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giovedì 9 gennaio 2020

Legge Salva Mare approvata alla Camera

Legge Salva Mare approvata alla Camera


242 a favore, si astengono Lega, Fi e FdI. 
 “Primo passo per liberare acque dai rifiuti”

Il testo, che adesso passa all'esame del Senato, introduce delle disposizioni sui rifiuti accidentalmente o volontariamente pescati che saranno così assimilati a quelli prodotti dalle imbarcazioni: ogni volta che una nave arriva in porto con del materiale recuperato in acqua, quindi, questo potrà essere conferito gratuitamente negli appositi centri di raccolta di rifiuti evitando sanzioni

La Camera approva la legge Salva Mare. Con 242 voti a favore e 139 astenuti (Forza Italia, Lega, e Fratelli d’Italia) il testo che adesso passerà all’esame del Senato si pone l’obiettivo di favorire la raccolta dei rifiuti e in particolare della plastica in mare e nelle acque interne, come fiumi e laghi, assimilandoli ai rifiuti urbani con tanto di riciclaggio delle plastiche raccolte. La proposta introduce delle disposizioni su quelli che vengono definiti Rap (rifiuti accidentalmente pescati) che devono così essere assimilati a quelli prodotti dalle imbarcazioni. Ogni volta che una nave, quindi, arriva in porto con del materiale recuperato in acqua, questo potrà essere conferito gratuitamente negli appositi centri di raccolta di rifiuti evitando sanzioni.

Il disegno di legge approvato dai deputati introduce anche la categoria dei rifiuti volontariamente raccolti (Rvr) nel corso di campagne per la pulizia di spiagge, mare e acque interne. Anche per questi è prevista una gestione identica ai normali rifiuti urbani. Nel corso dell’esame in Aula, inoltre, è stato accolto un emendamento in base al quale tutto il materiale di origine vegetale trascinato dai fiumi o spiaggiato dalle mareggiate possa cessare di essere un rifiuto per poter essere riutilizzato o usato come biomassa per produrre energia. I costi per lo smaltimento di questa nuova mole di rifiuti non peseranno solo sui Comuni costieri nei quali verranno poi assimilati, ma su tutto il territorio nazionale, con l’Autorità di regolazione per l’energia, reti e ambiente (Arera) che individuerà la spesa da inserire in un’apposita sezione della Tari.

Si dice soddisfatto il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: “L’approvazione della legge Salva Mare alla Camera ci rende particolarmente felici perché rappresenta un tassello fondamentale per il nostro progetto di liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica. Sono soddisfatto dal lavoro fatto dalla Commissione Ambiente della Camera che ha sostanzialmente migliorato l’impianto normativo e adesso riponiamo le nostre speranze nel Senato per un’approvazione rapida di questa legge importantissima per la salute del mare”.

Esultano anche le associazioni ambientaliste. Il Wwf dice di accogliere con favore l’approvazione del testo: “Grazie al disegno di legge, che ora deve passare all’esame del Senato, i rifiuti accidentalmente pescati in mare (ma anche nei laghi, nei fiumi e nelle lagune) potranno essere conferiti a terra, senza che i pescatori o gli altri operatori economici rischino di incorrere in sanzioni, 
come avviene attualmente”.



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sabato 21 luglio 2018

Le onde piene di plastica in questa spiaggia dominicana il mare è sparito

Le onde piene di plastica in questa spiaggia dominicana il mare è sparito


Dimenticate le cartoline di Santo Domingo, delle spiagge caraibiche con le palme e l'acqua turchese. Questo video riprende la situazione attuale sulla costa della capitale della Repubblica Dominicana: un mare di plastica. Il filmato è stato girato dall'Ong Parley for the Oceans per denunciare "l'emergenza plastica". Dall'organizzazione spiegano: "Volontari, militari e 500 lavoratori pubblici sono stati mobilitati in questa operazione di pulizia. In tre giorni abbiamo rimosso oltre 30 tonnellate di rifiuti, ma come vedete c'è ancora molto da fare". L'Ong Parley for the Oceans collabora con uno dei più importanti marchi di abbigliamento sportivo: l'azienda ha creato una serie di prodotti utilizzando le plastiche raccolte nel mare.


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lunedì 1 agosto 2016

Nel Mondo 20 Isole Utilizzano solo Energia Pulita


Rinnovabili, il report di Legambiente.

