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sabato 9 giugno 2018

In Canada l’aria inquinata diventa benzina


Inquinamento

Una tecnologia per estrarre in modo economico l’anidride carbonica inquinante dall’atmosfera e trasformarla in carburante: l’ha inventata David Keith, professore di fisica all’università di Harvard e fondatore dell’azienda canadese Carbon Engineering. Permette di rimuovere il gas serra più diffuso a costi accessibili e può aiutare a ridurre il surriscaldamento globale, fino addirittura a invertire i cambiamenti climatici che costituiscono — secondo tutte le previsioni —la più grave minaccia ambientale dei prossimi anni, nonché uno dei fattori di instabilità geo-politica nel mondo. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica , Keith e i suoi collaboratori descrivono un processo che farebbe scendere i costi dell’estrazione dell’anidride carbonica da un minimo di 94 dollari a tonnellata a un massimo di 232, molto meno dei 600 dollari a tonnellata che era finora la spesa stimata dall’American Physical Society, l’associazione dei fisici americani.

inquinamento

L’equivalente di 250 mila auto

«Spero di mostrare che la nostra è una tecnologia industriale fattibile, non una sorta di rimedio magico — ha detto Keith — ma qualcosa che possiamo realizzare». La Carbon Engineering, che ha sede in Canada, impiega una quarantina di persone ed è finanziata anche da Bill Gates, ha sperimentato per anni il procedimento nell’impianto pilota di Squamish, nella Columbia Britannica, dove processa circa una tonnellata di anidride carbonica al giorno. E sta cercando i fondi per costruire entro il 2021 una centrale su scala industriale che permetterebbe di produrre carburante a un dollaro al litro, meno di un euro al litro. Costerebbe centinaia di milioni di dollari e potrebbe catturare un milione di tonnellate di CO2 all’anno, cioè l’equivalente delle emissioni di 250 mila auto.

Aria, acqua ed energia verde

Per fabbricare il carburante mangia-gas serra la Carbon Engineering usa solo aria, acqua e energie rinnovabili. La tecnologia applicata, per quanto molto complessa, si basa su quella già impiegata in altri processi industriali, come per esempio la produzione di carta. L’anidride carbonica viene fatta passare per una sorta di «torre di raffreddamento» in cui il gas viene esposto a liquido alcalino: «L’anidride carbonica è un acido debole — ha spiegato Keith a The Atlantic — e quindi si lega alla base». Ne fuoriesce una soluzione di carbonato che viene lavorato chimicamente in modo da estrarre la Co2 in forma fluida: («È quello che fanno praticamente tutte le cartiere al mondo» dice Keith). E infine l’anidride carbonica viene miscelata con l’idrogeno — un procedimento chimico usato in molte raffinerie — per produrre carburante: benzina, diesel e cherosene per gli aerei.

Carburanti «neutri»

In questo modo si ottengono idrocarburi «CO2 neutri», che cioè non immettono nuova anidride carbonica nell’atmosfera ma si limitano a trasformare quella già esistente. Secondo le Nazioni Unite, per rispettare gli accordi di Parigi sul clima del 2015, potrebbe essere necessario rimuovere CO2 dall’atmosfera già entro questo secolo: la tecnologia della Carbona Engineering potrebbe essere usata anche a tale scopo (basta evitare la trasformazione finale del gas in carburante). Ma per l’azienda non sarebbe conveniente: «Il nostro obiettivo immediato è produrre idrocarburi CO2 neutri — ha affermato Keith —. Lo vediamo come un modo per creare trasporti che non aggiungono anidride carbonica all’aria». Oggi c’è già un’azienda, la svizzera Climeworks, che estrae anidride carbonica dall’aria e la vende come fertilizzante per le serre. I suoi costi di produzione però sono molto più alti (600 dollari a tonnellata appunto). L’invenzione canadese, molto più conveniente, potrebbe ora costituire una svolta nella lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.



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giovedì 15 marzo 2018

E-fuel: Nuova Sperimentazione per una Benzina Ecologica


 I tedeschi del gruppo VW e in particolare il brand Audi lavorano molto sui carburanti, come anche sui diversi tipi di endotermico e ibrido, in attesa del tanto chiacchierato punto di rottura con gli EV degli anni Trenta. Rimanendo nel 2018, ecco allora al via una nuova sperimentazione per una benzina ecologica, ricavata da fonti rinnovabili. In collaborazione con la Global Bioenergies di Leuna sono stati prodotti 60 litri di e-benzin, la quantità maggiore di sempre.

