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giovedì 6 giugno 2019

ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO

Great Pacific Garbage Patch


Great Pacific Garbage Patch


ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO, GRANDE TRE VOLTE LA FRANCIA




80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia: questa è la dimensione della Great Pacific Garbage Patch, l’atollo di rifiuti, 99,9% plastica, tra l’isola dei Caraibi e le Hawaii.  Ma anche in Italia un recente studio del CNR ha individuato una zuppa composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri e densa come nessun altro vortice di rifiuti nel Mediterraneo occidentale.  Si trova a nord ovest dell’isola d’Elba, tra il corno della Corsica e la Capraia.

ISOLA DI PLASTICA NEL PACIFICO, GRANDE TRE VOLTE LA FRANCIA.
 ECCO I DATI SU SCIENTIFIC REPORTS

Isola di plastica. La grande isola di plastica del Pacifico sta diventando sempre più grande. La fondazione olandese Ocean Cleanup è tornata nella discarica oggi 16 volte più alta di quanto si pensasse fino a ieri. I dati su Scientific Reports.

La fondazione olandese Ocean Cleanup ha ripercorso l’isola del Pacifico contando 80mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia. La massa della spazzatura, concentrata dalle correnti oceaniche, è 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri. Ci troviamo a metà strada tra due famose mete turistiche come la California e le Hawaii. Sono stati pubblicati su Scientific Reports i nuovi dati che parlano di una concentrazione di spazzatura che è passata dai 400 grammi per chilometro quadro degli anni ’70 a 1,23 kg nel 2015. Il 99,9% di questa spazzatura è plastica. Quasi la metà è formata da reti da pesca. Il resto è una quota dei 320 milioni di tonnellate di questo materiale prodotti ogni anno nel mondo.

Gli oggetti più grandi di circa 5 centimetri o più rappresentano il 53% della massa. Ma se consideriamo il numero dei frammenti, la maggior parte sono costituiti da microplastiche. L’ammasso di spezzatura contiene 1,8 trilioni di pezzi: 250 per ogni individuo del pianeta. E le 18 navi della Ocean Cleanup hanno dragato con le loro reti solo la superficie.Quando la plastica affonda o si degrada viene ingerita dai pesci o dal plankton ed entra nella catena alimentare. Ma buona parte di questa plastica resta ancora da determinare.


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"Una vera e propria “zuppa di plastica”, 
insieme a materiale organico di vario tipo, 
è quello che abbiamo trovato oggi nel Mar Tirreno, 
nella zona tra Elba-Corsica-Capraia all’interno del Santuario dei Cetacei...

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lunedì 18 marzo 2019

Cina : blocco delle importazioni di rifiuti

A un anno dal blocco delle importazioni di rifiuti   da parte della Cina molte città sono tornate agli inceneritori: uno dei problemi,   però, è proprio la raccolta differenziata per colpa dei Cittadini Pigri.

A un anno dal blocco delle importazioni di rifiuti 
da parte della Cina molte città sono tornate agli inceneritori: uno dei problemi, 
però, è proprio la raccolta differenziata per colpa dei Cittadini Pigri.

A partire dagli anni Ottanta i paesi industrializzati hanno iniziato a esportare gran parte dei loro rifiuti da riciclare verso la Cina, un mercato in espansione disponibile ad accontentarsi anche di rifiuti di bassa qualità per trasformarli in materie prime. Solo per quanto riguarda la plastica si calcola che dal 1992 – cioè da quando si è cominciato a raccogliere dati a riguardo – la Cina abbia ricevuto il 45 per cento di tutti i rifiuti prodotti, arrivando nel 2016 ad assorbire più del 70 per cento di tutti i rifiuti di plastica. La Cina prendeva dai rifiuti quello che poteva riciclare e bruciava il resto, sopperendo a una carenza di materia prima causata dall’ancora diffusa povertà del paese.

Tutto questo è stato possibile fino a quando, nell’estate del 2017, il governo cinese ha deciso di diminuire le importazioni dei rifiuti plastici e cartacei, imponendo a partire dal 1 gennaio 2018 il blocco delle importazioni di 24 tipologie di rifiuti, tra cui plastica, carta da macero e scarti tessili, a cui nel 2019 sono state aggiunte altre 16 tipologie, tra cui rottami di auto e navi demolite. Si trattava infatti di materiale considerato di bassa qualità, i cui costi di importazione e riciclaggio non erano più convenienti per il mercato cinese. La Cina ha deciso quindi di importare solo rifiuti “di qualità”, più facilmente riciclabili, ma ha provocato problemi enormi, che a cascata riguardano tutti i paesi che per anni avevano venduto alla Cina i loro rifiuti.

Un mercato in stallo
Questi problemi, negli ultimi mesi, abbiamo imparato a conoscerli bene anche in Italia, ma negli Stati Uniti si stanno verificando in scala molto maggiore. Gli Stati Uniti sono stati infatti i più grandi esportatori di rifiuti verso la Cina, e il blocco delle importazioni deciso dal governo cinese ha significato un improvviso stallo nel riciclo dei rifiuti, oltre che un aumento dei costi. Molte città si sono trovate a dover scegliere tra pagare molto di più per riciclare i propri rifiuti negli impianti statunitensi, oppure disfarsi di tutti i i rifiuti, anche quelli frutto della raccolta differenziata, in discariche e inceneritori (in Italia sono chiamati anche termovalorizzatori quando il calore prodotto dalla combustione dei rifiuti viene utilizzato per produrre energia elettrica).

