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domenica 22 aprile 2018

Giornata della Terra

Giornata della Terra e la sua storia
Ricorre ogni anno dal 22 aprile 1970: 
un po’ di consigli per “festeggiarla” come si deve.

Oggi è la Giornata della Terra –in inglese Earth Day –, che oltre a essere un momento di festa in cui si celebra il pianeta su cui viviamo è anche un’occasione per informare sullo stato dell’ambiente e per affrontare questioni che riguardano la protezione dell’ambiente, la lotta all’inquinamento e il modo per contrastare il progressivo esaurimento delle riserve naturali 
e la scomparsa di tante specie di animali e vegetali.


Da dove viene la Giornata della Terra
La Giornata della Terra si celebra ogni anno il 22 aprile dal 1970, anno in cui fu indetta per la prima volta dalle Nazioni Unite seguendo gli intenti del movimento ecologista degli Stati Uniti. Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente.

Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, ci fu uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Unione Oil: l’incidente portò Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.


Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università e altre istituzioni accademiche, associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (dell’EDN fanno ora parte migliaia di movimenti e associazioni da tutto il mondo).

Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In oltre 45 anni, la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone, sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.

Alcuni consigli per festeggiare la Giornata della Terra
L’adozione di nuove politiche e accordi internazionali sono la base per ridurre le cause del riscaldamento globale, ma nel 1970 come oggi, buona parte della responsabilità ricade su ciascuno di noi e su un uso più responsabile delle risorse che abbiamo a disposizione. I consigli sono quelli di sempre, ma può essere utile un breve ripasso dei comportamenti più semplici da adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente:

l’utilizzo di lampadine a basso consumo consente di ridurre di molto la quantità di energia necessaria per illuminare gli ambienti di casa; inoltre, le nuove lampadine LED sono molto più pratiche e durano più a lungo delle precedenti generazioni di lampadine fluorescenti a basso consumo;
seguire le indicazioni per la raccolta differenziata – a partire dalla separazione di vetro, plastica, carta e umido – rende più semplice ed economico il riciclo dei materiali, e al tempo stesso contribuisce a ridurre i costi della tassa per i rifiuti;
aria condizionata e riscaldamento dovrebbero essere tenuti entro un intervallo di 5 °C in meno o in più rispetto alla temperatura esterna, per ottenere la massima resa e al tempo stesso ridurre i consumi di energia elettrica o gas;
mezzi pubblici, biciclette o i piedi sono ottimi sostituti dell’automobile, e una alternativa più salutare (poi, certo, molto dipende dall’offerta di servizi per questo tipo di trasporti nella propria città, ma anche su questo si può migliorare esigendo più attenzione da parte delle amministrazioni cittadine);
l’acqua non è una risorsa infinita, oltre al classico consiglio di non lasciare il rubinetto aperto mentre ci si lavano i denti o di preferire la doccia al bagno, è bene utilizzare elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico, oltre all’acqua si risparmia qualcosa anche in bolletta;
se state pensando di cambiare un elettrodomestico, scegliete quelli di categoria A, che consumano molta meno energia rispetto alla loro resa e sono spesso costruiti con materiali più ecologici;
rifiuti speciali come batterie, computer, smartphone e tablet devono essere portati nei centri di raccolta del proprio comune e non lasciati nei normali cassonetti; se il dispositivo è lento, ma funziona comunque ancora, può essere donato a scuole o altre istituzioni.




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martedì 1 dicembre 2015

Cop 21 di Parigi



Cos’è la Cop 21 di Parigi e perché è molto importante

Si sente parlare sempre più spesso della conferenza sul clima che si tiene a Parigi. Ecco una breve guida su cos’è e perché è così importante.

La Cop 21 è la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change, Unfccc), il trattato che conta l’adesione di 196 paesi e aperto alle firme durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro, in Brasile, del 1992. La prima Cop si è tenuta nel 1995. Ecco spiegato perché quella che si tiene a Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015 è la numero 21. Questa conferenza ha il compito di portare avanti i negoziati tra i paesi per cercare di contenere e ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera e contrastare così il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.


Delegati da tutto il mondo discutono di clima

Perché se ne parla così tanto
L’importanza della Cop 21 è dovuta al fatto che da questo appuntamento ci si aspetta l’adozione di un nuovo accordo globale che includa tutti i paesi della comunità internazionale, da quelli industrializzati (come Stati Uniti e Unione europea) e maggiormente responsabili della concentrazione attuale di CO2 in atmosfera, ai paesi emergenti o in via di sviluppo (come Cina e India) che hanno considerevolmente aumentato le loro emissioni negli ultimi anni. Per questo, c’è bisogno anche del loro impegno per riuscire a raggiungere un accordo efficace e che guardi al futuro.


Un po’ di storia sul clima
Nel corso degli anni, sono stati diversi gli appuntamenti importanti. Ad esempio, la Cop 3 che si è tenuta a Kyoto, in Giappone, nel 1997 ha dato vita all’omonimo protocollo, il primo accordo che ha vincolato i paesi industrializzati a ridurre le emissioni entro certi limiti. Poi c’è stato il “fallimento” della Cop 15 di Copenaghen, in Danimarca, che avrebbe dovuto far nascere un nuovo accordo globale che prolungasse o si sostituisse al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

La fiducia verso l’appuntamento del 2015 dipende dal fatto che questa volta le richieste sono state rovesciate. Non sono più i delegati a imporre ai paesi vincoli e riduzioni, ma sono i governi degli stessi paesi che sono stati chiamati a inviare all’Unfccc la loro proposta di riduzione della CO2. Un ribaltamento che ha pressoché spinto anche i paesi meno propensi quantomeno a interessarsi e a mandare dati e numeri ufficiali.

Le prime promesse degli stati
Se l’Unione europea aveva già promesso di voler ridurre la CO2 del 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli registrati nel 1990, fa ben sperare la promessa dell’amministrazione americana guidata da Barack Obama di voler ridurre tra il 26 e il 28 per cento la CO2 entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Target simile per il Giappone che ha promesso una riduzione delle emissioni del 26 per cento entro il 2030, ma come livello di riferimento ha preso il 2013. Tra i paesi in via di sviluppo, va citato il Messico che sostiene di riuscire a ridurre la CO2 del 22 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli attuali, cioè rispetto alla quantità di gas ad effetto serra che il paese americano produce nel contesto economico attuale. 

Tutte le promesse fatte dai paesi per contenere la CO2.

Secondo l’Onu, le promesse di riduzione dei gas a effetto serra avanzate finora non basteranno a limitare la crescita della temperatura a 2ºC entro il 2100.
A partire dalla Cop 19, la Conferenza mondiale sul clima che si tenne a Varsavia nel 2013, i governi decisero di impegnarsi a dichiarare in modo ufficiale i propri impegni in tema di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. A poche settimane dalla Cop 21, che si terrà a Parigi a partire dal prossimo 30 novembre, sono 155 i paesi che hanno reso note le loro promesse. Esse, però, risultano molto diverse tra loro.


Se gli Usa hanno dichiarato, infatti, una diminuzione delle emissioni del 26-28 per cento, da ottenere entro il 2025 (rispetto al valore registrato nel 2005), l’Unione europea ha puntato ad un 40 per cento di calo, da raggiungere entro il 2030 (rispetto ai dati del 1990). Ancora, l’India ha puntato a una riduzione del 33-35 per cento, mentre la Russia vuole centrare un meno 25-30 per cento. E la Cina non ha promesso un calo, bensì un “picco massimo” da raggiungere entro il 2030. Alcuni governi, poi, hanno preferito utilizzare come punto di riferimento per calcolare la diminuzione non un anno, bensì il dato chiamato “business as usual” (“Bau”, nella tabella che riporta i dati dei quindici principali emettitori mondiali di gas nocivi): le diminuzioni sono calcolate, in questo caso, rispetto alle emissioni che si raggiungerebbero in futuro se non fosse effettuato alcun intervento correttivo.



