttavia, da riversamenti accidentali. Il resto proviene da fonti croniche, quali la ricaduta di particelle inquinanti dall'atmosfera, infiltrazioni naturali, dilavamento degli oli minerali dispersi nell'ambiente, perdite di raffinerie o di impianti di trivellazione su piattaforme in mare aperto e, soprattutto, lo scarico a mare di acque di zavorra da parte di navi cisterna e petroliere. A causa del sabotaggio degli impianti petroliferi, durante la guerra del Golfo, nel 1991, furono riversate nel golfo Persico 460.000 tonnellate di greggio; sempre nel golfo Persico, nel 1983, si andarono a riversare 540.000 tonnellate di greggio fuoriuscite dalla piattaforma petrolifera Nowruz (il più grave incidente mai occorso a una piattaforma). La fonte principale dell'inquinamento marino da idrocarburi (20% dell'inquinamento totale) rimane, tuttavia, lo scarico in mare di acque contaminate nel corso di operazioni di lavaggio delle cisterne. Una volta consegnato il proprio carico alle raffinerie, le petroliere pompano nelle cisterne acqua che serve da zavorra per il viaggio di ritorno e che viene scaricata in mare prima di giungere ai terminali di carico, contribuendo, così, a produrre un tipo di inquinamento sistematico, o cronico, spesso molto più grave di quello accidentale. I grumi di catrame che si depositano sulle spiagge nelle località balneari derivano perlopiù dai residui contenuti nelle acque di zavorra scaricate in mare. L'impiego di questa tecnica di lavaggio è stato limitato, a partire dagli anni Settanta, da una serie di convenzioni internazionali, che hanno imposto la realizzazione di petroliere progettate in modo tale da rendere minima la fuoriuscita di greggio in caso di incidente, l'installazione a bordo di sistemi per la separazione dei residui di petrolio dalle acque di zavorra e di lavaggio pompate in mare, l'adozione di dispositivi per il controllo del grado di inquinamento delle acque di zavorra e l'installazione di impianti per la raccolta e il trattamento delle acque contaminate presso i terminali di carico del greggio e i porti di scalo. 


2. Inquinamento dei suoli 

Anche i giacimenti di petrolio su terraferma possono provocare gravi danni all'ambiente. In questo caso, le fuoriuscite nocive sono dovute, nella maggior parte dei casi, alla cattiva progettazione, gestione e manutenzione degli impianti. Nell'Ecuador, ad esempio, il grave e diffuso inquinamento del suolo e dei corpi idrici di alcune zone è causato soprattutto da improvvise 'eruzioni' di petrolio dai pozzi durante le operazioni di trivellazione, dalla dispersione abusiva del petrolio meno pregiato e dal cattivo funzionamento dei sistemi per la separazione del petrolio dall'acqua. Il grave inquinamento da idrocarburi di alcune regioni della Russia è dovuto a cattiva manutenzione degli oleodotti. Nell'ottobre del 1994 nei pressi di Usinsk, non lontano dal Circolo polare artico, da una falla apertasi in un oleodotto fuoriuscirono 60.000-80.000 tonnellate di greggio che devastarono i delicati ecosistemi della tundra e della taiga. Alle alte latitudini, i naturali processi di degradazione del greggio si svolgono con molta lentezza e ciò contribuisce ad aggravare l'impatto di episodi come questo. Anche nelle regioni tropicali, tuttavia, i danni causati dal petrolio non sono indifferenti. Gli oleodotti che attraversano la regione del delta del Niger, in Nigeria, sono obsoleti e molto usurati; le perdite sono frequentissime e i tentativi di risolvere il problema bruciando i residui dispersi sul terreno o lasciando che il petrolio disperso finisca con il degradarsi al calore del sole hanno ottenuto un effetto deleterio: sui terreni si è formata una crosta sterile di un paio di metri che ha reso tali terreni praticamente inutilizzabili. 