Dal Pacifico all’Atlantico, dai Mari del Nord all’Australia: l'associazione ambientalista ha raccolto le storie di 20 isole nel pianeta, dieci delle quali sono ormai indipendenti a livello energetico

In tutto il mondo le isole diventano un cantiere per l’innovazione energetica e le rinnovabili, mentre nelle isole minori italiane è tutto fermo. Questa la fotografia scattata da Legambiente in un dossier, nel quale si raccolgono le storie di 20 isole nel pianeta, dieci delle quali utilizzano ormai solo le fonti pulite. Le altre si avvicinano a passi da gigante verso l’obiettivo del 100 per cento. Si va dal Pacifico all’Atlantico, dai Mari del Nord all’Australia. La realtà delle isole minori del Belpaese è molto diversa: i dati del dossier evidenziano un fermo rispetto agli altri Comuni italiani. Sono 2.660 quelli in cui le rinnovabili soddisfano tutti i fabbisogni elettrici delle famiglie. “La beffa – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – è che nelle isole minori italiane si ha una penetrazione inferiore delle rinnovabili a fronte di grandi potenzialità”.



LE ISOLE PIÙ GREEN - Hanno già raggiunto l’obiettivo Kodiak (in Alaska), King (Australia), le isole Orkney (Scozia), Tilos (Grecia), El Hierro (alle Canarie), Samso (Danimarca), Eig (Scozia), Pellworm (Germania), Tokelau (Nuova Zelanda) e Muck (Scozia). Prossime saranno le isole di Bonaire (ai Caraibi) nel 2017, Capo Verde e Wight (Inghilterra) nel 2020. Sumba (Indonesia) e Bornholm (Danimarca) nel 2025. Mentre nel 2040 toccherà alla Giamaica e, nel 2045 alle Hawaii. Gigha (Scozia) e Aruba (ai Caraibi), invece, arriveranno entro l’anno rispettivamente al 75 e al 50 per cento. E in Portogallo Graziosa raggiungerà il 60 per cento nel 2019. “A detenere il record mondiale – scrive Legambiente nel dossier – è l’isola di El Hierro, la prima ad aver raggiunto l’autosufficienza energetica grazie alle energie rinnovabili e alla grande mobilitazione dei suoi cittadini”. Da giugno 2014 i 10.162 abitanti usufruiscono, per la produzione di energia elettrica, di un sistema di impianti idroelettrici e di impianti eolici. Inoltre è in studio un sistema di mobilità elettrica per tutta l’isola. Altri esempi di innovazione sono in atto nell’isola di King e nelle Azzorre “dove sono stati abbandonati inquinanti impianti diesel, dimostrando di poter migliorare la stabilità di un sistema elettrico”. Nelle aree costiere si sperimentano nuovi sistemi per il recupero di energia elettrica “sfruttando la forza dell’oceano nella sua interezza, sia col moto ondoso, sia con le maree”. Nelle isole Orkney, grazie al movimento delle onde del mare, si è reso possibile convertire l’energia cinetica in energia elettrica.



LE ISOLE ITALIANE SONO INDIETRO - Il paragone con le isole minori italiane è impietoso. I dati evidenziano un ritardo che è rilevante non solo rispetto alle possibilità (a Lampedusa e Pantelleria, alle Eolie come alle Egadi ci sono alcuni dei potenziali di soleggiamento più rilevanti in Italia) ma anche rispetto agli altri Comuni italiani, come i 2.660 Comuni in Italia in cui le rinnovabili soddisfano tutti i fabbisogni delle famiglie o ai 39 Comuni 100% rinnovabili. Si tratta di realtà dove si è riusciti a soddisfare ampiamente i fabbisogni termici ed elettrici grazie ad un mix di impianti diversi da fonti rinnovabili. “La beffa è che oggi i fabbisogni di energia elettrica sono garantiti da vecchie e inquinanti centrali a gasolio” conferma Zanchini, sottolineando che “proprio le difficoltà di approvvigionamento determinano un costo più alto dell’energia elettrica prodotta sulle isole rispetto al Continente”. Il risultato?  “Alle società elettriche è garantito un conguaglio, prelevato dalle bollette di tutte le famiglie italiane, che complessivamente è pari a 70 milioni di euro ogni anno”. Per Legambiente questa rivoluzione “deve diventare centrale anche nel Mediterraneo, dove sono oltre 3mila le isole abitate e dove oggi la sfida è sia energetica, sia”.



LE POTENZIALITÀ – Nel dossier si sottolinea come tutti gli studi dimostrino che da Lampedusa al Giglio, da Favignana a Ponza, “in tutte le 19 isole minori italiane si possa cambiare completamente scenario energetico”. Ci sono progetti in cantiere in alcune isole da parte di Terna, Enea, Enel, “il problema – rileva Legambiente – è che nessuno è ambizioso come quelli delle 20 storie raccontate”. Per Legambiente sono tre i passi da compiere subito: fermare qualsiasi nuova realizzazione o ampliamento di centrali da fonti fossili, approvare il decreto, fermo al Ministero dello sviluppo economico, che prevede di riconoscere la stessa tariffa di cui beneficiano le società che gestiscono l’energia elettrica sulle isole, a chi produce energia da rinnovabili e, infine, approvare un piano per arrivare al 100% da rinnovabili in ogni isola. “È arrivato il momento – conclude Zanchini – di realizzare nelle isole minori italiane un cambiamento che permetta, alle famiglie e alle attività, di prodursi l’energia attraverso un modello distribuito di impianti rinnovabili ed efficienti”.