Per tentare di fare un po’ di chiarezza, e per comprendere quanto valgano realmente, nel loro complesso, gli impegni annunciati, le Nazioni Unite hanno predisposto un rapporto, che tiene conto di 146 promesse (quelle inviate entro il 1 ottobre). La segretaria esecutiva della Unfccc (Convezione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), Christiana Figueres, ha spiegato che – ad oggi – tali promesse “porteranno a limitare la crescita della temperature media globale, entro la fine del secolo, a 2,7 gradi centigradi”. Ovvero ben oltre la quota-limite indicata dagli stessi governi, pari a 2 gradi, necessaria per evitare conseguenze catastrofiche.

Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images
Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images

Gli impegni, dunque, non sono sufficienti. Tanto più che le ong ritengono persino ottimistica la valutazione dell’Onu. Secondo Nicolas Hulot, presidente dell’omonima fondazione francese (nonché “inviato speciale” del governo di Parigi alla Cop 21), “allo stato attuale, supereremo la soglia dei 3 gradi centigradi”. Per questo, ha aggiunto, è necessario che i governi rivedano periodicamente i loro impegni in futuro: “I paesi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni globali, potrebbero assumere questa iniziativa, e ridefinire le loro promesse già a partire dal 2016 o dal 2017”.


I governi, però, appaiono ancora piuttosto divisi. E all’inizio di novembre è giunta anche la notizia, inaspettata, della revisione al rialzo dei propri dati sull’inquinamento da parte della Cina. Il più grande responsabile di emissioni di gas ad effetto serra a livello mondiale ha ammesso infatti di aver sottostimato, fortemente, l’utilizzo di carbone sul proprio territorio. Ciò significa che nelle statistiche fin qui pubblicate mancava circa un miliardo di tonnellate di CO2 disperso nell’atmosfera. Pari alle emissioni annuali di un paese come la Germania.

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IN MARCIA PER IL CLIMA


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giovedì 15 ottobre 2015

Si o No all'Olio di Palma



Olio di palma, fa male?
 Ecco le ricerche degli effetti che ha l’olio di palma sulla salute umana. Sono 
molti gli studi ad asserire che l’olio di palma è dannoso per l’uomo 
ma i produttori di olio di palma si difendono bene. 

Olio di palma, fa male all’ambiente?

Prima di approfondire gli effetti dell’olio di palma sulla salute umana, ci soffermiamo sul disastroso 
impatto ambientale. La produzione di olio di palma è la causa principale della distruzione della foresta pluviale in Malesia e Indonesia; in queste aree geografiche è dislocata la produzione dell’87% dell’olio di palma immesso sul mercato globale. L’habitat naturale delle popolazioni native, degli oranghi e di altri animali a rischio di estinzione, viene distrutto per fare posto alle piantagioni.

Olio di palma, proprietà

Le proprietà dell’olio di palma dipendono dal prodotto di cui parliamo, se l’olio di palma raffinato o olio di palma integrale, anche detto olio di palma rosso. 

Olio di Palma Rosso 
L’alto contenuto di vitamine e sostanze antiossidanti è una peculiarità dell’olio di palma rosso, usato 
quasi esclusivamente nei paesi produttori di olio di palma, anche in ambito di programmi di salute 
pubblica che puntano a ridurre le carenze di vitamina A. In ogni caso, quando si parla di olio vegetale (qualsiasi esso sia!) si sconsiglia di impiegarne più di 2 cucchiai al giorno.

Una volta raffinato, però, l’olio di palma rosso perde quasi completamente le sue sostanze benefiche e ciò che rimangono sono i grassi! La composizione di grassi dell’olio di palma raffinato non è affatto “salutare” ed è considerata dannosa per la salute umana.

L’olio di palma è costituito per più del 50% da acidi grassi saturi, in particolare acido palmitico, è proprio l’alto tenore di acidi grassi saturi a rendere l’olio di palma interessante al settore dell’industria alimentare perché è ciò che gli conferisce una certa solidità a temperatura ambiente. Sono sempre gli acidi grassi saturi a rendere l’olio di palma dannoso per la salute umana: gli acidi grassi saturi sono correlati a un drastico aumento del rischio cardiovascolare
 e ad altre situazioni fisiopatologiche.

Olio di palma, fa male alla salute umana?

In Belgio, l’impiego di olio di palma è stato ufficialmente sconsigliato dal Consiglio Superiore della 
Sanità perché considerato dannoso per la salute. Purtroppo non è semplice limitare l’impiego di olio di palma perché si tratta del grasso vegetale più usato nell’industria alimentare. Il Consiglio Superiore della Sanità belga sostiene che l’olio di palma raffinato, a causa della sua composizione in acidi grassi, è in grado di causare o aumentare il rischio dell’insorgenza di particolari “placche” sulla parete delle arterie.

L’olio di palma è ampiamente diffuso nel settore alimentare perché si tratta dell’olio vegetale più 
economico. Si trova nelle margarine, creme spalmabili (il classico esempio è dato dalla Nutella), 
merendine, crackers, biscotti, grissini e prodotti da forno. Altre informazioni sugli effetti dell’olio di palma sulla salute umana sono disponibili nell’articolo Olio di palma, 
dannoso per l’uomo e l’ambiente.

LEGGI ANCHE
Danni Ambientali derivanti dall'Olio di Palma

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mercoledì 2 settembre 2015

Salento: gli Ulivi Risorgono


Salento: gli Ulivi Risorgono, smascherando la bufala del “batterio killer”

