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giovedì 2 settembre 2010

Esplode piattaforma petrolifera Chiazza di greggio nel Golfo del Messico


L'incidente 80 miglia a sud di Vermilion Bay. Dopo il disastro della Bp, è il secondo incidente nell'area. Fiamme e fumo sulla zona, preoccupazione per i danni ambientali. La Guardia Costiera: "Il pozzo non era attivo", ma poi rileva una fuoriuscita in mare. Soccorsi 13 lavoratori, uno ferito  

 

DI : ANGELO AQUARO




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 - Paura nel Golfo del Messico: un'altra piattaforma petrolifera è esplosa e adesso brucia al largo di Vermilion Bay. Tredici persone sono finite in acqua: nessuno può ancora dire in che condizioni si trovino. C'è almeno un ferito, secondo il sito della rete locale Wafb è stato trasportato al Terrebonne General Medical Center a Houma, in Louisiana. I dispersi sarebbero stati localizzati e tratti in salvo. E nell'acqua si comincia a osservare una chiazza di petrolio, una scia di greggio di quasi 2 chilometri. Contro tutte le rassicurazioni iniziali - confermate dalla Casa Bianca - sul fatto che le operazioni di trivellazione non andassero in profondità.

Quattro mesi dopo il disastro della DeepWater Horizon, 20 aprile, 11 morti, la più grande tragedia ambientale d'America, l'incubo della macchia nera che soltanto poche settimane fa è scomparsa si riaffaccia drammaticamente. Al momento dell'esplosione, intorno alle 9 americane, la piattaforma Vermilion Oil 380 non stava lavorando petrolio. "Dai primi rilevamenti non risultano perdite", ha comunicato in un primo momento la Mariner Energy, proprietaria del pozzo. Ma il precedente di Bp consiglia prudenza. Bill Colclough della Guardia Costiera cerca di mantenere la calma: assicurare che i soccorsi sono già in azione. Ma non si riesce a capire neppure che cosa sia successo davvero.

Un altro disastro nelle acque della Louisiana dove il presidente Barack Obama era sbarcato domenica scorsa per celebrare i cinque anni dalla tragedia di Katrina e assicurare la popolazione che un'altra vergogna come l'esplosione nel Golfo, che ha piegato ancora una volta questa terra, non si sarebbe ripetuta più. Spiega Gene Beck della Texas A&M University che probabilmente la piattaforma sarebbe esplosa per una fuga di gas: si tratterebbe di una struttura che era al lavoro su un pozzo già funzionante. Le nuove trivellazioni sono state sospese dalla moratoria contestatissima - alcuni stati come la Lousiana spingono per la cancellazione per far ripartire l'occupazione - che Barack Obama ha imposto nell'attesa che le cause del disastro della DeepWater Horizon vengano definitivamente accertate. Ma i lavori naturalmente continuano sulle piattaforme già in funzione.

"Non si tratta di una piattaforma che trivellava in profondità", dice il portavoce Robert Gibbs nella prima dichiarazione della Casa Bianca, quasi a sfatare il fantasma della Deepwater Horizon che riaffiora. Ma l'imbarazzo e la preoccupazione per il nuovo, clamoroso incidente è palpabile.

Gli elicotteri sono stati spediti sul posto dell'esplosione. L'equipaggio sulla piattaforma sarebbe ok ma la struttura è ancora in fiamme. L'incubo del Golfo sembra davvero senza fine. La Bp nei giorni scorsi ha dovuto rimandare la chiusura definitiva di quel pozzo maledetto per le condizioni meteo: gli uragani che stanno sferzando gli Usa non si erano mai visti così forti come in questa stagione. L'allarme continuerà fino a metà ottobre. Ma adesso è questa esplosione misteriosa a fare ancora paura .....

SAREBBE ORA DI USARE ENERGIE ALTERNATIVEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE

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lunedì 21 giugno 2010

Ma ci vorrà molto tempo per fermare la marea nera nel Golfo del Messico

Relief well, pozzo di soccorso. Cos’è e perchè ci vorranno altri mesi per fermare la marea nera
 
 
 
 
Le speranze sono affidate ai “relief well“, i pozzi di soccorso. Ma ci vorrà molto tempo per fermare la marea nera nel Golfo del Messico. Fino a Natale addirittura, secondo l’opinione di esperti intervistati dal Guardian.