CONSEGUENZE E RIMEDI
Di norma il petrolio scaricato in mare viene degradato naturalmente dall'ambiente attraverso processi fisici, chimici e biologici. Galleggiando sull'acqua, il greggio si allarga rapidamente in un'ampia chiazza, disponendosi in strati di vario spessore, che le correnti e i venti trasportano a grandi distanze e dividono in 'banchi', disposti parallelamente alla direzione dei venti prevalenti. Le frazioni più volatili del petrolio evaporano nel giro di pochi giorni, perdendo in poche ore una notevole porzione della propria massa. Alcune componenti penetrano negli strati superiori dell'acqua, dove producono effetti molto nocivi sugli organismi marini e lentamente vengono ossidate biochimicamente a opera di batteri, funghi e alghe. Le frazioni più pesanti vagano, invece, sulla superficie del mare, fino a formare grumi difficilmente degradabili che affondano lentamente fino a raggiungere il fondo marino. I tempi richiesti da questo processo di degradazione variano a seconda delle condizioni del mare, delle condizioni meteorologiche, della temperatura e del tipo di inquinante. Quando, nel gennaio del 1993, la petroliera Braer fece naufragio al largo delle isole Shetland, le condizioni meteorologiche (forti venti spiravano da terra verso il mare aperto), quelle del mare (burrascoso) e il particolare tipo di petrolio trasportato (relativamente leggero) favorirono la dispersione di 680.000 barili di greggio, cosicché solo un'area molto localizzata delle coste subì danni di una certa rilevanza (a essere danneggiati furono, perlopiù, alcune acquacolture e le popolazioni locali di uccelli marini). Il petrolio disperso in mare può causare gravi danni alle specie marine di superficie, soprattutto uccelli, ma anche mammiferi e rettili. Il piumaggio degli uccelli marini, imbrattato dal petrolio, viene spesso irrimediabilmente rovinato e gli uccelli stessi, nel tentativo di ripulirsi, ingeriscono notevoli quantità di petrolio che causa intossicazioni talvolta letali. Il petrolio che va a riversarsi sulle coste può distruggere interi ecosistemi particolarmente sensibili (barriere coralline, paludi salmastre, foreste di mangrovie) e provocare seri danni a svariate attività commerciali, quali la pesca e l'acquacoltura, o al turismo. Una delle soluzioni più utilizzate in passato per rimediare all'inquinamento accidentale da petrolio consisteva nell'irrorare le pellicole oleose con sostanze emulsionanti. Le emulsioni risultavano, tuttavia, in qualche caso molto più dannose del petrolio stesso e tale tecnica è stata pertanto progressivamente abbandonata. Oggi si preferisce ricorrere a barriere galleggianti o a speciali imbarcazioni che raccolgono il petrolio effettuando una sorta di raschiatura sulla superficie del mare; le macchie di petrolio vengono ancora spruzzate con agenti emulsionanti solo nel caso in cui minaccino di raggiungere la costa. Il petrolio che si riversa sulle spiagge non viene sottoposto ad alcun trattamento: in genere si preferisce aspettare che a degradarlo provvedano i normali meccanismi di decomposizione. Nel caso in cui a essere colpite siano località balneari, si preferisce rimuovere gli strati superficiali di sabbia, piuttosto che ricorrere a solventi ed emulsionanti, i quali farebbero penetrare il petrolio più in profondità. I solventi vengono ancora utilizzati solo per ripulire impianti e attrezzature. Le pellicole oleose sono state in qualche caso irrorate con batteri capaci di degradare il petrolio. I risultati sono stati incoraggianti, anche se, per attivare i batteri e stimolarne la crescita, è necessario aggiungere alle colture nutrienti potenzialmente nocivi per gli ecosistemi litoranei e per la qualità delle acque. 


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petroliera affondata in Cina

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mercoledì 9 novembre 2016

Dati Inquinamento Mondiale


L’Agenzia Internazionale per L’Energia (AIE) ha appena pubblicato il rapporto annuale World Energy Outlook 2016 da cui si evince che l’inquinamento nel 2040 sarà responsabile di circa 8 milioni di decessi oggi stimati a 6,5 milioni. Cifre spaventose più che preoccupanti.

Un chiaro segnale lanciato all’uomo e al suo attuale stile di vita, il mondo deve trovare il modo e la forza per abbandonare le energie fossili in favore di quelle pulite.

Il rapporto dell’AIE fa notare inoltre che le politiche energetiche esistenti non bastano per incidere sulla qualità dell’aria e che quindi non importa il modo in cui limitiamo l’inquinamento, ma tramite quali fonti soddisfiamo il nostro bisogno di energia.

Nel prossimi 20 anni, si suppone sarà il continente asiatico a soffrire maggiormente registrando 
addirittura il 90 % di morti premature di tutto il mondo. Ma nessun paese resterà immune, dato che tra le città che hanno un sistema di monitoraggio della qualità dell’aria, ben 8 su 10 sforano i limiti indicati dall’OMS. Così che le morti premature causate dall’inquinamento dell’aria saliranno dai 3 attuali a 4,5 milioni entro il 2040. Tendenza contraria, ma non abbastanza marcata, per l’inquinamento indoor: i decessi scenderanno da 3,5 a 3 milioni, di questi, la maggior parte saranno quelle fasce di popolazione più colpite dalla povertà.

L’unica soluzione sarebbe adottare standard più rigidi sulle emissioni su strada, efficienza energetica 
industriale e produzione di energia da fonti pulite. 

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mercoledì 27 aprile 2016

GENOVA : Enpa e Petrolio nel Polcevera



Petrolio nel Polcevera, l'Enpa rimprovera il ministro Galletti
«Riteniamo che questa tragica vicenda abbia precise responsabilità politiche». Duro comunicato 
dell'Enpa di Genova alla luce delle parole del ministro dell'Ambiente in occasione del sopralluogo alle zone interessate dallo sversamento di petrolio

Enpa Genova contro dichiarazioni ministro Galletti

«Prendiamo atto dell'esigenza avvertita dal ministro Galletti di aprire “una riflessione sulle fonti fossili”. Riteniamo tuttavia bizzarro che tale riflessione venga suggerita all'indomani del disastro del Polcevera, e non sia stata invece proposta qualche settimana fa nel corso della campagna referendaria, quando avrebbe veramente potuto incidere sulle politiche energetiche del nostro Paese».

