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venerdì 20 settembre 2019

Guerra in Afghanistan Costi in Italia

Guerra in Afghanistan Costi in Italia


Quanto è costata la guerra in Afghanistan? All’Italia 7,5 miliardi di euro

Tra le spese indifferibili che compaiono nel bilancio dello Stato, c’è quello delle missioni militari all’estero che vengono ormai rifinanziate ogni anno senza alcuna opposizione. Gli unici che lo hanno fatto, nel 2008, furono due senatori della sinistra (Turigliatto e Rossi) che ne subirono tutte le conseguenze e furono messi fuori dai loro partiti
 – Prc e PdCI – 
che allora facevano parte del governo Prodi.

Anche quest’anno, mentre si discuteva del nuovo governo Conte e della manovra di bilancio da realizzare nei prossimi mesi, insieme alle cifre delle clausole di salvaguardia sull’Iva, veniva sempre fuori il dato di 4 miliardi di spese indifferibili che vanno sempre e comunque messe a bilancio e coperte dalla spesa pubblica. Uno dei capitoli di queste spese sono proprio le missioni militari all’estero. E dall’aria che tira non ci sembra proprio che dentro il nuovo governo gialloblu ci sia qualcuno che voglia rimettere in discussione – sul piano politico e su quello economico – la prosecuzione di queste operazioni di affiancamento alle aggressioni imperialiste realizzate dagli Usa o dalla Nato in questi anni. Insomma, su spese e interventismo militare (spesso mascherato con i rassicuranti termini di peace keeping o peace building), non si registra mai alcuna discontinuità, anzi si conferma la totale convergenza bipartisan o “tripartisan” più recentemente.

Ma quanto ci costano e quanto ci sono costate queste missioni militari?
L’Osservatorio Milex, ha puntato il microscopio su quella in Afghanistan e o dati rilevati ci parlano di una spesa di 7,5 miliardi di euro dal suo inizio, nel 2001, fino ad oggi.

Se dovessimo procedere con il criterio dei costi e benefici, un bilancio si impone ed è impietoso da ogni punto di vista, sia per la popolazione afghana sia per il nostro paese.

Il Rapporto Milex scrive che in termini di vite umane il conflitto ha causato 140mila vittime afgane, e tra queste ben 35mila sono civili. Tremilacinquecento sono invece stati i soldati occidentali deceduti in combattimento, 53 dei quali italiani. Morti anche almeno 1.700 contractors di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti. Dati impressionanti, al fronte dei quali sarebbe lecito attendersi importanti progressi nelle condizioni del paese. Invece, spiega il report di Milex, “a parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane maggiori), attribuibili al lavoro delle organizzazioni internazionali e delle ONG, l’Afganistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (su mille nati, 113 decessi entro il primo anno di vita ), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau ) ed è ancora uno 22 dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite ).

Secondo il Rapporto Milex, il costo sostenuto dall’Italia a partire dal novembre 2001 in tutte le missioni (Enduring Freedom fino al 2006, ISAF fino 2014, Resolute Support dal 2015) è di 6,3 miliardi di euro, cioè più di un milione di euro al giorno in media. A questo costo – spiega il dossier – “va aggiunto l’esborso di 360 milioni a sostegno delle forze armate afgane (120 milioni l’anno a partire dal 2015) e circa 900 milioni di spese aggiuntive relative al trasporto truppe, mezzi e materiali da e per l’Italia, alla costruzione di basi e altre infrastrutture militari in teatro, al supporto operativo della Task Force Air (Emirati, Qatar e Bahrein) e degli ufficiali di collegamento distaccati presso Comando Centrale USA di Tampa, Florida, al supporto d’intelligence degli agenti AISE, della protezione attiva e passiva delle basi, al supporto sanitario del personale della Croce Rossa Italiana, alla protezione delle sedi diplomatiche nazionali e alle attività umanitarie militari strumentali (CIMIC, classificate all’estero, con più realismo, come Psy Ops, cioè guerra psicologica: aiuti in cambio di informazioni). Si arriva così a oltre 7,5 miliardi, a fronte di 260 milioni investiti in iniziative di cooperazione civile”. 