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sabato 2 aprile 2016

Cosa c'è sotto le TRIVELLE


L’ing. Angelo Parisi, membro del Comitato Scientifico del CETRI, ci spiega argutamente la vera ragione per cui i petro gasieri hanno voluto la norma che permette l’allungamento della concessione fino ad esaurimento del giacimento. Perchè hanno una “franchigia al di sotto della quale non pagano royalties, e quindi hanno tutto l’interesse ad estrarre a ritmi bassissimi per non sforare la franchigia, e quindi preferiscono sforare i 30 anni della concessione. Questa franchigia generosamente concessa dallo Stato gli permette peraltro di non pagare royalties che sono già vergognosamente basse. Leggere per credere. Il CETRI ringrazia Angelo per il suo infaticabile preciso e costante lavoro di esplorazione e scoperta della verità nel mondo dell’energia.

Ciò che si nasconde DAVVERO sotto le trivelle (e che quasi nessuno dice)

Il governo italiano, con una scelta discutibile, ha fissato al 17 aprile la data del referendum abrogativo sulle piattaforme petrolifere promosso da 9 regioni italiane.

KUWAIT-10010, 1991, final print_milan Ahmadi Oil Fields, Kuwait, 1991. National Geographic, August 1991, The Persian Gulf: After the Storm. Aliens on a fiery plain, Environmentalists Rick Thorpe and Michael Bailey of Earthtrust examine a field where the ground has been encrusted with oil. National Geographic, August 1991

L’oggetto del referendum è la norma introdotta con l’ultima finanziaria che consente alle società concessionarie del diritto di coltivazione dei giacimenti petroliferi a mare entro le 12 miglia marine di poter sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento, anche se entro le 12 miglia resta vietata la concessione di nuove concessioni di ricerca e coltivazione.

Per i fautori del no questa norma è logica in quanto per loro non ha senso “tappare” il foro mentre c’è ancora gas e petrolio da estrarre e inoltre dicono che una vittoria dei si sarebbe pericolosa in quanto bloccherebbe un settore in cui siamo all’avanguardia e si creerebbero migliaia di disoccupati. Insomma nulla di nuovo. Quando si tratta delle fonti fossili, ogni modifica che non piace ai signori del petrolio viene immediatamente bloccato un settore in cui siamo all’avanguardia, produce migliaia di disoccupati, genera piaghe bibliche e catastrofi galattiche…. Il solito ricatto  contro lavoro, ambiente e salute.

havenAltri argomenti citati dai fautori del no riguardano l’aumento delle importazioni dall’estero con il conseguente incremento del numero di petroliere che circolano sui nostri mari e approdano sui nostri porti. In pratica sostengono che gli effetti sull’ambiente provocati dallo stop alle piattaforme entro le 12 miglia marine sarebbero peggiori di quelli che produrrebbero delle piattaforme vecchie di 40 o 50 anni che pompano gas e petrolio dal fondo del mare.

Inoltre i fautori del no ricordano che la vittoria del si al referendum non comporterebbe un divieto alle trivelle e nemmeno alle piattaforme oltre le 12 miglia marine. Per questo accusano i comitati No Triv di truffare gli elettori.

Ma è veramente così?

Assolutamente NO!



Intanto i signori del no devono mettersi d’accordo con loro stessi. Infatti da una parte sostengono che questo referendum è inutile e non produrrà uno stop alle piattaforme e alle trivelle e che quindi presentarlo in questo modo è falso e truffaldino, mentre dall’altra parte dicono che una vittoria dei SI produrrebbe una catastrofe nazionale. Insomma devono spiegare come può essere che un referendum inutile e che non stoppa affatto piattaforme e trivelle, possa bloccare l’intero settore, far scappare tutte le società petrolifere dall’Italia, far perdere miliardi di investimenti, migliaia di posti di lavoro, aumentare le importazioni di petrolio e gas dall’estero e produrre un incremento dei costi della bolletta energetica?Kerkenna1

In pratica è come se dicessero che un moscerino che si posa su un grattacielo ne provoca il crollo.