«Il nuovo carburante è indipendente dal petrolio, compatibile con le infrastrutture esistenti e offre la prospettiva di un ciclo del carbonio chiuso» afferma Reiner Mangold, Direttore dello Sviluppo Prodotti Sostenibili Audi. L’Audi e-benzin è sostanzialmente isoottano liquido, ricavato dalle biomasse attraverso due fasi. Nella prima, si produce isobutene gassoso (C4H8) e nella seconda si trasforma l’isobutene in isoottano (C8H18) mediante l’aggiunta d’idrogeno. Grazie all’assenza di zolfo e benzolo, la combustione dell’isoottano produce una quantità particolarmente bassa di sostanze nocive. Attualmente Audi dichiara di avere in corso analisi del rendimento per questo carburante ottenuto da fonti rinnovabili, in abbinamento a un motore tradizionale: l’e-benzin pare confermarsi un carburante sintetico con eccellente potere antidetonante (di base a livello chimico 100 ottani) adatto a motori con un rapporto di compressione spinto, molto efficienti.

Già, ma intanto si parla di aver prodotto come primo “record” 60 litri, per un solo teorico primo pieno. Nel medio periodo, i partner del progetto si propongono di affinare la produzione e renderla indipendente dalle biomasse. Saranno così sufficienti, come sostanze base, l’anidride carbonica e l’idrogeno realizzato con il metodo rigenerativo. Staremo a vedere, cosa riserva per i grandi volumi e con quali costi, almeno iniziali, questo tipo di carburante pensato per ridurre le tanto odiate emissioni di CO2 dei motori a combustione.

E-gas
Dal 2013 è sul mercato l’Audi e-gas, un carburante rinnovabile prodotto in parte nell’impianto Power-to-Gas della Bassa Sassonia. Vendono riforniti i modelli Audi g-tron presso un distributore di metano ordinario, pagando il prezzo normale. Audi assicura l’ecocompatibilità del rifornimento con la relativa riduzione della CO2 reimmettendo nella rete del metano 
una quantità corrispondente di Audi e-gas.

E-diesel
La gamma degli e-fuel tedeschi sinora conosciuta, include anche e-diesel, realizzato con Sunfire utilizzando energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili e le materie prime impiegate, anche in questo caso, sono acqua e CO2. Il risultato finale, denominato Blue Crude, può essere raffinato e trasformato nell’e-diesel. Attualmente Audi sta realizzando nuove unità produttive nel Canton Argovia, in Svizzera. In un impianto pilota gestito con i partner Ineratec ed Energiedienst, verranno prodotti 400.000 litri all’anno di e-diesel e la corrente elettrica necessaria 
proverrà esclusivamente dal settore idroelettrico.

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venerdì 2 marzo 2018

Brasile, un’Area di Foresta Amazzonica non sarà più Protetta



Brasile, un’area di foresta amazzonica grande quanto l’Italia non sarà più protetta

La corte suprema del Brasile ha confermato sostanziali cambiamenti alle leggi che proteggono la foresta pluviale, rendendola più vulnerabile alla deforestazione.
In Amazzonia il tasso di deforestazione, dopo aver toccato il suo apice tra il 2015 e il 2016, periodo in cui è scomparsa un’area di foresta grande 135 volte Manhattan, è in lieve calo per la prima volta in tre anni. Il delicato equilibrio della foresta è comunque in pericolo e uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Advanced ha affermato che se fosse distrutto più del 20 per cento della sua superficie potrebbe perdere le sue caratteristiche in maniera irreversibile. Nonostante questo, lo scorso martedì la Corte suprema federale del Brasile ha apportato radicali cambiamenti alle leggi che proteggono la foresta amazzonica e i suoi preziosi ecosistemi.

Amnistia per chi ha deforestato
Il Congresso nazionale ha acconsentito alle revisioni apportate ad una legge del 2012, tra le modifiche è prevista un’amnistia per i proprietari terrieri che hanno tagliato gli alberi illegalmente prima del 2008. È stata inoltre sensibilmente ridotta la superficie deforestata che, secondo una legge risalente al 1965, deve essere ripristinata dai proprietari terrieri che devono mantenere una percentuale del loro terreno boscoso. L’area che per legge deve essere protetta è stata complessivamente ridotta di quasi 300mila chilometri quadrati, una superficie pari a quell’Italia.

