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mercoledì 18 dicembre 2019

Conferenza sul Clima di Madrid: hanno deciso di farci Morire Tutti

Conferenza sul Clima di Madrid: hanno deciso di farci Morire Tutti


Cop25 ha chiarito una volta per tutte che i governi del mondo non sono in grado di mettere in campo una strategia adatta a contrastare i cambiamenti climatici. Al contrario della precedente conferenza svoltasi a Katowice, dove gli osservatori più ottimisti avevano giudicato in maniera positiva l’apertura di alcuni, generici, spazi di intervento verso un definitivo abbandono dei fossili, la conferenza di Madrid ha messo tutti d’accordo: Cop 25 è stata un completo fallimento.

A nulla sono valsi i “tempi supplementari” di ben 42 ore giocati dopo la prevista chiusura dei lavori nel tentativo di salvare perlomeno la faccia. I rappresentanti dei 196 Paesi che hanno partecipato agli incontri, non hanno saputo, o voluto, trovare nessun accordo sui tre punti principali in discussione: la regolazione del mercato del carbonio, le compensazioni ai Paesi poveri e la quantità di Co2 che ogni singolo Paese dovrà impegnarsi a tagliare nei prossimi anni. Quei tre punti che a Katowice erano stati lasciati in sospeso e “rimandati a settembre”. 
Cioè alla prossima conferenza sul clima, questa di Madrid.

Come si temeva, non sono bastati i drammatici appelli degli scienziati (oramai non è rimasto più nessuno a sostenere tesi negazioniste) che hanno lanciato numerosi appelli al buonsenso, invitando i governi a dare retta alla scienza e non all’economia. Non sono bastate nemmeno le drammatiche notizie degli scioglimenti dei non più eterni ghiacciai artici o i fenomeni atmosferici sempre più estremi che si stanno verificando sempre più frequentemente in tutto il pianeta. A Venezia ne sappiamo qualcosa! Non sono bastate nemmeno i milioni di giovani che sono ripetutamente scesi nelle piazze di tutto il mondo a chiedere, in nome della “democrazia climatica”, una radicale svolta ecologista nella politica capace di ridare una speranza alla terra. Tutto questo non è servito a niente se non a dimostrare che i governi e la finanza procedono imperterriti in una direzione contraria a quella verso cui vanno la scienza, i cittadini consapevoli e pure il buon senso.
Il guaio è che sono i primi a tirarsi dietro il pianeta!

Quanto è accaduto a Madrid altro non è che un crimine contro l’umanità. Il peggiore. Non solo perché è il più cinico, il più cattivo e pure il più stupido ma perché rischia di essere il crimine “definitivo” contro l’umanità. Perché se l’aumento della temperatura non verrà in qualche modo contenuto, non ci sarà più posto per l’umanità sul pianeta Terra.

Sotto questo punto di vista, il genericissimo documento di intenti in cui si esprime la volontà di combattere in qualche modo i cambiamenti climatici, chiamato ipocritamente “Time for action”, appare solo come una crudele presa per i fondelli. Senza considerare che, come ha sottolineato il noto ed apprezzato meteorologo Luca Lombroso, anche per questo documento assolutamente inefficace ai fini pratici, Brasile e Usa hanno avuto il coraggio di fare ostruzione!

I primi perché hanno tutta l’intenzione di “monetizzare” la foresta amazzonica sino all’ultimo albero – e tanti saluti all’ultimo polmone verde rimasto su questa terra -, i secondi perché il loro presidente Donald Trump continua a sostenere tesi negazioniste in onore alle lobby 
delle energie fossili che lo hanno fatto eleggere.

Dopo questa Cop, di fatto, l’accordo di Parigi non esiste più.

Solo l’Europa, grazie al suo nuovo Governo, ha fatto qualcosa approvando un percorso che dovrebbe condurci nel 2050 alla “neutralità climatica”, ovvero a zero emissioni. Ma l’Europa da sola non basta.

Gli Stati Uniti, come hanno dichiarato da tempo, si stanno sfilando ed è possibile che nei prossimi incontri non parteciperanno neppure con un delegato.

Cina, India, Russia, Paesi Arabi e il Brasile del presidente Jair Bolsonaro – guarda caso i Paesi che inquinano maggiormente e che sono stati tra i principali attori di questo fallimento – hanno ampiamente dimostrato che non sono disposti neppure e concedere una generica promessa a contenere le emissioni ed a limitare il consumo delle energie fossili.

Arrivati a questo punto, possiamo anche cominciare a discutere su cosa ed a chi servono queste conferenze sul clima se non a “dare un’opportunità ai Paesi di negoziare scappatoie”, 
come ha suggerito Greta.


da
Riccardo Bottazzo



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martedì 1 dicembre 2015

Cop 21 di Parigi



Cos’è la Cop 21 di Parigi e perché è molto importante

Si sente parlare sempre più spesso della conferenza sul clima che si tiene a Parigi. Ecco una breve guida su cos’è e perché è così importante.

La Cop 21 è la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change, Unfccc), il trattato che conta l’adesione di 196 paesi e aperto alle firme durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro, in Brasile, del 1992. La prima Cop si è tenuta nel 1995. Ecco spiegato perché quella che si tiene a Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015 è la numero 21. Questa conferenza ha il compito di portare avanti i negoziati tra i paesi per cercare di contenere e ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera e contrastare così il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.