Inoltre i signori del no sostengono che dalle piattaforme si estrae prevalentemente gas, ma poi dicono che la vittoria del si producendo uno stop immediato alle estrazioni, farebbe si che aumenti il traffico di petroliere. Tutto questo è puro allarmismo verbale. Innanzitutto vorrei ricordare che il gas non arriva con le petroliere, ma con i gasdotti, e (in rarissimi casi) con le navi gasiere  in forma di Gas Naturale Liquido (LNG). Quindi non si vede che ci azzeccano le petroliere. Diciamo che i fautori del no sono un tantino confusi. In secondo luogo in caso di vittoria dei SI gli impianti non verrebbero bloccati immediatamente ma a termine, con l’arrivo a scadenza delle concessioni.

Ma allora perché i signori del no raccontano queste falsità? E cosa si nasconde veramente sotto il loro desiderio di procrastinare le concessioni?

Intanto è bene chiarire subito che il referendum interesserà in modo diretto solo diciassette concessioni da cui si estrae il 2,1 % dei consumi nazionali di gas e  lo 0,8 % dei consumi nazionali di petrolio gas. Bruscolini che anche se dovessero venire a mancare da un giorno all’altro, come sostengono i signori del no, (ma, ripetiamo, NON è così)  non succederebbe nulla di grave e al calo di estrazioni si potrebbe benissimo fare fronte con un minimo di risparmio energetico (quindi incentivando un comportamento virtuoso. Certo se invece vogliamo continuare a sprecare energia prodotta con fonti fossili, allora non basteranno tutti i giacimenti del mondo a coprire il fabbisogno.

milazzoMa, come detto, la vittoria del si non comporterà uno stop immediato delle piattaforme che, purtroppo, continueranno a restare al loro posto fino alla scadenza della concessione e quindi non c’è alcun pericolo per il fabbisogno nazionale e nessuna perdita di posti di lavoro, che sono pochissimi, spesso di tecnici specializzati stranieri, e che scadrebbero al termine del contratto.

Quindi si ritorna alla domanda posta in precedenza: cosa temono i fautori del no?

Temono due cose.

Primo, che passi il messaggio che possiamo fare a meno del petrolio e che possiamo produrci l’energia di cui abbiamo bisogno in altro modo senza continuare a dare soldi ai petrolieri.

Secondo, che passi un altro principio, ben più importante per loro, quello per cui le concessioni scadono.

Infatti ci sono alcune cose che i signori del no ci tengono nascoste tentando di distogliere l’attenzione da esse per puntarla verso la catastrofe prodotta dalla vittoria del si e la perdita di migliaia di posti di lavoro.

Le paroline magiche che non pronunciano mai i signori del no sono due: royalty e franchigia.

Cosa sono le royalty?

Sono delle quote in denaro che le compagnie petrolifere versano ogni anno allo stato, alle regioni e ai comuni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Infatti in Italia le risorse petrolifere sono un bene indisponibile dello Stato, questo vuol dire che il petrolio e il gas dei giacimenti è di proprietà pubblica: tutti noi siamo proprietari di una quota di petrolio e di gas stoccati nei giacimenti.

Lo stato però non si occupa direttamente di estrarre queste risorse e “concede” dei titoli di sfruttamento di tali risorse a dei soggetti privati, i quali sostengono i costi per la ricerca e per la costruzione delle infrastruture necessarie alla loro estrazione. In cambio pagano ai “proprietari” delle risorse, noi tutti, una quota percentuale del valore di quanto estratto.

Il problema riguarda la percentuale che viene pagata. Tale percentuale, come si può vedere dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico, è pari al 7% per l’estrazione di gas e di olio a terra e del 4% per l’estrazione di olio in mare, a cui sommare una quota del 3% da destinare al fondo per la riduzione del prezzo dei prodotti petroliferi se la risorsa è estratta sulla terraferma o per la sicurezza e l’ambiente se estratti in mare. 



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lunedì 15 febbraio 2016

Mari del nord Sardegna diventano francesi



Mari del nord Sardegna diventano francesi, pescatori sardi cacciati via
"Pescatori sardi cacciati via, ignorata la Sardegna: un accordo internazionale con la Francia ha cambiato i confini a nord dell’isola". La denuncia del deputato Mauro Pili

CAGLIARI - “I mari al nord della Sardegna diventano francesi. Con un blitz senza precedenti il governo Renzi ha ceduto alla Francia le acque più pescose al Nord della Sardegna. Un’operazione scattata nei giorni scorsi quando un peschereccio sardo una volta lasciato il porto di Alghero e raggiunte le tradizionali aeree di pesca al nord dell’Isola si è sentito intimare dalle autorità francesi lo stop immediato. Il messaggio è stato chiaro: fermatevi state entrando in acque nazionali francesi in base all’accordo internazionale sottoscritto dal governo italiano da quello francese. Le autorità francesi non ci hanno pensato due volte a fermare l’imbarcazione sarda. E’ solo così che tra ieri e oggi si è scoperto che un accordo internazionale siglato dal Ministro degli esteri francese Fabius e quello italiano Gentiloni aveva ceduto porzioni infinite di mare alla Francia, guarda caso quelle aree notoriamente più pescose e battute dalle imbarcazioni della flotta sarda”.