Alana Semuels ha raccontato in un articolo sull’Atlantic come nel concreto questo stia modificando il processo di riciclo negli Stati Uniti, mostrando i casi di diverse amministrazioni cittadine che si sono ritrovate a dover rinunciare a fare la raccolta differenziata, a causa di un mercato senza sbocchi. A Franklyn, nel New Hampshire, per esempio, il costo per il riciclo dei rifiuti è passato da 6 dollari per tonnellata del 2010 ai 125 dollari per tonnellata attuali, una cifra insostenibile per una città dove gli abitanti vivono in gran parte sotto la soglia di povertà. E quindi: ha ancora senso stare a dividere plastica e carta, se poi alla fine non possiamo far altro che bruciare tutto?

L’alternativa, più economica, è infatti stata quella di portare tutti i rifiuti indistintamente negli inceneritori, al costo di 68 dollari per tonnellata. È quello che è successo anche a Broadway, in Virginia, che ha sospeso la raccolta differenziata dopo 22 anni, e nella contea di Blaine, nell’Idaho, che si è vista costretta a portare in discarica le balle di rifiuti che si erano accumulate nei depositi in attesa di essere riciclate.

Aumentano discariche e rifiuti inceneriti
Il Guardian ha raccontato la storia di Chester, un città della Pennsylvania dove si trova un grande inceneritore dell’azienda Covanta. Da quando è attivo il blocco delle importazioni in Cina, nell’inceneritore di Chester arrivano ogni giorno 200 tonnellate di rifiuti riciclabili che non trovano altra destinazione. Solo una piccola parte di tutta questa spazzatura, però, arriva dalla città di Chester: gran parte dei rifiuti che vengono inceneriti lì proviene infatti dallo stato di New York, dall’Ohio, dal North Carolina e da molti altri stati.

Questa grande quantità di rifiuti crea anche un secondo problema: preoccupazione principale degli abitanti di Chester è che i fumi dall’inceneritore emettano sostanze tossiche che possano causare danni alla salute dei cittadini, in particolare quelli che abitano nei pressi dell’impianto, che spesso appartengono a minoranze etniche e sociali.

Nonostante tra i cittadini di Chester si registri una percentuale di cancro alle ovaie 24 volte maggiore che nel resto della Pennsylvania, e nonostante circa il 40 per cento dei bambini soffra di asma, l’azienda Covanta ha sempre detto di aver fatto tutti i controlli necessari per verificare la qualità dell’aria nella città, sostenendo che le emissioni di diossina siano molto al di sotto del limite consentito. Covanta ha anche sempre sostenuto che gli inceneritori siano il male minore in casi come questo, dato che l’alternativa sarebbe spedire depositare i rifiuti in discarica. «In termini di gas serra – ha detto Paul Gilman, responsabile della sostenibilità ambientale di Covanta – è molto meglio mandare i prodotti riciclabili in un impianto che recuperi energia, vista la quantità di metano che viene prodotta dai rifiuti lasciati in discarica».

Come si risolve questa situazione?
Secondo uno studio pubblicato lo scorso giugno sulla rivista scientifica Science Advance, il blocco delle importazioni di rifiuti da parte della Cina comporterà che entro il 2030 ci saranno 111 milioni di tonnellate di rifiuti di cui non sapremo cosa fare. Alcuni paesi hanno spostato le rotte dei propri rifiuti verso paesi del sud-est asiatico come Malesia e Vietnam, che però hanno a loro volta annunciato di voler seguire l’esempio cinese e smettere di importare rifiuti di bassa qualità dall’estero. E gli Stati Uniti producono proprio rifiuti “di bassa qualità”.

Sull’Atlantic, Semuels ha spiegato che per anni molti statunitensi – anche i meglio intenzionati – hanno riciclato “male”. Secondo la National Waste & Recycling Association, un’associazione che raggruppa le società che si occupano del riciclo e del recupero dei rifiuti negli Stati Uniti, circa il 25 per cento dei rifiuti che i cittadini statunitensi inseriscono nei bidoni che raccolgono insieme plastica e carta (un sistema di raccolta introdotto negli Stati Uniti negli anni Novanta per risparmiare sui costi di trasporto e incentivare le persone a non gettare i rifiuti nell’indifferenziata) è composto da materiale contaminato, e che quindi non può essere “riciclato” 
se prima non viene pulito, in qualche modo.

Inserire cartoni della pizza con avanzi di cibo, bottiglie sporche e altri rifiuti contaminati non ha rappresentato un gran problema fintanto che la Cina comprava rifiuti di qualunque tipo. È nessuno si era posto il problema di insegnare davvero come differenziare i rifiuti, specialmente quelli di plastica e carta, dato che c’era qualche lavoratore sottopagato 
che lo faceva in Cina al posto dei cittadini statunitensi.

Rimediare a questa situazione, negli Stati Uniti, al momento significa assumere personale perché pulisca i rifiuti che i cittadini non hanno differenziato bene, facendo salire di conseguenza i costi per chi poi vuole acquistare le materie prime secondarie, cioè derivate dal riciclo. In sostanza per un’azienda è più economico acquistare materie prime “vergini”, piuttosto che riciclate, anche se si tratta solo di qualche centesimo in più per prodotto.