Lo dichiara Massimo Pigoni, vicepresidente dell'Enpa e responsabile dell'Enpa di Genova, che 
prosegue: «Tra l'altro è opportuno ricordare allo stesso Galletti che egli, giusto un paio di settimana fa, si era schierato in modo aperto per il “No”, vale a dire per il mantenimento dello status quo. 
Evidentemente, è molto più semplice prendere posizione a cose fatte, attraverso mere dichiarazioni 
formali, che non assumere impegni concreti per portare avanti la mission di un dicastero tanto 
importante come quello dell'ambiente. Ministero il cui compito istituzionale ricordiamo essere la tutela della natura».

«In attesa che la magistratura accerti tutte le responsabilità del disastro, in merito al quale abbiamo a 
nostra volta predisposto un'azione legale, riteniamo che questa tragica vicenda abbia precise 
responsabilità politiche. Ci aspettiamo che l'amara lezione del massacro della biodiversità e dei 
malesseri accusati da numerosissimi cittadini – conclude Pigoni - comporti una svolta con il rispetto 
degli impegni assunti dal nostro Paese al vertice di Parigi. 
Ma, soprattutto, che non si intervenga col senno di poi».


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giovedì 21 aprile 2016

PETROLIO Esplosione a Veracruz in Mexico



PETROLIO Esplosione a Veracruz in Mexico 
ha ucciso almeno tre persone e il ferimento di altre 158
NUBE TOSSICA
DISASTRO AMBIENTALE
Una grande esplosione in un impianto petrolifero nello stato messicano a sud – est di Veracruz ha ucciso almeno tre persone e il ferimento di altre 58 . L’esplosione ha colpito un impianto di proprietà della compagnia petrolifera di Stato del Messico, Pemex , nella città portuale di Coatzacoalcos . Centinaia di persone sono state evacuate e scuole chiuse . Filmati hanno mostrato un grande fuoco e vaste pennacchi di fumo . Una serie di esplosioni sono stati riportati in altri impianti Pemex negli ultimi anni . L’ultimo incidente è avvenuto intorno alle 15:30 ora locale ( 20:30 GMT ) , una dichiarazione dal governo di Veracruz ha detto ( in spagnolo) . L’incendio era sotto controllo dalla prima serata , Pemex ha detto . Fumo proveniente dall’esplosione dissipata rapidamente , ha aggiunto , diminuendo eventuali effetti tossici.

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Genova: Petrolio nel Polcevera




Genova: Petrolio nel Polcevera

 Sono tre le cause che, secondo gli investigatori, potrebbero aver originato la fuoriuscita di petrolio a Fegino nella serata di domenica scorsa: una piccola frana, le condizioni della condotta e le manovre eseguite dai tecnici durante il pompaggio del greggio nell’oleodotto
 dal porto di Genova alla raffineria Iplom.
Coordinata dal sostituto procuratore Walter Cotugno, che indaga per disastro ambientale colposo, la polizia giudiziaria prende al momento in considerazione lo stato dell’impianto, un fattore esterno come una frana, o un errore umano. Non viene escluso che una valvola chiusa al momento sbagliato possa avere provocato problemi di pressione durante il trasferimento di greggio, provocando l’esplosione della tubatura.


Le indagini proseguono speditamente per “fotografare” lo stato dei luoghi prima della probabile perturbazione prevista per domenica, che potrebbe mutarli. Dopo i rilievi, che potrebbero finire questa settimana, si potrà procedere al dissequestro dell’area.
Intanto proseguono le operazioni di bonifica e le misure sono state rafforzate: panne oceaniche alte 1 metro e 80 e più battelli in mare, alla foce del Polcevera; un numero di autospurghi e uomini che quasi raddoppia, passando rispettivamente da 14 ad oltre 20 e da 50 ad oltre 100.
Il nuovo piano di bonifica si è reso necessario anche a fronte delle previsioni meteo, perché per il fine settimana è previsto il ritorno su Genova di maltempo e piogge: il grande nemico infatti ora è l’acqua, che potrebbe trascinare in mare i 500 metri cubi di greggio che impregnano i greti dei torrenti Fegino e Polcevera. Per questo si cerca di rimuovere il 90% del greggio entro venerdì.



Iplom, due malori in Valpolcevera, 
e il petrolio raggiunge il mare: la protesta dei cittadini,
gli abitanti sono furiosi, “l’aria è irrespirabile!”

Continua l'emergenza petrolio sulle rive del Polcevera: il greggio - fuoriuscito da una tubatura della Iplom domenica sera - ha raggiunto il mare (come ci segnala il lettore Matteo, autore della foto), anche se per fortuna al momento è rimasto all'interno del porto, senza riversarsi dunque in mare aperto, dove comunque si sta dirigendo.

L'obiettivo della lotta frenetica di queste ore è proprio impedire che il greggio oltrepassi la diga foranea. Una lotta però difficile, contro onde e correnti.

In Valpolcevera intanto le operazioni di bonifica vanno avanti ma le esalazioni sono ancora molto forti, tanto che una pensionata di 75 anni in mattinata si è sentita male in via Costa Verde ed è stata trasportata all'ospedale Villa Scassi, e un bambino asmatico è stato ricoverato al Gaslini. In generale però tutti i residenti della zona si lamentano per l'aria irrespirabile e la gola che brucia a ogni respiro, con la paura che, cessato il vento, l'odore possa diventare ancora più pungente. Senza parlare del danno ambientale e agli animali, per i quali Enpa si è attivato.