Lo ha denunciato il deputato sardo di Unidos Mauro Pili che ha presentato un’interrogazione urgente al Ministro degli esteri e dell’agricoltura. Mauro Pili ieri ha incontrato i pescatori del Nord Sardegna e le organizzazioni di categoria annunciando anche iniziative clamorose se non verrà subito dismesso quel divieto illegale da parte delle autorità francesi.

"L’accordo siglato a Caen il 21 marzo del 2015  - prosegue Pili - è stato fatto scattare nei giorni scorsi in modo unilaterale dalla Francia, considerato che lo ha già fatto ratificare al proprio parlamento. Non altrettanto ha fatto il governo italiano che lo ha tenuto nascosto e
 non lo ha mai sottoposto al parlamento". 


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venerdì 8 gennaio 2016

Ecologia Immagini del 2015


Scioglimento a cascata 
non più sgretolamento del Ghiaccio
GUARDANE ALTRE 
dal Surfista in un mare di rifiuti
alle città più grandi del mondo






















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domenica 1 novembre 2015

I Dissuasori Antipescaastrascico Funzionano





I dissuasori antistrascico funzionano:
 nelle Egadi dimezzato quello illegale sotto costa

Lo strascico sotto costa, all’interno della batimetrica dei 50 metri, è vietato in tutta Italia da una legge nazionale, anche fuori delle aree marine protette. La pesca a strascico sotto costa distrugge i fondali, 
danneggiando coralligeno e praterie di Posidonia oceanica, e depaupera la risorsa ittica, catturando 
anche pesci allo stadio giovanile, non commercializzabili, costituendo in più una concorrenza sleale per la piccola pesca artigianale e per la pesca strascico svolta al largo, nel rispetto delle regole. Un  
fenomeno che è particolarmente grave in un’area marina protetta, perché ne vanifica l’effetto 
ripopolante. Ma le azioni dei bracconieri potrebbero aver trovato un forte ostacolo: la direzione dell’Area marina protetta delle Isole Egadi ha reso noti i risultati del monitoraggio sulla  pesca a strascico illegale sotto costa, effettuato acquisendo dal Comando Generale delle Capitanerie di porto i dati relativi ai segnali blue-box, i dispositivi satellitari per la rilevazione della posizione delle motobarche da pesca di lunghezza superiore ai 15 metri, registrati all’interno dell’Amp.

All’Amp delle Egadi spiegano che «Un primo monitoraggio è stato effettuato per il periodo dal 1 gennaio 2011 al 31 luglio 2012, nei primi 18 mesi dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento dell’Amp: in tale periodo i dati hanno accertato il verificarsi di 71 incursioni in zona A (divieto integrale), 512 incursioni in zona B (divieto parziale) e 1.210 passaggi sospetti in zona C (dove è consentito solo il transito delle barche a strascico, previa autorizzazione). Il secondo monitoraggio è stato effettuato per il periodo dal 1 agosto 2012 al 31 dicembre 2013, e ha evidenziato 30 incursioni in zona A, 356 incursioni in zona B e 865 passaggi “sospetti” in zona C (cioè alla velocità di navigazione con cui viene esercitata la pesca a strascico). Si è pertanto registrata una riduzione molto significativa degli abusi, di oltre il 57% per le 
zone di massima tutela (dove tali violazioni sono reato), 
di oltre il 30% in zona B e del 28% in zona C».

Secondo Giuseppe Pagoto, sindaco di Favignana e presidente dell’Amp, si tratta d «Un risultato 
eccezionale raggiunto grazie ad un mix di fattori: in primis il posizionamento attorno alle coste dell’isola di Favignana, nel giugno 2013, dei dissuasori antistrascico, 
finanziati dal Ministero dell’Ambiente».