Debbie Raphael, direttrice del dipartimento per l’Ambiente della città di San Francisco, sostiene che l’unico modo sensato per rimediare a questa situazione sia di usare molta meno plastica. Alle tre R di “Riduci, Riusa e Ricicla”, i capisaldi dell’economia circolare dei rifiuti, andrebbe secondo lei aggiunta una quarta “R”: Rifiuta. In un periodo come questo, secondo Raphael, non basta differenziare correttamente i propri rifiuti, pulendoli, selezionandoli ed evitando di contaminarli. Bisogna rifiutarsi di utilizzarne alcuni che poi saranno più difficili da riciclare, 
come ad esempio gli imballaggi in plastica.


È chiaro che il nostro stile di vita ha il suo peso.   Nella nostra società non è praticamente possibile   vivere senza inquinare in modo significativo,   il che ci impone la prospettiva di uno stile di vita sostenibile   a livello globale, che riduca al massimo il nostro impatto ambientale...


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È chiaro che il nostro stile di vita ha il suo peso. 
Nella nostra società non è praticamente possibile 
vivere senza inquinare in modo significativo, 
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lunedì 15 febbraio 2016

L’Oceano Pacifico è morto


IL RESOCONTO DI UNA TRAVERSATA FA IL GIRO DEL MONDO
L’oceano Pacifico è morto, è svuotato di ogni vita. Ci sono solo rifiuti e barche per la pesca industriale intente a saccheggiare accuratamente quel poco che è ancora rimasto.

Sta facendo il giro del mondo, sui media di lingua inglese, il racconto struggente, tragico e a suo modo poetico di un marinaio, Ivan Macfadyen (foto), che ha ripetuto la traversata del Pacifico effettuata dieci anni fa. Allora fra l’Australia e il Giappone bastava buttare la lenza per procurare pranzo e cena succulenti. Stavolta in tutto due sole prede. Dal Giappone alla California, poi, l’oceano è diventato un deserto assoluto formato da acqua e rottami.

Nessun animale. Non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia.

Il racconto di Ivan Macfadyen, vecchio marinaio col cuore spezzato dopo 28 giorni di desolata navigazione nel Pacifico, è stato raccolto dall’australiano The Newcastle Herald ed è stato variamente ripreso da decine e decine di testate, tutte in inglese.

Macfadyen ha navigato con il suo equipaggio a bordo del Funnel Web sulla rotta Melbourne -Osaka – San Francisco. Dice di aver percorso in lungo e in largo gli oceani per moltissimi anni, dice di aver sempre visto uccelli marini che pescavano o che si posavano sulla nave per riposarsi e farsi trasportare. E poi delfini, squali, pesci, tartarughe… Stavolta nulla di tutto ciò: nulla di vivo per oltre 3.000 miglia nautiche.

Unica apparizione, poco a Nord della Nuova Guinea, quella di una flotta per la pesca industriale accanto ad una barriera corallina. Volevano solo il tonno, tiravano e ributtavano in mare – morta – ogni altra creatura marina.

E poi la parte più allucinante del viaggio, quella dal Giappone alla California, costantemente accompagnata dalla gran quantità di rottami trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha innescato la crisi di Fukushima.

Rottami, rottami grandi e piccoli ovunque: impossibile perfino accendere il motore. Rottami non solo in superficie ma anche sui fondali, come si vedeva chiaramente nelle acque cristalline delle Hawaii. E poi plastica, rifiuti di plastica dappertutto.

Nel racconto di Ivan Macfadyen un solo elemento è direttamente riconducibile ai tre reattori nucleari in meltdown sulla costa giapponese: dice di aver raccolto campioni destinati ad essere esaminati per la radioattività e di aver compilato durante il viaggio questionari periodici in seguito a richieste provenienti dal mondo accademico statunitense.

Però non si può non pensare a Fukushima quando Macfadyen afferma che nelle acque del Giappone il Funnel Web ha perso il suo colore giallo brillante e quando dice che uno dei pochissimi esseri viventi incontrati dal Giappone alla California era una balena che sembrava in fin di vita per un grosso tumore sul capo.

Sui social e nei commenti sul web si fa un gran parlare della relazione fra Fukishima e l’assenza di esseri viventi fra Giappone e California.

Io sottolineo tre elementi: primo, la sorgente di radioattività di Fukushima, sebbene molto intensa, paragonata alla vastità dell’oceano diventa come uno sputo in un fiume; secondo, nei dintorni di Fukushima e prima di diluirsi nella vastità dell’oceano la radioattività effettivamente si accumula nella catena alimentare e vi resterà per molti decenni; terzo, una desolazione vasta e assoluta come quella raccontata da Macfadyen si sposa benissimo con gli effetti della pesca industriale dissennata, senza bisogno alcuno di scomodare la radioattività i cui effetti sensibili – stando alle informazioni note – si limitano al tratto di mare davanti ad una parte delle coste giapponesi.


Il Pacifico è morto – si è rotto, per usare l’espressione di Macfadyen – e l’ha ucciso il genere umano, che sta al pianeta come una nuvola di cavallette sta ad un campo di grano. Macfadyen, raccolta il The Newcastle Herald nel seguito della storia, non ha voluto rilasciare altre interviste dopo quella che ha fatto così tanto rumore. Desidera però che il mondo sia consapevole di quanto egli ha visto.

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ISOLA DI PLASTICA NELL'OCEANO



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venerdì 8 gennaio 2016

Ecologia Immagini del 2015


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lunedì 7 luglio 2014

Riciclano rifiuti ed erogano buoni spesa




ANZIO - Ricicla lattine di metallo, bottiglie e tappi di plastica e distribuisce buoni per fare la spesa. Ad Anzio i punti di raccolta sono almeno tre e stanno già attirando un bel po’ di persone. Si tratta della macchina del riciclo utile. Una sorta di gigante pattumiera e che funziona anche da ecocompattatore. La macchina però ha una particolarità. Non solo ingoia rifiuti riciclabili e li compatta ma paga, seduta stante, l’utente che li ha gettati. Ed ecco allora che i rifiuti si trasformano in ricchezza.