Una situazione esasperante per i cittadini che si sono ritrovati oggi a Fegino e hanno protestato in Regione e in Comune, per chiedere che Iplom paghi i danni e la bonifica (da effettuare al più presto).

Il sindaco Marco Doria ha parlato di un fatto molto grave, fornendo i dati - da prendere con beneficio d'inventario, come da lui specificato - rilasciati dall'azienda: si tratterebbe di 400 metri cubi sversati, mentre i tecnici Arpal parlano di 700 metri cubi. Nessuno sforamento dei limiti dell'inquinante, ma ai cittadini non è bastato, e il primo cittadino è stato contestato.

Il consiglio comunale ha approvato all'unanimità un'ordinanza che impegna sindaco e giunta a chiedere al Governo che vengano fatti tutti gli approfondimenti necessari per valutare lo stato di emergenza, ad assumere tutte le iniziative possibili per tutelare la salute pubblica e ad attivare un tavolo con Regione, Città Metropolitana e Iplom per valutare le prospettive dell'azienda e le garanzie di sicurezza.

In Regione, il presidente Toti ha chiesto un incontro con il Prefetto perché sembra che le attività di bonifica non stiano procedendo con la velocità necessaria. Urge dunque - secondo il governatore - una cabina di regia più efficace. Sempre la Regione manderà a Fegino e Borzoli un ambulatorio mobile della Asl a sostegno della popolazione.

«Abbiamo chiesto l’intervento del Capo del Dipartimento Nazionale della Protezione civile, Fabrizio Curcio per fare un sopralluogo e una verifica dello stato della situazione dei luoghi di Genova colpiti dallo sversamento del petrolio» ha detto il presidente Toti con l’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone nel corso della riunione in Prefettura convocata per fare il punto della situazione sul Polcevera, con il Prefetto, la Capitaneria di Porto, Arpal, i tecnici Ispra inviati dal Ministero, la ASL 3 Genovese, il Comune di Genova, la Città Metropolitana e l’azienda, Iplom.

Magra consolazione, il fatto che si tratti di greggio nigeriano molto pesante, dunque non soggetto a evaporazioni. Ma bisogna lavorare per impedire che si consolidi sul letto del fiume per essere poi portato a mare dalle piene.



CILIEGINA SULLA TORTA
Genova, esplosione alla raffineria: 
fuoriesce petrolio, dighe per fermarlo
Alle 20 un incidente alle condutture della Iplom, impianto con sede in Valle Scrivia: il greggio si è riversato nel torrente Polcevera in modo «cospicuo» e poi nelle acque del mar Ligure. Il tentativo dei vigili del fuoco di arginare la «marea» con delle barriere.
Ciliegina sulla torta del Referendum Trivelle ...
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lunedì 18 aprile 2016

Senza Petrolio solo dopo la pubblicità




GRAZIE A TUTTI GLI ITALIANI CHE HANNO VOTATO.
GRAZIE ALLA ‪#‎BASILICATA‬ CHE HA RAGGIUNTO 
LO STRAORDINARIO RISULTATO DI SUPERARE 

IL QUORUM DEL 50%.
CHI PARTECIPA VINCE SEMPRE!
Grazie agli oltre 15 milioni di cittadini che hanno detto SI alla democrazia ed un futuro con mari puliti, energie rinnovabili, efficienza energetica e turismo sostenibile!
Sono tantissimi e hanno combattuto una battaglia da eroi della democrazia.
Hanno combattuto come milioni di semplici Davide del Mondo Pulito contro i Golia delle lobby del 
petrolio di Trivellopoli e della disinformazione.
Lo hanno fatto affrontando 8 mesi di totale disinformazione su questo referendum, con trasmissioni che dichiaravano che si votava solo in 9 Regioni , alle bufale sui ‘posti di lavoro a rischio’ oppure quella che 'si sono sprecati 300 milioni di euro', quando è stato il Governo a non volere l’accorpamento con le elezioni amministrative, proprio per evitare di raggiungere il quorum.
Lo hanno fatto affrontando il vergognoso Governo di Trivellopoli ed un vergognoso ex presidente della Repubblica, che violando la Costituzione sulla quale hanno giurato (“articolo 48: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”) hanno invitato all’astensione.
Invitavano al ‘non voto’ facendo leva, per il mancato raggiungimento del quorum, su quella parte di 
cittadini che si astengono in maniera "fisiologica" ( ed in questi tempi toccano il 40% dell’elettorato).
Il Movimento 5 Stelle da sempre si batte per l’abolizione del quorum nei referendum, perché negli 
strumenti di democrazia diretta solo chi partecipa deve contare e decidere.
Ma chi ama la democrazia, soprattutto diretta e lotta per questa ogni giorno partecipando, informandosi e attivandosi nelle proprie comunità, vince sempre.
Oggi chi ha perso, soprattutto la faccia, sono il Governo del Bomba e l’ex presidente della Repubblica che hanno dimostrato di non amare la democrazia, la partecipazione civica e la Costituzione sulla quale hanno giurato.
Questa sera si riparte verso il futuro. Da oltre 15 milioni di cittadini che vogliono un futuro diverso per portare il Paese verso uno sviluppo energetico differente, che può essere già realtà con le rinnovabili che producono il 40% dell’elettricità. Il M5S ha già un piano energetico nazionale frutto di un anno e mezzo di lavoro con esperti e confronti. Siamo pronti a dimostrare che con le tecnologie oggi disponibili è già possibile cambiare il Paese e liberarlo in pochi anni da carbone e inceneritori ed arrivare al 2050 senza petrolio.
"Non si può battere una persona che non si arrende mai” (Babe Ruth)