Il direttore dell’Amp, Stefano Donati, spiega che «Si tratta  di sistemi di deterrenza passiva, anche 
ripopolanti, che scoraggiano le violazioni, poiché fanno perdere le reti ai pescatori abusivi; ma hanno 
contribuito a questo risultato anche la continua presenza in mare del personale Amp, le azioni di 
denuncia e le revoche delle autorizzazioni, per i casi più gravi. Abbiamo anche registrato una maggiore consapevolezza da parte dei pescatori ed è cresciuto il dialogo con tutta la categoria, dalle cooperative, alle Associazioni, fino ai Consorzi. Ovviamente hanno svolto un ruolo di primissimo piano tutte le Forze dell’Ordine operanti in mare e soprattutto la Capitaneria di porto, con tutti gli uffici territoriali impegnati nella prevenzione e nella repressione degli illeciti: oltre alle ordinarie attività di pattugliamento e controllo, la CP Trapani si è 
attivata per il controllo continuo, da remoto, dei tracciati AIS, richiamando via radio le unità che 
accedevano in zona interdetta».

Donati conclude: «Riteniamo probabile che il monitoraggio dello strascico sotto costa nel 2014 ci riservi un dato ancora più confortante, con una ulteriore riduzione degli abusi. E stiamo avviando i progetti per il potenziamento dei dissuasori. Ci auguriamo, quindi, di proseguire questa straordinaria collaborazione con la Capitaneria di Porto».

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domenica 26 luglio 2015

Fukushima: la Situazione Oggi

Fukushima: la situazione oggi

A quattro anni dal disastro dell'11 marzo 2011, 
spieghiamo in dieci punti qual è la situazione oggi a Fukushima.





1. Noccioli fusi. La precisa ubicazione dei diversi noccioli fusi resta sconosciuta a TEPCO come a chiunque altro, ma è accertato che una buona parte si è fusa attraversando i vessel (contenitori d’acciaio a pressione) e scendendo nella parte bassa della struttura di contenimento. L'operazione di raffreddamento del combustibile fuso dovrà continuare ancora per molti anni.

2. Acqua contaminata. L’acqua utilizzata per il raffreddamento rappresenta la maggior parte dell'acqua contaminata immagazzinata nelle circa mille vasche d'acciaio montate sul sito dal 2011 ad oggi. A dicembre 2014, un totale di 320 mila tonnellate di acqua altamente contaminata era immagazzinata nei serbatoi. TEPCO sta utilizzando diverse tecnologie per rimuovere fino a 62 radionuclidi da quest'acqua, ma non l'isotopo radioattivo trizio che non si sa ancora come trattare. L’acqua già trattata ma contenente trizio ammontava lo scorso 8 febbraio a 297 mila tonnellate.

3. Il programma di TEPCO. Inizialmente TEPCO stimava di riuscire a completare il trattamento di tutte le acque altamente contaminate entro la fine di marzo 2015, ma questo piano è stato rivisto a gennaio, quando la società ha annunciato di aver completato "circa il 50 per cento" del lavoro. Un nuovo programma dovrà essere annunciato in questi giorni, con TEPCO che ora prevede di completare il trattamento delle acque entro il prossimo maggio. Allo stesso tempo, circa 300 tonnellate di acqua sono necessarie ogni giorno per raffreddare il nocciolo rimanente e il combustibile fuso nei tre reattori.

4. Acque sotterranee.  La stima ufficiale è che una quantità pari a circa 800 tonnellate di acqua scorra sul sito ogni giorno. Secondo una stima di TEPCO, 300/400 tonnellate di quest'acqua vengono contaminate. TEPCO afferma che la contaminazione delle acque sotterranee entrata nel sito è dovuto alla contaminazione della superficie che permea il terreno e raggiunge le falde acquifere, e che - 'teoricamente' - le acque sotterranee non vengono a contatto con l'acqua all'interno degli edifici del reattore; una teoria ancora non provata, che al momento resta solo sulla carta.

5. Un muro di lamiera. I tentativi di evitare questa contaminazione sono concentrati sulla costruzione di un tubo d'acciaio lungo 770 metri e di un muro di lamiera. La struttura in acciaio è situata ad una profondità di 30 metri, ovvero - secondo TEPCO - sotto il livello del suolo permeabile. Questa ipotesi è però messa in discussione dalle indagini geologiche sul sito, che mostrano come gli strati permeabili composti da arenaria e pomice siano ad una profondità di circa 200 metri rispetto alla superficie.

6. La costruzione di un muro di ghiaccio. TEPCO prevede di ridurre il volume delle acque sotterranee che entrano nel sito costruendo una parete di ghiaccio, con una circonferenza di 1,5 chilometri attorno alla centrale di Fukushima Daiichi. Per mettere in pratica questa soluzione, si dovrebbe forare il terreno per poter inserirvi 1.571 tubi di acciaio di 30 metri, da raffreddare a -30C°. L'obiettivo è quello di ridurre di due terzi l'acqua che fuoriesce nell'oceano. Il muro di ghiaccio dovrebbe restare in attività per 6 anni, fino a quando saranno sigillati i nuclei del reattore. Dubbi sull’efficacia di questa soluzione, e sulle conseguenze che questa porterebbe con sé, sono stati mossi anche da uno tra gli stessi consulenti internazionali di TEPCO e da un Commissario presso l'Autorità di regolamentazione nucleare giapponese (NRA).