Questa simpatica macchina è stata posizionata dalla società Ecocompat di Anzio all’esterno del supermercato Pam di Lavinio, del cinema multisala Lido nel quartiere Padiglione e presso l’autofficina S.M. di Lavinio. Sempre maggiore è però il numero di esercizi che sta aderendo al progetto: scuole, ludoteche, parrucchieri e gelaterie. Le scuole che hanno aderito al progetto istallando l’isola ecologica della Ecocompat, oltre ad avere il beneficio di educare i ragazzi alla differenziata, riceveranno in cambio materiale didattico e di cancelleria. Il motto della Ecocompat è: «Se dipendesse da noi, ci troveresti in tutte le piazze». Il servizio, oltre ad essere conveniente per le famiglie, può ridurre il volume originale dei rifiuti anche del 90%.
 Il Comune, adottando questo sistema, potrebbe
ad esempio ridurre le tasse che gravano sulle tasche delle famiglie.



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martedì 28 gennaio 2014

I Rifiuti sono il Petrolio Italiano


I Rifiuti sono il Petrolio Italiano

La questione rifiuti ha messo a rischio la credibilità del sistema Italia nel mondo. L’incapacità delle nostre città nella gestione delle più elementari norme ambientali ha reso palese l’assenza di una qualsiasi programmazione di settore. Le mafie si sono dimostrate le realtà più pronte a sviluppare business all’interno delle maglie dell’inefficienza pubblica , inquinando aria, acqua, terra e generando così milioni di morti per patologie svariate.

In un recente Rapporto di Legambiente si parla del problema rifiuti in termini di “emergenza nazionale”.

Ciò che è un problema in Italia , non sembra essere tale in Europa. La Direttiva UE 2008/98/CE definisce il concetto di rifiuto come “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. Secondo quanto pubblicato dall’Unione Europea nel 2008 la produzione totale di rifiuti delle attività economiche e domestiche dei 27 Stati Membri ammontava a 2615 milioni di tonnellate. Di queste circa 98 milioni di tonnellate sono stati classificati come rifiuti pericolosi. In termini di produzione pro capite per abitante parliamo di circa 5,2 tonnellate di rifiuti, di cui 196 kg classificati come pericolosi. In Italia l’ISTAT ha censito nel 2012 ben 609,5 chilogrammi di rifiuti prodotti per abitante, con un aumento dello 0,9% rispetto al 2009.

Quanto costa in Italia la gestione dei rifiuti ? Secondo NOMISMA l’onere è a carico dei cittadini ammonta a 2.5 miliardi di euro anno. Il fatto più curioso è che solo nel nostro Paese i rifiuti sono vissuti come onere da parte della Pubblica Amministrazione. In Europa e nel Mondo la valutazione dell’immondizia viene effettuata secondo un parametro di produttività ossia facendo riferimento alla quantità di energia generabile. Nei paesi scandinavi le grandi metropoli sono riscaldate attraverso il trattamento dei rifiuti. L’immondizia viene trattata e ne viene tratto valore. Siamo addirittura ad un paradosso: mentre in passato le metropoli del Sud Europa dovevano addirittura pagare per “cedere” i rifiuti a Norvegia o Islanda, oggi queste realtà all’avanguardia riscontrano una “carenza” di approvvigionamento , scontando la concorrenza di altre realtà (Olanda, Germania).

Esiste dunque una strada , seppur già battuta anche per il nostro Paese. Esiste la possibilità di “creare valore” da ciò che oggi è un mero costo nonchè un indice di fatturato generoso per le mafie e l’anti Stato. Probabilmente una norma coattiva che parta dai rifiuti della PA obbligando la conversione in energia, potrebbe essere una potenziale svolta. Dovrebbero essere Regioni, Provincie e Comuni a dare il “la” ad una rivoluzione epocale. Trasformare il minus in plus con le energie è possibile.

All’appello manchiamo solo noi Italiani.


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venerdì 3 gennaio 2014

Pianura Padana, rifiuti tossici e nucleari interrati come al Sud


Pianura Padana

 rifiuti tossici e nucleari interrati come al Sud

Se pensavate che il fenomeno dei rifiuti interrati riguardasse solo il Sud, vi sbagliate di grosso, infatti dalle risaie del Vercellese a Pordenone, il terreno della Valpadana è risultato inquinato a causa dei rifiuti tossici, scorie radioattive ed ex terreni industriali in attesa di bonifica.

Anche il Nord è fortemente inquinato e brucia. E quelle pubblicità come la Pxxì, che esalta la provenienza padana dei suoi pomodori come garanzia, hanno torto marcio. Tra le risaie del Vercellese, c’è una delle più grandi discariche di rifiuti nucleari italiani, scarti di quelle centrali atomiche spente nel 1987, ma che continuano ad inquinare l’aria e la terra.

In quelle zone sono presenti oltre il 90% delle scorie radioattive prodotte in Italia, e le mura in cemento che dovrebbero contenere questi scarti nucleari altamente pericolosi, dopo tanti anni, sono irrimediabilmente danneggiate rilasciando continuamente acqua radioattiva nelle acque del fiume Dora e nel Po. Nei terreni circostanti ai depositi nucleari, viene coltivato il riso tra il più venduto nel mondo.