Chi si è recato nei giorni scorsi nelle aree “rosse”, quelle maggiormente colpite dal fenomeno dell’essiccazione degli ulivi, vi ha trovato alberi in pieno vigore rigenerativo. Tutto questo in uliveti abbandonati, che non hanno subito nessun intervento “curativo”, ed è tutto un tripudio di germogli e di nuova vegetazione!
L’area interessata comprende dagli 8.000 ai 10.000 ettari, e sarebbero fino a 600.000 gli alberi d’olivo che rischiano l’eradicazione. Numeri biblici, per uno scenario di devastazione da film di fantascienza!
Pesticidi e diserbanti chimici da usare con la scusa di eliminare tutti i “serbatoi di inoculazione”, (si parlava, persino, di irrorazione dall’alto con l’uso degli aerei), e squadre, financo, di militari, lanciafiamme contro erbe e muschio, ed eradicazioni!
Si è parlato, non a caso, con preoccupazione e rabbia da parte dei cittadini, di “shoah degli ulivi”, e di “olocausto chimico del Salento”, e in tanti hanno perso il sonno per via degli incubi di tutto questo assurdo scenario da guerra contro tutto ciò che vuol dire Salento!
Il brutto gioco messo in piedi ad arte, e che oggi crolla rovinosamente, è ormai fin troppo palese. Dopo esser stati chiamati ad intervenire per studiare la particolare sintomatologia del disseccamento di alcuni rami degli ulivi, (chiamati anche da alcuni nostri attivisti, cittadini sensibili all’ambiente), dei tecnici preposti giunti sui luoghi vi trovano sugli alberi diversi patogeni, insetti e muffe, ma anche poi un batterio, di questo i primi studi ben dimostrano essere non patogeno per alcuna coltura e, addirittura, un batterio che esperimenti pubblicati, inoculato nell’ulivo, non ha dato mai sintomatologie patogene. “Si dà il caso che le indicazioni molecolari acquisite a Bari forniscano buoni motivi per ritenere che il ceppo salentino di Xylella fastidiosa appartenga ad una sottospecie (o genotipo) che non infetta né la vite né gli agrumi, e che esperienze statunitensi (California) indicano come dotato di scarsa patogenicità per l’olivo” (articolo pubblicato il 30 ottobre 2013 sul sito della Accademia dei Georgofili, per l’approfondimento sul caso degli olivi salentini).
Per cui, dai tecnici locali, si è presentato tale batterio, qui nel Salento, come concausa della sintomatologia degli ulivi; sintomatologia bollata subito come “terribile contaminante epidemia senza alcuna speranza”; finché, poi, nelle uscite sui media più nazionali, dai medesimi tecnici, il batterio trovato è stato presentato come il principale imputato responsabile, il “batterio killer”! E così, è stato anche presentato da tutti gli enti sciacallo, e politicanti, accorsi sulla scena come avvoltoi per banchettare del Salento e sui possibili lauti fondi europei, nazionali e regionali così ottenibili.
Per di più l’innocuo batterio potrebbe essere persino endemico ed endofito, come anche ipotizzato da alcuni stimati docenti universitari locali, ovvero presente ovunque e da sempre nel Salento in maniera del tutto asintomatica. Eppure, senza una diagnosi alcuna, o con una traballante diagnosi, vacillante e scarna, contestata anche pubblicamente da locali ricercatori universitari, si voleva procedere, o meglio, imporre con sanzioni e coercizioni, una TERAPIA FINALE sugli ulivi salentini.
Li abbiamo chiamati per osservare, analizzare e curare una sintomatologia particolare e poco nota degli ulivi, al fine di un’estate siccitosa, e di una prolungata estate dal punto di vista termico, fenomeno naturale possibile, che ha portato anche quest’anno, eccezionalmente, ad anticipate fioriture autunnali di tantissimi alberi nel Salento, e questi non solo non studiavano e curavano un bel nulla, ma si dedicavano a promuovere l’eradicazione del presunto paziente e di ogni possibilità di sua rigenerazione, avvelenando e cancellando tutto il vivente!
Da troppo tempo, ormai, stiamo assistendo a vergognose e continue campagne di terrorismo speculativo sui naturalissimi parassiti delle piante, non ultima quella sui nostri lecci, in cui strani tecnici e politicanti, gridano al disastro, e mica per curare, ma solo per avere fondi pubblici per estirpare le piante, o potarle a morte, e per spandere tonnellate di prodotti chimici nocivi di ogni genere!
Le parassitosi sono fenomeni naturalissimi e transitori, e al più effetti di squilibri in cui intervenire ricostruendo gli ecosistemi, ripiantando di più, anche proprio le piante colpite, e favorendo così anche il ritorno dei predatori naturali, quanto più autoctoni possibile, dei parassiti, per ripristinare equilibri alterati a volte dallo stesso uomo; ricreando gli habitat degli insetti insettivori, le macchie ripariali e dei “sipali”, le stesse che oggi si vorrebbero cancellare nel Salento, in preda alla follia più cupa; non, dunque, cancellando parassiti, piante parassitate o semi-parassitati, e gli eventuali insetti vettori, cancellando ogni insetto ed il loro ecosistema, come nel parossismo intollerabile raggiuntosi con il “mal affaire Xylella” ora in Puglia!
Dobbiamo, invece, aumentare non diminuire la biodiversità!
In Puglia ora, sul “mal affaire Xylella” pendono pesanti gli spettri della speculazione del mercato della biomasse, delle multinazionali della agro-chimica industriale, persino, degli OGM per produzione di biocarburanti, come quelli di mille speculazioni consuma suolo.
Tutto quanto scoperto e diffuso in rete dai cittadini in pochi giorni, è impressionate. I legami di accordi e convegni di diversi enti ed associazioni di categorie, scese in scena in questi giorni, con le ditte delle industrie che speculano sulle biomasse; il finanziamento delle ricerche di università d’oltre oceano, oggi coinvolte nella questione Xylella in Puglia, da parte di multinazionali della agrochimica e degli OGM, il progetto Alellyx (che è impressionantemente l’anagramma del nome Xylella, con cui in Paesi poveri i colossi mondiali delle multinazionali degli OGM e dei brevetti sulle sementi, son entrare ad egemonizzare le economie dei paesi del sud America, utilizzando la Xylella, come cavallo di Troia, per imporre varietà brevettate, presentate come ad essa resistenti, al posto della tradizione agricola delle locali genti per la produzione in prevalenza di bioetanolo); ecc. Ora, di fronte agli olivi che risorgono più onorevole sarebbe un “scusate ci siamo sbagliati!”, invece crediamo sia anche possibile assistere ancora a disonorevoli arrampicate falso-scientifiche ed illogiche sugli specchi! Questa segnalazione poi degli olivi che risorgono doveva venire data con giubilo da quegli stessi tecnici, ma invece … nulla, e come sempre devono essere giornalisti attenti e cittadini a colmare queste preoccupantissime mancanze!
Sia questa l’occasione per fare rinascere nel segno della salubrità il paesaggio pugliese, all’insegna delle pratiche virtuose e dei principi che abbiamo raccolto nel “Manifesto per l’urgente riconoscimento del vasto ecosistema dell’uliveto quale Agro-Foresta degli ulivi di Puglia!”
La Regione Puglia deve d’urgenza fermare i 2 milioni di euro stanziati ai consorzi di bonifica, nel quadro della quarantena, per il biocidio della flora dei canali, che son i rivi, i fiumi di Puglia, dove vi è il rischio non solo del taglio meccanico dei canneti, che rinascono, ma anche dell’uso della chimica ad avvelenamento immorale di suoli, aria, ed acqua, intollerabile, e il serio rischio di taglio eradicativo degli alberi ripariali, protetti, che con le loro radici trattengono gli argini terrosi degli stessi rivi.
Quei soldi siano ridestinati ad opere di rimboschimenti con piante autoctone naturali NO OGM , magari da fare eseguire ad enti pubblici (eventualmente anche gli stessi) e privati! Come agli orti botanici universitari, e alla Forestale! Più alberi sui canali, non l’eradicazione degli esistenti che finirebbero come biomassa chissà dove, spacciati anche come lucroso rifiuto che non sono!
Il vero problema principale e precedente da risolvere è l’uso della chimica nell’olivicoltura che va risolto imponendo la conduzione dell’oliveto all’insegna delle filosofie del biologico e delle buone pratiche agricole. Ed oggi, invece, si voleva persino aggiungere chimica a chimica (quando una delle potenziali cause che può rendere un agente da endofito e innocuo a patogeno è proprio lo stress chimico!).
Il danno di immagine all’economia salentina creato da questi irresponsabili nel “mal affaire Xylella” è immenso ed inquantificabile, ma è l’ultimo dei problemi oggi, e siamo certi sarà risolto in breve tempo, ora che la stessa Natura, come sempre, dopo le copiose piogge autunnali, ha smascherato il piano di ecatombe biocida che, taluni, stavano portando avanti, progettando di fare di 10.000 ettari di Salento, e forse oltre, letteralmente “tabula rasa”!
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domenica 28 luglio 2013

Ai parlamentari delle Commissioni Ambiente Italiano



Dopo aver devastato ecosistemi in tutto il mondo, le multinazionali del petrolio stanno prendendo di mira l’Italia. Ma c’è un modo per impedire che distruggano anche l’Adriatico e il Mediterraneo.

Medoilgas, un’enorme multinazionale, ha dichiarato di voler iniziare a trivellare presto a pochi passi dalla costa rifiutandosi persino di fare una valutazione di impatto ambientale. E se la faranno franca potremmo ritrovarci in poco tempo con oltre 70 piattaforme a occupare l’intero Adriatico e mari in tutta Italia: una perdita di petrolio devastante sarebbe solo una questione di tempo. Ma c’è una soluzione: rafforzare subito la legge.

Abbiamo pochi giorni. Senatori di tutti i partiti sono pronti a sostenere una modifica urgente ma il problema è che stanno per andare tutti in vacanza. Firma la petizione per convincerli a proteggere l’Italia dalle multinazionali del petrolio prima che sia troppo tardi, e poi condividi con tutti: se raggiungeremo le 100mila firme, attireremo l’attenzione dei media con un'azione nel centro di Roma.
Ai parlamentari delle Commissioni Ambiente, al Ministro dell'Ambiente Andrea Orlando e al Presidente del Consiglio Enrico Letta: In quanto cittadini vi chiediamo di proteggere i nostri mari e di reintrodurre il precedente divieto alle trivellazioni all'interno delle 5 miglia dalla costa. Inoltre vi chiediamo di sospendere l'autorizzazione a Medoilgas per la costruzione della pericolosa piattaforma petrolifera di Ombrina Mare facendo in modo che tutte le richieste di trivellazione nei mari italiani debbano passare rigidi controlli di impatto ambientale basati sugli standard europei e internazionali.