7. Rimozione del combustibile esausto. Dopo il successo ottenuto con la rimozione del combustibile esausto e fresco dal reattore 4, la TEPCO vuole ora trasferire il combustibile ancora presente al reattore 3 o nella struttura comune dell’impianto oppure nella piscina del reattore 6 nel corso del 2015. A differenza però del trasferimento effettuato dal reattore 4, l’operazione dovrà essere svolta da remoto a causa dell’elevato livello di radiazioni nell’edificio che rende impossibile per degli esseri umani lavorare in un ambiente così contaminato. A complicare ulteriormente le cose, la presenza di macerie nel sito del reattore 3.

8. Decontaminazione. Dal monitoraggio della radioattività svolto da Greenpeace risulta che il  59% dei campioni presi in aree ufficialmente “decontaminate” era ancora oltre la soglia, con i livelli più alti rilevati lontano dalle strade. Il lavoro di decontaminazione è servito in sostanza solamente a “spostare” il problema, ma non a liberarsene. Attualmente 120 mila persone non hanno ancora fatto ritorno nelle loro case e il processo di decontaminazione sembra non conoscere fine. Le colline, le montagne e le foreste della Prefettura di Fukushima sono fortemente contaminate. Il risultato è che il materiale radioattivo viene dilavato attraverso i corsi d’acqua e raggiunge anche aree precedentemente decontaminate, ricontaminandole.

9. Rifiuti nucleari. Il processo di decontaminazione sta generando elevate quantità di rifiuti radioattivi stoccati in 54 mila siti temporanei in tutta la Prefettura di Fukushima. Le stime ufficiali sulle quantità di rifiuti che verranno prodotti dalle operazioni di decontaminazione parlano di 15-28 milioni di metri cubi di rifiuti nucleari. L’area contaminata al di sopra di 1mSv è di duemila chilometri quadri.  Se venisse decontaminata genererebbe circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti. In realtà questo non è possibile e quindi in futuro avremo una costante ricontaminazione di città e paesi dovuta all’impossibilità di decontaminare le montagne forestate e i fiumi.

10. I costi.  I costi delle operazioni di decontaminazione sono stimati in 170 miliardi di dollari. L’istituto privato di ricerca JCER (Japan Centre for Economic Research) stima i costi totali del disastro, la compensazione e il decommissioning dei sei reattori di Fukushima in 520/650 miliardi di dollari.

da : http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/Fukushima-la-situazione-a-4-anni-dal-disastro-in-10-punti--/




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mercoledì 28 gennaio 2015

La Plastica nel Mare Danneggia e Modifica la Natura



Questa tartaruga probabilmente e' rimasta incagliata in un anello di una confezione da 6 lattine di birra quando era piccola, 
ora è per sempre strangolata nel cappio del boia plastica!

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domenica 2 marzo 2014

L'Isola di Plastica del Pacifico ora diventa un film


Dislocazione delle isole di immondizia negli oceani

L'Isola di Plastica del Pacifico ora diventa un film

L'Isola di plastica del Pacifico ( in inglese: Pacific Trash Vortex ), noto anche come Grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch), è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell'Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un'area più grande della Penisola Iberica a un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell'Oceano Pacifico. Quantunque valutazioni ottenute indipendentemente dall'Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimino l'ammontare complessivo della sola plastica dell'area in un totale di 3 milioni di tonnellate, nell'area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.

L'accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell'azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell'Oceano Pacifico (ci si riferisce spesso a quest'area come la latitudine dei cavalli), che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro formando una enorme "nube" di spazzatura presente nei primi della superficie oceanica.

Questo accumulo informalmente viene chiamato con diversi nomi, tra cui Isola orientale di Immondizia o Vortice di Pattume del Pacifico.

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Si chiama Great Pacific Garbage Patch, è un'enorme isola di rifiuti, grande come il Texas, che da 60 anni galleggia in mezzo all'oceano Pacifico. Ora un documentario racconta i danni sulla salute e sull'ambiente marino dell'isola In mezzo all'oceano pacifico c'è un'isola che pochi conoscono. No, non è Atlantide e ci somiglia anche poco. Si chiama Great Pacific Garbage Patch. Tradotto? La grande chiazza di immondizia del Pacifico: una vera e propria isola di rifiuti galleggiante. Dopo un viaggio di 7 anni, la surfista e subacquea Angela Sun la racconta in un nuovo documentario indipendente intitolato Plastic Paradise: The Great Pacific Garbage Patch. E sta già facendo il giro di numerosi festival ambientali per mostrarne gli impatti devastanti su ambiente, salute umana e vita marina.