Anche in Veneto non se la passano bene. Infatti Porto Marghera è una delle terre più contaminate d’Europa, la zona è completamente disseminata di impianti, oramai quasi totalmente dismessi, con scarti e scorie di lavorazione ancora da bonificare.

Un altro caso decisamente preoccupante è Ispra, una cittadina sul versante lombardo del lago Maggiore, in provincia di Varese. In questa città per decenni era in funzione una piccola centrale nucleare dell’Enea, e dove credete che venivano scaricate le scorie ed i liquami? Direttamente nelle acque del lago. Attualmente nella provincia di Varese c’è la più alta incidenza di carcinomi mammari, ogni anno si registrano circa 800 donne affette da questa patologia.

Per concludere in Friuli Venezia Giulia, una ricerca della Asl di Pordenone parla di acque superficiali “a rischio contaminazione“, da idrocarburi rinvenuti nelle acque di falda vicine all’aeroporto militare Usa di Aviano, dove negli anni si sono registrati casi di rottura delle condotte di carburante. Nel 1998 il “Centro di riferimento oncologico di Aviano” segnalava che, all’interno della base americana, a 15 chilometri da Pordenone, il tasso di radioattività dell’aria era cinque volte superiore alla media italiana.

Quindi possiamo tranquillamente dire che il Nord non ha nulla di insegnare al Sud, l’unica cosa che potrebbe tramettere al resto d’Italia è la profonda ipocrisia che le aziende locali utilizzano per pubblicizzare i propri prodotti alimentari. Lo smaltimento dei rifiuti riguarda tutta l’Italia.
Di: Luigi Palumbo
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mercoledì 9 ottobre 2013

I Rifiuti all’estero sono un business in Italia un dramma



Riciclaggio rifiuti trasformarlo in un vero lavoro

Abbiamo ancora tutti impresse davanti agli occhi le tristi immagini dei fumi, delle proteste e soprattutto delle discariche che invasero la città di Napoli qualche anno fa. Ad onor del vero però, va detto, che il capoluogo campano è solo una delle tante città italiane in cui il problema rifiuti è diventato una vera e propria piaga sociale. Si rimane quindi ancora più stupiti nello scoprire come, proprio i rifiuti, in altre realtà non troppo lontane da noi, sono diventati un business.

È questo ad esempio il caso delle tante aziende che oggi producono gomme ricostruite – o rigenerate – per automobili, moto ed autocarri, proprio a partire dalla sostituzione del vecchio battistrada ormai non più utilizzabile, limitando ed eliminando quindi l’ammassarsi inquinante in discarica di questi ultimi, trasformandoli in prodotti competitivi a livelli di struttura e vendita. Oggigiorno esistono tantissimi portali specializzati nella vendita online di pneumatici, come ad esempio questo, che offrono un’ampia gamma dei migliori pneumatici di tutte le marche più conosciute, con al possibilità di poter comparare i prodotti, permettendo così un notevole risparmio nella semplicità di un solo click.

Ma oltre la gomma sono tanti i campi in cui il riciclo di materiali inerti o di scarto può diventare una solida opportunità di lavoro per il futuro. Si può ad esempio riciclare l’alluminio che si rivende sul mercato a 1.8 euro al Kq, o il rame che invece ha un costo al kg di quasi 7 euro. Interessanti anche i guadagni per chi rivende cartone riciclato, circa 15 centesimi di euro al kg, o la plastica delle bottiglie, 1.2 euro al kg. Anche la carta dei vecchi giornali può diventare un opportunità di business se riciclata, con un valore di 5 centesimi di euro al kg.

Può sembrare poco ma bisogna considerare che quando il riciclo diventa una professione, e quindi si ha a che fare ogni giorno con tonnellate di alluminio, carta, plastica, vetro ed altri materiali riciclabili, i suddetti prezzi al kg vanno moltiplicati per 1000! Ecco perché tantissimi, soprattutto tra i giovani, guardano con interesse a questo ambito, ed hanno intrapreso percorsi imprenditoriali, ad esempio aprendo nelle proprie città delle “isole ecologiche”, centri di raccolta dedicati al riciclo di materiali raccolti tanto dai privati quanto dalle pubbliche amministrazioni.
Rifiuti: all’estero sono un business, in Italia un dramma
Panchine, parchi gioco, gazebo, sedie e pavimentazioni esterne. Tutto grazie allo strongplast, un materiale ricavato dalle bottiglie di plastica riciclate. E ancora: confezioni per imballaggi ottenute, anche in questo caso, grazie al cartone riciclato. Sono le soluzioni green proposte da due aziende dell’eccellenza italiana, Eurocom e Sabox, che vantano riconoscimenti internazionali e che, ironia della sorte, si trovano nelle due regioni dove è più sentita l’emergenza rifiuti: Lazio e Campania. Tecniche di riciclo e discariche: di questo si è parlato al convegno Per una regione sostenibile che si è tenuto a Roma il 19-20 giugno.
“ I rifiuti per i tedeschi sono un risorsa per noi un guaio”. Luigi Scardaone, segretario generale di Uil Roma e Lazio, scuote la testa e denuncia la mancanza di strategia nell’amministrazione capitolina sul ciclo dei rifiuti: “ Una nuova discarica dovrà essere fatta. Ma il punto non è questo. L’aspetto centrale è la loro gestione.

Devono diventare una ricchezza”.