A fronte di questi dati, il semplice buonsenso indicherebbe che è arrivato il tempo di mettere fine a queste missioni militari, alle spese che ne derivano e alla conseguenze politiche per il nostro paese sul piano delle relazioni internazionali. La stessa amministrazione Usa ha compreso che in Afghanistan ha perso la guerra scatenata nel 2001 (come del resto tutti quelli che hanno provato ad invadere l’Afghanistan, britannici e sovietici inclusi,ndr) e sta pensando di ritirare i propri militari. Non è che alla fine, per la consueta zelanteria e subalternità a Usa e Nato, sul campo rimarranno solo i soldati italiani? E quando si comincerà a discuterne dentro e fuori il Parlamento?

Guerra in Afghanistan Costi in Italia


Ogni volta che i militi dell’esercito Italiano rimangono vittima di attentati, si apre la diatriba sui compensi da loro percepiti.

Si tratta di un argomento complesso che provoca ogni volta polemica

I soldati italiani sono quelli che in Europa guadagnano meno rispetto ai colleghi; lo stipendio netto di un soldato semplice è pari a 1000 euro;  un soldato britannico ne percepisce 1500 . 
A fronte di uno stipendio con una base bassa ci sono delle indennità corpose per le missioni all’estero elargite sotto forma di diarie a partire da 100 euro al giorno ; un soldato semplice per cui può percepire 2000 euro mensili aggiuntivi al proprio stipendio che raggiunge i 4000 Euro. Un Generale percepisce uno stipendio base di 4000 Euro a cui devono essere aggiunte 3400 Euro di diarie per un totale di 7400 Euro.
Dall’interno arrivano malumori sulle differenze di trattamento economico fra missione di guerra e missione all’estero di  pace, a scopi ricostruttivi o in luoghi a basso rischio. Per la missione bellica non sono previste maggiorazioni di stipendio; per le missioni di pace o luoghi non a rischio come altri paesi europei i benefit  comprendono diarie anche di 180 Euro al Giorno.
In caso di morte del milite, la famiglia percepisce una indennità solo in caso di regolare matrimonio.


Afghanistan, 900 miliardi di dollari per 16 anni di guerra .  Il rapporto di MIL€X secondo il quale "si tratta della più lunga e costosa campagna militare della storia italiana". Le vittime sono oltre 140 mila, tra cui almeno 26 mila civili. A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati NATO (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti stranieri'

Afghanistan, 900 miliardi di dollari per 16 anni di guerra .
Il rapporto di MIL€X secondo il quale "si tratta della più lunga e costosa campagna militare della storia italiana". Le vittime sono oltre 140 mila, tra cui almeno 26 mila civili. A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati NATO (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti stranieri'...




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mercoledì 31 gennaio 2018

Inquinamento: Mappa delle Polveri Sottili in Italia


Inquinamento: 
la mappa delle polveri sottili in Italia secondo Legambiente
Il mese di gennaio si chiude con gran parte delle città italiane
 di nuovo in emergenza smog. 
I dati indicano 9 città italiane con oltre 15 superamenti del limite giornaliero previsto per il PM10. 


Città sopra il limite di polveri sottili in un anno 
Città Centralina N° superamenti PM10
Torino Grassi 89
Frosinone Frosinone scalo 85
Milano Pascal Città Studi 73
Venezia V. Tagliamento (TU) 73
Vicenza VI - Quartiere Italia (BU) 71
Asti Baussano 71
Alessandria D'Annunzio 69
Padova PD - Arcella (TU) 68
Treviso Strada S.Agnese 68
Pavia Piazza Minerva 67
Mantova Piazza Gramsci 65
Brescia Villaggio Sereno 65
Cremona p.zza Cadorna 64
Monza via Machiavelli 61
Como Viale Cattaneo 60
Terni Le Grazie 59
Napoli NA09 Via Argine 58
Bergamo via Garibaldi 53
Verona S.Bonifacio 53
Lodi Viale Vignati 51
Rimini Flaminia 51
Vercelli Gastaldi 50
Benevento Campo Sportivo 45
Piacenza Giordani-Farnese 45
Palermo Di Blasi 44
Avellino AV42 43
Rovigo Centro (TU) 42
Reggio Emilia Timavo 42
Roma Tiburtina 41
Modena Giardini 40
Novara Verdi 40
Trieste Stazione via S.Lorenzo in S. 38
Ferrara Isonzo 36 