NON VOTARE , è la scelta dei fannulloni , quelli che delegano agli altri, POI SI LAMENTANO CHE LE COSE VANNO MALE . La battaglia delle donne per l'ottenimento del voto e le idee sull'emancipazione femminile che fine hanno fatto.
Ricordiamoci che sono 3 Governi che non votiamo , perchè  l'ultimo presidente che abbiamo avuto e votato è finito ai SEVIZI SOCIALI per EVASIONE FISCALE . E l' Italia che va al Centro Commerciale per passare la Domenica senza VOTARE ha esaurito ogni QUID del proprio cervello , pieno di FALSI IDOLI e tivù SPAZZATURA neanche differenziata , continueremo la nostra lotta per un MONDO MIGLIORE dopo la pubblicità , GRAZIE



CILIEGINA SULLA TORTA
Genova, esplosione alla raffineria: 
fuoriesce petrolio, dighe per fermarlo
Alle 20 un incidente alle condutture della Iplom, impianto con sede in Valle Scrivia: il greggio si è riversato nel torrente Polcevera in modo «cospicuo» e poi nelle acque del mar Ligure. Il tentativo dei vigili del fuoco di arginare la «marea» con delle barriere.

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VIETATE AUTO A BENZINA E GASOLIO


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sabato 2 aprile 2016

Cosa c'è sotto le TRIVELLE


L’ing. Angelo Parisi, membro del Comitato Scientifico del CETRI, ci spiega argutamente la vera ragione per cui i petro gasieri hanno voluto la norma che permette l’allungamento della concessione fino ad esaurimento del giacimento. Perchè hanno una “franchigia al di sotto della quale non pagano royalties, e quindi hanno tutto l’interesse ad estrarre a ritmi bassissimi per non sforare la franchigia, e quindi preferiscono sforare i 30 anni della concessione. Questa franchigia generosamente concessa dallo Stato gli permette peraltro di non pagare royalties che sono già vergognosamente basse. Leggere per credere. Il CETRI ringrazia Angelo per il suo infaticabile preciso e costante lavoro di esplorazione e scoperta della verità nel mondo dell’energia.

Ciò che si nasconde DAVVERO sotto le trivelle (e che quasi nessuno dice)

Il governo italiano, con una scelta discutibile, ha fissato al 17 aprile la data del referendum abrogativo sulle piattaforme petrolifere promosso da 9 regioni italiane.

KUWAIT-10010, 1991, final print_milan Ahmadi Oil Fields, Kuwait, 1991. National Geographic, August 1991, The Persian Gulf: After the Storm. Aliens on a fiery plain, Environmentalists Rick Thorpe and Michael Bailey of Earthtrust examine a field where the ground has been encrusted with oil. National Geographic, August 1991

L’oggetto del referendum è la norma introdotta con l’ultima finanziaria che consente alle società concessionarie del diritto di coltivazione dei giacimenti petroliferi a mare entro le 12 miglia marine di poter sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento, anche se entro le 12 miglia resta vietata la concessione di nuove concessioni di ricerca e coltivazione.

Per i fautori del no questa norma è logica in quanto per loro non ha senso “tappare” il foro mentre c’è ancora gas e petrolio da estrarre e inoltre dicono che una vittoria dei si sarebbe pericolosa in quanto bloccherebbe un settore in cui siamo all’avanguardia e si creerebbero migliaia di disoccupati. Insomma nulla di nuovo. Quando si tratta delle fonti fossili, ogni modifica che non piace ai signori del petrolio viene immediatamente bloccato un settore in cui siamo all’avanguardia, produce migliaia di disoccupati, genera piaghe bibliche e catastrofi galattiche…. Il solito ricatto  contro lavoro, ambiente e salute.

havenAltri argomenti citati dai fautori del no riguardano l’aumento delle importazioni dall’estero con il conseguente incremento del numero di petroliere che circolano sui nostri mari e approdano sui nostri porti. In pratica sostengono che gli effetti sull’ambiente provocati dallo stop alle piattaforme entro le 12 miglia marine sarebbero peggiori di quelli che produrrebbero delle piattaforme vecchie di 40 o 50 anni che pompano gas e petrolio dal fondo del mare.

Inoltre i fautori del no ricordano che la vittoria del si al referendum non comporterebbe un divieto alle trivelle e nemmeno alle piattaforme oltre le 12 miglia marine. Per questo accusano i comitati No Triv di truffare gli elettori.

Ma è veramente così?