FIRMA LA PETIZIONE

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venerdì 26 ottobre 2012

Carne insostenibile per l’ambiente e l’economia


Carne insostenibile per l’ambiente e l’economia

di Gaia Angelini - Il consumo di carne potrebbe crescere del 73% entro il 2050

La Fao denuncia: il consumo di carne potrebbe crescere del 73% entro il 2050. Ma l’impatto del ciclo di produzione sarebbe letale per gli ecosistemi terrestri. Colpa anche di un sistema di sussidi che rende bassi i costi rispetto a frutta e verdura. Ecco perché serve un

cambio nei nostri stili alimentari.

La produzione di carne a livello globale è raddoppiata dagli anni ’70, specie grazie ai sistemi di allevamento intensivo che gestiscono gli animali come prodotti industriali inanimati. Nell’ultimo trentennio l’allevamento di polli è cresciuto di sei volte, i suini si sono triplicati e i bovini raddoppiati. Ogni anno nel mondo si macellano circa 56 miliardi di animali terrestri a fronte di una popolazione di 6,8 miliardi di persone e, secondo la Fao, in uno scenario business-as-usual la produzione e il consumo di carne potrebbero crescere del 73% entro il 2050.

In Italia il consumo medio annuale di carne è di 87,5 kg procapite mentre negli Stati Uniti si stima intorno ai 122,8 kg, il più alto nel mondo. Tutto questo ha, però, un costo molto alto in termini di impatti ambientali; oggi il sistema zootecnico mondiale sfrutta circa il 30% delle terre emerse sul Pianeta e il 70% delle aree agricole mondiali e il “prodotto” carne è un inquinante potente per i terreni, il clima, le acque e l’atmosfera, oltre che un veicolo di deforestazione e perdita della biodiversità. Inoltre la carne di oggi è un prodotto globalizzato, veicolo di epidemie che colpiscono gli animali e l’uomo.

In Europa tutto questo avviene a spese della collettività, tramite sussidi europei e nazionali che incentivano la produzione di carne e garantiscono il basso costo al consumo, più basso di frutta e verdura. I sussidi della Politica Comune Agricola Europea (Pac) ai diversi settori coinvolti nella produzione della carne, latte e latticini ammontano a centinaia di euro all’anno.

Aiuti a un sistema inefficiente
In occasione del processo di riforma della Pac per il periodo 2014-2020, lo scorso giugno l’Associazione di protezione animali Lav (www.lav.it) ha pubblicato il rapporto “I costi reali del ciclo di produzione della carne” (scaricabile su: www.lav.it/index.php?id=1940), che analizza gli impatti ambientali, economici e sanitari della produzione di carne, utilizzando dati provenienti da recenti studi internazionali. «La produzione di carne è un sistema inefficiente, che trasforma una moltitudine di alimenti a base vegetale in una quantità estremamente limitata di alimenti di origine animale, riversando sui cittadini gli alti costi diretti e indiretti legati agli impatti ecologici, sanitari e veterinari», sostiene Roberto Bennati, vicepresidente Lav.

«La crescita esponenziale della produzione di carne è incentivata da sussidi governativi e dall’utilizzo di sistemi di allevamento intensivo che confinano gli animali in spazi chiusi e limitati, utilizzano antibiotici per prevenire e curare le infezioni animali e importano mangimi su vasta scala da Paesi extra-europei, indirettamente incentivando la deforestazione e l’uso di fertilizzanti e pesticidi. In termini di costi diretti e indiretti (legati agli impatti ambientali, sanitari e veterinari) la carne è probabilmente il prodotto agro-alimentare più caro sul mercato globale».

La produzione
Il ciclo di produzione della carne include molteplici attività. Inizia con l’occupazione di suolo per i mangimi per animali e finisce con la vendita della carne da servire sul piatto del consumatore. Nel mezzo ci sono: la coltivazione di mangimi; il trasporto dei mangimi; l’allevamento degli animali, il trasporto degli animali, l’uccisione e macellazione degli animali; il trasporto della carne; il suo imballaggio e distribuzione. Nella maggior parte dei casi le attività coinvolte nel ciclo di produzione avvengono in diversi Paesi europei ed extra-europei.

Il trasporto gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento del ciclo di produzione: l’Unione Europea è il più grande importatore di mangimi al mondo, specie soia e grano. Infatti la produzione di mangimi e l’allevamento occupano circa l’80% delle terre agricole mondiali contro l’8% utilizzato per prodotti destinati a consumo umano, è necessario quindi ricorrere a larghe estensioni in Sud-America e Asia per l’approvvigionamento di mangimi; nell’Unione Europea gli animali sono trasportati spesso per giorni da un paese all’altro per l’ingrasso e la macellazione, e moltissimi animali vengono inviati in paesi extra-europei per essere macellati lì, in Russia, Medio-Oriente e altri paesi. I cosiddetti “viaggi della morte” seguono delle logiche legate agli incentivi e all’economia globale. Si calcola che più di 18 milioni di animali vivi siano trasportati, anche su lunghe distanze, ogni anno nell’Unione Europea.

I costi ambientali…
La produzione di carne è responsabile di una quota tra il 18% e il 51% delle emissioni di gas serra mondiali e in Europa di circa il 12,8%; si può quindi concludere che, essendo una fonte importante di emissioni di CO2, la produzione di carne stia frenando gli sforzi internazionali di lotta al cambiamento climatico.

Diversi studi internazionali raccomandano di sostituire il più possibile il consumo di proteine animali con quelle di origine vegetale, al fine di abbattere le emissioni di gas serra. Si è stimato che la produzione di 1 kg di carne di manzo emetta le stessa CO2 di un’automobile media guidata per 250 km, addizionata all’utilizzo di una lampadina da 100 watt per 20 giorni consecutivi. Secondo uno studio della Commissione Europea del 2008 il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari produrrebbe un impatto ambientale del 24% rispetto al totale dei prodotti consumati nell’Unione Europea: 250 miliardi di euro se tradotto in termini monetari.

Gli effetti considerati, oltre alle emissioni di gas serra, sono: l’acidificazione e l’inquinamento delle acque, sfruttamento delle risorse naturali e inquinamento atmosferico. Il sistema di produzione della carne utilizza, infatti, enormi quantità di acqua e inquinanti come concimi azotati e pesticidi; lo spandimento dei liquami animali e l’erosione del suolo dovuto ai nitrati sono responsabili di circa il 50% - 80% dell’inquinamento delle acque. Lo studio calcola che la carne bovina abbia un impatto ambientale da 4 a 8 volte superiore a quello del pollame e 5 volte superiore a quella dei suini.

La produzione di carne necessita inoltre di ampie quantità di acqua: la produzione di 0,2 kg di carne di bovino si può tradurre nell’utilizzo di 25 mila litri di acqua (Agenzia Europea per l’Ambiente, 2005). L’acqua viene utilizzata in varie fasi del ciclo di produzione della carne (irrigazione dei campi per produrre i mangimi, pulizia delle installazioni, pulizia delle carcasse animali) e per esempio un bovino adulto può bere tra i 30 e 50 litri di acqua al giorno mentre un suino fino a 10 litri.

Gli impatti veterinari e sanitari
Le emergenze veterinarie e sanitarie legate alla produzione di carne sono costose: ad esempio si calcola che in Italia l’allarme virus della “mucca pazza” tra il 2001 e il 2007 sia costato 443 milioni di euro di cui circa la metà solo per la distruzione delle carcasse bovine. Le perdite finanziarie globali legate al virus della mucca pazza si stimano invece a 20 miliardi di dollari. La diffusione dell’influenza aviaria (AH5N1) nel mondo nel periodo 1999-2004 ha portato alla soppressione di 220 milioni di uccelli e alla morte di più di 60 persone. «In Europa attualmente la maggior parte degli animali destinati alla produzione di carne viene gestita come prodotti inanimati, veri e propri “prodotti”, e tutto ciò nonostante il Trattato Europeo riconosca tutti gli animali come esseri senzienti, e obblighi a mettere in pratica le misure necessarie al loro benessere. Gli allevamenti intensivi che rinchiudono una grande quantità di animali in piccoli spazi si prestano ad essere facili vettori di epidemie», sottolinea Paola Segurini, responsabile vegetarianismo della Lav.