Delegati da tutto il mondo discutono di clima

Perché se ne parla così tanto
L’importanza della Cop 21 è dovuta al fatto che da questo appuntamento ci si aspetta l’adozione di un nuovo accordo globale che includa tutti i paesi della comunità internazionale, da quelli industrializzati (come Stati Uniti e Unione europea) e maggiormente responsabili della concentrazione attuale di CO2 in atmosfera, ai paesi emergenti o in via di sviluppo (come Cina e India) che hanno considerevolmente aumentato le loro emissioni negli ultimi anni. Per questo, c’è bisogno anche del loro impegno per riuscire a raggiungere un accordo efficace e che guardi al futuro.


Un po’ di storia sul clima
Nel corso degli anni, sono stati diversi gli appuntamenti importanti. Ad esempio, la Cop 3 che si è tenuta a Kyoto, in Giappone, nel 1997 ha dato vita all’omonimo protocollo, il primo accordo che ha vincolato i paesi industrializzati a ridurre le emissioni entro certi limiti. Poi c’è stato il “fallimento” della Cop 15 di Copenaghen, in Danimarca, che avrebbe dovuto far nascere un nuovo accordo globale che prolungasse o si sostituisse al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

La fiducia verso l’appuntamento del 2015 dipende dal fatto che questa volta le richieste sono state rovesciate. Non sono più i delegati a imporre ai paesi vincoli e riduzioni, ma sono i governi degli stessi paesi che sono stati chiamati a inviare all’Unfccc la loro proposta di riduzione della CO2. Un ribaltamento che ha pressoché spinto anche i paesi meno propensi quantomeno a interessarsi e a mandare dati e numeri ufficiali.

Le prime promesse degli stati
Se l’Unione europea aveva già promesso di voler ridurre la CO2 del 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli registrati nel 1990, fa ben sperare la promessa dell’amministrazione americana guidata da Barack Obama di voler ridurre tra il 26 e il 28 per cento la CO2 entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Target simile per il Giappone che ha promesso una riduzione delle emissioni del 26 per cento entro il 2030, ma come livello di riferimento ha preso il 2013. Tra i paesi in via di sviluppo, va citato il Messico che sostiene di riuscire a ridurre la CO2 del 22 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli attuali, cioè rispetto alla quantità di gas ad effetto serra che il paese americano produce nel contesto economico attuale. 

Tutte le promesse fatte dai paesi per contenere la CO2.

Secondo l’Onu, le promesse di riduzione dei gas a effetto serra avanzate finora non basteranno a limitare la crescita della temperatura a 2ºC entro il 2100.
A partire dalla Cop 19, la Conferenza mondiale sul clima che si tenne a Varsavia nel 2013, i governi decisero di impegnarsi a dichiarare in modo ufficiale i propri impegni in tema di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. A poche settimane dalla Cop 21, che si terrà a Parigi a partire dal prossimo 30 novembre, sono 155 i paesi che hanno reso note le loro promesse. Esse, però, risultano molto diverse tra loro.


Se gli Usa hanno dichiarato, infatti, una diminuzione delle emissioni del 26-28 per cento, da ottenere entro il 2025 (rispetto al valore registrato nel 2005), l’Unione europea ha puntato ad un 40 per cento di calo, da raggiungere entro il 2030 (rispetto ai dati del 1990). Ancora, l’India ha puntato a una riduzione del 33-35 per cento, mentre la Russia vuole centrare un meno 25-30 per cento. E la Cina non ha promesso un calo, bensì un “picco massimo” da raggiungere entro il 2030. Alcuni governi, poi, hanno preferito utilizzare come punto di riferimento per calcolare la diminuzione non un anno, bensì il dato chiamato “business as usual” (“Bau”, nella tabella che riporta i dati dei quindici principali emettitori mondiali di gas nocivi): le diminuzioni sono calcolate, in questo caso, rispetto alle emissioni che si raggiungerebbero in futuro se non fosse effettuato alcun intervento correttivo.



Per tentare di fare un po’ di chiarezza, e per comprendere quanto valgano realmente, nel loro complesso, gli impegni annunciati, le Nazioni Unite hanno predisposto un rapporto, che tiene conto di 146 promesse (quelle inviate entro il 1 ottobre). La segretaria esecutiva della Unfccc (Convezione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), Christiana Figueres, ha spiegato che – ad oggi – tali promesse “porteranno a limitare la crescita della temperature media globale, entro la fine del secolo, a 2,7 gradi centigradi”. Ovvero ben oltre la quota-limite indicata dagli stessi governi, pari a 2 gradi, necessaria per evitare conseguenze catastrofiche.

Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images
Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images

Gli impegni, dunque, non sono sufficienti. Tanto più che le ong ritengono persino ottimistica la valutazione dell’Onu. Secondo Nicolas Hulot, presidente dell’omonima fondazione francese (nonché “inviato speciale” del governo di Parigi alla Cop 21), “allo stato attuale, supereremo la soglia dei 3 gradi centigradi”. Per questo, ha aggiunto, è necessario che i governi rivedano periodicamente i loro impegni in futuro: “I paesi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni globali, potrebbero assumere questa iniziativa, e ridefinire le loro promesse già a partire dal 2016 o dal 2017”.


I governi, però, appaiono ancora piuttosto divisi. E all’inizio di novembre è giunta anche la notizia, inaspettata, della revisione al rialzo dei propri dati sull’inquinamento da parte della Cina. Il più grande responsabile di emissioni di gas ad effetto serra a livello mondiale ha ammesso infatti di aver sottostimato, fortemente, l’utilizzo di carbone sul proprio territorio. Ciò significa che nelle statistiche fin qui pubblicate mancava circa un miliardo di tonnellate di CO2 disperso nell’atmosfera. Pari alle emissioni annuali di un paese come la Germania.

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