Malagrotta, la discarica della Capitale, detiene un pessimo primato: È la più grande d’Europa. Ma non è l’unico record negativo, come ha spiegato Rosella Giangrazi (segretaria regionale di Uil Roma e Lazio), probabilmente è anche tra le più inquinate del continente: “ Il 31 maggio l’Italia ha ricevuto un’ammonizione dalla Commissione europea per la violazione del trattamento dei rifiuti smaltiti nella discarica di Malagrotta: risultano insufficienti le misure per ridurre i danni all’ambiente e alla salute umana”.

Un’accusa, quella della Commissione, per tutti gravissima. Ma i numeri, che descrivono la gestione dei rifiuti capitolina, lo confermano: Roma riesce a riciclare solo il 24% dei rifiuti. Una percentuale bassa, visto che “ dalla Ue – ha sottolineato Giangrazi – ci chiedono di riciclarne il 65% entro l’anno”. E anche per questo, sul Campidoglio, piovono sanzioni: “ Dieci milioni di euro di multa per aver gettato rifiuti senza trattarli a Malagrotta”, sottolinea l’esponente della Uil. E ancora, chiedono dal sindacato, perché dei 4milioni di euro raccolti dalla tassa sui rifiuti il comune poi ne reinveste solo 890 mila, dove vanno a finire gli altri?

Eurocom e Sabox nel frattempo vanno avanti. I numeri sembrano dare loro ragione. Il business ambientale c’è. Le istituzioni un po’ meno. Occupazione in ascesa, riduzione dell’ emissioni di C02, meno materiale in discarica e rifiuti che si trasformano in oro. “Adesso – ha concluso Paolo Carcassi, segretario confederale Uil – dobbiamo farlo comprendere alla politica.
 E non sarà facile”.
Riciclaggio dei rifiuti: oltre che un dovere di ogni cittadino… perché non farne anche una professione? In Italia, quella dei rifiuti è una questione piuttosto delicata, basti citare una sola città per comprendere lo stato di gravità che può essere raggiunto: Napoli. Ebbene, proprio loro, i rifiuti, da dilemma possono divenire niente meno che una fonte di guadagno, un vero e proprio business. Come fare del riciclaggio dei rifiuti la vostra nuova attività?
 Semplice, recuperandoli per riutilizzarli, facendone “nuovi” materiali e/o oggetti.

 finanziamenti a fondo perduto messi a disposizione della famosa legge 95/95, che sostiene quei giovani con meno di 36 anni che aprono nuove imprese in regime di Spa, Srl, Ss, Sas, Snc e Sapa. Il finanziamento attraverso la legge 95/95 va richiesto presso gli uffici competenti della propria Regione di residenza, presso i quali è anche possibile conoscere in dettaglio quali sono i requisiti per l’accesso al fondo.

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Nella città a rifiuti zero: "Qui l'immondizia è oro"



A Capannori, in Toscana, dove la differenziata supera l'80 per cento. 

Il sindaco: "Le nostre tasse sulla spazzatura 
le meno care della Regione".

 Raccolta porta a porta con sessanta addetti, 
  
tutti giovani e assunti in forma stabile...






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domenica 13 maggio 2012

No all’incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati

Parlamento europeo:

 “No all’incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati”


 Il Parlamento europeo ha approvato la relazione per la revisione del programma d’azione in materia di ambiente. In materia di rifiuti, gli eurodeputati propongono alla Commissione l’introduzione del divieto di incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati.
 
Si tratta della relazione sulla revisione del sesto programma d’azione in materia di ambiente e la definizione delle priorità per il settimo programma e di quella sulla ”Strategia europea per la biodiversità 2020” che contengono il divieto di incenerimento dei rifiuti a vantaggio del riciclaggio e indicazioni a tutela della biodiversità
Passano al Parlamento europeo due importanti rapporti su ambiente e biodiversità: si tratta della relazione sulla revisione del sesto programma d’azione in materia di ambiente e la definizione delle priorità per il settimo programma e di quella sulla ”Strategia europea per la biodiversità 2020” che contengono il divieto di incenerimento dei rifiuti a vantaggio del riciclaggio e indicazioni a tutela della biodiversità.
Nel testo che detta le linee guida del Settimo programma sull’Ambiente si legge che la Commissione deve prevedere ”obiettivi di prevenzione, riutilizzo e riciclaggio più ambiziosi, tra cui una netta riduzione della produzione di rifiuti, un divieto di incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati”. Per quanto riguarda invece il rapporto sulla biodiversità, con l’approvazione del rapporto dell’eurodeputato Alde Gerben-Jan Gebrandy si sottolinea il bisogno di un maggior impegno a livello europeo per fermare la perdita di biodiversità entro il 2020, compiendo passi quali il restauro degli ecosistemi danneggiati e il rafforzamento della protezione di specie animali e habitat minacciati.
Tra i provvedimenti più urgenti, un’attività di pesca e agricoltura sostenibili e lo stop allo sfruttamento indiscriminato di foreste e territorio. Si tratta di ”misure concrete per arrestarne la perdita”, commenta il parlamentare europeo Andrea Zanoni (Italia dei Valori), sottolineando che “i rifiuti devono diventare una risorsa”.
“Adesso la Commissione segua la linea indicata dal Parlamento e compia azioni concrete per salvaguardare la biodiversità, proteggere l’ambiente e chiudere una volta per tutte con pratiche obsolete e pericolose come l’incenerimento dei rifiuti”, aggiunge l’erodeputato commentando l’approvazione dei due rapporti da parte dell’Aula di Strasburgo.
“L’Europa può e deve giocare un ruolo chiave nella protezione della biodiversità e nella lotta ai fenomeni che minacciano anche la nostra salute come l’incenerimento dei rifiuti – aggiunge Zanoni – La nuova strategia di ripresa economica Ue presentata a Strasburgo va nella direzione giusta. Mi auguro che anche il governo italiano voglia seguirne le indicazioni, in merito a green economy, salute e nuove tecnologie, alla lettera”.