Il ruolo del consumatore
Tranne alcune eccezioni le etichette non rilevano gli impatti ambientali del metodo di produzione della carne né da quali allevamenti l’animale provenga o per quanti km e ore sia stato trasportato, quindi la possibilità che il consumatore influenzi il mercato è molto limitata. L’unica certezza si applica ai prodotti biologici che specificano il metodo di allevamento, regolamentato e monitorato secondo normativa europea anche se per quanto riguarda il trasporto non ci sono informazioni specifiche. Inoltre, a seguito della diffusione del virus della mucca pazza, un’etichettatura e tracciabilità, poco comprensibile ai consumatori, è anche prevista per la carne bovina. Le sofferenze delle centinaia di animali rinchiusi in allevamenti industriali non sono neanche deducibili dall’etichetta.

La politica agricola del futuro
La Lav ha elaborato un decalogo per una nuova politica agricola sostenibile europea per il periodo 2014-2020. Esso prevede, tra l’altro, il supporto finanziario alla produzione di proteine vegetali come sostituto progressivo alle proteine animali, l’abolizione degli allevamenti intensivi, la revoca dei sussidi alla produzione di carne, l’introduzione di una tassa sulle emissioni di CO2 provenienti dalle attività del ciclo di produzione della carne e l’introduzione di una normativa sull’etichettatura e la tracciabilità di tutti i tipi di carne e che specifichi il metodo di allevamento utilizzato, i luoghi di provenienza e le distanze percorse dagli animali, la promozione di alti standard di benessere e salute animale in tutti gli allevamenti.

Fonte: Valori (Rivista)


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mercoledì 1 settembre 2010

Turismo e ambiente



Turismo a volte è sinonimo di danno all'ambiente. Evitiamo i comportamenti irrispettosi e tuteliamo la bellezza dei luoghi turistici.




L’estate è sempre tanto attesa, anche se in realtà i momenti per viaggiare durante l’anno sono tantissimi, basti pensare ai ponti, alle vacanze di Natale o a quelle di Pasqua; quindi in realtà molti di noi si spostano da una parte all’altra dell’Italia o del Mondo in tutto l’arco dell’anno. Certo è che in estate gli esodi sono spesso enormi. Avete presente quelle code di macchine lunghe svariati chilometri sulle autostrade assolate e arse dal sole di agosto? Si ripetono regolarmente ogni anno.
Molte delle mete ambite da noi turisti sono però a rischio, poiché proprio il turismo di massa, i comportamenti spesso irresponsabili, la poca attenzione, la negligenza e il mancato rispetto delle regole basilari, rovinano luoghi che il tempo ha fatto di tutto per mantenere inalterati. Statue, luoghi sacri e di culto o bellezze naturali, che a causa di  molte persone si stanno rovinando. Vediamo allora i principali.
Barriera corallinaGrande barriera corallina
E’ uno dei luoghi più spettacolari ed emozionanti al mondo, la sua vastità è addirittura visibile dallo spazio! Ma tutto ciò a quanto pare non basta per fermare l’uomo e le sue azioni spesso inconsulte, spesso causa di cambiamenti climatici che a lungo andare stanno danneggiando la biodiversità. Pesticidi, fertilizzanti, l’aumento della temperatura delle acque: tutto ciò causa danni irreparabili a cui forse non pensiamo abbastanza.
Uccelli delle Isole GalapagosIsole Galapagos
Darwin le scoprì e rimase subito colpito dalla loro bellezza e unicità, le studiò e classificò gli animali viventi sul territorio, apprezzando anche in questo caso la biodiversità. Qui nacque la teoria forse più famosa e conosciuta della “selezione naturale”. Oggi il turismo di massa ha portato queste isole a scontrarsi con attività negative, quali ad esempio la pesca di fondo, o ad esigenze insostenibili, come un’enorme richiesta di acqua, che rischiano di compromettere seriamente gli equilibri in realtà non più forti come un tempo.
BaliBali
Sapete che ogni anno più di un milione di turisti raggiunge questa bellissima meta esotica? Se da una parte, come sempre, il turismo è fonte di ricavo economico e di sostentamento per molte famiglie, dall’altra parte è sempre il sistema ambiente a farne le spese, soprattutto quando il turismo è di massa.
Pinguini in AntartideAntartide
E’ il posto più a sud della Terra; mentre il resto del nostro pianeta è abitato, qui non c’è traccia umana, se non di passaggio turistico, ma si trovano tracce di animali, che in teoria dovrebbero vivere indisturbati. Qui invece grosse e immense navi da crociera attraversano i freddi oceani, portando sicuramente disequilibrio a ecosistemi immutati da secoli.
Masai Mara
Masai MaraSi tratta di un’enorme  riserva faunistica in Kenya, al confine con il Parco del Serengeti, in Tanzania. Qui vi è un’altissima concentrazione di fauna africana, ma ormai da anni stanno aumentando, anche enormemente, le strutture alberghiere e gli hotel, che come funghi spuntano quasi dal giorno alla notte. Invadono il territorio, prima vergine e immacolato, diventato ora meta ambitissima di tour safari, in cui i turisti irrispettosi curiosano in quella che è una terra selvaggia, in cui il nostro rumore rappresenta fonte di disturbo per leoni, leonesse, gazzelle, ippopotami e tanti altri animali selvaggi che li vivono da sempre.
StonehengeStonehenge
Luogo ricco di misteri, avvolto in leggende e storie magiche. Anno dopo anno si sta rovinando a causa di turisti poco rispettosi che fino a non molti anni fa rubavano pezzi di pietre come souvenir, e anche di alcuni interventi di restauro forse non compiuti alla perfezione. E pensare che si tratta di uno dei patrimoni dell’umanità.
Viaggiare per il mondo è bellissimo, l’importante è farlo in modo consapevole e rispettoso, non solo della civiltà che ci ospita, ma anche dell’ambiente col quale siamo entrati in contatto. Piccole attenzioni nostre diventano di grande importanza per questi tesori da preservare.




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martedì 18 maggio 2010

Ambiente, codice rosso

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Ambiente, codice rosso


Anna Pacilli


Ieri il consiglio dei ministri ha approvato uno schema di decreto per rivedere alcune parti del Codice dell'ambiente. E per la prima volta non vengono consultate le categorie sociali né le associazioni ambientaliste.

L’ambiente è da tempo fuori dall’agenda della politica italiana, e quando c’è viene discusso a margine, fra pochi, in genere per ridurre i livelli di tutela. Sta accadendo a proposito del Codice dell’ambiente [n. 152 del 2006], cioè quella sorta di testo unico frutto della controriforma attuata dal ministro dell’ambiente del precedente governo Berlusconi, Altero Matteoli, osteggiato dagli ambientalisti e mai corretto dal seppur breve governo Prodi. Ieri il consiglio dei ministri ha approvato uno schema di decreto legislativo, proposto dalla ministra dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, «che apporta alcune modifiche alle parti prima, seconda e quinta del decreto legislativo n. 152 del 2006 recante norme in materia ambientale – dice il comunicato del governo – Sul testo verranno acquisiti i pareri della Conferenza unificata e delle Commissioni parlamentari».

In pratica, il decreto interviene sui principi generali e in materia di valutazione d’impatto ambientale [Via], valutazione ambientale strategica [Vas], qualità dell’aria e inquinamento atmosferico, ma non se ne conoscono ancora i contenuti.
«E’ la prima volta che si porta un testo all’attenzione dell’esecutivo, seppure per un ‘esame preliminare’ di alcune parti del Codice, riguardanti la parte generale, le procedure di valutazione ambientale, la tutela dell’aria, senza che sia stato avviato per tempo il processo di consultazione con le categorie sociali e le associazioni ambientaliste – dice il presidente del Wwf Italia, Stefano Leoni – Ci auguriamo che questo processo di consultazione, sollecitato dagli ambientalisti già dal 10 marzo scorso, venga avviato subito, visto che il termine per la revisione è il prossimo 30 giugno, per evitare che si debba subito pensare a provvedimenti correttivi perché, come avvenne quattro anni fa, le disposizioni in particolare sui rifiuti, su Via e Vas non erano in linea con le norme comunitarie».