Anfibio su un ramo nella foresta brasiliana
La foresta amazzonica, oltre ad essere fondamentale per la nostra specie per la produzione di ossigeno e per la capacità di immagazzinare CO2, ospita un elevato numero di specie vegetali e animali, molte delle quali endemiche 

Amazzonia più vulnerabile
Gli ambientalisti ritengono che la nuova legge forestale renderà più accettabile la deforestazione, mettendo dunque in pericolo la sopravvivenza della più grande foresta pluviale del mondo e della sua incredibile biodiversità.

Festeggia la lobby agricola
Senza i vincoli del passato gli agricoltori potranno ampliare le loro coltivazioni e coltivare anche in zone particolarmente vulnerabili all’erosione in caso di disboscamento, come le cime delle colline e le rive dei fiumi. La lobby dell’agricoltura, particolarmente influente in Brasile, ha accolto la decisione con piacere, sostenendo che le nuove leggi consentiranno un’ulteriore crescita del settore agricolo e dell’economia del Paese, senza dover continuare a giudicare i crimini del passato.

Secondo gli ambientalisti, invece, 
la nuova normativa premierà coloro che hanno 
deforestato in passato ed inviterà 
alla deforestazione anche per il futuro.

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martedì 1 dicembre 2015

Cop 21 di Parigi



Cos’è la Cop 21 di Parigi e perché è molto importante

Si sente parlare sempre più spesso della conferenza sul clima che si tiene a Parigi. Ecco una breve guida su cos’è e perché è così importante.

La Cop 21 è la ventunesima conferenza annuale delle parti, l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change, Unfccc), il trattato che conta l’adesione di 196 paesi e aperto alle firme durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro, in Brasile, del 1992. La prima Cop si è tenuta nel 1995. Ecco spiegato perché quella che si tiene a Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015 è la numero 21. Questa conferenza ha il compito di portare avanti i negoziati tra i paesi per cercare di contenere e ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera e contrastare così il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.


Delegati da tutto il mondo discutono di clima

Perché se ne parla così tanto
L’importanza della Cop 21 è dovuta al fatto che da questo appuntamento ci si aspetta l’adozione di un nuovo accordo globale che includa tutti i paesi della comunità internazionale, da quelli industrializzati (come Stati Uniti e Unione europea) e maggiormente responsabili della concentrazione attuale di CO2 in atmosfera, ai paesi emergenti o in via di sviluppo (come Cina e India) che hanno considerevolmente aumentato le loro emissioni negli ultimi anni. Per questo, c’è bisogno anche del loro impegno per riuscire a raggiungere un accordo efficace e che guardi al futuro.


Un po’ di storia sul clima
Nel corso degli anni, sono stati diversi gli appuntamenti importanti. Ad esempio, la Cop 3 che si è tenuta a Kyoto, in Giappone, nel 1997 ha dato vita all’omonimo protocollo, il primo accordo che ha vincolato i paesi industrializzati a ridurre le emissioni entro certi limiti. Poi c’è stato il “fallimento” della Cop 15 di Copenaghen, in Danimarca, che avrebbe dovuto far nascere un nuovo accordo globale che prolungasse o si sostituisse al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

La fiducia verso l’appuntamento del 2015 dipende dal fatto che questa volta le richieste sono state rovesciate. Non sono più i delegati a imporre ai paesi vincoli e riduzioni, ma sono i governi degli stessi paesi che sono stati chiamati a inviare all’Unfccc la loro proposta di riduzione della CO2. Un ribaltamento che ha pressoché spinto anche i paesi meno propensi quantomeno a interessarsi e a mandare dati e numeri ufficiali.

Le prime promesse degli stati
Se l’Unione europea aveva già promesso di voler ridurre la CO2 del 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli registrati nel 1990, fa ben sperare la promessa dell’amministrazione americana guidata da Barack Obama di voler ridurre tra il 26 e il 28 per cento la CO2 entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Target simile per il Giappone che ha promesso una riduzione delle emissioni del 26 per cento entro il 2030, ma come livello di riferimento ha preso il 2013. Tra i paesi in via di sviluppo, va citato il Messico che sostiene di riuscire a ridurre la CO2 del 22 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli attuali, cioè rispetto alla quantità di gas ad effetto serra che il paese americano produce nel contesto economico attuale. 

Tutte le promesse fatte dai paesi per contenere la CO2.

Secondo l’Onu, le promesse di riduzione dei gas a effetto serra avanzate finora non basteranno a limitare la crescita della temperatura a 2ºC entro il 2100.
A partire dalla Cop 19, la Conferenza mondiale sul clima che si tenne a Varsavia nel 2013, i governi decisero di impegnarsi a dichiarare in modo ufficiale i propri impegni in tema di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. A poche settimane dalla Cop 21, che si terrà a Parigi a partire dal prossimo 30 novembre, sono 155 i paesi che hanno reso note le loro promesse. Esse, però, risultano molto diverse tra loro.