L'esistenza di quest'isola di plastica fu prevista in un documento della National Oceanic and Atmospheric Administration nel 1988, ma in realtà l'isola aveva iniziato a formarsi intorno agli anni '50, proprio quando la plastica fece il suo epocale ingresso sul mercato. E, da allora, è cresciuta a dismisura. L'Algalita Marine Research Foundation e la Marina degli Stati Uniti stimano che siano 3 milioni le tonnellate di plastica agglomerate dalle correnti oceaniche in quella conosciuta come zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord Pacifico. Situata approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord, l'estensione del Garbage Pack non è nota con precisione: potrebbe essere pari alla superfice del Texas o a quella degli interi Stati Uniti.

Perché una chiazza e perché di plastica? Semplice: i materiali plastici non si biodegradano come gli altre sostanze di natura organica, ma prima si “fotodegrada”, dividendosi in parti sempre più piccole. Questo fa sì che i rifiuti gallegino formando un agglomerato che imbriglia detriti di ogni tipo (il Garbage pack potrebbe contenerne fino a 100 milioni di tonnellate) e contamina l'ambiente marino. Basti pensare che i polimeri proveninenti dalla graduale disintegrazione dei rifiuti sono molto simili a quelli che formano il plancton. Molti animali marini, quindi, muoiono per aver ingerito plastica, che entra nella catena alimenta intasando l'intero ecosistema.

leggi anche  :  http://cipiri6.blogspot.it/2012/03/isola-di-plastica.html

http://cipiri6.blogspot.it/2009/09/isola-di-spazzatura.html

http://cipiri6.blogspot.it/2011/11/i-sacchetti-di-plastica-soffocano-i.html

Isola di spazzatura




Dossier Isola di spazzatura 

I sacchetti di plastica soffocano i mari


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Continua a crescere l’isola dei rifiuti 

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venerdì 13 aprile 2012

Aggiornamento Fukushima


Tonnellate di acqua contaminata ora si trovano nei nostri mari.

. Altroconsumo - Free mini stereo .


Aggiornamento Fukushima 
 

Per riuscire a raffreddare i reattori e cercare di scongiurare il disastro nucleare, è stata usata acqua marina riversata succissavamente in mare. Tonnellate di acqua contaminata ora si trovano nei nostri mari. Dal momento che non sappiamo esattamente quanta acqua contaminata con quale concentrazione è stata rilasciata nell'oceano, è impossibile stimare l'entità e la diluizione dei materiali radioattivi. Inoltre il monitoraggio TEPCO ha mostrato concentrazione di iodio radioattivo e di cesio centinaia di volte superiore al limite di legge (con un picco a oltre 100 Bq/cm3 primi di aprile 2011 per I-131) -

Aggiornamento Fukushima






 . Free TV Radio .

sabato 3 dicembre 2011

Tutto per una scatoletta : VIDEO SHOK





Sai che tonno mangi?
Partecipa al nostro sondaggio e dai il tuo contributo alla nostra campagna.

Continueresti a comprare tonno in scatola se sapessi che per pescarlo vengono uccisi migliaia di squali e tartarughe?
Si
No
Pensi che scrivere sulla scatoletta "Ingredienti: tonno" sia un'informazione sufficiente a sapere che tonno mangi?
Si
No
Secondo te, i produttori di tonno in scatola danno poche informazioni ai consumatori perchè...
Utilizzano metodi di pesca che distruggono l’ecosistema
Ti vendono nelle scatolette anche specie di tonno a rischio
Non conoscono l'origine del loro tonno, che rischia di essere illegale
Non c’è niente da nascondere
Al momento sul mercato italiano non esiste una marca di tonno 100% sostenibile. Cosa dovrebbero fare le aziende per cambiare in meglio le proprie scatolette?
Acquistare solo tonno pescato in maniera sostenibile
Indicare sulle scatolette specie di tonno, area e metodo di pesca
Sostenere la creazione di riserve marine
Non c’è bisogno di cambiare





Video shock. Tutto per una scatoletta . 


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 Se decidi di guardare questo video shock, avrai le prove di come metodi di pesca al tonno distruttivi stiano minacciando l'intero eco-sistema. Il filmato documenta come la pesca con i FAD uccide diverse specie marine tra cui squali, mante, tartarughe, balene e delfini. È stato girato da un pilota di elicotteri dell'industria del tonno su un peschereccio coreano nell'Oceano Pacifico. www.tonnointrappola.it




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