Ai tempi lunghi di gestazione della delega ambientale [quattro anni per approvarla, dal 2001 al 2004] si aggiunse, infatti, anche un periodo di transizione [dal 2006 al 2008 per le correzioni al primo decreto attuativo, conclusosi con il dlgs 9 del 2008] che contribuì ad accrescere «un clima di incertezza interpretativa e applicativa che non fa bene all’ambiente e alla salute dei cittadini, non consente alle associazioni ambientaliste di tutelare gli interessi collettivi della cittadinanza e alle aziende e ai sindacati di operare in un quadro di regole definito e duraturo».
Il provvedimento approvato ieri dal governo è stato presentato «a norma dell’articolo 12 della legge 18 giugno 2009, n. 69» [Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile], che contiene di tutto e di più, tra cui anche la delega al governo «per l’adozione di decreti legislativi integrativi e correttivi in materia ambientale».



. OROSCOPO .

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sabato 6 giugno 2009

Ban ki-moon: «La crisi può essere un'opportunità per il pianeta»

Ban ki-moon: «La crisi può essere un'opportunità per il pianeta»

www.misna.org


«Spegnete le luci. Usate i mezzi pubblici di trasporto. Riciclate. Piantate un albero. Pulite il parco del vostro quartiere. Rendete le società responsabili delle loro attività ambientali. E spronate i rappresentanti dei vostri governi a siglare l’Accordo a Copenhagen»: così il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, si è rivolto ai cittadini del pianeta nel suo messaggio per la Giornata mondiale dell’ambiente, che ricorre oggi, con lo sguardo puntato alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico, in programma a Copenhagen a dicembre; un evento cruciale per il futuro del pianeta una volta scaduto, nel 2012, il Protocollo di Kyoto.
«La crisi economica e finanziaria che sta investendo il globo è un vero e proprio campanello d’allarme sulla necessità di aggiornare schemi di crescita ormai superati e compiere una transizione verso una nuova era di sviluppo che sia più verde e più rispettoso dell’ambiente» ha detto il segretario. Il mondo, ha proseguito Ban Ki-moon, «è alle prese con la grave minaccia del cambiamento climatico. Se è vero che tutti i paesi sono destinati a subirne gli effetti, i più poveri dovranno però sostenere il peso maggiore. Esiste però un’alternativa per cambiare il corso degli eventi. Durante l’incontro di Copenhagen a dicembre, verranno affrontati argomenti cruciali sul cambiamento climatico. Insieme dobbiamo spingere i governi a siglare l’Accordo per una nuova intesa climatica». Il pianeta ha anche bisogno di un «Nuovo accordo verde»; un patto «che si concentri sugli investimenti in risorse rinnovabili, infrastrutture eco-compatibili e energie efficienti. Questo determinerà non soltanto creazione di posto di lavoro e stimolo alla ripresa economica, ma concorrerà anche ad affrontare il problema del riscaldamento globale». Investire nella cosiddetta «economia verde» anche solo una parte degli incentivi previsti dai nuovi «pacchetti di stimolo economico», può «trasformare – ha detto ancora il segretario dell’Onu – la crisi di oggi nella crescita sostenibile di domani».
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venerdì 29 maggio 2009

I rifiuti sotto i manifesti elettorali

I rifiuti sotto i manifesti elettorali. Scricchiola il consenso di Berlusconi

Tonia Limatola

Sotto il sole cocente in Campania crescono i cumuli di spazzatura e diminuisce il consenso di Berlusconi, che proprio sull'«emergenza rifiuti» aveva incentrato la sua campagna elettorale, facendone il cavallo di battaglia. L'emergenza c'è ancora, la raccolta differenziata non è ancora partita e le inchieste sui rifiuti fanno discutere.

Berlusconi aveva fatto della risoluzione dell’emergenza rifiuti in Campania il suo cavallo di battaglia elettorale e l’anno scorso aveva strappato al centrosinistra decine di Comuni impegnati nelle amministrative. Ora, sotto il sole cocente di maggio, la propaganda si fa ancora più aspra e calda in vista del rinnovo dei vertici della Provincia di Napoli e delle Europee. Anche perché i cumuli di spazzatura, che non erano mai spariti, adesso stanno crescendo a dismisura un po’ ovunque e lo testimoniano anche le decine di video pubblicati dai cittadini su youtube.
Nel Casertano, ad Aversa, ma anche e soprattutto nel napoletano, tra Giugliano, Quarto, Marano, Villaricca e Qualiano. Rifiuti che bruciano agli angoli delle strade mentre quelli rimossi ingolfano l’ex Cdr della zona Asi, ora diven­tato impianto di tritovagliatura [Stir]. E qui, nei comuni che ospitano il maggior numero di impianti per lo smaltimento e di discariche autorizzate realizzate in Italia, la presenza di quelle abusive in strada è una vera beffa per chi ci vive accanto. La situazione non migliora nemmeno nei luoghi del turismo.
E’ salva solo Napoli, vetrina del maggio dei monumenti e, a metà giugno, sede del G8 dei Capi di Stato; mentre ad Ercolano è assediato dai rifiuti anche l’ingresso degli scavi archeologici. Così mentre nel resto d’Italia Berlusconi si conferma l’uomo dei consensi con percentuali che inquietano gli osservatori politici di centrosinistra, in Campania il premier rischia di vedere scricchiolare la sua popolarità sotto i colpi dei sacchetti di spazzatura, specie nel napoletano.
A far storcere il naso non è solo la puzza. Il dissenso arriva anche dopo l’inutile attesa dell’avvio della raccolta differenziata che, fatta eccezione di qualche piccola esperienza, resta ancora un miraggio. Nel giuglianese le situazioni di allarme sono tante. C’è un’intesa col Ministero dell’Ambiente per la bonifica. Ci sarebbero anche i fondi. Ma i cumuli sono ancora al loro posto e si continuano a gettare carta e plastica nei sacchetti del «tal quale». Non sono spariti manco i roghi che hanno regalato l’appellativo di «terra dei fuochi» a queste zone. Insomma, la Campania è di nuovo sull’orlo di una nuova crisi e per il premier sarà difficile arginarla.

Fanno discutere anche le vicende giudiziarie dopo gli ultimi sviluppi del caso aperto dieci mesi fa con lo stralcio delle posizioni dei prefetti Guido Bertolaso e Alessandro Pansa dall’elenco degli imputati dell’inchiesta rifiuti. Un provvedimento che ha spaccato la Procura di Napoli e la diversità di posizioni tra il capo dell’ufficio giudiziario, Lepore, e i pm Giuseppe Novelli e Paolo Sirleo, titolari dell’indagine «Rompiballe», animerà il dibattito dell’assemblea alla quale si preparano i pm napoletani. In pratica, un’emergenza dentro un’altra.
Eppure dopo la crisi dell’anno scorso e l’apertura con la forza della contestatissima discarica di Chiaiano, per il governo la questione sembrava veramente archiviata. Impegni e promesse: un nulla di fatto. Adesso, a giusto un anno dalle cariche della polizia, i comitati contro la discarica di Chiaiano, assieme al movimento «Verso i rifiuti zero», hanno deciso di farsi sentire con una nuova iniziativa di protesta creativa. Avevano intenzione di invitare i cittadini a disertare le urne e, invece, hanno deciso di boicottare le elezioni distribuendo un «kit elettorale» sui generis. Lo presenteranno domani alle 12, nella storica caffetteria Gambrinus in Piazza Trieste e Trento, a Napoli. «Da tempo abbiamo deciso il boicottaggio delle elezioni sul territorio di Marano e Chiaiano. Sul restringimento degli spazi di democrazia, si è consumata una rottura insanabile tra cittadini e governanti – dice uno dei leader, Antonio Musella – Ma abbiamo comunque deciso di partecipare alle elezioni, attaccando sulla scheda un adesivo con il nostro alberello, ormai simbolo della nostra lotta». Insomma, si punta all’annullamento delle schede. Sull’adesivo c’è la scritta «Vota per me, i governi cambiano io sto sempre qua. No alla discarica». Cinquantamila esemplari verranno distribuiti da domani fino a sabato prossimo. Per il giorno di chiusura della campagna elettorale, il 4 giugno, i comitati hanno messo in calendario una serie di concerti, dalle 16 alle 19: alla stazione metro di Chiaiano, sul corso Chiaiano, in Piazza della Pace, a Marano.
Nel frattempo alla voce raccolta differenziata, si registra anche la protesa dei lavoratori dei bacino. Nel Consorzio numero 1, quello di Giugliano per intenderci, ci sono 180 dipendenti pagati e non inutilizzati che lottano – oggi l’ennesima protesta davanti all’ingresso della loro sede nella zona Asi – contro le logiche dei comuni che preferiscono affidare il servizio alle ditte vincitrici degli appalti della Nu. Per il momento vengono stipendiati dal commissariato di governo, ma col tempo rischiano di rimanere senza occupazione.