Se gli Usa hanno dichiarato, infatti, una diminuzione delle emissioni del 26-28 per cento, da ottenere entro il 2025 (rispetto al valore registrato nel 2005), l’Unione europea ha puntato ad un 40 per cento di calo, da raggiungere entro il 2030 (rispetto ai dati del 1990). Ancora, l’India ha puntato a una riduzione del 33-35 per cento, mentre la Russia vuole centrare un meno 25-30 per cento. E la Cina non ha promesso un calo, bensì un “picco massimo” da raggiungere entro il 2030. Alcuni governi, poi, hanno preferito utilizzare come punto di riferimento per calcolare la diminuzione non un anno, bensì il dato chiamato “business as usual” (“Bau”, nella tabella che riporta i dati dei quindici principali emettitori mondiali di gas nocivi): le diminuzioni sono calcolate, in questo caso, rispetto alle emissioni che si raggiungerebbero in futuro se non fosse effettuato alcun intervento correttivo.



Per tentare di fare un po’ di chiarezza, e per comprendere quanto valgano realmente, nel loro complesso, gli impegni annunciati, le Nazioni Unite hanno predisposto un rapporto, che tiene conto di 146 promesse (quelle inviate entro il 1 ottobre). La segretaria esecutiva della Unfccc (Convezione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), Christiana Figueres, ha spiegato che – ad oggi – tali promesse “porteranno a limitare la crescita della temperature media globale, entro la fine del secolo, a 2,7 gradi centigradi”. Ovvero ben oltre la quota-limite indicata dagli stessi governi, pari a 2 gradi, necessaria per evitare conseguenze catastrofiche.

Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images
Onu e ong concordano: stanti gli impegni attuali dei governi, non si centreranno gli obiettivi prefissati di limitazione della crescita della temperatura globale © Joe Raedle/Getty Images

Gli impegni, dunque, non sono sufficienti. Tanto più che le ong ritengono persino ottimistica la valutazione dell’Onu. Secondo Nicolas Hulot, presidente dell’omonima fondazione francese (nonché “inviato speciale” del governo di Parigi alla Cop 21), “allo stato attuale, supereremo la soglia dei 3 gradi centigradi”. Per questo, ha aggiunto, è necessario che i governi rivedano periodicamente i loro impegni in futuro: “I paesi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni globali, potrebbero assumere questa iniziativa, e ridefinire le loro promesse già a partire dal 2016 o dal 2017”.


I governi, però, appaiono ancora piuttosto divisi. E all’inizio di novembre è giunta anche la notizia, inaspettata, della revisione al rialzo dei propri dati sull’inquinamento da parte della Cina. Il più grande responsabile di emissioni di gas ad effetto serra a livello mondiale ha ammesso infatti di aver sottostimato, fortemente, l’utilizzo di carbone sul proprio territorio. Ciò significa che nelle statistiche fin qui pubblicate mancava circa un miliardo di tonnellate di CO2 disperso nell’atmosfera. Pari alle emissioni annuali di un paese come la Germania.

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mercoledì 4 marzo 2009

E.on-Kraftwerke e Siemens lavorano alla cattura della Co2

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Entro l'estate partirà in Germania un impianto che fungerà da test per proseguire su larga scala


La Co2 inglese finirà nel Mare del Nord

Eni ed Enel proveranno a catturare la Co2

E.on-Kraftwerke e Siemens avvieranno entro l'estate un impianto pilota per la cattura di Co2 nel sito di Staudinger. Il progetto fa parte del quinto programma governativo di ricerca sull'energia ''Innovation and New Energy Technologies'' e promuove la ricerca e sviluppo nel campo delle tecnologie per impianti a bassa emissione di Co2.
Secondo l'agenzia Adnkronos E.On ha confermato che, dopo questo impianto "pilota" con Siemens, sta già pensando alla cattura della Co2 su scala industriale e allo stoccaggio per le centrali a carbone a partire dal 2020.
Con il processo di cattura post-combustione sviluppato da Siemens, la Co2 viene rimossa dai gas di combustione usando speciali agenti di pulizia prima che i gas siano dispersi nell'atmosfera. Anche Siemens afferma che che i risultati raggiunti dall'impianto pilota serviranno come base per il test su impianti ad ampia scala, che entreranno in esercizio nei prossimi dieci anni.

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