Assolutamente NO!



Intanto i signori del no devono mettersi d’accordo con loro stessi. Infatti da una parte sostengono che questo referendum è inutile e non produrrà uno stop alle piattaforme e alle trivelle e che quindi presentarlo in questo modo è falso e truffaldino, mentre dall’altra parte dicono che una vittoria dei SI produrrebbe una catastrofe nazionale. Insomma devono spiegare come può essere che un referendum inutile e che non stoppa affatto piattaforme e trivelle, possa bloccare l’intero settore, far scappare tutte le società petrolifere dall’Italia, far perdere miliardi di investimenti, migliaia di posti di lavoro, aumentare le importazioni di petrolio e gas dall’estero e produrre un incremento dei costi della bolletta energetica?Kerkenna1

In pratica è come se dicessero che un moscerino che si posa su un grattacielo ne provoca il crollo.

Inoltre i signori del no sostengono che dalle piattaforme si estrae prevalentemente gas, ma poi dicono che la vittoria del si producendo uno stop immediato alle estrazioni, farebbe si che aumenti il traffico di petroliere. Tutto questo è puro allarmismo verbale. Innanzitutto vorrei ricordare che il gas non arriva con le petroliere, ma con i gasdotti, e (in rarissimi casi) con le navi gasiere  in forma di Gas Naturale Liquido (LNG). Quindi non si vede che ci azzeccano le petroliere. Diciamo che i fautori del no sono un tantino confusi. In secondo luogo in caso di vittoria dei SI gli impianti non verrebbero bloccati immediatamente ma a termine, con l’arrivo a scadenza delle concessioni.

Ma allora perché i signori del no raccontano queste falsità? E cosa si nasconde veramente sotto il loro desiderio di procrastinare le concessioni?

Intanto è bene chiarire subito che il referendum interesserà in modo diretto solo diciassette concessioni da cui si estrae il 2,1 % dei consumi nazionali di gas e  lo 0,8 % dei consumi nazionali di petrolio gas. Bruscolini che anche se dovessero venire a mancare da un giorno all’altro, come sostengono i signori del no, (ma, ripetiamo, NON è così)  non succederebbe nulla di grave e al calo di estrazioni si potrebbe benissimo fare fronte con un minimo di risparmio energetico (quindi incentivando un comportamento virtuoso. Certo se invece vogliamo continuare a sprecare energia prodotta con fonti fossili, allora non basteranno tutti i giacimenti del mondo a coprire il fabbisogno.

milazzoMa, come detto, la vittoria del si non comporterà uno stop immediato delle piattaforme che, purtroppo, continueranno a restare al loro posto fino alla scadenza della concessione e quindi non c’è alcun pericolo per il fabbisogno nazionale e nessuna perdita di posti di lavoro, che sono pochissimi, spesso di tecnici specializzati stranieri, e che scadrebbero al termine del contratto.

Quindi si ritorna alla domanda posta in precedenza: cosa temono i fautori del no?

Temono due cose.

Primo, che passi il messaggio che possiamo fare a meno del petrolio e che possiamo produrci l’energia di cui abbiamo bisogno in altro modo senza continuare a dare soldi ai petrolieri.

Secondo, che passi un altro principio, ben più importante per loro, quello per cui le concessioni scadono.

Infatti ci sono alcune cose che i signori del no ci tengono nascoste tentando di distogliere l’attenzione da esse per puntarla verso la catastrofe prodotta dalla vittoria del si e la perdita di migliaia di posti di lavoro.

Le paroline magiche che non pronunciano mai i signori del no sono due: royalty e franchigia.

Cosa sono le royalty?

Sono delle quote in denaro che le compagnie petrolifere versano ogni anno allo stato, alle regioni e ai comuni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Infatti in Italia le risorse petrolifere sono un bene indisponibile dello Stato, questo vuol dire che il petrolio e il gas dei giacimenti è di proprietà pubblica: tutti noi siamo proprietari di una quota di petrolio e di gas stoccati nei giacimenti.

Lo stato però non si occupa direttamente di estrarre queste risorse e “concede” dei titoli di sfruttamento di tali risorse a dei soggetti privati, i quali sostengono i costi per la ricerca e per la costruzione delle infrastruture necessarie alla loro estrazione. In cambio pagano ai “proprietari” delle risorse, noi tutti, una quota percentuale del valore di quanto estratto.

Il problema riguarda la percentuale che viene pagata. Tale percentuale, come si può vedere dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico, è pari al 7% per l’estrazione di gas e di olio a terra e del 4% per l’estrazione di olio in mare, a cui sommare una quota del 3% da destinare al fondo per la riduzione del prezzo dei prodotti petroliferi se la risorsa è estratta sulla terraferma o per la sicurezza e l’ambiente se estratti in mare. 