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mercoledì 13 maggio 2009

Lo sporco del carbone viene a galla




Attivisti di Greenpeace in azione a Brindisi per dire a ENEL e al Governo Italiano, NO al carbone.

IngrandisciRoma, Italia — Ci complimentiamo con il Corpo forestale dello Stato per aver sequestrato 100mila tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalla centrale a carbone Enel di Brindisi. Tutto lo sporco viene a galla, a conferma che il carbone 'pulito' non esiste e che gli impatti per l’ambiente sono molteplici e gravi.

I rifiuti pericolosi venivano smaltiti in una cava del Reggino, in una zona sottoposta a vincolo. Dieci persone sono state arrestate tra cui tre funzionari Enel. Gli scarti, classificati come pericolosi, venivano trasformati con certificati di analisi insufficienti in rifiuti non pericolosi e avviati apparentemente a recupero per la produzione di laterizi.

Continuiamo ad assistere a incidenti gravi che interessano centrali a carbone in tutta Italia. A Genova è stato recentemente sequestrato un deposito di carbone per mancanza dei necessari impianti di depurazione delle acque di scolo. Nel Sulcis, invece, la scorsa estate carbonili a cielo aperto hanno preso fuoco per processi di autocombustione, diffondendo fumi tossici sul vicino centro di Portoscuso.

La gestione delle grandi quantità di rifiuti solidi dalle centrali a carbone rimane un grave elemento di preoccupazione. Eppure il governo continua ad autorizzare nuovi impianti a carbone, contro gli impegni europei al 2020 che spingono verso lo sviluppo delle fonti rinnovabili.

L'ultimo caso è l'autorizzazione della centrale Enel di Porto Tolle, nel bel mezzo del parco naturale del Delta del Po, contro le stesse leggi nazionali e regionali per la protezione dell'ambiente. Il fatto di autorizzarle in barba a regolamenti e norme regionali con un escamotage normativo rivela l'atteggiamento anti-ambientale del Governo.

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Le mappe nucleari per l'Italia




Roma, Italia — Se dovesse tornare il nucleare in Italia, sarebbero pochissimi i territori che potrebbero ospitarlo. Grazie all'analisi di tre importanti mappe, ormai dimenticate, sveliamo perché lo stivale è assolutamente inadatto alle centrali nucleari.

Ieri è stato l’approvato il DDL 1195 che dà sei mesi al governo per definire i criteri per la localizzazione dei siti nucleari. Oggi diffondiamo tre ‘carte nucleari’ per capire dove potrebbero finire le nuove centrali nucleari:

- la carta del CNEN, che era la risultante di varie carte tematiche elaborate negli anni settanta
- la mappa ENEA sulla vulnerabilità delle aree costiere ai cambiamenti climatici
- l’elaborazione GIS per la localizzazione del deposito nazionale per le scorie nucleari

Per stabilire i siti delle nuove centrali e delle scorie bisogna partire da queste carte e vedere secondo quali criteri verranno aggiornate. Un criterio è quello sismico, un altro criterio è quello della vulnerabilità delle coste per i cambiamenti climatici.

Il nostro rapporto "Mappe nucleari per l'Italia" fornisce una lista di aree a maggiore vulnerabilità climatica. Se questo criterio verrà adottato, dalla vecchia carta CNEN devono essere tolte diverse aree costiere e se ci fosse anche l'indicazione di restringere l'attenzione nelle aree a minore pericolosità sismica, rimangono pochissimi siti su cui puntare l'attenzione: nelle province di Vercelli e Pavia, isola di Pianosa in Toscana, province di Ogliastra, Nuoro e Cagliari.

Montalto di Castro - anche se la pericolosità sismica non è quella minima - rimane un forte indiziato sia per la vicinanza al mare in una zona costiera a minor rischio climatico che per le condizioni della rete. Sul sito c'è stata recentemente una visita di tecnici dell'azienda francese EDF. Ci aspettiamo che la regione Lazio nel suo piano energetico escluda chiaramente questa possibilità.

Riguardo alla mappa per le scorie nucleari è stata elaborata nel 1999-2000 dal gruppo di lavoro ad hoc costituito all'epoca dalla Conferenza Stato Regioni (e supportato tecnicamente da ENEA). In questo caso il rischio sismico è ritenuto meno rilevante (alcune aree sono persino in Abruzzo): le aree sono presenti in numerose regioni ma si concentrano particolarmente tra l'Alto Lazio e buona parte della Toscana, le Murge pugliesi e la Basilicata.

Continueremo a opporci a questa sciagurata scelta del governo e a chiedere ai candidati alle prossime elezioni europee cosa pensano del ritorno al nucleare in Italia.

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domenica 10 maggio 2009

Grandi opere

Un pianeta da difendere
di Mario Tozzi
primo ricercatore Cnr - Igag
e conduttore televisivo

Grandi opere
Ma le idee sono davvero piccole

Lo abbiamo detto più volte: in tempi di crisi economica il prezzo lo pagano gli uomini più poveri e l’ambiente: è stato sempre così e sempre lo sarà, almeno a considerare la situazione italiana. In un momento in cui bisognerebbe pensare alle piccole opere diffuse, alla difesa del territorio contro i rischi naturali, all’economia legata all’ecologia, ecco che il governo italiano tira fuori l’asso dalla manica: 18 miliardi di euro per grandissime opere e un nuovo condono edilizio, seppure opportunamente mascherato e nascosto. L’opera simbolo è il ponte sullo stretto di Messina che sarà il ponte a campata unica più lungo mai realizzato dall’uomo (oltre 3.500 m) e, nello stesso tempo, il collegamento di cui meno c’è bisogno nel nostro disastrato paese. Per quello che ne sappiamo dovrebbero essere i privati a pagare l’ammontare intero dell’opera (arrivato a oltre 6 miliardi di euro), ma come potrà mai essere remunerata, in tempi ragionevoli, quando gli stessi progettisti ne prevedevano una qualche redditività solo con un pil in crescita di almeno il 3% annuo (oggi siamo a -2,5% all’anno)? E a che servirà un superponte come quello, quando la rete stradale e ferroviaria siciliana e calabrese è ancora ferma all’anteguerra? Il ponte piace in ragione inversa della sua vicinanza allo stretto: nessun messinese o reggino ne può esserte contento, non solo per via dell’impatto paesaggistico, ma anche perché - qualora se ne volesse servire - dovrebbe prendere l’auto (che non prenderebbe altrimenti), farsi mezz’ora di strada, attraversare il ponte e poi fare ancora mezz’ora per rientare nell’altra città: sono 12.000 i pendolari dello stretto cui il ponte non servirà granché. Se quei soldi fossero pubblici sarebbe poi ancora peggio, perché quella è la zona in cui ci sarà il nostro prossimo terremoto disastroso e ha solo il 25% delle abitazioni antisismiche: a che servirà un ponte così lungo? Il ponte reggerà a un terremoto 7,1 Richter, ma sismi molto meno violenti raderanno comunque al suolo le città dello stretto e sarebbe una distrazione imperdonabile lasciare così le cose in caso di finanziamento pubblico. Terremoti violenti metterebbero in moto grandi frane a scivolamento profondo che potrebbero interessare i piloni stessi del ponte, però nessuno studio su questo aspetto è stato ancora commissionato. Progettazione carente, scarsa utilità, distrazione di fondi, rischio idrogeologico, il tutto per un’opera mai tentata prima al mondo. Il tutto quando un siciliano esce dalla sua isola, in media, una sola volta ogni dieci anni, e quando gli aerei low-cost e le navi hanno già preso il posto di treno e auto. Sul ponte si ipotizza un traffico veicolare che, se davvero fosse realizzato, trasformerebbe un’area straordinaria in un incubo di metallo. Non siamo più nel dopoguerra e le infrastrutture dovrebbero assecondare lo sviluppo, non guidarlo, a meno che non si tratti, in realtà, di grandi opere, ma di megalomania senza fine.