Trasformare i rifiuti in oro


Trasformare i rifiuti in oro

LEGGI  http://cipiri6.blogspot.it/2012/05/trasformare-i-rifiuti-in-oro.html

 . Free TV Radio .

martedì 8 maggio 2012

Trasformare i rifiuti in oro


Trasformare i rifiuti in oro


08/05/2012 - La Commissione Europea fa il punto sulla gestione dei rifiuti nei vari Paesi.

Con la relazione Getting gold from garbage – how some Member States are making waste a resource, la Commissione Europea fa il punto della situazione sulla gestione dei rifiuti all'interno dei Paesi dell'Unione. Non sorprende che il quadro che ne emerge sia estremamente eterogeneo e che il lavoro da fare sia ancora molto, specie in alcuni Paesi, non ultima l'Italia. In media, all'interno dell'UE, circa il 40% dei rifiuti viene riciclato o sottoposto a compostaggio, il restante 60% viene smaltito in discarica (circa il 38%) o all'interno di inceneritori (22%). Analizzando la situazione all'interno dei singoli Stati membri, emergono differenze estremamente significative che, almeno in parte, ripropongono l'idea di un'Europa a due, se non più, velocità. Stando alla relazione pubblicata il 27 marzo da Eurostat, infatti, i Paesi più virtuosi nella gestione, nel recupero e nel riutilizzo dei rifiuti sarebbero quelli dell'area Centro-Settentrionale, mentre nell'Europa dell'Est la percentuale di rifiuti conferiti in discarica sfiora in alcuni casi il 100%. In effetti, analizzando i dati relativi al 2010, emerge come gli Stati membri più avanzati in materia siano Belgio, Danimarca, Germania, Austria, Svezia e Paesi Bassi. In questi Paesi, meno del 3% dei rifiuti urbani viene smaltito in discarica. Al contrario, in ben nove degli Stati membri (Bulgaria, Estonia, Grecia, Cipro, Lettonia, Lituania, Malta, Romania, Slovacchia), tale percentuale supera il 75% del totale dei rifiuti trattati. Tuttavia, anche i Paesi più 'virtuosi', nonostante riciclino in misura maggiore di quanto non facciano gli altri (le percentuali di rifiuti riciclati o sottoposti a compostaggio variano tra il 43% della Danimarca e il 70% circa dell'Austria), si caratterizzano per un uso non trascurabile d'inceneritori (in media circa il 40% dei rifiuti nei sei Stati sopra menzionati). Per quanto riguarda l'Italia, dei 531 kg di rifiuti generati annualmente per persona (la media europea è di 505 kg/persona l'anno), circa il 95% viene trattato: di questa porzione più della metà finisce in discarica, il 15% viene trattato all'interno di inceneritori e solo il 34% viene riciclato o sottoposto a compostaggio.

La relazione pubblicata dalla Commissione Europea enfatizza inoltre come i Paesi più all'avanguardia nella gestione dei rifiuti abbiano ottenuto simili risultati grazie alla combinazione di diversi strumenti politici. Anzitutto l'introduzione d'imposte e divieti sulle discariche e sugli inceneritori; ma anche sistemi di 'paga quanto getti' che si sono rivelati particolarmente efficienti nel prevenire la produzione di rifiuti e incoraggiare i cittadini a partecipare alla raccolta differenziata. Inoltre l'introduzione di meccanismi di responsabilizzazione dei produttori ha consentito a vari Stati membri di raccogliere e ridistribuire i fondi necessari a migliorare la raccolta differenziata e il riciclaggio.

Tuttavia è la stessa UE a rimarcare che per raggiungere gli obiettivi previsti nella normativa europea in materia di rifiuti e di impiego efficiente delle risorse, tali strumenti debbano essere generalizzati a tutti gli Stati membri. L'UE ha pertanto annunciato che, nel contesto del riesame degli obiettivi dell'Unione in materia di rifiuti, vaglierà l'ipotesi di rendere obbligatorie alcune di queste misure. Sulla stessa linea di pensiero, la Commissione Europea prevede di inserire la buona gestione dei rifiuti fra le condizioni per l'ottenimento di determinati fondi europei.

In generale, dunque, così come esplicitamente dichiarato da Janez Poto?nik, Commissario per l'Ambiente, la strategia europea è quella di puntare su “l'attrattività economica della prevenzione, del riutilizzo e del riciclaggio mediante strumenti economici selezionati” per sfruttare il “valore dei rifiuti”. In effetti, stando ai dati pubblicati dalla Commissione, nel 2008 il settore della gestione dei rifiuti e del riciclaggio nell'UE ha realizzato un fatturato di 145 miliardi di euro per un totale di circa 2 milioni di posti di lavoro. La piena attuazione della politica comunitaria sui rifiuti potrebbe creare altri 400.000 posti di lavoro nel Vecchio Continente, incrementando di 42 miliardi di euro il fatturato annuo del settore.