A livello regionale, le regioni a cavallo della pianura padana hanno registrato le maggiori criticità. In Lombardia sui 12 capoluoghi, solo Sondrio e Lecco non hanno superato i limiti con le 4 centraline presenti sul territorio (due per capoluogo); per le altre città non c'è stato scampo, il 100% delle centraline è andato oltre i limiti.
In Piemonte Biella (2 centraline), Cuneo (2 centraline) e Verbania (1 centralina) non hanno registrato superamenti con le 5 centraline presenti. Le restanti 5 città hanno fatto l'en plein dei superamenti con le loro 13 centraline.
In Veneto delle sette città capoluogo, solo Belluno con la sua unica centralina si salva, mentre le altre 14 centraline dei sei centri urbani hanno superato il limite.
In Emilia Romagna il 25% delle centraline urbane ha superato il limite (5 su 20); si salva Bologna con la peggiore centralina che si ferma a 33 giorni nel 2016, Forlì, Cesena, Parma e Ravenna che non hanno rilevato superamenti nelle centraline urbane. Superamenti registrati invece a Ferrara, Modena, Reggio Emilia, Piacenza e Rimini che hanno superato 
con una centralina ciascuna il limite di 35 giorni.
In Toscana non si sono verificati superamenti del limite in nessuna città capoluogo di provincia.
In Campania solo le stazioni di Benevento hanno registrato il 100% dei superamenti (2 centraline su 2), mentre a Napoli sono 2 su 6 quelle oltre i limiti; 
Salerno non ha registrato superamenti del limite così come Caserta.

Fonte: Legambiente - Dati al 30 gennaio 2017

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domenica 13 settembre 2015

Vende ARMI in Tutto il Mondo e Prega DIO


Sempre più armi italiane vendute ai paesi in guerra

Sono passati 25 anni dall’approvazione della legge 185/90 sul controllo delle armi, che vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. Eppure ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. Sono i dati presentati il 9 luglio dalla Rete italiana per il disarmo.

La legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, esercitato anche tramite una relazione al parlamento da parte del governo, hanno permesso la diminuzione delle vendite verso i paesi in conflitto.

Ma dal 2009 questa tendenza virtuosa si è invertita. Giorgio Beretta, analista di Opal Brescia, ha spiegato: “I numeri non mentono: l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente e le autorizzazioni del parlamento sono aumentate. Sapere con precisione a quale paese vendiamo riguarda in primo luogo la nostra stessa sicurezza”. Nel complesso esportiamo pistole, fucili, carabine italiane negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, ma anche Germania, Turchia, Francia e Spagna. Le nostre armi finiscono anche in Malesia, Algeria, India, Pakistan.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, ha detto: “La nostra legge nata in modo egregio e che ha ispirato la legislazione internazionale è stata applicata nel modo peggiore”. Con le modifiche più recenti alla legge, sarà più difficile capire dove finiscono le nostre armi.

“Chiediamo la trasparenza dei documenti. L’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Vignarca, presidente di Rete disarmo.

“La perdita di trasparenza avvenuta soprattutto negli ultimi anni mina alla base un controllo che invece, su un tema delicato come quello dell’export militare, è fondamentale per la nostra politica estera e per la responsabilità dell’Italia nei confitti”.

Secondo i dati dell’Istat, nel 2014 le esportazioni italiane di questi micidiali strumenti sono state pari a 453 milioni, leggermente inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori alla media delle esportazioni del decennio.

L’industria italiana delle armi sembra non soffrire i colpi della crisi. La produzione di armi dà lavoro a migliaia di operai nella zona della Val Trompia (provincia di Brescia). Purtroppo però, nonostante, le leggi italiane e internazionali, pistole e fucili finiscono in paesi dove infuria la guerra o dove i diritti umani non sono garantiti come in Ucraina, Russia, Colombia e Messico. Al primo posto tra i paesi importatori di armi leggere italiane ci sono gli Stati Uniti con il 42 per cento del totale. Fino all’anno scorso i soldati statunitensi avevano in dotazione una pistola Beretta, la famosa M9. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla costituzione.

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