Mario Tozzi

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martedì 5 maggio 2009

Ecomafia, business senza crisi



Ecomafia, business senza crisi
"Un affare da 20,5 miliardi"
Presentato il rapporto 2009 di Legambiente. Lo scorso anno 71 reati al giorno. Campania sempre maglia nera. Napolitano: "Migliora l'attività di contrasto e prevenzione"

ROMA - Un business di 20,5 miliardi di euro per 25.776 ecoreati accertati: quasi 71 al giorno, tre ogni ora. Circa la metà dei reati (più del 48%) si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). L'Ecomafia, assicura Legambiente nel suo rapporto 2009, non conosce la crisi.

Le cifre fanno impressione. Sono 31 i milioni di tonnellate i rifiuti speciali svaniti nel nulla, in pratica una montagna alta quasi quanto l'Etna. Crescono pure le aggressioni al patrimonio culturale, il racket degli animali e le agromafie. Aumenta però anche la capacità di contrasto delle forze dell'ordine.

Abusivismo. L'abusivismo edilizio non conosce tregua: 28 mila nuove case illegali e moltissimi reati urbanistici, soprattutto nelle aree di maggior pregio. E poi il saccheggio del patrimonio culturale, boschivo, idrico, agricolo e faunistico. "Il cemento - si legge nel rapporto - è il luogo ideale per riciclare i proventi dalle attività criminose e nel caso campano si tratta di proventi ingenti che si traducono in interi quartieri abusivi. Basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa, dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio". In testa c'è la Campania con 1.267 infrazioni accertate, 1.685 denucniati e 625 sequestri. Segue la Calabria con 900 infrazioni, 923 persone denunciate e 319 sequestri. Continua la salita del Lazio, che quest'anno si piazza al terzo posto superando la Sicilia.

Campania infelix. La Campania è in vetta anche nella classfica dello smaltimento illegale con 573 infrazioni accertate (il 14,7% sul totale nazionale) e 63 arresti. Negli ultimi tre anni, si ipotizza siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni genere. Ovvero 520 mila tir che hanno scaricato il loro contenuto nelle campagne napoletane, nell'entroterra salernitano, nelle discariche abusive del casertano, del beneventano e dell'avellinese. Al secondo posto c'è la Puglia con 355 infrazioni accertate, 416 denunce, 271 sequestri e 15 arresti. Terza la Calabria (293 infrazioni, 238 denunce, 567 sequestri), seguita dal Lazio con 291 reati, 358 denunce, 172 sequestri e ben 11 arresti. Al Nord il primato è del Piemonte.

Arresti. Dal dossier emerge la maggiore efficacia degli interventi repressivi da parte delle forze dell'ordine. Aumentano gli arresti, passati dai 195 del 2007 ai 221 del 2008 (+13,3%) e i sequestri, dai 9.074 del 2007 ai 9.676 dello scorso anno (+6,6%). Diminuisce il numero di reati ambientali (dai 30.124 del 2007 ai 25.766 del 2008). Nel dettaglio il comando per la tutela ambientale dell'Arma dei carabinieri, nel 2008, ha arrestato 130 persone, 115 delle quale per reati relativi al ciclo dei rifiuti. Il maggior numero di infrazioni in materia di ambiente (il 56%) viene accertato dal Corpo forestale dello Stato e "molto intensa" è anche l'attività delle Capitanerie di porto. Cresce poi l'azione della Guardia di finanza con un aumento del 24,8% delle infrazioni accertate rispetto al 2007, come quella della Polizia di Stato, +13%, e dei Corpi forestali delle regioni e province a statuto speciale, +9,9%. Di grande rilievo il lavoro svolto dall'Agenzia delle dogane con 4.800 tonnellate di rifiuti sequestrate, a fronte di un quantitativo accertato sei volte superiore.

Traffico animali. Tre miliardi di euro. E' questo il giro d'affari delle zoomafie. Diminuiscono i combattimenti tra cani, mentre restano stabili le corse clandestine di cavalli. Dal rapporto, emerge anche una crescita del traffico di cuccioli venduti in clandestinità, con grossi quantitativi provenienti dai paesi dall'est Europa per un mercato dei cani di razza del valore di 300 milioni di euro all'anno. Infine il 70% della fauna vertebrata risulta minacciata dal bracconaggio, situazione che rischia di aggravarsi con la nuova legge sulla caccia in discussione in Parlamento.

Napolitano. "Constato con soddisfazione che il quadro dei risultati delle attività di prevenzione e repressione evidenzia un crescente coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali impegnati nella tutela delle risorse ambientali, nonché la valenza di nuove e più incisive strategie di indagine e di intervento che consentono di rilevare la presenza nel sottosuolo delle immissioni dei diversi elementi inquinanti", commenta il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Che definisce il rapporto "un prezioso strumento di approfondimento dei fenomeni della criminalità ambientale".

SPERIAMO ............

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domenica 26 aprile 2009

Terra vista dallo spazio

Terra vista dallo spazio



LAGHI VULCANICI - Deriba Caldera, Sudan. Due voragini create nella terra a seguito di un'eruzione vulcanica circa 3.500 anni fa.

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IL RAGNO AUSTRALIANO - Lo Spider Crater, il cratere a forma di ragno che sorge nel nord est dell'Australia, nella regione del Kimberley. Avrebbe tra i 900 e i 600 milioni di anni. Non se ne conosce l'origine precisa.

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IL DESERTO PIU' GRANDE - Rub' al Khali, il più vasto deserto di sabbia del mondo. include parte dell'Oman, degli Emirati Arabi e dello Yemen, e copre un'area più grande della Francia. Per la maggior parte è ancora inesplorato.

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venerdì 24 aprile 2009

G8 Ambiente Siracusa




G8 Ambiente Siracusa

I Ministri dell’Ambiente dei paesi del G8, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone, Canada, Russia, assieme a Cina, India, Brasile, Messico, Indonesia, Sudafrica, Australia, Repubblica di Corea, Egitto, con la partecipazione della Repubblica Ceca, Presidenza di turno dell’Unione Europea, della Commissione Europea, della Danimarca in qualità di Presidenza della prossima COP (Convention on Climate Change) e di alcune Organizzazioni Internazionali, si riuniranno a Siracusa su iniziativa della Presidenza italiana del G8.

Obiettivo della riunione di Siracusa sarà lanciare un importante messaggio politico sulla biodiversità e sul rapporto tra salute e ambiente, in particolare per i bambini, oltre a facilitare il dialogo sul tema dei cambiamenti climatici in vista della Conferenza di Copenhagen che, nel dicembre di quest’anno, dovrà definire gli assetti globali del ‘post Kyoto’.

Eventi collaterali al G8 Ambiente
A cornice degli incontri politici, Siracusa ospiterà alcuni eventi collaterali patrocinati dal Ministero dell’Ambiente realizzati grazie a sponsorizzazioni private o offerti da istituzioni pubbliche.

1. REstART, 19-26 aprile
Spettacolare e inusuale esposizione di sculture di artisti di fama internazionale, questo evento-mostra vuole ridisegnare in termini culturali l’inevitabile e naturale relazione tra uomo e natura. Attraverso arte, poesia, creatività e musica alcuni dei più grandi artisti “del riciclo” affrontano il tema dell’emergenza ambientale.
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