Sebbene sia difficile non condividere il concetto, sponsorizzato da Bruxelles, del rifiuto come risorsa, appare tuttavia necessario riflettere sugli strumenti economici selezionati al fine di promuovere tale visione. Al di là dei ben noti strumenti di tassazione e di disincentivo a inquinare, sarebbe infatti opportuno rimarcare l'importanza di misure di incentivo che mirino ad accrescere la consapevolezza dei singoli individui sulla convenienza (sociale, ma anche economica) della prevenzione, del riutilizzo e del riciclo. Ci si riferisce, anzitutto, a misure come il vuoto a rendere che, sebbene estremamente semplici tanto a livello concettuale quanto pratico-organizzativo, si dimostrano però utilissime al fine di promuovere modelli di consumo responsabile tra la cittadinanza. Puntare, cioè, non solo sulla coattività del 'paga quanto getti', ma anche sulla proattività del 'risparmia quanto riutilizzi e ricicli'. In questo modo i cittadini diventerebbero soggetti attivi nella valorizzazione della risorsa-rifiuto. Appare dunque fondamentale il sostegno ad attività innovative in questi campi, così come a quelle d'informazione sulle modalità di smaltimento dei rifiuti, di 'formazione' a un consumo responsabile e di diffusione di buone pratiche. La strada da fare per ottenere 'oro dalla spazzatura' è ancora lunga, ma forse nel frattempo possiamo ispirarci a una metafora più antica e aspirare a far crescere fiori dal letame. In questo caso non ci sarebbe bisogno di miracoli né trasformazioni, basterebbe solo saper piantare il seme. Senza dimenticare che sebbene sia prezioso, anche dall'oro, come dai diamanti, non nasce nulla.

Da sempre attenta alla riduzione degli sprechi e al riciclo dei rifiuti, Slow Food ha appena pubblicato Fulmini e polpette, una guida alle buone pratiche da adottare per contribuire alla salvaguardia del nostro pianeta. La guida sarà distribuita gratuitamente il 26 maggio in 300 piazze d’Italia  in occasione del secondo Slow Food Day.  Non mancare!




Slow Food Day nel segno di cibo e clima


Scopri le iniziative del secondo Slow Food Day. Mangiare meglio per il bene nostro e del pianeta
Il 26 maggio Slow Food celebrerà la sua festa annuale in tutta Italia: 300 piazze, strade, mercati e giardini ospiteranno la seconda edizione dello Slow Food Day, dedicato quest'anno al rapporto tra il cibo che consumiamo quotidianamente e i cambiamenti climatici. Oggi il sistema agroalimentare dominante è tra le prime cause di inquinamento ambientale: si calcola che in Europa l'intero ciclo produzione-trasformazione-distribuzione-consumo-smaltimento dei rifiuti sia responsabile di un terzo delle emissioni di gas serra.
Con le nostre scelte, per esempio prediligendo cibo locale e di stagione, possiamo incidere molto sul futuro del pianeta. Consideriamo infatti che un nostro pasto percorre in media 1900 km prima di arrivare sulle nostre tavole, che sono necessari 15.500 litri d'acqua per produrre un chilo di carne bovina o che il 75% dell'alimentazione mondiale dipende da 12 specie vegetali e 5 animali.
«Durante lo Slow Food Day racconteremo le nostre proposte e distribuiremo gratuitamente Fulmini e polpette, una piccola guida alle buone pratiche per seguire una dieta amica del clima, gustosa ed economicamente interessante!» spiega Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia «Abbiamo scelto il tema cibo e clima anche perché, a pochi giorni dalla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno, ci pare importante contribuire alla sensibilizzazione dei cittadini su un problema tanto urgente».
Il cibo è al centro delle azioni da intraprendere per un futuro migliore: accanto alla tutela della biodiversità, al mantenimento degli ecosistemi e alla lotta ai cambiamenti climatici, le discussioni di Rio verteranno sullo sviluppo agricolo sostenibile, sul ciclo acqua-cibo-energia e sulla sicurezza alimentare, temi su cui Slow Food è impegnata da sempre, con campagne internazionali e numerosi progetti educativi. La filosofia di Slow Food e di Terra Madre, affermata a livello internazionale, rappresenta uno degli elementi portanti di un'economia che lega lo sviluppo delle realtà produttive locali alla partecipazione attiva dei co-produttori, contribuendo così alla costruzione di un futuro sostenibile.
Saranno dunque questi i temi del secondo Slow Food Day: le Condotte organizzeranno gli appuntamenti più diversi, coinvolgendo il pubblico in mercati contadini, degustazioni, conferenze, incontri con i produttori e attività educative per tutti. A Padova sarà il caffè, bevanda del mondo per eccellenza, a far da protagonista, mentre l'Eat-in organizzato a Chieti permetterà di scoprire sapori locali e chiacchierare attorno a una grande tavolata. Napoli sarà il regno della pasta madre, "spacciata" in Piazza Dante, affinché siano sempre di più i produttori e i consumatori di pane "vero", che fa bene alla salute e al clima ed è buono anche dopo qualche giorno, senza sprecarne nemmeno un pezzetto; e a Soverato, accanto a un gustoso aperitivo, si discuterà dei problemi della nostra agricoltura e si scoprirà il mondo delle Comunità del cibo di Terra Madre. Questi sono solo alcuni esempi di quel che avverrà in 300 città italiane per celebrare la relazione tra il piacere di un'alimentazione sostenibile e il benessere del pianeta.
Scopri tutte le informazioni relative allo Slow Food Day e le iniziative della piazza più vicina su www.slowfood.it

Contatti Ufficio Stampa Slow Food
Alessia Pautasso
Tel. 0172 419 754
E-mail: a.pautasso@slowfood.it


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