Ogni giorno si riversano in mare fino a 60.000 barili di petrolio (l’ultima stima ufficiale, ma c’è chi dice di più) : sono circa 9,5 milioni di litri quotidiani. Tre piscine olimpioniche abbondanti. E moltiplicatele per otto mesi.

Per chiudere Macondo, il pozzo Bp che sversa petrolio dal 20 aprile, si stanno scavando due “relief well” .

Il primo sarà ultimato a fine luglio, si era detto all’inizio: e più o meno (con qualche ritardo per via degli uragani) questa resta la previsione. Ma “ultimato” non è ancora sinonimo di efficace. E soprattutto, se davvero l’interno del pozzo è danneggiato, la situazione è complicata davvero. Vediamo.

Il “relief well” è un pozzo che per un primo e lungo tratto viene scavato parallelo a quello che perde: Macondo è situato a 1500 metri circa di profondità sotto il mare e scende sottoterra per altri 5.000 metri circa.

Ad un certo punto la traiettoria del “relief well” piega per incontrare il pozzo che perde. I due scavi devono esattamente congiungersi: fatto questo, attraverso il “relief well”, può essere effettuata sul pozzo danneggiato una manovra tipo top kill, per turarlo una volta per tutte.

Chilometri di lunghezza e poche decine di centimetri di larghezza. La difficoltà di centrare esattamente il vecchio pozzo con il nuovo è evidente. Per quanto la tecnologia aiuti, si procede per tentativi ed errori. Ai primi di agosto potrà appunto cominciare questa fase.

Ne 1979 furono scavati “relief well” anche per bloccare la perdita di petrolio proveniente dal pozzo offshore Ixtoc situato sul lato messicano del Golfo del Messico. I tentativi ed errori presero tre mesi a partire dal completamento dello scavo.

Era trent’anni fa; qualche progresso la tecnologia lo ha fatto. E in effetti il pozzo Ixtoc si trovava su un fondale profondo 150 metri: non 1500 come quello della Bp…

L’anno scorso, per turare il pozzo Montara al largo dell’Australia (raggiungeva la profondità di 2.600 metri circa a partire dal fondale), ci vollero dieci settimane di tentativi ed errori con il “relief well”.

E non solo. Se il senatore Nelson ha ragione, se il rivestimento artificiale all’interno del pozzo Bp si è crepato, la faccenda si complica non poco.

Significa che il petrolio si infiltra attraverso le crepe nelle rocce circostanti, cercando si aprirsi una strada verso l’alto. Possiamo immaginarlo come un albero: il pozzo è il tronco, le infiltrazioni di petrolio attraverso le crepe sono come i rami. “Rami” e “ramoscelli” che si allargano e si innalzano fino a trovare uno sbocco sul fondale.

In questo caso, per bloccare la perdita il “relief well” deve centrare il pozzo Macondo nello spazio compreso fra il più basso dei “rami” e il limite superiore del giacimento. Al confronto, giocare a mosca cieca è uno scherzo.

Altro ingrediente che rende la situazione difficile: lo scavo dei “relief well” dovrà misurarsi con le stesse difficoltà incontrate dalla Bp per scavare il pozzo Macondo. Prima dell’esplosione del 20 aprile aveva dato più volte problemi legati alla presenza di grandi quantità di metano. Quel pozzo è un incubo, è scritto in una mail interna della Bp.

Associated Press ha appurato che la Bp ha redatto i progetti per i “relief well” a tamburo battente, nei giorni convulsi successivi all’incidente del 20 aprile: non contengono praticamente dettagli, scrive l’agenzia, salvo uno.

Sarebbe questo. I progetti sottolineano che in caso di incidente c’è la possibilità di uno sversamento di petrolio in mare ancora più grave.

Sul Guardian il pozzo Bp potrebbe non essere tappato prima di Natale

Su Associated Press via Yahoo! News “relief well, la lezione del 1979

Su Bloomberg il “relief well” per tentativi ed errori

Su Associated Press via Yahoo! News il progetto Bp per il relief well

Sul New York Times la mail interna della Bp che definisce “un incubo” il pozzo Macondo

Su Bloomberg i problemi incontrati dalla Bp durante la trivellazione del pozzo Macondo

Foto Flickr


http://www.blogeko.it/2010/relief-well-pozzi-di-soccorso-cosa-sono-e-perche-ci-vorranno-mesi-per-fermare-la-marea-nera/


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