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giovedì 21 gennaio 2016

Trivelle e il grido delle isole Tremiti



Trivelle, il grido delle isole Tremiti: 
“Non consentiremo al governo di violentare il mare”

L’arcipelago in provincia di Foggia, paradiso di biodiversità e Area marina protetta dal 1989, si prepara alla battaglia dopo che è uscita la notizia della concessione del ministero dello Sviluppo economico alla società irlandese Petrocelic di ispezionare il suo mare 
alla ricerca di giacimenti di combustibili fossili.
In attesa del referendum sulle trivelle, agli isolani, schierati coi i comitati No Triv sorti in tutta Italia, oltre ai pericoli per l’ambiente e il turismo, unica risorsa economica delle Tremiti, non vanno giù molte questioni: la prima è la tempistica perché l’autorizzazione arriva esattamente 24 ore prima del varo della legge di Stabilità che fissava norme più stringenti per le società petrolifere. Poi c’è il canone che riscuoterà lo Stato che è irrisorio: meno di 2000 euro all’anno per una superficie di 370 chilometri quadrati. “Venissero a chiederli a noi questi soldi che facciamo una colletta – si sfoga Domenico Calabrese, ex guardiano del faro oggi novantenne – Ma non ce la faranno a rovinare il mare perché la regione Puglia è con noi”. Dal canto suo il governatore Michele Emiliano annuncia battaglia: “Il ministro Federica Guidi dovrebbe scusarsi”.

La terza ragione del No alle trivelle è frutto di una scoperta dell’onorevole Giovanni Paglia di Sel-
Sinistra italiana: “Navigando sul sito della Petroceltic ho visto che la società dichiara di essere sull’orlo del fallimento. Quindi mi chiedo che senso abbia dare queste concessioni ad aziende che già sappiamo, in caso di qualche disastro ambientale, non potranno fare fronte a nessuna bonifica”.

E i tremitesi si ricordano bene di quando circa 50 anni fa, cala Tramontana, una delle insenature più 
suggestive dell’isola di San Domino, fu invasa dal catrame. “Alcuni dicono fosse colpa di una nave 
cisterna, ma è molto più probabile che a portare l’inquinamento sia stato un problema della piattaforma offshore al largo di Vasto”, ricorda Gianni Casieri che sulle isole ha diverse attività. Nonostante ai tempi l’area sia stata bonificata, ancora oggi sono ben visibilile tracce di quel disastro: chiazze e grumi di catrame solidificato e impossibile da rimuovere in mezzo agli scogli.
Il ministero dal canto suo continua a ripetere che sono state autorizzate prospezioni e non ricerche, ma anche le ispezioni, fatte con la tecnica dell’air gun, hanno un impatto devastante sull’ecosistema marino. “Uccideranno metà del pescato”, avverte il sindaco di Tremiti Antonio Fentini. Gli fa eco il proprietario del diving Marlin Tremiti Adelmo Sorci: “Le isole offrono fra le immersioni più belle del Mediterraneo, piene di pesce e con fondali coloratissimi. L’air gun rischia di farle diventare solo un ricordo”. La tecnica di ispezione sottomarina è talmente invasiva che si è discusso a lungo se farla diventare reato quando si approvò il codice dell’Ambiente però anche in quel caso
 si decise di darla vinta ai petrolieri.
Ma i tremitesi non demordono e oltre alla lotta si affidano al loro santo in paradiso: Lucio Dalla. Qui il cantautore bolognese aveva la sua seconda casa e compose alcuni dei suoi brani più belli a iniziare 
dalla colonna sonora di questa battaglia: “Com’è profondo il mare”. “Fosse ancora vivo sarebbe in 
prima linea con noi a lottare per difendere le isole”, ricordando come anche grazie ai suoi concerti e alla sua popolarità riuscirono a fermare le trivelle già nel 2011 .

Fermiamo le Trivellazioni di Tremiti e Pantelleria
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venerdì 8 gennaio 2016

Ecologia Immagini del 2015


Scioglimento a cascata 
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sabato 14 novembre 2015

Congo ed il Coltan per il Tuo Smartphone



Il costo umano di uno smartphone 
e tutto ciò che gira attorno al coltan
Le guerre invisibili, come in Congo, per il controllo delle risorse. La "sabbia" per costruire telefonini e computer. Il silenzio della stampa internazionale. 
Coltan, diamanti, petrolio, proiettano alcuni paesi 
africani nella logica della globalizzazione. "Potremmo chiamarle guerre tribali solo se considerassimo le multinazionali che ne traggono profitto come tribù",
 commenta Jean-Léonard Touadi

Cos'è il coltan? Una sabbia nera, leggermente radioattiva, formata dai minerali colombite e tantalite, da cui si estrae il tantalio, metallo raro che viene usato, sotto forma di polvere metallica, nell'industria della telefonia mobile, nella componentistica dei computer e in quella degli aerei, poiché aumenta la potenza degli apparecchi riducendone il consumo di energia. È lo sviluppo della news economy, quindi, delle telecomunicazioni, dell'elettronica di punta e della telefonia mobile, a rendere così indispensabile questa materia, di cui l'80% delle risorse mondiali viene estratta in Congo.

Il contesto geografico. La parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, la zona del Kivu, che confina con Ruanda, Burundi e Uganda, è di gran lunga la zona più ricca in assoluto di minerali e risorse di tutto il territorio congolese. Ricca di oro e diamanti, dei quali continua a rifornire i mercati 
mondiali in modo assolutamente illegale, e di coltan. Qualcuno ha detto che la guerra iniziata in Ruanda nel lontano 1994, che ha provocato ondate di profughi verso quei territori, avesse come mira finale l'occupazione del Congo, il paese più ricco del mondo, dal punto di visto minerario e geologico, ma anche e fra i paesi più poveri della terra, come condizioni di vita. Il Congo è grande quanto tutta l'Europa occidentale (2 mln e 342.000 km quadrati) e la zona del Kivu è molto distante dalla capitale Kinshasa e carente di infrastrutture, ferrovie o strade che la colleghino agevolmente ad essa. Chi controlla quindi questa zona?

Chi fa affari con la guerra e le multinazionali. La distanza dalla capitale ha reso il Kivu terra di nessuno, consentendo ai Lords of war (i cosiddetti signori della guerra) di diventare i principali interlocutori delle multinazionali. È una zona bellissima dal punto di vista paesaggistico, propaggine della Foresta Equatoriale che si estende verso la Rift Valley, con clima ideale, né caldo né freddo, e con una natura incontaminata. Uno dei polmoni ecologici del mondo, che da anni è anche zona di piste clandestine per l'atterraggio di aerei provenienti direttamente dall'Europa, dall'America e dall'Asia che arrivano, caricano il materiale e se ne vanno. 

Guerre e coltan: 11 milioni di morti. Chi compra il coltan non si preoccupa della provenienza e se il 
mercato è clandestino e senza controlli. Quello che poteva essere una benedizione per i congolesi è 
diventata la più grande delle maledizioni, per la mancanza di normativa, di regolamentazione e di 
controllo in merito all'estrazione di questo minerale e alle sue modalità. Chi lo estrae, adulti ma anche bambini, lo fa spesso scavando a mani nude, con conseguenti frane e incidenti quotidiani. Ogni giorno decine di bambini muoiono. Non c'è un censimento e tanto meno un risarcimento. L'età dei bambini che vanno a lavorare si abbassa di anno in anno. Ragazzini di 7-8 anni dopo dieci anni di lavoro sono vecchi e sviluppano, a causa della radioattività, malattie del sistema linfatico che ne causano la morte. 

Le guerre sviluppate attorno all'accaparramento del coltan ha portato sinora circa 11 milioni di morti e schiere di migliaia di bambini soldato che quando non combattono scavano la terra alla ricerca del 
minerale. Conflitti del passato e moderni. Jean-Léonard Touadi, congolese, giornalista, saggista, ex deputato e docente di Geografia dello Sviluppo in Africa, sottolinea le grandi novità di questa guerra: "È facile catalogarla come una guerra tribale, secondo categorie occidentali, rimandando a concetti noti di etnie e tribù locali che si contrappongono tra loro. Una guerra lontana, etnica, 'roba loro'. In realtà siamo di fronte a 'tribù' moderne. I Signori della Guerra che dominano queste terre di nessuno sono estremamente modernizzati: hanno telefoni satellitari, connessioni con grandi banche occidentali e collegamenti con paradisi fiscali, dove i soldi vengono versati direttamente sui conti esteri (rapporti ufficiali dell'Onu hanno certificato questa triangolazione). Vi è un circolo vizioso tra materie prime che escono, fornitura delle armi e la guerra che continua perché nessuno ha interesse a fermarla". 

Una guerra post-ideologica. Siamo di fronte a una nuova forma di guerra post-ideologica. Le guerre in Africa avevano sempre motivazioni politiche o geopolitiche dettate dalla difficoltà di creare una nation building o, durante la guerra fredda, erano collegate al conflitto est-ovest. "Dopo la caduta del muro di Berlino - ha aggiunto Jean-Léonard Touadi - la maggior parte delle guerre in Africa ha avuto come mira la conquista delle materie prime. Il diamante, l'oro, il petrolio, il coltan proiettano paesi come la Liberia, il Sierra Leone, l'Angola, il Congo nella logica della globalizzazione. E potremmo chiamarle guerre tribali solo se considerassimo anche le multinazionali che ne traggono profitto come delle grandi etnie, delle grandi tribù".

La legge che non c'è, il silenzio dei media. L'unica via per interrompere il mercato del "coltan 
insanguinato" e i conflitti ad esso collegati sarebbe una normativa internazionale. Se, infatti il "protocollo di Kimberley" ha posto regole al commercio dei diamanti, per il coltan, per il quale il percorso di tracciabilità sarebbe più facile provenendo prevalentemente da un solo paese, non esiste alcuna regola. È necessaria una campagna di sensibilizzazione, visto che solo la pressione mediatica spinge i decisori internazionali a darsi da fare per cercare soluzioni. Ma dopo una campagna di sensibilizzazione avviata in Belgio, denominata "niente sangue nel mio Gsm", è di nuovo calato il silenzio. Non fare campagna intorno alla questione è il modo migliore perché questi interessi continuino a proliferare. 

Conclude Touadi: "È un circuito consolidato e tutti trovano il loro tornaconto, compresi gli Stati vicini, visto che il commercio illegale passa per Kigali e Kampala. Bisogna che se ne parli, che chi legge i giornali si renda conto. E secondo me uno dei motivi per i quali la guerra non finisce è proprio questa. 

Ciò che mi scandalizza di più è il silenzio".

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